di MARIO GIORDANO – da Il Messaggero – «IERI sono andata in motorino nel paese di Papa Coso…»
«Papa Coso?» «Ma sì, quel Papa lì». «Che Papa?» «Non me lo ricordo». «Come si chiama il paese?» «Sotto il Monte». «Stai parlando di Papa Giovanni XXIII?» «Forse». «Ma sai chi è?» «No». «Il Papa Buono…» «Boh».
Mia figlia Alice ha 16 anni compiuti. Frequenta la terza liceo scientifico a Monza, con ottimi risultati. È una delle più brave della classe. E non sa chi è Papa Giovanni XXIII. Ignora completamente l’esistenza di un evento chiamato Concilio Vaticano II. Possibile? Possibile. Me ne accorgo un giorno di primavera, quasi per caso. Decido di approfondire. «Ma tu conosci i nomi degli ultimi Papi?» «No». «C’è stato Paolo VI». «Mai sentito nominare». «Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II… Non ricordi le dirette Tv quand’è morto?» «Sì, qualcosa. C’era del fumo bianco e del fumo nero…» «Oddio santo: sì, le fumate del Conclave. E chi è stato eletto in quell’occasione?» «Un altro Papa». Esatto: morto un Papa se ne fa un altro. «Ma come si chiama quello che c’è adesso?» «Fammi pensare». «Concentrati». «Innocenzo?» «Alice, per favore, mi stai uccidendo». «Non è Innocenzo?» «No». «Mi puoi dire almeno come comincia?» «Con la B. E se mi dici Bartolomeo mi ammazzo». «Ci sono: Benedetto». «Ottimo, ma non basta. Benedetto cosa?» «Benedetto XIII?» Benedetta ragazza…
Ernesto Galli della Loggia scrive che non c’è più idea della scuola perché non c’è più un’idea dell’Italia. La butta in alto, lui. Dice che per avere un insegnamento che funziona bisognerebbe prima mettersi d’accordo su che cosa insegnare. Sostiene che nel periodo della modernizzazione, dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, abbiamo distrutto l’identità nazionale. Ora, chiede, come si può pretendere di costruire una scuola se manca il Paese? Domanda legittima. E interessante. Però, nel frattempo, mentre si aspetta di ricostruire il Paese e l’identità nazionale (pratica che, a occhio e croce, richiede tempi lunghetti), ecco, io mi accontenterei di ricostruire una scuola che sforni ragazzi capaci di conoscere il nome del Papa. O, perlomeno che dia loro la curiosità di impararlo. Impossibile? Forse sì. Ma mi piacerebbe capire come si fa a costruire l’identità nazionale se non si costruisce prima la scuola che la formi. Quando sento dire «il problema della scuola non esiste, il problema è della società», mi viene da ridere. E dove nasce il problema della società? Piove giù dal cielo insieme alla grandine? Entra nel camino con Babbo Natale? Suvvia, siamo seri: che cosa viene prima? L’identità o la scuola? Il Paese o l’istruzione? Come minimo, siamo al paradosso dell’uovo e della gallina. Ma qualcuno, intanto, spieghi ai nostri studenti che cosa significa paradosso. E magari dica loro che non ha nulla a che fare con le cunette del manto stradale…
Di scuola si parla molto negli ultimi tempi. Dibattiti, talk show, tavole rotonde, riunioni e manifestazioni. Soprattutto, confusioni. Ma, alla fine, diciamoci la verità: a nessuno interessa che la scuola cambi davvero. Gli studenti fanno appena in tempo ad accorgersi dove sono finiti e già sono pronti a preoccuparsi della maturità e dell’università. I loro genitori, ammesso che s’interessino a qualcosa oltre alle più inutili domande («E quest’anno dove andate in gita? A Barcellona?» oppure «Ma il laboratorio di chimica prevede anche lo studio dello smalto per unghie?»), si distraggono facilmente. Restano i professori, che si dividono sostanzialmente in tre categorie: quelli che fanno finta di non capire che questa scuola è un fallimento; quelli che capiscono e vorrebbero anche cambiare, ma ormai sono stanchi e rassegnati; e quelli che capiscono e proprio perciò fanno di tutto per evitare il cambiamento. Questi sono i più numerosi e i più presenti in tutti i dibattiti e i talk show. (…)
Oggi, in effetti, ci troviamo di fronte a un vero e proprio disastro educativo, a una catastrofe scolastica. È come un’epidemia, come una piaga biblica, l’invasione delle cavallette ignoranti, l’inondazione dell’asineria devastante. Un’emergenza. Ancor più grave delle altre emergenze per il semplice fatto che gli interventi per porvi rimedio sembrano meno urgenti. Rimandabili. Siamo bestie? Pazienza. Gli altri Paesi ci umiliano nei test? Chi se ne importa. Presto ci bagneranno il naso tutti quegli Stati che un tempo definivamo del Terzo Mondo? E vabbè. Due titoli sui giornali, un dibattito, un corteo. Poi si passa ad altro. Subito. Senza modificare nulla. Il paradosso (paradosso, ragazzi, non dosso…) è proprio questo: quando hai l’acqua alta in cantina ti mobiliti subito, chiami i vigili del fuoco, idraulici, muratori, falegnami… Cerchi di porre rimedio in fretta, fai suonare le sirene. E quando hai l’acqua alta dentro i cervelli? Altro che sirene. Non si sentono nemmeno le sirenette. «Tutto quello che non so l’ho imparato a scuola» affermava Longanesi. E Bertolt Brecht: «Durante i miei nove anni alle superiori non sono riuscito a insegnare nulla ai miei professori…». Giovanni Papini nel 1914 scrisse un’invettiva intitolata Chiudiamo le scuole: «La scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione» diceva. E spiegava: la scuola insegna cose inutili, che bisogna disimparare; la scuola insegna cose false o discutibili, da cui bisogna liberarsi; la scuola «abita gli uomini a ritenere che tutta la sapienza del mondo consista nei libri stampati». Come dargli torto? Ma chiudere davvero le scuole sarebbe pericoloso. Se non altro perché, come sostiene Gilbert K. Chesterton, «senza istruzione corriamo il rischio di prendere sul serio le persone istruite». E allora anziché abolirla, papinianamente, questa scuola forse sarebbe ora di cominciare a cambiarla.
La scuola: un grande disastro
maggio 31, 2009 di mimmasuraci



Credo proprio che oggigiorno ci si attacchi proprio a tutto pur di affermare che la scuola non funziona, piuttosto che niente al nome degli ultimi Papi che ovviamente la scuola dovrebbe insegnare. Io ho 43 anni, sono andata in un istituto privato gestito da suore per 14 anni, dico 14, ma i nomi dei Papi non si è mai premurato nessuno di insegnarmeli; diciamo che un po’ parlandone in famiglia un po’ leggiucchiando i quotidiani anche da ragazzina più o meno ne avevo un’idea. Non si può pretendere che la scuola si occupi di tutto lo scibile per di più riducendo continuamente ore e docenti e parallelamente aumentando a dismisura discipline ed educazioni varie. Nella primaria si spazia dall’educazione alla cittadinanza, a quella alla salute, alimentare, stradale e così via senza naturalmente trascurare italiano, matematica, inglese, informatica, storia, scienze, geografia, musica, immagine, motoria, religione ecc… ecc.. possibilmente impartiti da un OTTIMO TUTTOLOGO pagato meno di un operaio. Ma si può fare vero?