Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for marzo 2009

Broccoletti e zucchine per Obama: spunta un orto alla casa Bianca

ilGiornale.it lunedì 16 marzo 2009

Washington – Nel giardino della Casa Bianca, vicino a dove Jacqueline Kennedy piantò un roseto come omaggio floreale alla Nuova Frontiera e familiare alla suocera Rose Fitzgerald, Michelle e Barak Obama stanno mettendo un orto di broccoli e zucchine. Invito al tempo stesso ad una più sana alimentazione, più rispettosa dei trigliceridi, e ad un pizzico di altrettanto sana autarchia commerciale. Un “orto di guerra” che segna, insieme al ritiro dall’Iraq ed al sostegno pubblico dell’economia in crisi, una ferma ed agreste rottura con il passato più recente, fatto di bombe in Medioriente e junk food.

La rivoluzione alimentare Oggi il New York Times rivela da dove è iniziata la lunga marcia sfociata nella rivoluzione alimentare del presidente, e chi ne è l’ispiratore: la campagna romana, con il suo pecorino verace, ed il signor Giovanni Bernabei, italiano che se ci fosse il Nobel del mangiar sano se lo aggiudicherebbe il prossimo dicembre. Esiste anche un profeta della Buona Novella. Anzi, una profetessa. Si chiama Alice Waters ed è una affermata chef californiana. Tutto comincia un paio di anni fa, alla prestigiosa American Academy di Roma, istituto culturale che ogni anno ospita decine di studiosi per quei soggiorni sabbatici tanto utili ad affinarsi nelle proprie competenze quanto per favorire gli scambi e le conoscenze tra le due rive dell’Atlantico.

Problemi in cucina L’American Academy, a quel tempo, aveva un problema: la cucina non funzionava. Fior di intellettuali, specializzandi e pensatori costretti ad ingurgitare a mensa roba irriconoscibile quanto inedibile. “Papponi immangiabili”, rievoca ancora adesso Kristina Milnor, una classicista che pure è abituata a leggere della zuppa di sangue di bue che a Sparta si propinava ai più bellicosi tra i Lacedemoni. A lei il sangue di bue nessuno l’ha mai dato, certo, ma un paio di volte all’American Academy lo stufato di coniglio del coniglio aveva tutto, persino la testa che galleggiava in un mare di improbabile sugo. Risultato: indici di gradimento alti per l’organizzazione della biblioteca e degli alloggiamenti, bassissimi per quello che invece avrebbe potuto facilmente essere un punto di forza dell’istituto. La buona nomea del quale, in paesi come l’America, si basa anche su queste cose.

L’orto del presidente “In quella che è la più manifesta dimostrazione della sua devozione alla causa del mangiare sostenibile – si legge sul New York Times – la Waters ha pubblicamente sollecitato il Presidente Obama a dare il pubblico esempio cambiando il menù della Casa Bianca e ad organizzare un orto”. Risultato: “Il Presidente ha recentemente assunto uno chef di Chicago, Sam Kass, con lo scopo di realizzare l’idea”. Sarà perché Obama fa moda in tutto, sarà – ed è più probabile – perchè all’American Academy ora si mangia bene, i 70 studiosi a convitto ora non saltano più un pasto. Anzi, invitano gli amici, e questi non saltano una chiamata. Non solo: già che è a Roma qualcuno ha deciso di specializzarsi, oltre che in lettere o architettura, anche in scienza culinaria, e fa i turni per pelare le patate. C’è anche chi ha finito il sabbatico da musicista a Santa Cecilia e si trattiene un altro anno proprio per apprendere meglio l’arte del mangiar bene. Ogni giorno si presenta ai fornelli e quando pulisce l’insalata di stagione fa molta attenzione a non sbagliare, nel dividere la lattuga dal radicchio. Perchè dall’alto lo guarda, severo ma benevolo, il ritratto di Giovanni Bernabei. La direttrice l’ha fatto appendere in cucina, doveroso omaggio ad un uomo che, come Cincinnato, si è staccato dall’aratro per salvare la situazione.

Annunci

Read Full Post »

Corriere della Sera Cultura

In quei salotti si brinda al mio attentato
Esce mercoledì da Rizzoli «I conti con me stesso»: aneddoti, appunti, riflessioni private. I testi, inediti, sono stati trascritti da 12 quaderni conservati all’università di Pavia

di Indro Montanelli

I conti con me stesso (raccolti per la prima volta in un volume in uscita mercoledì da Rizzoli) sono un’occasione unica, nel centenario della nascita, di ritrovare il Montanelli privato. I brani provengono da dodici quaderni custoditi presso il Fondo manoscritti dell’Università di Pavia e sono appunti, riflessioni personali e aneddoti che coprono vent’anni della storia d’Italia da «furori nazionalisti» di Saragat al delitto Moro, passando attraverso l’attentato del ’77 di cui fu vittima. «La notizia che in fondo mi fa più piacere — scrive in una pagina del 4 giugno 1977 — è che in due salotti milanesi, quello di Inge Feltrinelli e quello di Gae Aulenti— si è brindato all’attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata». Non mancano giudizi sferzanti su Moravia, Bocca e altri intellettuali.

Gennaio 1958.
Bacchelli lavora infaticabilmente, da sessant’anni, alla costruzione di un piedestallo su cui, alla sua morte, non sapremo cosa posare. Roma, 26 settembre 1966. Castiello mi dice che Saragat è in preda a una crisi di furore nazionalista contro i terroristi dell’Alto Adige. Voleva chiamare il capo della polizia, Vicari, per ordinargli di spedire a Innsbruck dei sicari per uccidere i mandanti. «Una democrazia che si rispetti» ha urlato, «è tenuta ad astenersi dal delitto, ma solo dentro le proprie frontiere. Al di là di esse…».

Roma, 1˚ ottobre 1966.
Alla sera, mi fanno assistere a una proiezione privata de La battaglia di Algeri di Pontecorvo. A Venezia lo hanno definito, all’unanimità, un grande film e gli hanno dato il Leon d’oro. È invece solo un grande documentario e non meritava nulla. Siamo stufi di questa roba. Non —– come dice qualcuno — perché questi lavori c’impongono «una scelta morale» o ci ricordano corresponsabilità che vorremmo dimenticare. E nemmeno perché siamo nauseati dalle scene di violenza e di sangue. Quello di cui siamo stufi è, molto più semplicemente, il ricatto a cui ci sottopongono. Bella forza fare un film sui campi di concentramento nazisti e sulla rivolta di Algeria. Chi oserà dar torto a un regista che parteggia per i perseguitati?

5 ottobre 1966.
In tv, per un dibattito sulla Battaglia di Algeri, con l’autore Pontecorvo e il critico Liverani. «È un bellissimo film» dichiaro, «che merita pienamente il Leon d’Oro per il suo impegno, il suo rigore eccetera». Anch’io riservo il mio coraggio a questo Diario.

Roma, 12 dicembre 1966.
Grande cocktail alla nuova sede Rizzoli in via Veneto per la presentazione del nostro libro e di quello di Berto. Inestricabile pigia-pigia. Ci sono ministri, giornalisti, letterati. C’è anche Maria Bellonci che spia l’occasione di farmi i rallegramenti. Sono vent’anni che non ci salutiamo. Mi aveva tolto il saluto nel ’48 quando, in una cronaca da Venezia sul Pen-Club di cui era presidentessa, scrissi che la chiamavano l’aigle à deux têtes (per via dei suoi dirompenti seni di gomma). Suo marito Goffredo sfidò a duello il mio direttore Emanuel, che gli rispose: «Non mi rompa i bellonci!». Non ci eravamo più incontrati. E ora, nel vederla così ansiosa di un ravvicinamento, mi sento in imbarazzo. Alla fine vado io a salutarla. Ma subito scappo, dandole forse l’impressione che ho dei rimorsi. Invece non li ho.

Castiglioncello, 10 luglio 1969.
Lettera di Prezzolini che mi ringrazia perché l’ho citato in due articoli. Dice: «Ti sono grato di queste continue testimonianze di affetto e di simpatia…». Non è vero. Preferirebbe che non parlassi affatto di lui, o che ne parlassi male, per poter pensare che anch’io l’ho dimenticato o tradito, che non c’è nessuno, proprio nessuno, che gli sia rimasto amico. Non gli darò questa soddisfazione. Voglio che muoia almeno con un piccolissimo dubbio sulla ingratitudine degli uomini, su cui per tutta la vita ha fatto così comodo assegnamento.

Castiglioncello, 30 luglio 1969.
Dino Frescobaldi mi telefona dalla Maremma. È stato a Roma e ha visto Indrio che gli ha raccontato il burrascoso incontro di Spadolini con Saragat. Saragat era furibondo col Corriere e particolarmente con me per le critiche che abbiamo mosso alla scissione socialista: è la riprova che lui l’ha voluta. Spadolini, a quanto pare, gli ha tenuto testa bravamente. Speriamo che insista. Questo Saragat, che anche noi per la nostra parte abbiamo contribuito a mandare al Quirinale, è ormai da buttar via. Il credito che si era guadagnato nel ’47, se l’è abbondantemente mangiato in questi quattro anni di Presidenza: prima col «disimpegno», ora con la scissione. Non vede che se stesso, non ascolta nessuno, si parla addosso. Missiroli l’aveva previsto.

Milano, 15 novembre 1969.
A cena con l’adorabile Valiani. Non so come fare a liberarlo dall’imbarazzo che nutre nei miei confronti. Nel ’43, quando ero chiuso a San Vittore con una condanna a morte sulla testa, mia madre, che cercava disperatamente di salvarmi, chiese aiuto al Cln, di cui Valiani era autorevole esponente. Il Cln le fece rispondere che la mia sorte non gl’interessava. Questa replica era farina del sacco di Parri, non di Valiani. Ma Valiani se ne sente corresponsabile. Ebreo, istriano e reduce da un lunghissimo esilio, a quei tempi credeva che gl’italiani si dividessero davvero nei buoni antifascisti e nei cattivi fascisti; e io, secondo lui, appartenevo alla seconda categoria, quella da eliminare o da lasciare eliminare. Ora, deluso della Resistenza e dei suoi uomini, si è accorto dell’errore e non sa come ripararlo. Bisognerà che mi decida a sgomberare i nostri rapporti da questo sottinteso per renderli più naturali e sinceri. Tengo troppo all’amicizia di Valiani. È una delle più belle coscienze che ho incontrato. Mi ha detto: «Non ho nessun trasporto per il Corriere. Se Albertini in persona mi avesse offerto di collaborarvi, avrei rifiutato. Ma, visto che me l’offrite tu e Spadolini, accetto». E questo mi ha fatto molto piacere. Milano, 19 novembre 1969. Sciopero generale per il caro- case. Un pretesto da nulla. Ma è bastato per immergere Milano in un’atmosfera da 8 settembre. Strade vuote. Saracinesche abbassate. Enorme spiegamento di polizia. Mentre pranzo con Spadolini, Cervi e Zappulli, giunge notizia che in un tafferuglio al Lirico un agente è stato ucciso dai «cinesi». «Meno male che è toccata a un agente» diciamo in coro, eppoi non osiamo guardarci negli occhi. Anche noi apparteniamo a questa borghesia codarda che pretende appaltare alle forze dell’ordine il compito di farsi sputacchiare, pestare e ammazzare per tenerne al riparo se stessa. E non vuole nemmeno pagargli uno stipendio decente.

Milano, 25 novembre 1969.
Solo ora mi mostrano l’articolo che Bocca mi ha dedicato sul Giorno. Gli avevo mandato la mia Italia del Seicento con una dedica affettuosa in cui lo chiamavo «ami-nemico». Lui ne informa i lettori, ma mi risponde da nemico dichiarato, con una stroncatura sgarbata. Non vorrei cadere in peccato di presunzione. Ma credo che sia stato per differenziarsi da me, per non diventare una mia copia, che si è costruito un personaggio antitetico al mio: eternamente impegnato, intransigente, accigliato, e costretto a una perpetua polemica con tutto ciò che io rappresento. Ma anche lui ne capisce l’artificiosità ed evita il contatto con me perché teme che lo costringa a prenderne atto. Se potesse, mi sopprimerebbe. Eppure, sono io a sentirmi colpevole verso di lui che, senza di me, sarebbe diventato un grande, un grandissimo giornalista, e non soltanto un inquisitore, molto spesso sbagliato.

Roma, 15 dicembre 1969
A Roma, trovo una lettera del capo della polizia, Vicari, che mi ringrazia calorosamente per un articolo da me scritto in favore delle forze dell’ordine. Ne approfitto per telefonargli e chiedergli informazioni sulle indagini in corso per l’attentato di Milano. Mi annunzia che proprio in quel momento, dal confronto fra un tassista e uno dei fermati, si è raggiunta la quasi assoluta certezza sulla identità del dinamitardo. Mi prega di non farne parola al giornale. Poi mi confida anche che l’ambiente in cui il delitto è maturato è quello che ruota intorno all’editore Feltrinelli. Non resisto alla tentazione d’informarne subito Spadolini perché, pur senza anticipare la notizia, se ne serva di orientamento per la cronaca. Giubilante, Spadolini ne coglie a volo le implicazioni politiche: «Se la cosa è confermata, sarà una brutta botta per i contestatori e una bella spinta alla ricostituzione di un governo organico. Se Dio guardi l’assassino era di destra, nello spazio di pochi giorni avevamo il fronte popolare…». È vero. Ma io penso a Feltrinelli. L’ho conosciuto bambino, mi è un po’ cresciuto sulle ginocchia. Non ho mai capito come abbia potuto diventare un editore importante.

Roma, 28 dicembre 1969.
Moravia ha fondato, insieme a Pasolini e a Dacia Maraini, un «comitato contro la repressione». E la riprova che la repressione non c’è. Se ci fosse, Moravia sarebbe coi repressori, come ha dimostrato avallando col suo silenzio la persecuzione di Solzhenitsyn in Russia.

Roma, 2 gennaio 1970.
Moravia si è ritirato dal comitato che lui stesso aveva fondato. Ma non per i silenzi di Spadolini. Si è ritirato perché l’Unità ha disapprovato. Gl’italiani sono sempre pronti a fare la rivoluzione, purché i carabinieri siano d’accordo. E Moravia è sempre pronto a battersi per la libertà purché sia d’accordo il piccì.

Venezia, 31 marzo 1971.
A cena dai Manera, con Pound. Non ho mai capito le sue poesie, ma ora capisco che è un grande poeta, sebbene abbia aperto bocca solo tre volte, per pronunciare parole insignificanti. Ci voleva proprio un Piovene per irridere quest’uomo, quando andò a visitarlo nell’ospedale di pazzi in cui i suoi compatrioti lo avevano rinchiuso. Piovene non saprà mai quali tormenti di coscienza mi costa l’affetto per lui.

Cortina, 26 agosto 1971.
Mezzo Corriere è passato di qui, in questi giorni. Ci sono stati Grazzini, Pieroni, Giovannino Russo, Bettiza. E tutti hanno voluto vedermi e fare lunghe passeggiate con me. Tanto affetto da parte dei colleghi mi ha commosso. Ma Mecco-li, in arrivo da Venezia, mi ha disingannato. I colleghi erano convinti che io stessi per non esserlo più, in quanto nuovo direttore del giornale. Tutti danno per sicuro che, mentre Spadolini era in crociera sull’Adriatico, io lo defenestravo e occupavo la sua poltrona. La voce è che ho già firmato, e Buzzati me lo conferma «ma» aggiunge, «io non credo che tu sia capace di una simile porcheria». «Tu non ci credi» dico, «perché al mio posto non la commetteresti. Gli altri ci credono perché al mio posto la commetterebbero». E in sua presenza chiamo Spadolini per informarlo. Casca dalle nuvole. Lui e io — il direttore uscente e il direttore entrante — eravamo gli unici che non sapevano nulla di questo cambio della guardia. Ma da dove sarà nata questa chiacchiera?

Milano, 15 settembre 1971.
Uscendo dalla Bice, vedo a un tavolo Spadolini, Leonardi, Mario e Giulia Maria Crespi, reduci dal settimanale rapporto sul Corriere. Vado a salutarli. «Come osi» dico a Spadolini, «occupare abusivamente il posto che ormai è mio?» Tutti ridono (anche ai tavoli intorno), meno Giulia Maria. Deve avere, per queste assurde voci, qualcosa sulla coscienza. 28 gennaio 1972. Buzzati si è spento, oggi, alle 16.30. In questi ultimi giorni si era incarnato nella Morte, come la immaginava e tante volte l’ha disegnata e dipinta. Non avevo mai vista una Morte più Morte di quella. Fino a ieri sera era lucidissimo. Ha voluto che gli dessi le ultime notizie sul processo. Ogni tanto, stanco, chiudeva gli occhi, e io mi chetavo. Ma poi li riapriva, e mi chiedeva di riprendere il racconto. Non voleva pensare. Stamani, quando son tornato alle dieci, non mi ha riconosciuto. Afeltra non ce l’ha fatta a restargli accanto sino in fondo: girava per il corridoio, anche lui senza riconoscere nessuno. Io, non so per quale motivo — il fascino dell’orrore, credo, contagiatomi da lui — sono rimasto ai piedi del suo letto, e l’ho visto spengersi come una candela. Poi sono fuggito. Ha lasciato un testamento di dieci righe. In fondo c’era scritto: «Niente partecipazioni. Cremazione». Ora devo dimenticarmi di lui, scacciarlo dal pensiero e dagli occhi. Ma come, come?

Milano, 8 marzo 1972.
La mia intervista sull’Espresso ha deflagrato come una bomba. Spadolini è furente per l’articolo che la precede, scritto dalla Serini che ricostruisce gli avvenimenti. Lui non ci fa una bella figura, ma purtroppo il resoconto è esatto. Ronchey mi telefona: «Ti aspettiamo alla Stampa: il contratto è pronto, non hai che da firmarlo». «Prima» dico, «devo perdere la mia battaglia.» «Questione di qualche mese» fa lui. Temo che sia proprio così.

Roma, 10 aprile 1972.
Clerici, Sciascia e Laurenzi a cena da me. Immoto e inespressivo, Sciascia parla alla velocità di una parola all’ora, e bisogna sollecitarlo con sguardi interrogativi e lasciargli un ampio spazio di silenzio per indurlo a pronunciarla. Laurenzi mi trae in disparte per manifestarmi il suo sgomento che tocca punte patologiche. Mi supplica di non trasferirmi alla Stampa lasciando lui e gli altri nelle peste. Glielo prometto, con la ferma intenzione di mantenere. «Vado a Milano» gli ho detto, «per mettere le carte in tavola e costringere Ottone a fare altrettanto. Se mi accorgo che si può raddrizzare la barca, cercheremo di farlo. Se vedo che è impossibile, tratterò con Afeltra per un trasloco di tutto il nostro gruppo (io, te, Bettiza, Pieroni, Sensini, Melani, forse Corradi, Spinosa eccetera) al Giorno e, se non va, cercherò di persuadere Rizzoli a trasformare in quotidiano il Mondo per occupare il vuoto che il Corriere sta lasciando ».

Lussemburgo, 23 maggio 1977.
Volo a Lussemburgo sul solito bireattore di Berlusconi, che ci accompagna, felice di esibirsi e di esibire il suo status in una cerimonia internazionale. La medaglia d’oro (ma è proprio d’oro?) me la consegna Gaston Thorn, capo del governo lussemburghese e presidente del movimento europeo. Bettiza, che mi ha procurato il premio e nella sua qualità di parlamentare europeo mi fa da padrino, cerca di attribuire alla cosa molta solennità. In realtà mi sembra un evento piuttosto modesto. (…) Berlusconi riempie il suo taccuino d’indirizzi: quelli di tutte le personalità che ha incontrato. È il vero climber che approfitta di tutto e non butta via nulla.

Milano, 3 giugno 1977.
Anche l’Unità esce con un titolo a sette colonne in cui campeggia il mio nome. Lo stesso fa Repubblica, ma con un articolo di Scalfari ancora più infelice di quello che scrisse dopo Bontà loro per chiedere la mia esclusione dalla tv nazionale. Sostiene la strana tesi che l’attentato è stato organizzato contro i nemici di Montanelli, cioè contro di lui, insinuando così il sospetto che me lo sia organizzato da me. Il mio successo lo riempie di un furore che lo fa sragionare. Ma la cappella più grossa la fa il Corriere che titola su cinque colonne sul centro pagina: «Attentati contro giornalisti », mettendo il mio nome solo nel sommario. Biazzi ha il sangue agli occhi. Bettiza mi chiede di rispondere, nell’editoriale di domani, sia a Scalfari che a Ottone. Glielo concedo, ma a patto che mi mostri prima il testo: durezza sì, meschinerie no.

Milano, 4 giugno 1977.
Le ferite vanno bene anche perché non ho il tempo di pensarci: è tutto un viavai di amici, nemici, conoscenti, sconosciuti: mi sembra di essere la Madonna di Loreto. Viene anche la televisione, e io mi lascio intervistare minimizzando l’accaduto (mi dicono che Cervi, che lo ha commentato l’altro ieri sera da Montecarlo, ha commosso tutti con la propria commozione). Mi telefona Andreotti, poi Cossiga, poi Forlani, poi Gianni Agnelli. A tutti rispondo scherzando, che non mi prendano per un piagnone. Dal giornale mi mandano tre sacchi di telegrammi: ne hanno contati quindicimila. Ma la notizia che in fondo mi fa più piacere è che in due salotti milanesi — quello di Inge Feltrinelli e quello di Gae Aulenti — si è brindato all’attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata. Ciò dimostra che, anche se non sempre scelgo bene i miei amici, scelgo benissimo i miei nemici.

Parigi, 11 settembre 1977.
A cena con Fejtö e gli Ionesco, ospiti tutti di Maramotti da Lipp. Ionesco non vuole saperne dei nouveaux philosophes. Invano Fejtö e io cerchiamo di spiegargli che sono degl’imbecilli che però fanno comodo. «Rivendico» dice Ionesco, «il diritto all’indignazione: l’indignazione perché credono di scoprire ciò che noi andiamo dicendo da cinquanta anni». Sta scrivendo una nuova pièce, o meglio la sta dettando alla segretaria dalle dieci alle dodici. «Non so più scrivere» dice, «la mano si rifiuta.» Il tutto, intercalato da litigi con la moglie che cerca invano d’impedirgli di bere. Più tardi, Fejtö mi dice che Ionesco è in crisi con la figlia perché è convinto che essa non gli voglia più bene: lo desume dal fatto che, un giorno rincasata prima del tempo, lo ha sorpreso che faceva l’amore con la segretaria, ed è corsa dalla madre a raccontarglielo. «Non ha cuore» dice amareggiato, «mi detesta».

Milano, 16 novembre 1977.
Quattro revolverate in faccia a Casalegno, che ora è grave. Alzano la mira.

Milano, 18 novembre 1977.
La Stampa riporta tutti gli articoli di solidarietà per Casalegno apparsi sugli altri giornali. Ma omette il mio, ch’era forse il più caldo: la solidarietà nostra la imbarazza.

Milano, 29 novembre 1977.
Casalegno è morto. Ho telegrafato alla vedova, ma non al figlio — iscritto a Lotta continua —, né a Levi e ai colleghi della Stampa. Purtroppo, la loro faziosità condiziona la nostra solidarietà. Al funerale andrà Biazzi.

9 maggio 1978.
Il cadavere di Moro, lasciato su una macchina fra Botteghe Oscure e piazza del Gesù, ci coglie di sorpresa. Siamo stati duri nei suoi confronti. La sua fine miseranda c’ispira un sentimento di pietà, ma fa sorgere altri pericoli contro cui occorre subito mettere in guardia: in nome del «martire», i suoi cercheranno di spingere avanti la sua «linea». (…) Ho avuto a Torino una franca spiegazione con Gianni e Umberto Agnelli. Per la prima volta Gianni ha parlato e mi ha lasciato parlare per un’ora dello stesso argomento, senza annoiarsi com’è solito. Ma vuole la rottura della Dc, mentre Umberto ne vuole la conquista. Romiti mi assicura che accetterà la proposta di Venini per il Giornale. Si comincia a respirare.

29 marzo 2009

Read Full Post »

Blitz
Pagina 5 – Gossip

Cravatte e potere/ Obama e i suoi, tutte uguali: segreto di stato? No, Brooks Brothers

Cravatte e politica. Nei giorni scorsi, gli uomini più potenti del mondo, quelli ai vertici dell’economia e del governo americani, hanno indossato tutti cravatte a righe diagonali (si chiamavano “regimental” negli anni 60).

Anzi, due di loro, il ministro del Tesoro, Timothy Geithner e il governatore della Fed, la banca centrale americana, Ben Bernanke, la portavano proprio identica martedì, quando sono andati, assieme, all’audizione del Comitato per i servizi finanziari della Camera dei rappresentanti. Uno accanto all’altro, i due avevano la stessa cravatta, azzurra a righe trasversali bianche e nere. Huffington Post pubblica la foto dei due, melliflui e sorridenti, per nulla imbarazzati, quasi divertiti.

Poi, però, nei giorni successivi, la saga delle cravatte è continuata: il senatore Kent Conrad, presidente della Commissione bilancio del Senato, indossa una cravatta quasi identica quando va dal capo supremo, Barack Obama.

Il giorno dopo, e siamo a giovedì, anche Obama si fa vedere con una cravatta uguale nello stile e nel colore. Una sola differenza, le righe che per tutti gli altri andavano da destra a sinistra, nel caso di Obama vanno in diagonale opposta.obama_cravatta

Il mistero divora Washington, la capitale americana. Quale sarà la fonte di tutte quelle cravatte così uguali o simili? Un nuovo benefit per i top di Washington deciso nottetempo e senza pubblicità?

No, il mistero è presto svelato. C’è un’offerta speciale, on line, di Brooks Brothers, la tradizionale e antica casa di moda per uomo americana di recente comprata dalla famiglia Del Vecchio (Luxottica) italiana: 75 dollari per una cravatta, sconto del 30% sulla seconda.

Ancor più importante del prezzo: la stoffa è “seta tessuta in Inghilterra”, trattata per respingere liquidi e macchie. Per chi vive di pranzi e cene fuori, la cravatta è un punto vulnerabile….

27 marzo 2009

Read Full Post »

Gazzetta del Sud
Cultura – pagina 19 (28/03/2009)

Oggi e domani musei e parchi aperti
Una “Primavera” per riscoprire i tesori d’Italia

Nicoletta Castagni
A Roma Palazzo Koch (nella foto in alto), la grandiosa e scenografica sede della Banca d’Italia, a Milano la Biblioteca Ambrosiana e la nuova Bocconi, a Napoli il monastero di San Gregorio Armeno, a Palermo Villa Cardillo, sono solo alcuni dei 580 tesori del patrimonio storico e artistico nazionale eccezionalmente aperti per la Giornata Fai di Primavera, che si svolgerà oggi e domani in più di duecento città italiane.
Giunta alla diciassettesima edizione, la manifestazione del Fondo ambiente italiano a sostegno dell’arte e della natura italiane aumenta ogni anno il numero di palazzi, monumenti, parchi, dimore storiche che eccezionalmente possono essere visitati anche dai cittadini e turisti nell’ultimo weekend di marzo. La risposta è sempre entusiasta, come dimostra l’adesione del pubblico, che nel 2008 ha toccato le 500 mila presenze nei siti selezionati.
«Il Fai nella Giornata di Primavera – dice il direttore Marco Magnifico – non vende niente, quello che la gente si porta a casa è un’emozione, la consapevolezza che l’Italia è ancora piena di tesori». E rivolge un appello di «resistenza all’indifferenza» dei tanti che, abituati a vivere in mezzo a tanta meraviglia, non ci fanno neanche più caso.
Una vera e propria opera di sensibilizzazione verso il patrimonio di storia e bellezza del Bel paese, che passa attraverso la riscoperta dei molti e sconosciuti tesori, disseminati da Nord a Sud. L’edizione 2009 presenta molte novità. A partire da Roma, dove, per la prima volta, apre al pubblico Palazzo Koch. Imponente e scenografica, la sede della Banca d’Italia, fu realizzata tra il 1888 e il 1892, ed è caratterizzata da splendidi e sorprendenti saloni di rappresentanza e ricche collezioni d’arte. A Milano è invece la volta della veneranda Biblioteca Ambrosiana (nella foto in basso), l’istituzione fondata da Federigo Borromeo nel 1609, e del nuovissimo edificio dell’Università Bocconi, l’ultimo dei gioielli architettonici della città. Ad Ascoli Piceno, dopo dieci anni, viene riaperto al pubblico il restaurato Forte Malatesta, mentre a Mantova si può visitare, a Palazzo Ducale, l’appartamento di Ferdinando Gonzaga attraverso un percorso mai proposto. E se a Padova nella Scoletta del Santo si può ammirare la Sala Priorale affrescata da Tiziano, a Palermo la Giornata Fai è l’occasione per scoprire Villa Cardillo, finora chiusa ai visitatori, e a Taranto per tornare nel convento di San Francesco.
A Messina l’appuntamento è, in anteprima dopo il restauro, con la suggestiva Cripta del Duomo, mentre ad Alessandria ci sono i mosaici di Gino Severini nel Palazzo delle Poste.
Saranno dodicimila mila i “Ciceroni”, studenti accompagnatori i quali hanno seguito un percorso formativo specifico. A essi si aggiungono ad altri settemila volontari impegnati nelle tante altre attività di supporto.
Una delle novità più interessanti dell’ evento inoltre sono le visite guidate per stranieri in sette lingue diverse – in alcuni luoghi a Milano, Torino, Biella, Padova, Brescia e Palermo – in modo che l’arte e il bello possano essere fruibili su un piano di parità da popolazioni diverse.

Read Full Post »

Il Giornale 27 marzo 2009

Roma – Questi i principali punti dello schema di decreto legislativo approvato oggi dal Cdm in materia di sicurezza sul lavoro.

Semplificazione procedurale Il documento contenente le valutazioni sui rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori non dovrà più essere depositato dal notaio, nè servirà munirsi di posta certificata, in quanto la data potrà essere dimostrabile dalla firma dei soggetti coinvolti. Viene poi eliminata la notifica di costruzione di nuovo edificio all’organo di vigilanza se sono già state prodotte informazioni analoghe ad altre pubbliche amministrazioni.

Vigilanza I funzionari di vigilanza delle Asl e gli ispettori del lavoro potranno esercitare la vigilanza a pieno titolo, sulla base di un maggiore coordinamento territoriale reciproco.

Assistenza Vengono integrate le attività del Ssn e dell’Inail finalizzate all’assistenza e alla riabilitazione dei lavoratori vittime di infortuni.

Visite mediche Il medico competente potrà verificare l’idoneità del lavoratore alla mansione anche prima dell’assunzione.

Sanzioni Per la sospensione dell’impresa il parametro della “reiterazione” viene sostituito con quello delle “plurime violazioni”. L’organismo di vigilanza perde qualsiasi discrezionalità nell’appliazione della norma. Per le microimprese con un solo dipendente diventa possibile applicare unicamente le sanzioni odinarie, senza obbligo di chiusura. La “prescrizione obbligatoria” viene estesa ai reati puniti con la sola ammenda o con la sanzione pecuniaria amministrativa. La sanzione penale varrà solo per la violazione di disposizioni sostanziali e non di quelle formali. L’entità delle sanzioni pecuniarie aumenta del 50% rispetto al decreto legislativo 626 del 1994. Per l’omessa valutazione del rischio nelle aziende a rischio incidente rilevante vale solo l’arresto e non l’ammenda.

Read Full Post »

LA REPUBBLICA

di Alessandra Retico
Trasforma i tetti in impianti fotovoltaici anche quelli vincolati dei centri storici

Piccolo mondo antico, però fotovoltaico. La vecchia tegola d’argilla, impastata nelle fornaci dalle mani degli artigiani, non sarà più solo italicamente pittoresca ma trasformerà il sole in energia elettrica. Buona e pulita. I tetti rimarranno belli, i borghi intatti, il patrimonio artistico salvo, il paesaggio autentico. L’idea è di un’azienda di Anagni, l’Area Industrie Ceramiche, che ha brevettato il suo progetto a livello internazionale. I coppi li fa lavorare in una bottega di Rovigo, materiali naturali e puri senza additivi, la forma è quella che conosciamo, l’aspetto lo stesso di sempre. È l’anima ad essere diversa: dentro vengono inglobati moduli di pannelli fotovoltaici che trattengono i raggi e li restituiscono in corrente. Tetti che scottano, e che potrebbero rivoluzionare il concetto di costruzione e intervento urbanistico nelle aree di pregio storico.

Le multinazionali dell’energia, italiane ed estere, sono interessate. La tegola è una soluzione semplice che farebbe saltare molti ostacoli normativi: non più corpi estranei ma integrati al panorama. Le ordinazioni sono già partite (Francia, Grecia, Svizzera), in Toscana e Umbria ci sono già case e ville che hanno fatto il salto. Un mercato in evoluzione, ma già molto florido in Italia quello del fotovoltaico: le aziende coinvolte sono tra le poche che in questo periodo di crisi hanno utili più che importanti. Secondo uno studio McKinsey il nostro paese insieme alla California è il più vicino al raggiungimento della cosiddetta “grid parity”, cioè la parità di costo per l’utente tra energia prodotta da fonti tradizionali e quella prodotta da fotovoltaico. Tra il 2012 e il 2015 si prevede che da noi e sulla West Coast l’energia solare potrà costare come quella tradizionale senza avere più bisogno di incentivi statali.

Nel 2008 il giro d’affari dell’industria fotovoltaica italiana è stato di circa 800 milioni di euro con una crescita del 500% e, per il 2009, si prevede l’installazione di ulteriori 250 megawatt, con un fatturato di un miliardo e 250 milioni di euro. L’Italia, con una crescita stimata del 119% all’anno, è considerata un paese con grandi potenzialità. Se non ci fossero alcune difficoltà: di allacciamento alla rete e di procedure amministrative, tra le quali i vincoli delle sovrintendenze artistiche. Ed è qui che arriva la tegola: non sfregia il panorama come un pannello, rispetta il contesto ambientale, recupera le competenze artigianali rinnovandole da dentro. Ogni pezzo riduce di circa 6,5 chilogrammi le emissioni di anidride carbonica: un tetto di misura media per il consumo di una famiglia (circa 3.000 kWh all’anno), costa 25 mila euro compresa l’installazione. Spesa compensata dal doppio risultato: oltre alla fonte energetica, uno ci guadagna anche un tetto. Manutenzione facile, si possono sostituire i pezzi danneggiati, oppure passare da una tipologia a un’altra (per esempio, da un pannello da 8 Wp ad uno da 12 Wp) e quando il tempo passa e il futuro arriva, sostituirli con modelli più avanzati. Si potrà comprare dall’artigiano, o dal produttore di energia: tegola di convergenza tra tradizione e futuro, argilla elettrica. Sting ci ha costruito il tetto della sua villa in Toscana, chissà se sotto la doccia (calda) canta O Sole mio.

27 marzo 2009

Read Full Post »

LA CROCIERA IN PARTENZA DOMANI DA CIVITAVECCHIA

Sportivi e cantanti in Terra Santa in previsione del viaggio del Papa. L’idea di «Famiglia Cristiana»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

Amedeo Minghi canterà a Gerusalemme (Ap)
Amedeo Minghi canterà a Gerusalemme (Ap)

GERUSALEMME – Salpano domani da Civitavecchia, dove San Paolo sbarcò e andò incontro al martirio. Millecinquecento pellegrini, destinazione Gerusalemme. A ritroso, sulle orme che l’apostolo lasciò duemila anni fa. In anticipo, sulla strada che Benedetto XVI percorrerà tra poco più d’un mese.

Gente comune e vip. Preti e laici. Una spedizione in Terrasanta, una barca di canti e di preghiere. Quando l’invito è stato lanciato, dicono gli organizzatori, le risposte sono state sorprendenti. E alla fine, sulla nave «Msc Poesia», hanno deciso d’imbarcarsi anche personaggi dello sport come Francesco Moser, della tv come Bruno Pizzul e don Antonio Mazzi, della canzone come Amedeo Minghi.

L’ORGANIZZATORE – «Sappiamo tutti che il viaggio del Papa non si prospetta semplice – dice don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana e ideatore del pellegrinaggio, che una volta portò a Lourdes perfino il cantante Ron -. E’ importante che arrivino gruppi come questo, messaggeri di convivenza e per la pacificazione. Questo è l’Anno Paolino, noi siamo paolini, se San Paolo fosse nato oggi, avrebbe fatto il giornalista o il comunicatore. Non c’è da stupirsi che vengano con noi anche uomini di comunicazione». Nazareth e Cana, Efeso e Corinto, tutte le tappe della navigazione e della predicazione. Sul ponte, a Pizzul e a Moser toccherà parlare della solidarietà e del rispetto nello sport. A Minghi, raccontare l’incontro con la religione che lo portò a scrivere una canzone su Giovanni Paolo II, «Un uomo venuto da lontano», fino a eseguirla davanti al Pontefice: «Nel 2000 scrissi un altro brano, ‘Gerusalemme’, che avrei voluto cantare sotto le mura della città assieme a un’israeliana e a un arabo. Non ho mai potuto farlo. Dopo nove anni, questo sogno si realizza».

MUSICA A BETLEMME – Minghi canterà a Betlemme, con Hakeem Abu Haleela e Maria Dangell, «un testo che ho voluto venisse letto e approvato da musulmani, cristiani, ebrei: Gerusalemme è la città di tutte le religioni, la madre di tutte le madri, non solo il luogo delle tensioni e degli attentati. E’ un viaggio dentro di noi che chiunque dovrebbe fare, almeno una volta nella vita». E le polemiche in Israele contro i cantanti ebrei, come Noa, che hanno deciso d’esibirsi assieme ad artisti palestinesi? «Gli attacchi fanno parte del gioco. Non possiamo immaginare d’esibirci senza suscitare qualche critica. Ma noi non arriviamo per parlare di questo, né per discutere del Papa e dell’Olocausto. Il nostro è un itinerario spirituale che non ha nulla a che fare con queste o altre bassezze».

IN TERRA SANTA – Lo sbarco dei millecinquecento, prima nave da crociera italiana che arriva in Israele dalla fine dell’intifada, sarà accompagnato dai pensieri d’un biblista che ha vissuto a lungo in Terrasanta, don Romano Matrone. Dice don Mazzi, che in nave s’occuperà della catechesi per le famiglie: «Vogliamo raccontare il fascino di San Paolo. La sua rocambolesca conversione. Il suo viaggio, lo fece duemila anni fa. Ma le sue Lettere, sulla legge che schiavizza e sull’amore che ci libera, sulla piazza e sul martirio, ci parlano ancora oggi».

Francesco Battistini
26 marzo 2009

Read Full Post »

Older Posts »