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Archive for aprile 2009

Bastano venti giorni di terapia all’anno per ridurre del 50 per cento il rischio di ricaduta

Scansione elettronica delle lesioni da sclerosi multipla (Grazia Neri)

MILANO – Registrata come farmaco per combattere le leucemie, la cladribina funziona anche contro la sclerosi multipla: i ricercatori inglesi, che l’hanno sperimentata sui pazienti, dicono che riduce rischio di ricaduta e la progressione della malattia «dramatically». Noi traduciamo «in maniera significativa»: parlando con i numeri, questa riduzione è superiore al 50 per cento. Non solo, ma la cladribina sarebbe il primo farmaco anti-sclerosi somministrabile sotto forma di pastiglie, mentre tutti gli altri sono endovena. La ricerca, presentata a Seattle in occasione dell’American Academy of Neurology, ha coinvolto 1.300 pazienti con sclerosi multipla, una malattia neurologica invalidante che distrugge la mielina (una sostanza che avvolge e protegge le fibre nervose) e provoca una progressiva alterazione della vista, del controllo muscolare, della memoria. Di solito si manifesta in età giovanile.

AZIONE IMMUNOSOPPRESSIVA – Lo studio prevedeva che un gruppo di pazienti seguisse o due o quattro cicli di terapia durante l’anno (ogni ciclo prevedeva la somministrazione di una compressa di cladribina al giorno per quattro o cinque giorni, in totale dunque circa venti giorni di terapia all’anno), mentre un altro gruppo veniva trattato con placebo. Dopo due anni, il gruppo in cura con il farmaco presentava una riduzione delle ricadute del 55 per cento e un peggioramento dei sintomi ridotto del 30 per cento. Secondo gli esperti l’effetto del farmaco è legato alla sua azione immunosoppressiva: la malattia, infatti, è provocata da una reazione del sistema immune dell’organismo che produce anticopri anti-mielina. «I nostri risultati – ha commentato il responsabile della ricerca, Gavin Giovannoni del Queen Mary, University of London – potrebbero davvero rivoluzionare la cura della sclerosi multipla, una malattia molto debilitante per la quale, al momento, le opzioni terapeutiche sono limitate. Poter disporre di un trattamento orale efficace può migliorare molto la qualità di vita di questi pazienti».

L’AGGIUNTA DI CORTISONICI – Sempre a Seattle e sempre a proposito di terapia della sclerosi multipla, un altro gruppo di ricercatori danesi della Copenhagen University ha presentato alcuni dati che dimostrano come l’aggiunta di un cortisonico (il metilprednisolone) a somministrazione pulsatile (tre dosi ogni tre giorni in un mese) alla classica terapia settimanale con interferone -1- a, riduca del 38 per cento le ricadute nelle forme recidivanti-remittenti. In questo caso i pazienti studiati sono stati oltre trecento e sono stati seguiti (anche con esami di risonanza magnetica) per tre anni. «Il cortisone – ha commentato Mads Ravnborg del Danish Multiple sclerosi Research Center danese – che di solito viene usato nelle fasi acute di malattia, agisce in sinergia con l’interferone e ha un effetto benefico sull’andamento della malattia».

Adriana Bazzi 30 aprile 2009

il corriere della sera

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http://www.meteoweb.it/Febbre suina o influenza messicana? Il nome conta poco, fatto sta che quello che sembra essere destinato a divenire il nuovo caso pandemico di questi anni sta dando origine a molte discussioni. Il presidente di Farmindustria, Sergio Dompe’, ha piu’ volte ribadito che nel giro di tre o quattro mesi saranno pronti i vaccini specifici per la nuova influenza che spaventa il mondo. Quattro le case farmaceutiche in gioco: la francese Sanofi-Aventis, la Roche, la Glaxo e la Novartis. E proprio riguardo a eventuali interessi economici da parte dell’industria farmaceutica, il presidente di Farmindustria aveva messo le mani avanti: “L’atteggiamento delle aziende farmaceutiche anche per il caso dell’influenza aviaria e’ stato improntato alla necessaria cautela. Ai tempi sono stati predisposti rifornimenti per coprire circa quattro milioni di cittadini con antivirali, che oggi rappresentano una risposta equilibrata ad una minaccia che va tenuta sotto controllo, ma che tutti ci auguriamo si traduca in una minaccia mancata”. Ma sorge un dubbio che, come la stessa influenza, ha origine in Messico. Un comunicato dello scorso 9 marzo diffuso proprio dalla Sanofi-Aventis informava che nella stessa data era stato raggiunto un importante accordo con le autorita’ messicane “per la realizzazione in Messico di un impianto da 100 milioni di euro destinato alla produzione di vaccini antinfluenzali”. Coincidenza che lascia quantomeno spazio a interrogatvi. L’annuncio era stato dato nel corso di una cerimonia alla presenza di Felipe Calderon, presidente del Messico, e Nicolas Sarkozy, presidente della Francia, che si trovava a Mexico City per una visita di Stato. “L’impianto sara’ realizzato e gestito da Sanofi Pasteur, la divisione vaccinale del Gruppo Sanofi-Aventis, rappresentato alla cerimonia dal suo direttore generale Chris Viehbacher”, si legge nel comunicato. Praticamente la Sanofi-Aventis faceva un patto con le autorita’ messicane per investire 100 milioni di euro in uno stabilimento che avrebbe dovuto realizzare vaccini antinfluenzali appena due settimane prima dello scoppio dell’influenza che ha causato la morte di otto persone nel paese piu’ a Sud dell’America Settentrionale. “Realizzando questo nuovo impianto, Sanofi-Aventis e’ orgogliosa di poter contribuire a consolidare l’infrastruttura sanitaria messicana ed e’ ansiosa di sostenere l’esemplare impegno del Messico per la salute pubblica tramite l’immunizzazione antinfluenzale e la preparazione a possibili pandemie”, aveva inoltre precisato Viehbacher. Ma in merito alle relazioni tra le acquisizioni della multinazionale francese in Messico “la posizione di Sanofi-Aventis – dichiara al VELINO il direttore comunicazione e relazioni istituzionali Angelo Zanibelli – e’ quella di non commentare fanta-politica o fanta-economia”. Nel comunicato del 9 marzo si legge: “Lo stabilimento portera’ benefici alla salute pubblica nel Messico e nell’intera regione latino-americana, nel contesto della preparazione a pandemie influenzali”. Si parlava proprio di pandemia influenzale, insomma. Quello che viene da domandarsi e’ se “qualcuno” gia’ sapesse cosa stava per bollire in pentola. E se il coperchio si sia alzato in tempi piu’ rapidi di quelli previsti. (Velino)

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I RAGAZZI E I SILENZI DEGLI ADULTI

I nostri figli senza maestri

di Isabella Bossi Fedrigotti

il corriere della sera

Della politica, di ogni suo minimo sussulto, controversia o screzio, si discute per giorni, si ragiona, si polemizza. Dei giovani e giovanissimi, dei loro problemi, dei loro allarmi, della loro violenza, dei terrificanti crimini che riescono a commettere quando ancora, almeno in teoria, devono rispettare l’orario di rientro dettato dai genitori, dopo un momentaneo commento incredulo e sbigottito, si tende, invece, a tacere. E così gli accoltellamenti, le rapine, le aggressioni, gli stupri di gruppo, gli assassini per opera di adolescenti o poco più transitano veloci, giorno dopo giorno, negli spazi delle cronache nere senza che ci prendiamo la briga di riflettere davvero su cosa sta succedendo nella nostra società. Di loro, dei ragazzi, quando li arrestano, si coglie per lo più la freddezza e l’indifferenza, non solo per le vittime ma anche per i propri cari e il proprio destino, quasi che qualsiasi cosa—compreso il carcere — fosse preferibile all’insopportabile noia che li affligge. E sembra specchiarsi, quest’indifferenza, nel loro abbigliamento, sempre uguale, jeans, scarpe sportive e felpa, del tutto indifferente a diversi luoghi e occasioni: casa, scuola, lavoro, pub, sport oppure discoteca.

Vanno e rubano, vanno e accoltellano, vanno e dan fuoco a un barbone, vanno e uccidono un compagno di scorribande, quasi sempre in gruppo, per farsi forza, naturalmente, perché da soli forse non oserebbero; e noi ce la sbrighiamo parlando di «fenomeno delle baby gang», come se il termine straniero minimizzasse la tragicità dei fatti. Ma da dove vengono e chi sono questi alieni crudeli e indifferenti? Da case normali per lo più; anche dal degrado, dalla miseria e dall’emarginazione, ma altrettanto, da case belle, quartieri buoni e famiglie per bene. Potrebbero essere figli di tutti noi, incappati per insicurezza, per solitudine, per noia nell’amico più forte, nel gruppo sbagliato; e si sa che il gruppo ormai conta più della famiglia, per il semplice fatto che la famiglia, nonostante il gran parlare che se ne fa, è oggi più debole che mai. Oltre a essere spesso dimezzata, per cui i ragazzi sono privi della costante ed equilibrante presenza di entrambi i genitori, non è più come un tempo affiancata e sostenuta nel suo magistero dagli insegnanti e da altre figure di educatori come, per esempio, i parroci, per ragioni che a volte risalgono paradossalmente proprio alla famiglia.

Se, infatti, padri e madri—come spesso succede — prendono sistematicamente le parti dei figli contro maestri e professori, è difficile che si crei quell’alleanza di intenti preziosa per l’educazione. E rinunciare a qualsiasi forma di istruzione religiosa è, ovviamente, una scelta rispettabilissima che però priva la famiglia di un supporto non indifferente. Moltissimi sono naturalmente i padri e le madri forti abbastanza per farcela da soli a insegnare ai figli cos’è bene e cos’è male, ma molti sono anche quelli che, invece, non ce la fanno. Ma c’è dell’altro, ed è la profondissima infelicità dei giovani. Perché è certo che sono infelici, lo gridano dietro i loro indecifrabili silenzi, che non sempre riflettono soltanto il comodo, rilassante oppure stanco silenzio degli adulti. È un’infelicità chiusa e senza desideri, peraltro, secondo il geniale titolo del romanzo di Peter Handke, perché non può esserci desiderio dove non c’è speranza.

Ecco, quel che atterra i nostri figli, quel che toglie loro qualsiasi energia positiva, quel che li rende tetri e annoiati e, dunque, disponibili alle trasgressioni più atroci, è la mancanza di speranze condivise. Speranze che molto prima di essere di natura economica sono di natura ideale, nutrimento e carburante indispensabile per i giovani. Anche per noi adulti, ovviamente, perché l’uomo non può vivere senza aspettarsi per domani una sia pur minuscola luce, ma in modo molto meno assoluto e radicale, perché abbiamo ormai imparato bene a difenderci dal vuoto. Speranze —condivise — che una volta riguardavano la politica, per esempio, oppure la religione o la cultura e che adesso, mediamente, s’innalzano fino ai successi della squadra di calcio del cuore o al sogno di finire in tv oppure alla conquista di un certo tipo di abbigliamento firmato e uniforme. Poveri ragazzi, viene da dire, però è questo il piatto che abbiamo preparato per loro, gli esempi che abbiamo fornito, i modelli che abbiamo fabbricato. Ed è un serpente che si morde la coda perché se famiglia, scuola e istituzioni varie oggi si rivelano così deboli, così inascoltate e incapaci di educare è anche perché per prime sembrano aver smarrito nel tempo le ragioni forti del loro essere. I maestri, insomma, i tanto invocati maestri grandemente scarseggiano perché non credono più al loro magistero.

30 aprile 2009

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https://i1.wp.com/www.meteoweb.it/images/mammauno.jpg

Barbara Matera, nata a Lucera (Foggia) il 9 dicembre 1981, ha fatto l’annunciatrice e l’attrice. Laureata in Scienze della formazione primaria alla Sapienza di Roma, è stata pre-finalista alle selezioni per Miss Italia 2000 in Puglia. Ha esordito in tv come valletta a «Mai dire Domenica» e a «Chiambretti c’è». Dal 2003 al 2007 è stata annunciatrice per Raiuno. Compare nel film «Ma che colpa abbiamo noi», con Carlo Verdone e nel 2007 su Raiuno nella miniserie «La terza verità». Nello stesso anno ha una parte nella settima stagione della serie «Carabinieri» ed è protagonista di una puntata della serie «Don Matteo 6». Nel 2009 è tra gli interpreti del film tv di Antonello Grimaldi «Due mamme di troppo» (Lapresse)

https://i2.wp.com/www.meteoweb.it/images/mammatre.jpgLara Comi, nata a Garbagnate Milanese il 18 febbraio 1983 e residente a Saronno. Si è laureata in Economia e management delle imprese alla Cattolica di Milano con una tesi su «Popolazione e forze lavoro» e ha conseguito la laurea specialistica alla Bocconi con una tesi su «L’organizzazione di una società calcistica: il caso A.C. Milan». È stata portavoce locale di Forza Italia, assistente della Gelmini (allora deputata) e dal 2005 coordinatore di Forza Italia giovani Lombardia

https://i2.wp.com/www.meteoweb.it/images/mamma2.jpgLicia Ronzulli, classe 1975, infermiera caposala e assistente di sala operatoria all’istituto ortopedico Galeazzi di Milano. Opera nel volontariato, con un’equipe chirurgica che cura i bambini malformati del Bangladesh. Berlusconi l’ha conosciuta durante la riabilitazione dopo un lifting: la Ronzulli gli faceva dei massaggi al viso post-operatori (da Azzurrisenigallia.splinder.com)

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Effetti collaterali: il contagio della paura è la peggiore influenza

Pubblicato da peppecaridi su 29, Aprile, 2009

https://i2.wp.com/www.meteoweb.it/images/Suinoo.jpghttp://www.ilgiornale.it/ – di Geminello Alvi – Le foto di quelle ragazzone messicane, in giro per strade ormai più simili a certe corsie d’ospedali dove si gira soltanto con la bocca coperta, sono già un contagio. Aggiungono il fastidio dell’ansia al respiro di ognuno: l’aria si contrae nel cuore in un timore, che prima svanisce. E però poi si ripete, torna identico a quello che i terremoti, la crisi dell’economia, le cattive notizie dei giornali, al solo sfogliarli, ogni giorno risuscitano. In effetti se l’influenza suina sia o no così temibile è un altro discorso, riguardo al quale è ovvio il dovere di essere ottimisti. Ma le paure, loro non ragionano mai, e invece si respirano, e via via, sommandosi, rodono la pellicola sottile di pensieri consueti in cui si vive. Proprio come la sorpresa dell’amico che alla partita ti bofonchia che non ha più un lavoro, i terremoti, i barconi di disperati in tv, gli stupri, la colpa che addirittura fa suicidare i banchieri, e il resto. Di tutto continuamente ormai patiamo già l’influenza; e adesso pure della pandemia, che di questi guai sarebbe il più potente, giacché appunto attiene all’aria.
L’aria è il nesso sociale più fisiologico che ci attraversi: è di tutti, è una vita comune invisibile per quant’è ovvia, ma che respirando ci tesse cogli altri, siano cari o sconosciuti. E in un’epidemia proprio quest’aria si ammala, con esiti sociali perciò terribili. Come già risultò dai resoconti di uno di quei medici svizzeri che poco dopo la prima guerra mondiale arrivò nella desolata stazione di un paese spagnolo falcidiato dall’influenza suina. Mentre il treno rallentando cigolava, gli parvero prima da lontano tramezzi di quercia, di quelli sui quali si appoggiano le rotaie. E invece erano file di bare e tra loro le donne, che si disperavano. Una di loro, giovane, aveva le palpebre di quel colore viola che l’infezione lasciava. E inveiva contro il cielo, puntando il dito su una bara aperta dalla quale uscivano i capelli sottili di un vecchio. Ma, forse pentita dalla eccessiva vicinanza, poi iniziò a sputare; al contempo però si segnava pregando. La tirarono via. Ma, come nelle trincee dove già erano morti di influenza spagnola, a decine di migliaia, i soldati americani, il terrore era lo stesso. L’aria era divenuta infida. Per la paura si respirava atterriti, non volendolo, persino vicino alla bara di un padre o di un figlio morti, dunque infetti. Dalle fiere suine americane dove il virus era mutato, fino ai porti atlantici di Francia e Spagna, l’aria era evoluta a tramite di incubi.
Come si sa l’epidemia costò decine di milioni di morti mentre i becchini moltiplicavano i prezzi, e persino le messe divennero sommarie, le chiese vuote. Fretta e terrore spesso prevalsero sul dolore; e il vuoto di questo restare soli, sospese le regole della più elementare umanità, dissolse la vita consueta. Certo ora non può dirsi che sia già questa oggi la nostra aria. Ma per quanto ci si fidi della scienza, come non pensare che tutte le ansie che respiriamo ogni giorno non siano il vero contagio? In altri termini, come non ripensare agli antichi che vedevano nelle loro epidemie dei plurali incubi morali, incarnati fino a rovinare l’aria, e la vita? E in effetti persino l’evento che iniziò purtroppo il mondo moderno, la Rivoluzione francese, non fu preceduta nelle campagne da quella che gli storici chiamano la Grande Paura? L’anima umana è ben più complicata di quanto le rassicurazioni dei materialisti pretendano, e persino l’aria.

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GLI UCCELLI, LA VACCA E IL MAIALE

28, Aprile, 2009

Davide GIACALONE – http://www.libero.it

Un’epidemia s’aggira per il mondo: la moda delle epidemie. Ogni volta che un allarme si diffonde, su scala planetaria, l’attenzione di tutti si volge verso le organizzazioni sanitarie, le quali tranquillizzano il pubblico confermando la disponibilità di grandi scorte di farmaci, opportunamente rinfoltite per far fronte ad ogni peggiore evenienza. Ciò significa che le epidemie sono anche occasione per grandi affari. Passata qualche settimana, consumate le comparsate televisive dei presunti esperti, si vive e si muore esattamente come prima. Non essendo medico, ed essendo io stesso felice del fatto che, in caso di bisogno, potrò comprare quel che serve, spero che, anche questa volta, le cose vadano secondo il noto copione. La cosa migliore di una disgrazia, insomma, è che non capiti. L’impressione che qualcuno ci marci, però, è sgradevole. Il fastidio cresce, inoltre, quando si sentono dire cose poco sensate, oltre che ripetitive. Capita, insomma, che ci si sieda davanti al telegiornale, prima di cena, e si senta dire che l’epidemia si diffonde, il numero dei morti cresce, ed i casi non sono più limitati alla zona d’origine, ma dei contagi ci sono già stati a New York. Primo avviso: non andate in Messico, e neanche negli Stati Uniti, “se non è indispensabile”. Facile. Ma mica tanto, visto che il mondo s’è fatto piccolo e capita d’incontrare persone appena sbarcate. Poi ti dicono che un caso c’è già a Madrid, e dato che sono passate poche ore dall’inizio, ne deduci che l’epidemia viaggia a velocità inquietante. Secondo avviso cautelare: non frequentate luoghi affollati. In che senso? A parte il bagno di casa propria, la gran parte dei posti dove si passa la giornata sono affollati. Posso non andare al cinema, ma come faccio a non prendere l’autobus? Siccome lo spettacolo ha le sue regole, ecco che cominciano a girare immagini suggestive, c ome quei due che si baciano indossando la mascherina. Non oso immaginare come s’è poi evoluta la loro serata. Non viaggiare, non frequentarsi, non baciarsi. Accidenti, siamo proprio nei guai. Ed è il momento delle dichiarazioni ufficiali. Il presidente Obama segue personalmente la situazione, e, forse, vorrà dire che misura la febbre alle figlie. L’influenza dei maiali è “causa di preoccupazione” per l’America, ma “non c’è ragione d’allarme”. Decidetevi: ci dobbiamo preoccupare o no? In Italia le autorità rispondono: no. Bene, grazie, ma, allora, di che stiamo parlando? Il giorno successivo, fortunatamente sopravvissuti ed ancora dotati d’appetito, prima della cena ci si rimette davanti allo stesso telegiornale. Apertura dedicata all’epidemia, sempre più micidiale. Mentre scrivo i morti sono 150. Tantissimi. Allora ci stanno raccontando balle, provano ad acquietarci e, invece stiamo viaggiando verso la catastrofe? Calma, i numeri sono belli perché precisi, ma non significano niente se non paragonati ad altri numeri. Occorrerebbe sapere quante persone muoiono, mediamente, e senza il contributo dei maiali, in quelle stesse zone, ogni giorno, e sarebbe bene dire quante ne muoiono quando arriva l’influenza. Il dato interessante non è il numero assoluto, ma lo scostamento dalla media. Se questo non è significativo, allora s’è solo scoperto che alcuni di quelli che s’ammalano passano poi al regno dei cieli. Roba sofisticata, insomma, nota fin dalla notte dei tempi. La paura, però, è difficile da contenere, quindi cerchiamo altre informazioni. Così scopriamo che, nelle nostre farmacie, ci sono almeno un paio di antivirali perfettamente in grado di non farti fare la fine del suino. Ciò significa che se quando ti viene la febbre vai da un medico, anziché a ballare, anche questa volta salverai la pellaccia. Non solo, ma potrai anche baciare senza usare precauzioni, sempre che altro non t’induca a desistere. Cribbio, ma detta così sembra la cosa più normale del mondo, ragion per la quale ci si fa sospettosi e l’occhio cade su una delle ultime notizie in circolazione: per ora bastano gli antivirali, ma potrà prepararsi il vaccino, benché il processo sia lungo e costoso. Alt, e no, questo è troppo. Mia nonna diceva: non approfittate di noi, che siam povera gente. Negli ultimi mesi abbiamo superato l’influenza degli uccelli e la pazzia della vacca. Ora ce la vediamo con i maiali. Mi fermo qui, questa sera rinuncio al telegiornale e riprendo in mano Boccaccio . La zuppa è, più o meno, quella, ma assai più divertente.

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L’associazione ambientalista: “Nell’arco di due decenni per quattro volte
si è corso il rischio di pandemia. Bisogna intervenire prima che si scateni la malattia”

“Allevamenti intensivi incubatori di virus”
la denuncia di Legambiente e veterinari

di ANTONIO CIANCIULLO

"Allevamenti intensivi incubatori di virus" la denuncia di Legambiente e veterinari

ROMA – “Eliminare le condizioni che trasformano gli allevamenti intensivi in bombe biologiche a orologeria”. E’ secca la denuncia che viene da Legambiente e poggia su una casistica che comincia a diventare imbarazzante per chi ha la responsabilità di garantire la salute pubblica: nell’arco di un paio di decenni per ben quattro volte si è corso il rischio di una pandemia.

Prima la Bse, un morbo prodotto dalla decisione di abbattere i costi della produzione dei bovini rinunciando a regole di buon senso elementare come l’alimentazione vegetariana delle mucche e le alte temperature nei processi di macellazione. Qualche anno dopo è arrivata la Sars, la polmonite atipica scoppiata in Cina e legata al contatto con gli animali destinati alla nostra tavola. Poi è stato il turno dell’aviaria, prodotta dalla vicinanza con l’allevamento intensivo dei polli. Ora tocca ai maiali: e questa volta le modalità di contagio sono molto più insidiose perché il virus si trasmette da uomo a uomo con una rapidità allarmante.

“La somministrazione forzata di cibo, la spaventosa concentrazione di nitrati difficilmente smaltibili, l’uso smodato di medicinali e antibiotici per permettere agli animali di sopravvivere ammassati in condizioni spaventose creano un ambiente ad altissimo rischio”, spiega Francesco Ferrante, responsabile agricoltura di Legambiente. “Già negli anni ’90, la Comunità europea aveva tentato di porre rimedio a questo stato di cose ma la direttiva nitrati del 1991, come la successiva direttiva sul benessere animale e la messa la bando delle gabbie per le galline ovaiole, non hanno trovato applicazione effettiva: in Italia non si riesce neppure a far rispettare la regolamentazione sui nitrati che continuano a inquinare terreni e falde acquifere”.

Secondo Enrico Moriconi, presidente dell’Asvep, l’associazione culturale veterinaria di salute pubblica, il virus attuale è parente stretto di quello dell’aviaria, che a sua volta ha un legame con la “spagnola”, l’influenza che uccise cento milioni di persone dopo la prima guerra mondiale. Naturalmente bisogna tener conto del fatto che gli effetti di un’epidemia dipendono anche dallo stato immunitario e di salute della popolazione: nei Paesi ricchi le condizioni di base non sono confrontabili con quelle della popolazione che usciva dal conflitto del ’15 – ’18.

“I suini sono sensibili sia ai virus influenzali umani sia a quelli aviari: mettiamoli in allevamenti intensivi e otteniamo le condizioni ideali per permettere ai virus di allenarsi, evolvendosi fino ad arrivare, mutazione dopo mutazione, al salto di specie tra animale e uomo”, afferma Moriconi. “Purtroppo la certificazione della catena alimentare, che permette di ridurre il rischio identificando gli stabilimenti di provenienza di ogni bistecca, finora è scattata solo per le carni bovini e avicole. Cioè solo dopo il rischio pandemia”.

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