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Archive for settembre 2009

il voto in germania

Una lezione per l’Italia

Avevamo capito da pa­recchio tempo che la maggioranza dei tede­schi voleva essere go­vernata, per una seconda legi­slatura, da Angela Merkel. Ma la Germania, purtroppo, si è ita­lianizzata. Ha smesso di essere tendenzialmente bipolare per diventare pentapolare, e produ­ce così risultati elettorali che contengono in sé, teoricamen­te, quattro o cinque coalizioni possibili. Avremo probabilmen­te, come era nelle speranze del cancelliere, un governo compo­sto da cristiano-democratici e liberali. Ma il vecchio consenso tedesco, fondato sull’alternan­za tra forze politiche altrettanto responsabili e affidabili, si è in­crinato. La Repubblica federale è meno stabile e prevedibile og­gi di quanto fosse nel 2002, quando i due maggiori partiti (come ha ricordato Roberto D’Alimonte sul Sole 24 ore di ie­ri) avevano il 77% dei voti e l’83% dei seggi, o addirittura ne­gli anni Settanta, quando aveva­no il 90% degli uni e degli altri.

Vi è un altro aspetto di que­ste elezioni, tuttavia, a cui do­vremmo guardare con invidia. Nel corso della loro campagna elettorale Merkel e Frank-Wal­ter Steinmeier hanno evitato di esasperare le loro differenze e di proporsi al Paese come scel­te radicalmente diverse. Sappia­mo che Steinmeier desiderava la continuazione della Grosse Koalition e che Merkel preferi­va un governo con i liberali in cui sarebbe stata più «domina» di quanto sia stata negli ultimi quattro anni. Ma ciò che ha maggiormente colpito nelle scorse settimane è l’assenza di aggressività, di battibecchi, di scontri frontali, di accuse reci­proche. Questa non è soltanto buona educazione. I due leader hanno responsabilità di gover­no, hanno affrontato insieme tutti i maggiori problemi degli ultimi anni, potrebbero lavora­re insieme in futuro e sanno so­prattutto che la grande recessio­ne ha ulteriormente ristretto la libertà di azione di un governo nazionale.

Quando fece campagna per il suo primo mandato Merkel aveva un progetto liberista. Avrebbe voluto diminuire le tas­se, ridurre l’intervento dello Stato nell’economia ed essere ancora più coraggiosamente ri­formista del suo predecessore. È stata invece prudente, prag­matica e, quando la crisi ha col­pito le banche e le industrie, non meno interventista, pro­porzionalmente, del governo la­burista di Gordon Brown. An­che se provengono da famiglie politiche diverse Merkel e Stein­meier sanno che si governa sol­tanto tenendo d’occhio il cen­tro del Paese e che il centro è ovunque un amalgama contrad­dittorio di spiriti liberali e inte­ressi corporativi, aspirazioni ri­formatrici e riflessi conservato­ri. È inutile e pericoloso fare promesse che non verranno mantenute o dipingere come una minaccia nazionale l’avver­sario con cui prima o dopo biso­gnerà mettersi d’accordo. È inu­tile creare un clima di contrasti insanabili quando occorrono anzitutto collaborazione e con­senso. Sotto questo profilo le elezioni tedesche contengono, indipendentemente dal loro ri­sultato finale, un messaggio per l’Italia dove accade da qual­che anno esattamente il contra­rio. I risultati piaceranno al Pdl e spiaceranno al Pd, ma lo stile della campagna elettorale con­tiene una lezione per entrambi.

Sergio Romano
28 settembre 2009

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– Le stelle sono buchi nel cielo da cui filtra la luce dell’infinito.


un omaggio a Confucio nel giorno della sua nascita 28 settembre 551

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SCUOLA, LA VERA EMERGENZA

Su quei banchi ci siamo tutti

Da anni l’istruzio­ne è il cuore malato dell’Ita­lia inferma. È lo specchio del nostro de­clino. Siamo agli ultimi posti nella classifica dei rendimenti scolastici, il che vuol dire che i giova­ni italiani sanno far di conto, scrivere e capire un testo peggio di quasi tutti i loro colleghi non italiani, mentre i due grandi punti di forza del­la nostra tradizione scola­stica, la scuola elementa­re e il liceo, sono ormai solo la pallida ombra di ciò che furono. Sul ver­sante finale, le nostre mi­gliori università, gestite troppo a lungo dal pote­re arbitrario di chi vi in­segna, e soffocate da pro­blemi di ogni tipo, fanno una ben misera figura ri­spetto alle migliori stra­niere.

È vero: da decenni la quota di spesa pubblica destinata all’istruzione è troppo bassa; ma atten­zione: specie per quel che riguarda l’istruzione primaria e secondaria es­sa non è poi così catastro­ficamente bassa rispetto alla media europea. Guardando le cose nei lo­ro termini più generali, il problema centrale del nostro sistema d’istruzio­ne appare soprattutto un altro. È il fatto che l’ambi­to della scuola e dell’uni­versità è quello dove da circa mezzo secolo si ma­nifestano con particola­re virulenza tre aspetti critici della nostra vita collettiva: il potere sinda­cale, il timore sempre in agguato per l’ordine pub­blico (comune a tutti i partiti e a tutti i governi), e infine la diffusione, nel­la scuola e fuori, di un senso comune cultural­mente ostile alla dimen­sione del merito, del do­vere, della disciplina, del­la selezione. I lettori san­no di cosa parlo. La scuo­la è rimasta un settore dove i sindacati e le loro logiche corporative han­no in buona parte anco­ra oggi un virtuale dirit­to di veto su qualunque decisione non solo di ti­po organizzativo (circa le carriere e le assunzio­ni del personale), ma an­che sui programmi e in generale sulla didattica. Egualmente, basta la più piccola minoranza stu­dentesca che organizzi un corteo o un sit-in per­ché il mondo politico sia attraversato da un brivi­do di speranza o di pau­ra credendo di scorgere all’orizzonte una riedizio­ne del mitico Sessantot­to. E nel complesso, poi, guai a chiunque dica che nell’istruzione il permis­sivismo va messo al ban­do, che ogni apprendi­mento esige anche sacri­ficio, che non tutti alla fi­ne possono risultare ca­paci e meritevoli.

In queste condizioni fare il ministro dell’Istru­zione e dell’Università in Italia equivale a essere una specie di san Seba­stiano: bersagliato da ogni parte, schernito, vi­lipeso e mostrificato alla prima occasione, desti­nato quasi sempre a scontentare tutti. Da Gui alla Moratti, passando per De Mauro e Berlin­guer, è stato in pratica un vero e proprio marti­rologio politico, e anche l’anno scolastico che si apre in questi giorni mi­naccia come al solito tempesta sul capo del san Sebastiano di turno, il ministro Gelmini. Dal momento che scoccare frecce verso chi si trova legato al palo dell’istru­zione è facile, molto faci­le: e infatti nel corso de­gli ultimi decenni nessu­na forza politica si è sot­tratta alla tentazione di farlo ricavandone il mise­ro utile del caso.

Ernesto Galli Della Loggia
13 settembre 2009

corriere.it

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Caro Gervaso, per anni, in Italia e, forse, anche fuori, i più intoccabili degli intoccabili sono stati gli Agnelli, acominciare dall’avvocato Gianni, icona che, una volta congedatosi dal mondo, sarebbe dovuto diventare una reliquia. La cosa, grazie a Dio e alla verità, non è avvenuta.
Gli intoccabili non mi sono mai piaciuti. Roba da dittature finché il dittatore è in vita. Ora scopriamo, grazie a coraggiose inchieste, che la famiglia più venerata dagli italiani litiga sull’eredità, come i comuni mortali.
Eusebio Morando – Torino

Caro Morando, era ora che qualcuno sollevasse i veli dai fasti e dai nefasti di una dinastia che, il vecchio Giovanni Agnelli, Valletta, Marchionne a parte, non sempre è stata all’altezza dei suoi compiti, decisivi per le sorti del Paese. Non dico che l’abbia fatto intenzionalmente, ma l’ha fatto. Innanzitutto, mettendo troppo spesso lo Stato al proprio servizio. Prima facendogli costruire autostrade, quando c’era bisogno di ferrovie, poi con incentivi, contributi di ogni genere, rottamazioni. Non c’era richiesta del baobab torinese che non venisse accolta da una classe dirigente che non osava, e a cui forse non conveniva, dire di no. Io non so quanti miliardi a fondo perduto le nostre casse abbiano versato in quelle della Fiat. Quello che so, e chi li ha percepiti, lo sa meglio di me, è che sono stati tanti.
Io, di questa illustre prosapia, ho conosciuto parecchi campioni, a cominciare dal campionissimo, il senatore a vita Agnelli, definito sarcasticamente da Scalfari (e la cosa un po’ mi stupì) “l’avvocato alla panna montata”. Mai paragone fu più azzeccato perché Gianni, come lo chiamavano gli intimi, che non erano tanti, e i meno intimi, ch’erano legione, era qualcosa di evanescente. Molto bello, di una bellezza particolare, la bellezza di un gran signore e di un condottiero, tutto in lui era studiato e sembrava perfetto. Niente stonava nel suo abbigliamento e nel suo eloquio. Si sentiva un re e aveva il suo trono, ai cui piedi una moltitudine di turiferari agitava il flabello. Piaceva a tutti e, se a qualcuno non piaceva, si taceva. Il suo fascino doveva essere irresistibile: in qualunque ora del giorno e in ogni luogo. Se lui apriva bocca i presenti chiudevano la loro o la spalancavano in segno di approvazione e di ammirazione. Era il più oracolare degli oracoli. Non dettava solo la linea dell’economia, ma anche della moda. Se portava la cravatta sopra il pullover, tutti a portare la cravatta sopra il pullover. Se esibiva l’orologio sopra il polsino della camicia (foggia orrenda), tutti a esibire l’orologio sul polsino della camicia. Se dalla sua bocca usciva una battuta, tutti a ripeterla. E se qualcuno, ignaro della fonte, non la trovava spiritosa, veniva sommariamente liquidato come un provinciale. E, in fondo, era giusto perché l’Avvocato era un vero cosmopolita, aveva casa (anzi, case) ovunque e se pochi ne varcavano le soglie, molti avrebbero dato la vita per un suo “s’accomodi”.
Le donne spasimavano per lui. Un po’ perché era lui, un po’ perché era pieno di charme. Non approfondiva niente, ma parlava di tutto. Amava le frivolezze e i pettegolezzi e dicono che un suo direttore, particolarmente zelante e sensibile ai gusti del Capo, ogni mattina alle sette glieli servisse telefonicamente su una linea d’argento. Dormiva poco e si abbronzava molto e forse per questo sembrava più vecchio di quanto non fosse.
I salotti radical-chic se lo contendevano e una sua visita era un avvenimento. Se pochi godevano della sua intimità, molti godevano della sua fiducia. I più fedeli l’avrebbero seguito in capo al mondo, e lui se ne compiaceva, sentendosene al centro. Un giorno, all’inaugurazione della Fiera del libro di Torino, negli anni Ottanta, lo vidi arrivare (eravamo ammessi solo noi giornalisti) con un codazzo di suoi uomini, la fine fleur dei più altolocati e potenti sudditi. Lui, come il Duce, durante le visite ufficiali e nelle cerimonie solenni, li precedeva. A debita distanza essi lo seguivano come si segue un santo patrono o una Madonna pellegrina, un sovrano, un imperatore, un capo di Stato. Dopo un incidente stradale, soffriva di una regale claudicanza e, camminando, pencolava leggermente a destra o a sinistra. I suoi, perfettamente stabili sulle loro gambe, ne simulavano gli ondeggiamenti per mostrare la loro devozione anche in quella circostanza. Uno spettacolo che sarebbe piaciuto a Saint-Simon e avrebbe fatto sorridere il principe de Ligne.
Più che un uomo, Agnelli fu un simbolo, una bandiera, un gonfalone, con la Loren, Pavarotti, il marchio Ferrari, il prodotto italiano più esportato e esportabile. Noi, molti anni fa, quando il fratello si presentò nelle sciagurate liste democristiane come senatore (e fu eletto), avemmo l’alto, invidiato onore di conoscerlo e di stringergli la mano. Che non era solo quella dell’Avvocato per antonomasia, ma anche di un fresco Cavaliere del Lavoro. Mi è difficile descrivervi l’emozione. La mia mano di piccolo giornalista che stringeva quella di un grande monarca, con regge ovunque. Mi sarei volentieri buttato ai suoi piedi, ma lui mi trattenne con superba magnanimità da quel gesto servile. Era un uomo che sapeva vivere e sapeva spendere. Anche se non portava mai con sé denaro. Ne aveva troppo.
atupertu@ilmessaggero.it

venerdi 18 settembre 2009

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La pioggia di sangue

Se è all’inferno che sono destinato,
non preoccupatevi per me
che già ci sono stato!
Oggi ti vedo triste e preoccupata.
In silenzio ti osservo,
da quando sei entrata.
Gli occhi tristi, il mento sulle mani,
forse cerchi le parole per dirmi
che per me non c’è domani.
Per distrarti
Faccio anche il buffone.
Diventi rossa,
a stento trattieni il tuo magone.
Cosa ha oggi la mia nipote preferita?
Tu mi rispondi:
sono stanca della vita!
E’ giunta l’ora che non avrei voluto mai
di raccontarti una storia che non sai.
C’è un isola deserta
in mezzo al lare.
Io ne conosco il nome,
ma non ti dirò quale.
C’è un isola
Che ricorderò in eterno.
E’ l’isola del male.
E la chiamerò Inferno.
In fila indiana ci hanno accompagnati
con pugni e calci ci hanno massacrati.
Alzammo gli occhi per guardare i nemici.
Sbigottiti, scoprimmo che erano nostri amici.
Due file eran di uomini.
In mezzo dovevamo passare.
Gli ordini dicevano:
li dovete massacrare.
Molti di loro fingevano
troppi di loro godevano.
E non distingui più gli amici dai nemici.
Non si distingue più l’odio dall’amore.
Non bruciano il tuo corpo, ma il tuo onore.
Non è il tuo corpo a essere bruciato.
A vivere esso è condannato.
Non conosco le parole
per descrivere a te
la vita su quell’isola che non sai dov’è.
Ma se per caso un giorno
qualcuno parlerà,
un coraggioso più di me,
scoprirai dov’è e ci andrai.
Guarda il cielo e copriti.
Una pioggia di sangue
potrebbe bagnarti.
Una pioggia di sangue
sull’isola cadrà.
E se l’inferno voi volete visitare
è su quell’isola che dovete andare.
Passati sono orami tant’anni,
ma sono sicuro che
quando la bora soffia
porterà con sé,
più in alto che potrà,
una pioggia di sangue
che sull’isola cadrà.
E venne un giorno che a Fiume ritornai.
Cadavere vivente,
passavo tra la gente.
Questo per dire a te
che tu non puoi e non devi
stancarti della vita
a cui tanto tenevi.
Tutto quello che so
io non lo volli dire.
Andò in pezzi la mia anima
e tutto il mio ardire! –

Andrea Scano, maggio 1980 –

Andrea Scano scrive questa poesia per rispondere alla nipote Rina, che si è presa amorevolmente cura di lui per molti anni e che aveva detto di essere stanca della vita.

per chi volesse qualche altra notizia pubblico la recensione di ” Prigionieri del silenzio”, il libro di Pansa che narra dettagliatamente la vita di Andrea Scano

Giampaolo Pansa

Prigionieri del silenzio

recensione di Simone Rosti – 5 novembre 2004

Sono trascorsi quindici anni dalla caduta del Muro di Berlino e, nonostante il permanente muro culturale della sinistra, continuano ad affiorare verità sempre più atroci su ciò che il socialismo reale e le teorie marxiste hanno rappresentato. Assistiamo sempre più spesso ad un revisionismo leale e genuino, ossia a contributi storici prodotti in maniera assolutamente disinteressata, senza fini politici, con il solo scopo di riportare a galla eventi volutamente calati nell’oblio. E’ molto importante che questo lavoro, che rappresenta un bene enorme per il nostro paese (in quanto esprime un desiderio di verità, giustizia e libertà), sia sempre più fecondo e possa essere un orizzonte cultrale sul quale i ricercatori delle nuove generazioni possano cimentarsi senza ostracismi.

Ed è proprio ad un giovane studioso, Enrico Poggi, sardo come il protagonista del libro “Prigionieri del silenzio”, che si deve il primo documento analitico su Andrea Scano, il personaggio di cui si occupa Pansa. La tesi di laurea compilata dall’universitario è stata, tra l’altro, una fonte importante per lo stesso storico. E, proprio Giampaolo Pansa, è un grande sostenitore di questo nuovo modo di indagare la storia del Novecento. Insomma, parole sue, «non penso che il revisionismo sia una brutta strada», pertanto «penso ci sia molto da scrivere di nuovo sulla storia del secolo scorso. C’è campo libero d’indagine e bisogna che gli storici italiani – in genere bravi anche se qualche volta troppo faziosi – si diano da fare» (intervista rilasciata ad Avvenire, venerdì 8 ottobre 2004).

Ancora una volta, il giornalista de L’Espresso inizia un’indagine che lo porterà ad approfondire i crimini e le atrocità commesse da uomini diventati animali, grazie al male assoluto del comunismo. Una storia dentro la Storia. Una storia vera, di un comunista vero, costretto ad un silenzio moralmente assordante. E’ la vita di Andrea Scano, giovane scapestrato, nato a Santa Teresa di Gallura, in provincia di Sassari, nel 1911.

Come nel volume “Il Sangue dei vinti”, il giornalista piemontese utilizza un tecnica narrativa brillante. Attraverso due interlocutori immaginari (gli unici presenti nel tomo, il resto è tutta storia vera), un notaio di origini emiliane (il cui padre aveva conosciuto il giovane Scano) e un professore in pensione (sempre edotto da un genitore che aveva incontrato il sassarese), Giampaolo Pansa descrive la vita di Scano e le cornici (che spesso diventanto parte integrante del dipinto) storiche del Partito Comunista Italiano, dal 1930 alla metà degli anni settanta.

Il genio di Pansa si evidenzia in alcune osservazioni che sembrano trapelare stancamente dal testo. Frasi collocate apparentemente a casaccio, ma che mettono in luce un modo di scrivere la storia troppo raro in Italia. Dai riferimenti alla necessità di contestualizzare l’evento «la nostra bilancia di oggi non può essere usata per pesare i fatti di allora», senza mai giustificare niente e nessuno, all’ammissione di raccontare «di uno per parlare di tanti».

Andrea Scano fugge dalla sua terra natia, troppo stretta per un giovane ribelle, approdando in Francia e di lì si arruola nella Brigata Internazionale che, in Spagna, combatteva Francisco Franco. E’ qui che Scano si forma politicamente e, nonostante una licenza elementare in tasca, inizia a leggere i libri della rivoluzione, si trova in un idem sentire con i comandanti dei distaccamenti, beve dalle parole della criminale scienza marxista. Dopo la sconfitta spagnola passa diversi mesi nei campi d’internamento francesi da dove, su ordine dei compagni, torna in Italia per scontare la pena per esilio clandestino. Confinato a Ventotene negli ultimi anni del regime mussoliniano, Scano sembra immerso nella fede comunista e, dopo la fine del confino, approda a Genova, dove gli vengono affidate delle responsabilità operative nei Gap.

Alla fine della guerra, il giovane sardo si rifiuta di consegnare le armi. In questo contesto, la digressione di Pansa permette di riprendere la tesi già espressa ne “Il sangue dei vinti” e cioè che le armi non potevano essere deposte perché sarebbero servite per la seconda guerra civile, vale a dire per combattere i nemici del proletariato e instaurare il socialismo reale. E’ curioso riprendere una frase di un’intervista rilasciata dallo stesso autore a Mattia Feltri, per il quotidiano Libero dell’8 ottobre scorso, nella quale Pansa afferma che lui, giornalista e storico di sinistra, «non sono nato in una famiglia importante, non avevo santi in paradiso, eppure ho fatto la mia strada, in un paese libero. Questo grazie a quel sant’uomo di Alcide De Gasperi. La vera data della Liberazione non è il 25 aprile 1945, ma il 18 aprile 1948, quando De Gasperi vinse le elezioni».

Tornando al protagonista del libro, dopo essere stato denunciato per detenzione abusiva di armi, Scano riesce a fuggire a Trieste e da lì a raggiungere la Jugoslavia. Pansa è bravissimo a descrivere il sentimento dei comunisti italiani che aspiravano ad arrivare in Jugoslavia, soggiogata dal comunista Tito. Il sogno cioè, di chi, dominato e accecato da un’ideologia assassina desidera vedere i luoghi dove il socialismo reale è messo in pratica. Non solo essi rimarranno delusi, ma saranno – come nel caso di Scano – violentati fisicamente e moralmente fino ad essere annullati come esseri umani.

La digressione storica attorno alle vicende del comunista sardo sono altresì utili a comprendere in quale stato vivessero gli italiani (comunisti e non) sotto il giogo del regime jugoslavo e sotto il suo braccio armato, l’Ozna, la polizia politica titina, creata a immagine e somiglianza dell’Nkvd, la polizia segreta sovietica.

La rottura fra Tito e Stalin provocò un asprimissimo scontro fra i cosidetti cominternisti (i sostenitori dell’Unione Sovietica) e i titoisti. I comunisti italiani, sotto la spinta del Pci, crearono nelle città jugoslave cellule contro il regime del Maresciallo. Questa fu la loro condanna. Arrestati, interrogati e torturati, molti dissidenti (o supposti tali) con processi sommari (o addiritura per via amministrativa) furono rinchiusi nei gulag titini.

Tra questi, Pansa si sofferma nella rappresentazione di Goli Otok (o Isola Calva), uno fra i più tremendi, nel quale anche Scano passò tre infiniti anni della sua vita. Torture indescrivibili (fra le quali il cosiddetto boicottaggio), umiliazioni inenarrabili, azioni atroci volte unicamente ad annullare l’essere umano. Pansa le descrive tutte, con minuziosa semplicità, quasi incredulo nello scrivere ciò che, all’interno di quell’isola-lager, potesse accadere.

Scano, insieme a qualche altro connazionale, riesce ad uscire vivo (fisicamente) da quell’inferno, nel quale anche suicidarsi (una della massime aspirazioni di molti prigionieri) era impossibile. Come rileva Pansa, «a Goli Otok non era prevista l’eliminazione sistematica dei prigionieri, ma ciò che vi accadeva era più terribile della morte». Emblematica è la fine di un prigioniero che affilò un cucchiaino per tagliarsi la gola, ma era talmente debole che si fece solo un piccolo taglio e morì dissanguato.

Qui parte la storia ancor più drammatica delle atrocità che Scano (con i suoi compagni) dovette subire. Infatti, una volta giunto in Italia, fu ostracizzato dal Pci, il suo comportamento ritenuto rimprovevole, gli fu tolta la tessera del partito, in quanto ritenuto un traditore titoista. Infatti dal gulag di Goli Otok i prigionieri erano costretti a inviare cartoline ai familiari con scritte e slogan inneggianti al Maresciallo e, per tale motivo, ritenuti in patria traditori del partito.

Solo dopo qualche anno, Scano fu riammesso nel partito, con l’obbligo di non raccontare mai a nessuno cosa fosse successo in Jugoslavia. Ma questa è solo una breve sintesi del comportamento dei dirigenti del Pci italiano in quegli anni, da quelli locali fino a Secchia e Togliatti, tutti tesi a insabbiare verità connaturate al comunismo e, pertanto, troppo scomode da raccontare.

La beffa, per Scano e compagni, accadde nel 1955 quando Kruscev e Tito riallacciarono amichevolemente i rapporti. Pertanto, anche il Pci obbedì alla nuova linea e il silenzio imposto agli ex prigionieri dei gulag titini fu un imperativo inderogabile.

Insomma, la sorte di Scano (come di molti altri comunisti italiani) può essere sintetizzata in una frase detta a Pansa da una nipote del sardo, in riferimento alla fine della sua prigionia: «ad aiutarlo era stato un amico e non il Partito Comunista Italiano, il suo partito, per il quale era finito prima dentro il carcere e poi in un abisso di ferocia ed orrori».

Ancora una volta, Pansa porta alla ribalta del dibattico storico e culturale italiano una storia scomoda, sulla quale il Pci ha mantenuto e continua a mantenere il segreto, un universo di orrori e atrocità senza nessun mea culpa, senza alcuna ammissione.

Mi piace concludere con una frase testimoniata dalla mamma di uno dei compagni di sventura di Scano, un certo Bonelli: «sotto il fascismo ti hanno messo in galera, ma eri comunista e si può anche comprendere. Poi sei andato in un paese comunista, la Jugoslavia, e anche lì ti hanno messo in carcere. Adesso torni in Italia e i tuoi compagni, se potessero, ti manderebbero di nuovo in prigione. Si può sapere cosa si vuole da te? Non vi è al mondo gente più perfida dei comunisti».

! Simone Rosti

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Cromo, fiori mutanti e operai morti
«Rovinati dalla fabbrica dei veleni»

Tezze, il sindaco apre lo stabilimento e lancia un grido d’allarme: «Falda compromessa, servono venti milioni per la bonifica»

Cumuli di fanghi contaminati dal cromo nell’ex galvanica (Galofaro)Cumuli di fanghi contaminati dal cromo nell’ex galvanica (Galofaro)

TEZZE SUL BRENTA (Vicenza) — Se esistes­se un dio dell’acqua, maledirebbe questo po­sto per l’eternità. Un capannone scheletrico e spettrale, cresciuto nel cuore del Veneto come una metastasi silenziosa, che galleggia sopra un inquietante mare color giallo: il giallo del cromo esavalente, che impregna a quintali il terreno sottostante la fabbrica abbandonata e avvelena la falda, penetrando fino a 25 metri di profondità. Era un’azienda galvanica, si chiamava pri­ma Tricom e poi Pm. Raccontano che quando era in attività (dal 1973 al 2002) fosse una spe­cie di inferno in terra: dentro, rumori incessan­ti e fumi mefitici che si alzavano dalle grandi vasche di lavorazione dei metalli, in funzione ventiquattr’ore su ventiquattro; fuori, nei giar­dini delle case circostanti, margherite mutanti che fiorivano in forme spaventose a causa – lo si accerterà poi – dei veleni filtrati nel terreno.

Oggi il capannone – manco a dirlo, coperto da un tetto in eternit – è un monumento cadente allo sviluppo economico, a volte sconsiderato e persino delittuoso, che in alcuni casi ha con­traddistinto la tumultuosa crescita del Veneto. È un bubbone, questa fabbrica dismessa, che ora è in carico al Comune di Tezze sul Brenta. Il nuovo sindaco leghista del paese, Va­lerio Lago, se l’è ritrovato in portafoglio come un’eredità nociva: ogni anno se ne vanno dai 200 ai 400 mila euro soltanto per tamponare il danno e far funzionare la barriera idraulica in­stallata nel sottosuolo dell’ex galvanica, che aspira a ciclo continuo l’acqua di falda e la de­pura dalle enormi concentrazioni di cloro esa­valente. Ma per un intervento di radicale boni­fica, che prima o poi si dovrà pur fare, servi­ranno almeno 20 milioni di euro. «Io tutti que­sti soldi non li ho – allarga le braccia il sindaco -, neppure per fronteggiare l’emergenza quoti­diana ». Esasperato, Lago ha fatto un gesto eclatan­te: ieri ha aperto per la prima volta la fabbrica dei veleni ai giornalisti e alle telecamere, invi­tando la commissione provinciale per l’Am­biente a riunirsi tra le pareti smangiate dal cro­mo giallo del capannone. E, prima di entrare con tutta la comitiva dentro questo santuario del cattivo lavoro, ha riaperto l’altra insanabi­le ferita inferta dalla galvanica alla comunità di Tezze: «Quando sono entrato per la prima volta – ha ricordato il sindaco – mi sono venuti i brividi. Perché qui dentro sono morte tante persone che lavoravano alle vasche, uccise da quello che hanno respirato».

In paese lo sapevano tutti: «Ti è venuto il tumore ai polmoni? Allora lavoravi alla galva­nica ». Almeno quattordici decessi, senza con­tare gli ex operai ammalati e ancora viventi. Stabilire un nesso di causa diretto tra le morti e le esalazioni da cromo, nichel, acidi e cianuri assortiti della fabbrica, è compito assai proble­matico. Talmente problematico che la Procura di Bassano, che ha indagato per omicidio col­poso i legali rappresentanti di Tricom e Galva­nica Pm Paolo e Adriano Zampierin, Adriano Sgarbossa e Rocco Battistella, ha già chiesto per due volte l’archiviazione del caso. Veden­dosela però respingere dal gip, che ha ordina­to al pubblico ministero di incaricare un nuo­vo perito medico-legale per rifare le analisi. So­stiene Mara Bizzotto, europarlamentare della Lega che vive a Tezze sul Brenta: «È vero, era­no altri anni rispetto a oggi, ma su questa vi­cenda ci sono stati troppi silenzi, degli impren­ditori e delle istituzioni. I figli e le famiglie de­gli operai deceduti si meritano almeno un pro­cesso che accerti le responsabilità». Silvio Bonan è uno di loro. Suo padre ha la­vorato alla galvanica per 22 anni e se n’è anda­to per un tumore ai polmoni: «Prima di intac­care la falda acquifera – racconta – il cromo e gli altri veleni avevano intaccato l’organismo degli operai, che lavoravano qui dentro senza alcuna tutela. Tutti quelli che stavano alle va­sche avevano, come minimo, il setto nasale perforato dalle esalazioni. Mi batto da 9 anni per avere giustizia – aggiunge amaro – , ma la Procura di Bassano mi sembra allergica al cro­mo ». Alessandro Bizzotto, responsabile dell’Ar­pav di Bassano, si occupa dell’immane lotta per depurare l’acqua contaminata: «Il cromo esavalente – spiega – è riconosciuto come so­stanza cancerogena, oltre i 50 microgrammi per litro l’acqua non è potabile. Quest’estate, quando la falda si è alzata, sono stati rilevati anche 22 mila microgrammi/litro. Senza un in­tervento di bonifica radicale, qui dovremmo andare avanti a depurare l’acqua per decen­ni ».

C’è un’altra storia nella storia, all’ombra del­la galvanica. L’ex titolare Paolo Zampierin, condannato a 2 anni e 6 mesi (cancellati del­l’indulto) per avvelenamento colposo di ac­que, vive nella frazione di Stroppari, a due pas­si dalla fabbrica. Rocco Battistella, indagato a Bassano, è stato a lungo sindaco di Tezze e, contemporaneamente, impiegato direttivo nel­l’azienda dei veleni. Presunti inquinatori e si­curi inquinati vivono fianco a fianco, da sem­pre, in uno strano rapporto che mescola anti­ca gratitudine per il posto di lavoro e malcelati rancori per le conseguenze sulla salute delle persone. Anche questo è il Veneto.

Alessandro Zuin
24 settembre 2009

corriere.it

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Mostra immagine a dimensione interaai nostri ragazzi di Kabul

(Carino) Mostra immagine a dimensione intera

Ascolta,

taci e ascolta;

lontano un brusio indistinto.

No, un grido,

un rimbombo sordo e maligno

avanza spettrale

e tutto  confonde.

Silenzio,

ascolta

l’ urlo infernale.

Non parlare,

non piangere.

Guarda,

non è una visione.

La Folgore italica

schiantata al suolo di Kabul

repentina svetta

altera, superba,

a illuminare

il cielo.

Poesia scritta sabato 19 settembre 2009 da

Mimma Suraci

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