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Archive for ottobre 2009

Questa Calabria così divisa, tra facebook, zone franche urbane ed elezioni regionali

Pubblicato da peppecaridi su 30, Ottobre, 2009

Accese polemiche tra Reggio e Catanzaro su più fronti, mentre i reggini vorrebbero che Reggio si chiamasse “dello Stretto” e non “di Calabria”

Che la Calabria non sia una Regione unita e compatta è un conclamato fatto storico: basti pensare alla Rivolta di Reggio del 1970 o a tutti quei Reggini che oggi vorrebbero cambiare il nome della loro Città in “Reggio dello Stretto” rispetto all’attuale “Reggio di Calabria” perchè si sentono molto più vicini alla realtà Messinese che a quella Calabrese.
Questo tipo di sentimento, che va ben oltre una semplice rivalità di campanile ma che è dovuto a decenni di soprusi strategici economici, amministrativi, politici e infrastrutturali, si sta ulteriormente accentuando.
Il Sindaco di Catanzaro, Rosario Olivo (nella seconda foto a corredo dell’articolo), se l’è presa con il gruppo di facebook “PER REGGIO CALABRIA CAPOLUOGO – NON MOLLIAMO” che, forte di oltre 5.500 iscritti ha organizzato una manifestazione domenica scorsa all’Arena dello Stretto, intitolata alla memoria di Ciccio Franco, figura storica della Reggio della rivolta.
La manifestazione è stata un autentico flop, e all’incontro hanno partecipato poco più di 70 persone: la stessa Tanya Caridi, una delle amministratrici del gruppo, ha voluto esprimere la propria amarezza in una nota che potete leggere negli approfondimenti di questo articolo.
Evidentemente molti Reggini hanno capito che, piuttosto che pensare al capoluogo di una Regione che non appartiene per storia, cultura, territorio e tradizioni alla comunità di questa città, sarebbe meglio concentrarsi alla Città Metropolitana e all’Area Metropolitana dello Stretto. Ma quella del gruppo di facebook può essere vista come una provocazione, in cui c’è cascato a pieno il Sindaco di Catanzaro che ha diffuso una nota in cui si è espresso molto preoccupato e ha chiesto di oscurare la pagina di facebook di questo gruppo.
Addirittura si è rivolto al Ministro dell’Interno, motivando la sua richiesta “con la necessità di evitare che continui a diffondere germi di un insano rancore e di un’irresponsabile rivalità fra territori”. Rosario Olivo ha parlato di “irritazione della comunità catanzarese e di tanti calabresi per un clima insano che intravediamo negli atteggiamenti irresponsabili di alcuni ambienti reggini che fomentano odio sociale nella già bistrattata Calabria. Il gruppo ‘per Reggio Capoluogo’ – aggiunge – in realtà sta minando il già precario clima di conciliazione presente sul territorio, evocando fantasmi del passato con becere rivendicazioni tendenti a scippare il ruolo di capitale regionale a Catanzaro”.

Se il Sindaco di Catanzaro ed i suoi collaboratori avessero dato un’occhiata a Facebook un pò più approfondita, avrebbero evitato questa gaffe perchè avrebbero scoperto che internet, e nello specifico il social network, è lo sfogo dei sentimenti più vari e singolari. Proprio su facebook esiste anche un gruppo chiamato “Cosenza capoluogo di Regione” con 212 iscritti.
In Sicilia ci sono ben tre gruppi che chiedono “Catania capoluogo di Regione” con un totale di oltre 1.300 iscritti. E in Basilicata spopola il gruppo “Matera capoluogo di Regione” con quasi 4.000 iscritti.
Per non parlare dell’Abruzzo, dove “Pescara capoluogo di Regione” ha superato i 2.500 iscritti.
Eppure i Sindaci di Palermo, Potenza e L’Aquila non sono insorti, perchè evidentemente hanno cose più importanti a cui pensare.
Solo il Sindaco di Catanzaro ritiene offensivo un gruppo che, nei fatti, ha la sola pretesa di stimolare l’amore dei reggini nei confronti della loro città.

Ma se il problema fosse solo quello di facebook e di internet, forse non avremmo neanche avuto la briga di scrivere quest’articolo.
In realtà i problemi della Calabria sono tanti, numerosi e importanti.
Basti pensare alle zone franche urbane istituite pochi giorni fa in tutt’Italia.

Quanto fosse fondamentale l’istituzione di una zona franca urbana nel territorio della piana di Gioia Tauro lo sanno bene i Calabresi tutti, i Reggini e ancor di più gli amministratori Regionali che, invece, hanno escluso l’area del reggino Tirrenico per assegnare le tre zfu calabre a Lamezia Terme, Rossano (nel Cosentino Jonico) e Crotone.

Nel corso dell’iter ministeriale per l’assegnazione delle zone franche urbane, la Regione ha segnalato la necessità di un ulteriore ampliamento dello strumento con l’assegnazione di una quarta zona franca urbana, individuata nelle località marine di Vibo Valentia.
Insomma, una zona franca a Provincia: Lamezia nel Catanzarese, Rossano nel Cosentino, Vibo e Crotone.
Ancora una volta, per gli amministratori Regionali è come se Reggio non esistesse ed è come se non esistesse la piana di Gioia Tauro che con il suo porto potrebbe diventare un vettore trainante dell’economia Mediterranea e Italiana.

E’ evidente che i vertici regionali hanno voluto mostrare, ancora una volta, il loro sentimento insofferente nei confronti di Reggio che, dopo la conquista dello ’status’ di Città Metropolitana, si vede ancor più osteggiata.

Se andiamo a guardare quali sono state le tre zone franche urbane assegnate alla Sicilia (Catania, Gela ed Erice) ci accorgiamo che esiste un vuoto dalle proporzioni geografiche unico nel resto del centro/sud Italia proprio nelle province di Reggio e Messina, che pure con il polo di Milazzo avrebbe potuto meritare l’assegnazione di una zona franca urbana.

A questo punto l’Area dello Stretto non può che continuare a essere l’unico vero riferimento di un territorio sempre più bistrattrato e messo da parte dai vari poli Regionali. Un territorio cui non vengono comprese le esigenze e che condivide un’identità comune forte e precisa.

In questa situazione abbastanza calda, in Calabria ci vanno di mezzo anche le prossime elezioni Regionali: è concreta la possibilità che per la prima volta nella storia di questa Regione ci possa essere un amministratore Reggino, e la candidatura di Giuseppe Scopelliti smuove le acque non solo a livello politico, ma anche e soprattutto a livello territoriale.
Il sentore è che l’attuale Sindaco di Reggio non sia tanto il candidato del centro/destra, quanto invece il candidato della Città.
A Reggio, infatti, sono tantissimi a dargli appoggio nonostante un colore politico avverso o addirittura opposto: “non ho mai votato da quella parte, ma lo farò per la prima volta in nome della mia Città”.

E, viceversa, tanti Catanzaresi stanno seriamente pensando di mettere da parte le loro idee politiche e di votare in base all’espressione territoriale dei candidati.

Di certo c’è che nei prossimi mesi ne vedremo delle belle …

Peppe Caridi
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foto di peppe Caridi

LA LETTERA DI UN LETTORE

«Senza risposte né solidarietà»

«L’alluvione catalogata come un affare di negligente abusivismo. Come se le vittime fossero di serie B»

Pubblichiamo la lettera e le foto inviate a Corriere.it da un lettore originario di Giampilieri, uno dei paesini nel Messinese più colpiti dall’alluvione e dai crolli dei primi di ottobre

È passato quasi un mese dall’alluvione di Messina e a Giampilieri e negli altri paesi colpiti dalle frane del primo ottobre non ha mai smesso di piovere. Prima la pioggia che ha fatto crollare le montagne sulle case. Poi quella dei media arrivati da Roma e da Milano a documentare la tragedia. Poi è rimasta soltanto la pioggerellina d’autunno, forse un po’ più insistente degli altri anni. Intervallata da qualche rara giornata di sole. Visto che in quei luoghi ci sono nato, sono andato più volte in questi giorni a vederli e a fotografarli.

Volevo parlare con i miei amici e con i miei parenti. La sensazione che ne ho tratto è che queste persone, dopo essere state travolte dall’alluvione vera e poi da quella mediatica, oggi sono tornate in un silenzio ancor più irreale del frastuono fangoso di qualche settimana fa. Solo due cose non sono piovute. La prima, a distanza di quasi un mese, sono le risposte. Ad esempio sulle modalità di gestione e risoluzione dello stato di emergenza, come da giorni chiede il neo-comitato «Salviamo Giampilieri». La seconda, curiosamente, sono gli sms di solidarietà. Come per altre tragedie analoghe è stato attivato un numero (il 48580) dove chi voleva poteva mandare un sms del valore di un euro. Ma questo numero fantasma, di cui nessuno dei grandi media ha parlato, è stato disattivato già da diversi giorni. Come a confermare l’amara constatazione che la tragedia di Messina è stata frettolosamente catalogata come un affare di negligente e colpevole abusivismo. Come se quelle vittime fossero un po’ di serie B. Vittime, ma anche un po’ colpevoli, in fondo.

Biagio D’Angelo
26 ottobre 2009

corriere.it

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studio americano

Farmaci: anti-sepsi rallenta
il decorso della Sla nei topi

La «proteina C attivata» ha anche allungato del 25% la sopravvivenza delle cavie sperimentali

Stefano Borgonovo, ex calciatore del Milan diventato testimonial della lotta contro la Sla, salutato da Franco baresi prima di una partita di calcio per raccogliere fondi per la ricerca contro la malattia (Ansa)
Stefano Borgonovo, ex calciatore del Milan diventato testimonial della lotta contro la Sla, salutato da Franco baresi prima di una partita di calcio per raccogliere fondi per la ricerca contro la malattia (Ansa)

ROMA – Una molecola già in uso contro le setticemie ha mostrato la capacità di rallentare , nei topi, la progressione della Sclerosi laterale amiotrofica (SLA) o morbo di Lou Gehrig, e quindi di migliorarne il decorso. Le cavie animali trattate con questa molecola, vivono il 25% in più. Lo indica uno studio condotto presso le Università di Rochester e San Diego e pubblicato online sul Journal of Clinical Investigation.

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L’ESPERIMENTO – Guidati da Berislav Zlokovic, i ricercatori hanno testato la «proteina C attivata» (APC) su topi cui è stata procurata una forma aggressiva di sclerosi laterale attraverso la mutazione del gene SOD1, fenomeno osservato in alcuni casi di SLA. La SLA è una malattia neurodegenerativa che compromette progressivamente i neuroni che controllano i movimenti. La malattia è causata da tossicità neuronale e infatti sono risultati implicati difetti genetici a carico di geni che servono a detossificare le cellule dai radicali liberi; SOD1 è tra questi. La proteina C attivata ha proprietà antinfiammatorie notevoli e riesce a passare la barriera ematoencefalica (che protegge i neuroni da sostenze tossiche potrebbero eventualmente arrivare al cervello attraverso il sangue). La proteina in questione, spiegano gli autori, ha proprietà neuroprotettive e rallenta dunque «l’avvelenamento» dei neuroni tipico della malattia. Proprio perchè APC è già in uso clinico, entro cinque anni, concludono, composti analoghi di APC potrebbero entrare in sperimentazione clinica su pazienti con Sla.


20 ottobre 2009

corriere.it

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Clicca qui e vota questa citazione!Libertà vo cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.
Martedì 23 Giugno 2009

Signor Gervaso, di fronte a un’apparente libertà d’informazione, i gruppi di potere continuano a comportarsi come sempre. Colpa, forse, delle disfunzioni dei due sistemi fondamentali di tutela del cittadino, quello giudiziario e quello sanitario, davanti ai quali il singolo è completamente disarmato. Disfunzioni sicuramente volute a suo tempo, quando fu stabilito che a questi due sistemi si sarebbe adito, contro lo spirito della legge, esclusivamente per cooptazione, che contribuisce in maniera determinante al disarmo morale e psicologico degli italiani. I quali si sentono del tutto impotenti contro la sostanziale menzogna mediatica, quella di un’esistenza di un’apparente “libertà civica”. Infatti, basta imbattersi nella realtà giudiziaria per capire le ragioni della “mano libera” lasciata al delinquente.
Di fronte a questa realtà, ampiamente documentata dai media, in particolare “Striscia” e “Report”, ci assale un altro dubbio: a che pro? Siamo già al mitridatismo?

Giorgio Vitali – Roma
No: non siamo al mitridatismo. Siamo andati oltre. Siamo all’olio di vaselina. Che, purtroppo, si è finora rivelato inefficace. Questo Paese manda giù tutto anche se non lo digerisce e non lo metabolizza. Gli resta sullo stomaco, ma ormai ci ha fatto i succhi gastrici.
Tutto quello che lei dice è vero, ma il fatto che lo sia non cambia niente. Lo dico a ragion veduta. Più di una volta mi è capitato di discutere con un deputato, un senatore, un sottosegretario o un ministro un mio giudizio, o un mio j’accuse. Nessuno mi ha mai contestato. Fa parte del gioco, del loro gioco, di chi ci rappresenta. Non c’è inquilino del Palazzo che metta in dubbio lo sfascio della giustizia, della sanità, della scuola, che non stigmatizzi le lungaggini dei processi, l’inefficienza degli ospedali, il bullismo, l’ignoranza degli studenti.
Il cittadino non si sente tutelato perché, del cittadino che vota, il parlamentare s’infischia. In campagna elettorale, basta leggere i manifesti, dove tutti promettono tutto. Ma promettere non impegna a niente. Passata la festa, gabbato lo santo.
Se andate in ospedale, fate code bibliche. Avete bisogno di una Tac, di una Pet, di una risonanza magnetica o di una scintigrafia ossea? Passano secoli.
Della scuola non parliamo. Succede di tutto, e i veri responsabili sono certi insegnanti, specialmente quelli usciti dalla babele giacobina e lassista del Sessantotto. Ma le raccomando anche le famiglie. Gli allievi (con le doverose eccezioni) danno del tu ai docenti. La ricreazione non finisce mai, ma ora si dovranno fare i conti con la ministra Gelmini che è un osso duro e non molla l’osso.
Quello che riuscirà a riformare non lo so. Ma non sarà facile ricostruire una necropoli, dove i bulli imperano, armati di coltelli e spinelli. Dove le insegnanti vanno a scuola come se andassero in camporella, dove chi sta in cattedra, dopo una notte matta in discoteca, si addormenta o fa chilometriche telefonate alla propria partner.
Denuncio spesso questo screanzato andazzo, scrivendo ciò che mi pare e piace, contro o in favore di chi mi pare e piace. Mai nessuna censura, e nemmeno un richiamo. Più libero di così, in mezzo secolo di carriera, non sono stato mai. E voi che mi leggete ne siete quotidianamente testimoni. Se qualcuno cercasse di mettermi la mordacchia e di legarmi le mani, me ne andrei, come feci, nei primi anni Settanta, dal Corriere della Sera che aveva sterzato brutalmente a sinistra. Mi dimisi io, si dimise Montanelli, che l’anno dopo, fonderà Il Giornale, e si dimise quella che Di Bella, grande amico e grande direttore, definì l'”argenteria di famiglia”, cioè il fior fiore delle penne di via Solferino. Ottone restò solo con i suoi “pasdaran” e con chi non se la sentiva di affrontare un’avventura piena di incognite, come quella tentata da Indro e riuscita.
Quanto ai “poteri forti”, ci sono, ci sono sempre stati, ci saranno sempre. Si chiamano forti perché fanno, con mezzi non sempre confessabili, quello che devono fare per impinguarsi, aumentare i profitti, acquistare maggior peso non solo nell’economia e nella finanza, ma anche nella politica e nella società. Di questo, volenti o nolenti dobbiamo prendere atto. Ma seguitiamo a protestare e a soffrire, ad abbaiare alla luna.
atupertu@ilmessaggero.it

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La Calabria dei campioni del mondo dice “Basta!” PDF Stampa E-mail
Venerdì 16 Ottobre 2009 16:31
collagenazionalepiccola

Ora basta! Adesso del massacro mediatico della Calabria non se ne può più. Lo spunto rappresentato dalla vicenda-Venditti ha, improvvisamente, svegliato da una sorta di torpore migliaia di calabresi “qualunque” ma anche tanti calabresi famosi nel mondo perchè

rappresentano punti di eccellenza nella scienza, nella cultura, nello sport, nello spettacolo. Dopo la scienziata Sandra Savaglio strill.it ha raccolto lo sfogo dei tre calabresi campioni del mondo di calcio. Tre ragazzi di Calabria che partendo da quaggiù hanno scalato le vette più alte dello sport più popolare del mondo, fino ad alzare la coppa più prestigiosa nella notte di Berlino del 2006: “Io, francamente non ne posso più” – dice Simone Perrotta, cosentino di Cerisano  e cresciuto calcisticamente e come uomo nella Reggina – “di sentire parlare della Calabria in modo offensivo e provocatorio. E’ vero, abbiamo tanti, tantissimi problemi, ma anche dei valori dei quali andiamo fieri ed anche delle realtà da portare ad esempio. Qui sembra che tutti non aspettino altro che qualcosa per darci addosso. Se un caso di malasanità si verifica in Calabria” – continua il centrocampista della Roma – “è la fine del mondo, se, come accade, capita da un’altra parte rientra nella normale casistica. Io a questo gioco al massacro non ci sto più”.Ancora più incisivo Rino Gattuso, da Corigliano Calabro al tetto del mondo con le maglie del Milan e della Nazionale: “La Calabria per me significa casa” – attacca “Ringhio” –  uno spettacolare rifugio che mi mette al riparo dagli stress e mi riconcilia con la vita e i suoi sapori migliori. La mia terra è magica, ricca di storia e bellezze naturali. Non saprò mai se esiste un posto più bello al mondo. Rifiuto il paragone perché la mia Calabria non si può paragonare a nulla”.

Il dito nella piaga lo infila ancora Perrotta: “A me, francamente, la vicenda-Venditti ha dato molto fastidio; ho visto e rivisto il video e mi sono anche arrabbiato, cosa che dirò personalmente ad Antonello che è un nostro super tifoso e spesso è con noi. I miei compagni di squadra in spogliatoio mi hanno preso in giro perchè me la sono presa” – continua Perrotta – “ma io ho detto loro: ‘Voi non siete legati alla vostra terra come lo siamo noi calabresi che da secoli molto spesso siamo costretti ad andar via. Ma, contrariamente ad altri, un calabrese resta un calabrese a qualunque distanza di spazio e di tempo dalla Calabria’ “.

Questo concetto è sottolineato anche da Vincenzo Iaquinta, da Crotone, attaccante della Juventus e della Nazionale campione del mondo: “Ho un rapporto fortissimo con la mia gente, con la mia terra e lo stesso vale per tutti i calabresi” – dice Iaquinta –  “Basti pensare che, dopo la conquista della Coppa del Mondo abbiamo – ovviamente – partecipato a decine di celebrazioni pubbliche e di feste. Per me, però, la più importante resta quella che, come Gattuso e Perrotta, ho voluto fortemente con i miei conterranei, concittadini, gente semplice, gente non famosa ma che ogni giorno con grandi sacrifici porta avanti la famiglia, il lavoro e, nonostante tutto, fa stare in piedi la Calabria. Questo può accadere perchè la mia terra, che amo, è una terra stupenda con dei valori veri che combattono ogni giorno i problemi, anche i più grossi.”

Su questo aspetto Simone Perrotta entra in maniera ancora più incisiva: “Si fa presto a dire che i calabresi migliori sono andati via” – dice a strill.it tutto d’un fiato Perrotta – “ma, oltre ad essere una bugia perchè in Calabria ci sono tantissimi uomini e donne che, lontano dai riflettori e quindi con sacrifici ancora maggiori dimostrano di avere qualtà eccelse, è anche un controsenso. I calabresi che, in tutto il mondo ed in tutti i campi, si sono da sempre affermati (e sono dappertutto)” . continua Simone – “se sono quello che sono lo devono alla Calabria della quale sono figli, a quei valori che altrove sono sempre più rari e che la Calabria ci ha trasmesso nella fase della nostra formazione. Io mi sento figlio, espressione diretta della Calabria, dei suoi valori forti, dei suoi profumi. Anche dei suoi problemi, perchè no, ma sempre figlio della Calabria. Di quella Calabria che tutti, dalla Calabria o da qualunque altra parte del mondo, dobbiamo difendere con i denti!”

strill.it

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Martedì 13 Ottobre 2009 16:55
sandrasavagliostrill

di Sandra Savaglio* Non so cosa mi abbia ferito di piu’: Venditti che parla della mia terra come di un posto dove “non c’e’ niente, ma proprio niente” o sentire un giornalista di un noto quotidiano difendere l’indifendile, urlando “bugiarda” ad una garbata assessore del comune di Reggio Calabria per aver solo fermamente preteso delle scuse ufficiali.

O forse il fatto che quelle parole siano venute da una persona “notoriamente coinvolta nel sociale” per esprimere “amore” verso una
regione gia’ abbastanza martoriata, da dentro, da fuori, nel passato, nel presente, negli anni a venire, insomma, proprio da tutti. Forse un giorno Dio decidera’ di farla finita, e rimediare al danno procurato al resto dell’Italia, magari spedendo una gigantesca nave colma di
scorie radiattive che ripulira’ la nostra terra da tutta la sua gente, una volta per sempre. Tanto da qualche parte bisognera’ pure
scaricarle le scorie, due piccioni con una fava.

Lo confesso, io riesco a immaginare un milione di modi diversi per stimolare la gente, un milione di modi diversi per esprimere
solidarieta’ e non istigare all’odio. L’ultimo sicuramente quella pericolosa invocazione alla costruzione di un ponte che sarebbe un
disastro dal punto di vista ecologico, ed una manna (dall’inferno) per le casse della politica corrotta e delle mafie, dentro e fuori dalla
Calabria.

E ora cosa c’e’ da aspettarsi? Una querela? Perche’ ho urlato insieme alla moltitudine, con lacrime e parole, la mia ferita? Perche’ dovro’ piu’ di prima difendere la mia gente dalle ingiurie e dai pregiudizi?
Come si dice dalle nostre parti: “cornuti e mazziati”, niente di assolutamente nuovo.

Non mi credono quando dico che mi sento fortunata ad essere nata in Calabria, perche’ sono cresciuta in mezzo ai prati e non in mezzo alle macchine, perche’ ho imparato ad amare le cose belle della natura, ad essere generosa, ad avere rispetto per i piu’ deboli, perche’ ho studiato in un’universita’ nata piccola, ma che ora, con lo sforzolocale, e’ prima nella graduatoria dei grandi atenei. Di questo sono
davvero felice e di questo devo ringraziare, ma anche maledire, Dio, un altro, uno minore. Un Dio che ha creato una cosa bella, per poi
dimenticarsene, troppe volte lacerato dal dolore nel vedere la sua creatura sgretolarsi per mano di pochi e sotto gli occhi indifferenti
di molti, dentro e fuori dalla Calabria.

Come si dice in queste occasioni? Le cose belle durano poco, c’era solo da aspettarselo. Che quel cantautore stia lontano per sempre
dalla Calabria, perche’ le sue parole d’amore e solidarieta’ non potranno mai cambiare un destino scritto negli astri molto tempo fa.
Non nel senso che vuole lui, si spera.*Sandra Savaglio è una scienziata, nata, cresciuta e laureatasi in fisica a Cosenza. E’ oggi, nonostante la giovane età, una dei maggiori astrofisici del pianeta. Dopo essere stata negli Usa presso la Johns Hopkins University di Baltimora, espleta la sua attività di ricerca presso  l’Istituto Max Planck di Fisica Extraterrestre di Monaco di Baviera. Negli Usa i risultati della Savaglio e dei suoi collaboratori furono pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Nature, e riportati sui più noti quotidiani americani (tra cui USA Today e il New York Times).

Nel 2004 il Time le dedicò la copertina come elemento di prestigio e di spicco della scienza italiana

strill.it

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da «Io donna»

Le città del futuro: Florianópolis

L’isola della magia sfugge a tutti i cliché sul Sudamerica. Ed è stata ribattezzata «Silicon Valley sulla spiaggia»


Florianópoli (foto Lorenzo Castore)
Florianópoli (foto Lorenzo Castore)

La chiamano “Isola della magia”, ma la magia c’entra poco. A Florianópolis ha fatto tutto la natura, regalandole spiagge all’altezza dei Caraibi. E in quantità: puoi restare in vacanza un mese e cambiarne un paio al giorno. L’effetto è grandioso ma un po’ straniante: è il Brasile, eppure quelli che incontri hanno fisionomie familiari; la qualità della vita è alta, la criminalità bassa. Floripa, nomignolo locale, non risponde a nessuno dei cliché sul Paese. Il mistero degli abitanti? Presto chiarito: il 45 per cento discende da immigrati italiani, il 35 da tedeschi, l’8 da portoghesi delle Azzorre (i primi colonizzatori), il 5 da polacchi. Ne resta un altro: come è riuscito questo gioiello a rimanere così a lungo sconosciuto?

«È a un’ora di volo da San Paolo ma, fino a vent’anni fa, appena il venti per cento dei paulisti sapeva che è la capitale dello Stato di Santa Catarina e si trova nel Sud Est. Figuriamoci all’estero» racconta Gustavo Kuerten detto Guga, n.1 del tennis mondiale nel 2000-2001. «Quando ho cominciato a giocare da professionista, nel ’95, nessuno ne aveva sentito parlare. “Vivi in un’isola? Da solo?” mi chiedevano». Ora – un po’ per via di Guga, un po’ perché le informazioni corrono veloci su internet – le cose sono cambiate. Mentre il Brasile fa l’asso pigliatutto, tra i mondiali di calcio del 2014 e le Olimpiadi del 2016, Floripa il suo trofeo l’ha già portato a casa nel maggio 2009, battendo la concorrenza di Parigi, Johannesburg, Shangai e ospitando il Summit annuale del World Travel & Tourism Council, l’organizzazione mondiale per lo sviluppo del turismo.

Surfisti a Florianópoli (foto Lorenzo Castore)
Surfisti a Florianópoli (foto Lorenzo Castore)

C’è voluto l’appoggio del presidente Lula per convincere i vertici a sceglierla: nessuno la conosceva e temevano non avesse strutture… Sono rimasti meravigliati dal potenziale» spiega Luiz Henrique da Silveira che, come governatore dello Stato (lo stesso in cui nacque Anita Garibaldi), si è speso parecchio per pubblicizzarla e renderla attraente anche per gli investitori. «La vocazione di Florianópolis è il turismo ma si è praticato quello “predatorio”: soltanto durante l’alta stagione, da capodanno a febbraio». Il piano di Luiz XV – soprannome dovuto alla grandiosità delle vedute – prevede: maggior offerta culturale (a Santa Catarina c’è l’unica succursale della scuola di ballo del Bolshoi di Mosca, oltre a 14 teatri) e diversificazione. Come gli investimenti nel campo delle tecnologie (un esempio: è stata creata qui l’urna elettorale elettronica, che scongiura brogli e garantisce risultati istantanei), tanto che qualcuno l’ha definita “una Silicon Valley sulla spiaggia”. Di strada c’è da percorrerne (solo l’11,9 per cento dei turisti arriva dall’estero, per dirne una), ma scommettere sul successo non è arrischiato. A Floripa incontri persone gentili, ti diverti, mangi bene (pure ostriche, di cui è uno dei massimi produttori mondiali) e spendi poco. Non sono ragioni sufficienti?

C’è pure la varietà di offerta: l’atmosfera è ancora abbastanza ruspante – il primo albergo di una catena internazionale, il Sofitel, è stato aperto nel 2006 – ma la zona di Jurerê, con i locali alla moda, soddisfa chi cerca nuove Saint-Tropez o Ibiza. Non a caso, i prezzi sono schizzati. «Jurerê è il metro quadrato più caro del Sudamerica» spiega il salernitano Attilio Colitti, proprietario dell’agenzia immobiliare Casa Florianopolis, dell’hotel Maratea e neo-viceconsole onorario d’Italia: un punto di riferimento per i connazionali nell’isola. «Conosco Jurerê da quando non c’era niente e sono favorevole alla trasformazione. Però bisogna pianificare bene affinché lo sviluppo non danneggi gli abitanti» mette in guardia Guga. «Per meritarsi il titolo di città del futuro non deve essere né lussuosa né glamour ma garantire la qualità della vita. E la tutela dell’ambiente». Giriamo la perplessità al governatore. «La sostenibilità ci sta a cuore: il 45 per cento del territorio è sotto tutela e ci sono leggi precise per regolamentare le costruzioni» assicura. «Il peggior virus non è l’influenza suina ma quello del pessimismo».

Maria Laura Giovagnini
15 ottobre 2009

Pittsburgh, città del futuro

Icona del passaggio post-industriale: dalla siderurgia a centro di conoscenza

Il succo della storia sta tutto in una risata; quella che è scappata ai cronisti della Casa Bianca quando hanno scoperto dal portavoce Robert Gibbs che il presidente aveva scelto Pittsburgh come sede del G20, il 24 settembre. Dopo Pechino, Berlino, Londra… gli alti papaveri delle potenze industriali e delle economie emergenti riuniti a Pittsburgh? Possibile – si saranno chiesti – che Obama si riferisca proprio a quella città della Pennsylvania che fu, buonanima, la capitale mondiale dell’acciaio e che poi, con il tracollo dell’industria pesante, nei primi Ottanta, è diventata il simbolo della fine di un mondo, madre di tutte le ghost cities, rottame metropolitano arrugginito per primo nella Rost Belt? Provocazione per provocazione, allora perché non scegliere Detroit? E giù risatine. Poi Gibbs ha gelato i reporters di palazzo, ancora mal sintonizzati con la genialità visionaria del presidente: «Pittsburgh è una straordinaria storia americana, è la città del futuro»

Difatti, dopo una mezzoretta di strada anonima e piovosa dall’aeroporto, quando esci dal Fort Pitt Tunnel e ti trovi a passare, in un secondo, dal nulla grigio e vuoto della galleria al faccia a faccia micidiale con down town Pittsburgh, piazzato lì come una prua scintillante in mezzo a tre fiumi, una Manhattan lilliput dai colori pa stello – insomma quando hai questo frontale da amore a prima vista – è matematico che ti domandi con la bocca aperta: ma come hanno fatto a tenere nascosta una cosa bella così? Che segreto custodisce questa gente? Appena oltre il ponte ho telefonato a Tony Buba, ex operaio delle acciaierie, figlio di minatori e oggi leggendario regista che dagli anni Settanta non ha mai smesso di girare documentari su Braddock, il suo quartiere proletario: «Qui non si vedeva niente, i lampioni erano accesi anche di giorno, il fumo degli altiforni offuscava tutto, i fiumi erano neri e putridi» ha risposto Tony. «Poi le fabbriche hanno chiuso i cancelli, la città s’è fermata, la nebbia ha cominciato a diradarsi e pian piano è comparso il sole. A quel punto la gente ha scoperto di vivere in una città meravigliosa, ha deciso che bisognava farla rinascere. Ed eccoci qui, con l’Economist che dichiara Pittsburgh addirittura la città più vivibile d’America. Sto cucinando un luccio che ho pescato stamattina, passa pure».

Non lasciatevi ingannare dalle parole: “Pitts”, 310 mila abitanti, è ancora chiamata “the Steel city”, qui ha ancora sede il sindacato metalmeccanico, la United Steelworkers union, così come la sua controparte, la UsSteel corporation; e va da sé che la gloriosa squadra di football resta quella degli Steelers. Ma l’acciaio orspa mai c’entra con Pittsburgh come la Ruhr con il carbone, roba dell’altro secolo. Ora questa è la città dei 35 college e università – Carnegie Mellon e University of Pittsburgh i fiori all’occhiello – delle nanotecnologie, della bioingegneria, hub ospedaliero guidato dall’Upmc, uno dei più importanti provider sanitari del mondo, leader nel settore trapianti, che dà lavoro a 50 mila persone con un giro d’affari di 5,6 miliardi di euro (e infatti lo Steel tower, il grattacielo più alto, è diventato l’Upmc tower). Il Wall street journal ha deciso di chiamarla “Roboburgh” scegliendo la robotica come marchio distintivo dell’eccellenza pittsburghese (300 solo le aziende-spin off nate dal settore accademico dell’informatica con fondi interamente privati). Come è accaduto? «Vent’anni fa, mentre la siderurgia spariva provocando un disastro sociale devastante, il grande capitale, le famiglie dei Carnegie, dei Frick, dei Mellon, degli Heinz non sono scappate con il bottino» racconta Luke Ravenstahl, 29 anni, il più giovane sindaco d’America; «ma hanno continuato a finanziare le università e le fondazioni culturali. Così si è innescato un processo virtuoso che ha permesso alla ricerca di concentrarsi su progetti vincenti che hanno fatto man bassa di fondi federali, capitali che hanno attirato ricercatori e altro capitale privato». Paul C. Wood, vicepresidente dell’Upmc spiega così la diversità e quindi la personalità tosta di Pittsburgh: «Qui non si insegue la palla, ma cerchi di piazzarti dove pensi che la palla arriverà. Non si vive alla giornata, puntando sulla bolla del momento, ma si investe pensando alla prossima generazione e senza chiedere aiuti pubblici. Insomma la mentalità è ancora quella operaia, anche se non ci sono quasi più operai».

L’allusione è alla recessione che colpisce gli Stati Uniti appena varchi i confini della contea e alle flebo di miliardi regalati da Washington all’industria di Detroit. Perché, se il ribaltone durato vent’anni è costato la fuga di centomila abitanti e il dissanguamento delle casse comunali, oggi- siccome qui costo della vita e quello delle case non erano drogati – a differenza del resto del Paese il prezzo degli immobili sale, c’è un boom nella riconversione dell’edilizia industriale con investimenti per quasi 2,8 miliardi di euro, la disoccupazione è ferma al 5 per cento e il rebranding della città come «il miglior posto d’America per le famiglie di giovani professionisti» (Newsweek), ha portato, solo quest’anno, quattromila under 30 laureati a ripopolare gli 89 quartieri sparsi sulle colline e lungo i fiumi di Pittsburgh. Obama non poteva che scegliere la Steel city, la città che doveva morire e che invece si gode il suo Rinascimento.

Marzio G. Mian
10 settembre 2009


corriere.it

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