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Archive for gennaio 2010

martedì 23 febbraio 2010

Conoscere l’Africa 5: Libia, l’inferno dei migranti

African Market di Kufra, sudest della Libia, a poco più di mille chilometri da Bengasi. Il confine con l’Egitto e il Sudan è molto vicino. E’ qui uno dei punti preferiti dai trafficanti che contrattano con i migranti che cercano di lasciare il paese libico nel tentativo di approdare in Italia. L’obiettivo prescelto è la costa del nostro Paese. Malta, con il rischio di diciotto mesi di permanenza in attesa di decisioni, è vista come fumo negli occhi. All’isola dei cavalieri preferiscono la Sicilia, con i suoi punti d’approdo più caldi: Lampedusa, Pozzallo o Portopalo di Capo Passero, poco importa. Kufra è uno dei punti più sensibili per lo smistamento dei clandestini. Questa zona, in passato, ha rappresentato uno snodo importante per le carovane di mercanti che arrivavano dal Ciad, da Borkou o da Ouaddai, intenzionate a raggiungere la costa mediterranea.

A Kufra giungono soprattutto i migranti irregolari che partono dai paesi del Corno d’Africa, Somalia soprattutto, ma c’è anche un consistente afflusso di etiopi ed eritrei. A fare da apripista ai mezzi carichi di clandestini sono spesso i poliziotti libici, come si evince dalle testimonianze rese alle autorità italiane da alcuni somali sbarcati di recente in Sicilia. “Spesso, al fine di evitare problemi con i componenti delle organizzazioni criminali che lucrano sul traffico dei clandestini – afferma un cittadino di Asmara – sono i poliziotti a scortare i mezzi con la gente a bordo e questo dietro una dazione di denaro. E non è detto che tutto fili liscio”.

La struttura di Kufra è già stata oggetto di varie ispezioni, condotte da delegazioni dell’Unione Europea. Il centro di smistamento è stato definito “un punto di partenza al di sopra delle leggi ed in cui si concretizzano i primi contatti tra le organizzazioni criminali che fanno affari d’oro sui viaggi della speranza”.

Il sistema libico di detenzione degli irregolari

Le forze di polizia italiane hanno individuato tutti i passaggi e le strategie della holding criminale che agisce dietro il traffico di esseri umani da immettere sopra le imbarcazioni dirette verso le coste della Sicilia. Quando i camion, carichi fino all’inverosimile di persone, vengono fermati in un posto di blocco, le possibilità sono due: o accordarsi immediatamente con le forze di polizia locali, dietro pagamento di una tangente per il lasciapassare, oppure il camion fa inversione di marcia tornando verso il confine sudanese in attesa che i riottosi si convincano a sborsare il denaro.

Tra l’altro, se l’autista del camion decidesse di scaricare tutti nel deserto, il rischio di morire di sete sarebbe molto elevato poiché spesso si scelgono tragitti in cui per centinaia di chilometri non si trova che sabbia. Una strategia per indurre tutti i migranti a pagare senza battere ciglio. Chi non ha pagato prima, alla minaccia di essere riportato in Sudan, paga dopo. E chi non ha i soldi viene arruolato nel mercato del lavoro nero oppure nella prostituzione, con la speranza di raggiungere la cifra utile a pagarsi il posto in barca.

Nel centro di Kufra i metodi sono degni della peggiore “macelleria argentina”. Ci sono testimonianze agghiaccianti, di persone transitate da questo luogo infernale. Un somalo poco più che ventenne parla di Kufra come di “un luogo di morte, dove guardare in faccia chi opera all’interno del centro può scatenare una reazione bestiale fino a riempirti di botte”. Il rancio quotidiano è da Kolyma siberiana: venti grammi di riso in bianco, se vuoi il pane devi pagare a parte. Ed il riso viene servito molto caldo così da far scottare le mani mentre i carcerieri osservano compiaciuti. E’ un sistema per provocare ulteriore umiliazione. E quando entrano le “squadre della morte”, stupri e violenze diventano all’ordine del giorno. Un ex soldato eritreo, scappato dal suo paese, ha raccontato il modo in cui venivano stuprate le donne davanti ai rispettivi mariti, mentre all’interno delle celle la puzza di umido ed escrementi rendeva l’aria irrespirabile. Kufra, tuttavia, non è l’unico centro di detenzione per immigrati irregolari.

In Niger c’è Dirkou ma si potrebbero citare anche Oujda (in Marocco), Nouadhibou (Mauritania) e l’algerino Tinzouatine, definiti “i posti della tratta umana e dello sfruttamento della condizione di migranti clandestini lungo le rotte del Sahara”. Alcune organizzazioni umanitarie hanno stimato questo business in circa venti milioni di euro l’anno, cifra che comprende anche le estorsioni e le razzie. Tolta la parte spettante ai passeurs ed ai militari, il resto va in tasca alle organizzazioni criminali operative nel Nord Africa.

“Se non hai soldi e non ti danno un lavoro, resti bloccato per mesi e mesi rischiando di impazzire”, afferma un somalo approdato a Portopalo di Capo Passero (Siracusa) nei mesi scorsi. Il gruppo criminale più attivo al momento è quello libico, comprendente anche componenti sudanesi ed un supporto di soggetti egiziani, impegnati soprattutto nella parte finale della filiera, quella della traversata del Canale di Sicilia.

Per raggiungere la somma necessaria a pagarsi il “posto” nella carretta del mare, le donne lavorano come domestiche (quando sono fortunate), gli uomini invece trovano da fare come meccanici o muratori. Più che altro si tratta di lavori di trasporto sabbia o di costruzione di mattoni che vengono pagati pochi spiccioli a fronte di tanta fatica e a patto che il lavoratore stesso rimedi una carriola, altrimenti niente da fare.

In Libia c’è anche un sistema di carceri mascherati da centri di permanenza. Ankar è quello situato all’interno dell’oasi di Kufra. A volte, il camion che trasporta i detenuti si ferma per diverse ore sotto il sole, senza alcun motivo. L’aria all’interno del mezzo si fa presto irrespirabile, il caldo diventa subito soffocante. E più la gente grida più i libici prolungano la sosta mentre la puzza di escrementi e sudore si fa sempre più forte di minuto in minuto.

Parecchie persone vengono arrestate a Bengasi o a Misurata. Qui, quando qualcuno scappa, la reazione della polizia è immediata. Le retate successive portano nel centro di detenzione un numero nettamente superiore di persone rispetto a quelle che si sono date alla fuga. E poco importa se tra coloro che vengono fermati vi siano quelli effettivamente fuggiti. Gli aguzzini sono imperterriti: giorno per giorno vengono allestite squadre di detenuti impegnate nella costruzione di altre strutture interne al campo di detenzione.

Chi non ce la fa, viene dislocato al lavaggio delle macchine dei poliziotti. Terminata la detenzione a Misurata, il migrante pensa di essere pronto per l’imbarco in uno dei tanti natanti pronti a prendere il largo, facendo rotta per l’Italia. “Ed invece – dichiara un cittadino eritreo – le autorità libiche decidono di riportarti a Kufra perché sei stato accusato di immigrazione clandestina e quindi sei passibile di espulsione. In realtà, c’è già l’accordo per venderti a qualche mediatore che, dopo aver incassato la somma stabilita ti rispedisce a Bengasi”.

Così, avanti ed indietro tra Bengasi, Tripoli e Kufra per dissanguare economicamente chi spera di partire via mare, perché ad ogni nuovo arresto si deve pagare. Del resto, dopo il petrolio, lo sfruttamento dei clandestini è una voce molto florida per l’economia libica e il migrante irregolare è considerato come “una quantità di dollari in movimento”. La vendita ai contrabbandieri dei detenuti, da parte delle forze dei polizia, avviene direttamente dal carcere. Gli acquirenti possono anche essere sudanesi. Se “l’acquistato” non ha i soldi, lavora come schiavo fino ad estinguere il debito. I più fortunati, a volte, giungono a Tripoli in uno sgangherato taxi dove si va in cinque o sei, sfruttando anche il bagagliaio. Nel quartiere dei mercanti di uomini avviene la contrattazione. Di notte la polizia mette in atto le retate e i clandestini sono sempre pronti a darsi alla fuga.

Chi ha bisogno di andare in ospedale, per non correre il rischio di essere denunciato, deve trovare un libico che, dietro pagamento, ti presta la sua identità. E per chi è affetto da malaria o, peggio ancora, da Hiv c’è il rischio di un’iniezione letale. “In Libia, l’immigrato irregolare deve guardarsi da tutti, – ci dice Mahmoud, giovane proveniente da un villaggio sudanese – se riesci ad evitare le retate dei poliziotti, spesso finisci picchiato e derubato dalla gente del posto che ti pedina sistematicamente appena capisce che sei un irregolare e che hai dei soldi”.

Superata la fase della detenzione, scampato alle retate e alle aggressioni, racimolata la cifra per pagare l’imbarco su un barcone, il migrante irregolare contatta gli intermediari che molto spesso sono etiopi o eritrei che lavorano per un trafficante locale. Il passaggio dall’inferno libico non è ancora finito, la disperazione è pari alle sofferenze e con la consapevolezza che, pur sopravvivendo al viaggio, non sei niente, solo un immigrato irregolare.

“Questo è peggio della prigionia nel tuo paese ma si parte perché non hai alternative, perché nel mio paese, la Somalia, l’inferno ha una faccia ancora peggiore”. Nella parole di Mahmoud sembra di intravedere la realtà descritta magistralmente da Varlam Salamov ne “I racconti della Kolyma”, libro che nei primi anni Ottanta ha fatto conoscere al mondo l’orrore del sistema concentrazionario sovietico. Le angherie delle guardie, la denutrizione, l’assoluta mancanza di umanità, l’essere quasi in un mondo a parte, le persone ridotte a cose, schiavizzate, vendute e rivendute, senza diritti e solo con obblighi per evitare maltrattamenti e percosse.

In uno dei racconti di Salamov, intitolato “La carriola”, l’autore evoca l’orrore e l’oppressione del lavoro in miniera dove la carriola è un simbolo, come per i migranti irregolari che in Libia cercano questo attrezzo per poter lavorare come muratori e sperare di racimolare il necessario per ottenere un posto in barca e partire per l’Italia.

Le organizzazioni criminali

Gli investigatori italiani ipotizzano una riorganizzazione a breve della componente criminale libanese molto attiva nel traffico di immigrazione clandestina. Questi trafficanti di uomini si sono spostati da un pezzo verso Grecia e Cipro ma potrebbero tornare a guardare alle coste nordafricane. Dalla seconda metà del 2009, in seguito agli accordi del governo italiano con Gheddafi, gli sbarchi hanno registrato un calo. Il leader libico, del resto, continua ad usare il tema immigrazione come una pistola puntata nei confronti dell’Europa e dei paesi del bacino mediterraneo in particolare.

Le rotte cambiano

Per evitare il dispositivo di controllo congiunto italo-libico, i trafficanti hanno modificato le rotte della traversata. Uno dei punti preferiti, da un po’ di tempo a questa parte, è Zliten, non molto distante da Tripoli. Si punta verso il confine egiziano e la navigazione avviene più ad est, verso le coste greche, per poi virare in direzione della Sicilia allungando il tempo e i rischi della navigazione. Questo cambio di strategia trova conferma nelle riserve di carburante che le forze dell’ordine italiane trovano a bordo dei barconi appena sbarcati, cresciuti da 5-6 contenitori a 10-12 taniche di gasolio. “Abbiamo notato, dalla metà del 2009 in avanti, – afferma Carlo Parini, sostituto commissario e responsabile del Gruppo interforze di contrasto dell’immigrazione della Procura di Siracusa – che il numero di sbarchi si è drasticamente ridotto. E’ cresciuto, però, il numero delle persone caricate sulle imbarcazioni. Di recente, in provincia di Siracusa, abbiamo avuto arrivi di oltre duecento migranti in un solo sbarco”.

A conferma di questo, va rilevato il caso del barcone con 250 migranti, tra cui parecchie donne e bambini, rimasto a lungo a fare la spola nel mare in tempesta tra il 24 e il 26 di ottobre scorso, a largo delle coste siciliane, assistito da una nave petroliera che ha lanciato viveri ed acqua a bordo, non potendosi avvicinare per paura di speronamenti, considerate le avverse condizioni meteo-marine.

Anche in questa occasione, si è registrato il comportamento “pilatesco” di Malta che avrebbe addirittura autorizzato le forze libiche ad effettuare il prelevamento dell’imbarcazione. Intervento, poi non concretizzatosi, che poteva rappresentare un precedente in grado di andare ben oltre le soglie del “respingimento”, non tralasciando la circostanza riguardante la presenza a bordo di eritrei e somali, sicuramente dei potenziali richiedenti asilo. Tra l’altro, tornare in Libia dopo il respingimento equivale, per chi incappa nelle maglie del dispositivo di pattugliamento, a ricevere un biglietto di ritorno verso l’inferno.

Il viaggio di Adam

Tra i tanti che sono transitati dalla Libia dopo aver attraversato il deserto, vedendo la morte in faccia, c’è Adam, un giovane ivoriano di 26 anni. Lo incontriamo in Sicilia, in una struttura per richiedenti asilo. La maglietta del Bayern Monaco è quasi una seconda pelle. Attende lo status di rifugiato, che gli permetterà di cercarsi un lavoro, assistito da un avvocato siciliano che gli ha assicurato il patrocinio legale in modo del tutto gratuito. La sua storia è simile a quella di tanti africani che, dopo aver attraversato il Sahara e il tratto di mare che separa l’Africa dalla Sicilia, giungono in Italia con l’intenzione di costruirsi un futuro.

«Ho fatto studi di perito meccanico, puntavo a laurearmi ma la guerra nel mio paese mi ha costretto a scappare. Mio padre è morto e io non avevo altre possibilità: o fuggire o finire arruolato. Ho scelto la prima opzione». Adam racconta il suo passaggio del deserto. «Un primo tratto lo abbiamo fatto con un furgone poi, quando la sabbia si è fatta più profonda, siamo stati scaricati e da lì in avanti abbiamo proseguito a piedi. Con me avevo solo un litro d’acqua che avrei dovuto far bastare per circa una settimana, tanto era il tempo stimato per l’attraversamento della zona desertica». Alcuni suoi compagni di viaggio non ce l’hanno fatta. «Due li ho visti morire e li ho dovuti abbandonare lì, nell’immensa distesa di sabbia. Dovevo proseguire, cercare di giungere al più presto in Libia dove sarebbe cominciata la seconda fase del mio viaggio verso l’Italia ».

Nel paese libico, Adam ha dovuto rinnegare la sua religione per poter trovare un lavoro. «Io sono un cattolico ma in Libia ho dovuto dire di essere un musulmano altrimenti non ti davano nemmeno il diritto di parlare. Ho incontrato gente talmente priva di umanità da non sembrare nemmeno umana». Con altri 27, dopo alcuni mesi di duro lavoro, Adam è stato caricato in una piccola imbarcazione diretta verso le coste italiane.

«Il mare fa meno paura del deserto. Se hai superato il Sahara rimanendo vivo, è già una grande cosa. Prendere il largo a bordo di una qualsiasi imbarcazione è il segnale che stai per farcela, che il peggio è ormai alle spalle, che ti sei lasciato l’inferno libico». Il passaggio in mare non è certo una agevole. Sei costretto a bere acqua salata, l’esposizione continua al sole ti sfianca, gli schizzi di carburante sul corpo sono strali acuminati. L’approdo è sinonimo di salvezza. Adam guarda la piccola imbarcazione che lo ha condotto in Sicilia. «Da sei mesi e mezzo mia madre non ha notizia di me. – aggiunge Adam con una punta di commozione – Le ho inviato una lettera, spero la riceva. Vorrei rimanere in Sicilia, lavorare, avere tanti amici e studiare la costituzione italiana e le leggi del vostro paese. Così posso diventare un buon cittadino. Intanto, ringrazio Dio per avermi fatto superare tante difficoltà».

Il suo è lo sguardo di chi, nonostante tutto, spera nel futuro. Sua madre non sa ancora che il figlio si trova in Sicilia dopo aver attraversato l’inferno della crudeltà e dell’assoluta mancanza di scrupoli, dove l’uomo diventa il peggior nemico dei suoi simili. Come scrisse uno scrittore, nel commentare una delle tante traversate della speranza nel Mediterraneo, “abbiamo, se l’abbiamo, la sopravvivenza ad una catastrofe, lo scampo ad un naufragio. L’esito non è mai una salvezza realizzata”.

Gli investigatori italiani: “Il nostro ruolo è anche garantire alti livelli di soccorso e accoglienza”

Parla Carlo Parini, responsabile del Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina della Procura di Siracusa.

Quattro magistrati e sette esperti in tema di immigrazione. Questi i numeri del “Gruppo interforze di contrasto dell’immigrazione clandestina”, costituito nell’ottobre del 2006 dalla Procura di Siracusa, retta dal procuratore Ugo Rossi, unica realtà di questo tipo operativa in Italia. Un pool proveniente da diverse istituzioni dello Stato, coordinati dal sostituto commissario di polizia Carlo Parini, funzionario con una vasta esperienza internazionale. “Nel nostro lavoro investigativo non manca l’aspetto del soccorso. Anzi, spesso siamo impegnati a fianco dei volontari siciliani che assicurano la prima accoglienza e soccorso dei migranti che approdano da queste parti. Un impegno che, per quanto mi riguarda, considero superiore a quello che viene assicurato in altri paesi, ad esempio, come la Spagna”. Il gruppo rappresenta il fiore all’occhiello nelle investigazioni sull’imponente traffico di clandestini nel Mediterraneo. Tra i successi riportati, l’aver sgominato una complessa organizzazione criminale che aveva organizzato il traffico di clandestini cingalesi, attraverso il canale di Suez, poi introdotti in Sicilia e su tutto il territorio nazionale. Interpreti di lingua araba ed una vasta rete di informatori collaborano con questa struttura. Il lavoro del gruppo interforze continua anche dopo gli sbarchi, bisogna identificare e inserire nel data-base tutti gli immigrati, la Procura di Siracusa è così un vero punto di riferimento in Italia, la memoria storica. Parini ha contribuito a riconoscere soggetti che erano già stati identificati ed espulsi, che tornano con il sistema degli alias (utilizzo di altri nomi).

Sergio Taccone, in “Popoli e Missione”, gennaio 2010

Sergio Taccone, giornalista, scrive per il quotidiano La Sicilia e per il mensile delle Opere Missionarie Popoli&Missione. Dal 2001 segue gli sbarchi di migranti nella Sicilia sud-orientale. Nel 2009 ha vinto il Premio Internazionale di Giornalismo “Maria Grazia Cutuli”. Autore di un libro inchiesta (Dossier Portopalo, il naufragio fantasma) sulla più grave tragedia nel Mediterraneo del secondo dopoguerra: il naufragio del Natale ’96 in cui persero la vita quasi 300 migranti cingalesi, indiani e pakistani. Dal libro di Taccone è stato tratto anche il documentario Il viaggio di Adamo, realizzato nel 2009.

  • Reportage di Oggi. Le immagini che mostrano come si muore nel deserto della Libia

L’inferno dei migranti

Un testimone racconta cosa succede dove i clandestini sono solo una merce. Anche da buttare, se serve

Un cimitero senza lapidi. E’ il deserto della Libia, attraversato dalle rotte dei migranti. Qui «sono i morti che cercano i vivi» scrive Gianni Passavini, in un reportage che esce mercoledì sul settimanale Oggi. «Li trovi senza cercarli. Passi col tuo fuoristrada e lì, dove tutto è sabbia color ocra, vedi spuntare una camicia azzurra, un lembo che sventola, quasi a voler segnalare una presenza». E’ quella di un ragazzo nero disteso nella sabbia. Uno dei tanti che hanno perso la vita, non solo la speranza di cambiarla. Molti sono anche quelli che tentano di ritornare al loro paese, dopo essere stati intercettati in mare da qualche nave militare e riconsegnati al loro destino africano, che ripassa per forza dal deserto dalla Libia. Sempre che riescano a sfuggire ai centri di detenzione predisposti da Gheddafi.

Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti

I VIAGGI DI RITORNO – Da quando nello scorso marzo è stato firmato l’accordo tra Italia e Libia per il via ai respingimenti in mare, il flusso di ritorno è aumentato. Soprattutto di quelli che arrivano da paesi in guerra, che prima confidavano di ottenere lo status di rifugiati. Oggi ha raccolto la testimonianza di un italiano che si trova spesso ad attraversare il “cimitero senza lapidi”. E’ lui a spiegare come questo obitorio senza confini assorba un numero di morti che nessuno conosce. Dopo qualche giorno la sabbia seppellisce gli uomini neri senza nome. Ma se uno arriva in tempo, prima che il deserto nasconda per sempre queste tracce, vede “i morti che cercano i vivi”. E, se la fortuna ha pietà, è anche possibile salvarne anche qualcuno. «Il camion su cui viaggiavano si è rotto – spiega il testimone – l’abbiamo anche visto. C’è sempre una macchina che segue i camion di clandestini, con tutta probabilità ha caricato gli autisti, abbandonando gli altri al loro destino». Ci sono anche le immagini di un video girato sul posto, a “illustrare” il racconto. I migranti non erano morti da molto tempo. «Due di loro erano ancora vivi – spiega il testimone italiano – ma completamente disidratati. Li abbiamo trasportati ad Al Gutrun e li abbiamo salvati». Sono tantissimi gli incidenti che coinvolgono i camion di clandestini. Ma quasi mai nessuno lo viene a sapere. Sono stracarichi di cose e persone, oltre ogni logica e contro ogni equolibrio: basta una buca o un dosso e il viaggio della speranza, o della fuga, si trasforma in morte sicura.

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LA FEROCIA DEI TRAFFICANTI – Chi gestisce questi flussi di dannati ha il senso degli affari, e solo quello. Gli introiti dei viaggi della speranza sono una miniera di soldi e non si può sgarrare. Se qualcuno cerca di fregare questi trafficanti è finito. In altre immagini pubblicate dal settimanale si vedono due ragazzi presi a bastonate, cosparsi di benzina e bruciati vivi. Loro non sono nemmeno arrivati a morire sotto la sabbia.


26 gennaio 2010

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(Afp)

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Giovanni Pascoli

O rondinella nata in oltremare!
Quando vanno le rondini e qui resta
il nido solo, oh, che dolente andare!
Non c’è più cibo qui per loro, e mesta
la terra, e freddo è il cielo, tra l’affanno
dei venti, e lo scrosciar della tempesta.
Non c’è più cibo. Vanno: Torneranno?
Lascian la lor casa senza porta;
tornano tutte al rifiorir dell’anno.

A Rosarno è primavera

Stop ai clandestini


Come dire che la maggior parte delle persone, politici, istituzioni varie, media e società civile, non ha capito,vuoi per ignoranza vuoi per ipocrisia becera e vile, la realtà di Rosarno, dove i migranti tornano, nel senso che stanno tornando,  per una loro libera scelta a dimostrazione, caso mai ce ne fosse bisogno, che a Rosarno si trovano bene e che la gente del luogo, educata e  leale , li accoglie benissimo.

Fermo restando che i clandestini che sono, per definizione  e di fatto,  dei fuorilegge, dovrebbero essere rimpatriati tutti.

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da uno studio americano finalmente una droga sana

come dire  “ mens sana in corpore sano”

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Pietro Mennea

Correre fa bene al cervello

Stimola la crescita di nuovi neuroni e crea una «sana» dipendenza, con effetti simili a quelli della cannabis

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ROMA – Chi «corre» tutti i giorni fa un favore al suo fisico ma anche al suo cervello, favorendone alcune specifiche capacità. Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista dell’Accademia Americana delle Scienze (PNAS) condotto su «topi corridori» dall’equipe di Henriette van Praag del National Institute on Aging, parte degli statunitensi National Institutes of Health, presso Baltimora. Molti studi, sia su esseri umani sia su animali, hanno dimostrato che l’esercizio fisico produce profondi benefici per le funzioni cognitive; nei bambini e nei giovani adulti si riscontra una forte associazione positiva tra attività fisica e capacità di apprendimento. Invece negli anziani l’esercizio fisico permette di rallentare la comparsa di quelle defaillance di memoria tipiche della terza età.

GLI EFFETTI SUL CERVELLO – La corsa in particolare, scrivono su PNAS gli autori di questo studio, ha dimostrato avere profondi effetti sul cervello: nei topi migliora apprendimento e memoria e a ciò sono risultati legati cambiamenti strutturali e fisiologici dell’ippocampo (centro della memoria); la corsa aumenta la produzione di fattori neurotrofici (il «cibo» del cervello), aumenta la vascolarizzazione cerebrale, la plasticità neurale. Il correre ha in sè anche altri effetti prodigiosi. Uno studio, ad esempio, ha dimostrato che correre è come fumare marijuana, però senza effetti collaterali; infatti mette in circolo sostanze simili ai principi psicoattivi presenti nella pianta, che agiscono sul cervello dando sensazione di euforia.

UNA »SANA DIPENDENZA» – Gli scienziati del Georgia Institute of Technology e dell’Università di Irvine hanno così spiegato il fenomeno che dagli anni Settanta è definito in America «euforia del corridore». È il risultato di un meccanismo messo in atto dal corpo per proteggersi dal dolore e per sopportare meglio lo sforzo muscolare durante l’attività. Infatti correndo il corpo produce alti livelli di anandamide, una molecola con le stesse proprietà dei tetracannabinoidi rilasciati dalla marijuana sul sistema nervoso. Ora gli esperti hanno dimostrato che topolini adulti che corrono volontariamente riescono a superare meglio dei test di abilità spaziale; a ciò è associata la neurogenesi, cioè la nascita di nuovi neuroni in zone strategiche del cervello per apprendimento e memoria. Nei topi anziani invece l’effetto non si nota. Senza il vincolo di una scheda da rispettare in palestra, a tu per tu con il verde cittadino, la corsa è quindi un modo semplice e poco costoso di allenare non solo il corpo ma anche la mente. (Fonte agenzia Ansa).
18 gennaio 2010

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LA GEOLOGIA

Senza speranza

Haiti è su una «zattera». In movimento

La placca caraibica in moto verso est. Perché a Santo Domingo le scosse non hanno fatto danni

«Haiti è una delle zone più a rischio della Terra in fatto di terremoti. Lo racconta la sua storia, lo mostrano le mappe geologiche dove si vede l’isola al bordo di una piccola placca stretta fra altre gigantesche. In gioco ci sono forze straordinarie capaci di distruzioni immani quando si manifestano». Gianpaolo Cavinato, dell’Istituto di geologia ambientale e geoingeneria del Cnr, ha studiato i movimenti sismici nei continenti, talvolta li ha inseguiti con impressioni così forti difficili da tradurre in parole. Negli ultimi cinquecento anni nell’area si sono già verificati 12 terremoti più violenti dell’attuale superando i 7,5 gradi della scala Richter. La crosta della Terra è suddivisa in tanti pezzi che i geologi chiamano placche con uno spessore variabile da dieci chilometri a oltre settanta, a seconda dal luogo, negli oceani o sui continenti. Le placche si scontrano fra loro, alcune si inabissano sotto le altre, e altre ancora scivolano sullo stesso piano e dove vengono a contatto il movimento sviluppa energia. Questo accade lungo le faglie, cioè le fratture, che segnano la spaccatura della crosta. Haiti emerge dalla placca caraibica che è come una zattera in moto verso est. A nord si scontra con la grande placca nordamericana in viaggio invece verso ovest alla velocità di 2 centimetri all’anno e a sud con la altrettanto estesa placca sudamericana che s i sposta a nord-ovest di 1,5 centimetri all’anno. Quindi la «zattera» si trova stretta fra imponenti masse che agiscono di continuo sul suo territorio.

Ma non basta. La stessa placca caraibica è percorsa al suo interno da faglie minori che aumentano sia i rischi, sia le forze in gioco. Su una di queste è addirittura collocata la capitale di Port-au-Prince rimasta vittima di imponenti distruzioni. Il suo territorio è infatti diviso in due parti in movimento nella stessa direzione ma con velocità diverse intorno a 70 millimetri all’anno. «Nel continuo scivolare strette fra loro — spiega Cavinato — accumulano un’energia che ad un certo punto deve liberarsi ma non si sa dove e quando». Questa volta il punto sotterraneo in cui si è scatenata la violenza distruttrice, l’ipocentro come lo chiamano i geologi, era a 10 chilometri di profondità e a 16 chilometri dalla capitale. Santo Domingo, al contrario, dall’altra parte dell’isola, è in una posizione meno pericolosa perché le due faglie esistenti sul territorio della Repubblica Dominicana restano lontane, transitando una a nord e l’altra marginalmente a sud. La città, dunque, è meno soggetta a rischi. E Il terremoto è rimasto lontano. Ma da dove arriva la forza che fa muovere senza sosta le placche della crosta terrestre? «Il nostro pianeta è come una macchina termica— precisa lo scienziato—con un cuore incandescente. È proprio il calore che ha al suo interno ad alimentare un’energia capace di spostare le placche». Così il volto della Terra continua a cambiare e a rimodellarsi. Circa 300 milioni di anni fa c’era il supercontinente unico, Pangea, che lentamente si è diviso nei continenti attuali. Ma non era la prima volta che accadeva. Per il nostro pianeta è un fatto ciclico e già in precedenza si era verificato: insomma, è un continuo comporsi e scomporsi proprio grazie al calore che, come in una pentola, quando bolle sposta il coperchio. «La regione dei Caraibi è tra le più calde — sottolinea Cavinato — e la prova sta anche nelle catena di vulcani attivi presenti lungo la costa pacifica del Nicaragua. Un dozzina di bocche di fuoco che testimoniano dei potenti scontri geologici in atto nelle profondità».

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Gli stessi specialisti della sede dell’Onu crollata avevano evidenziato i rischi legati alle faglie pianificando interventi e costi. Mai ascoltati. È proprio risalendo lungo la linea dei vulcani che si incontra la famosa faglia di Sant’Andrea che separa la placca nordamericana dalla placca pacifica. È qui che si aspetta il Big One, il super terremoto che potrebbe scuotere disastrosamente la costa californiana riportando alla memoria il tremendo ricordo di San Francisco con il tragico mattino del 18 aprile 1906 e l’imponente incendio che fece più vittime del sisma. In quell’occasione si misurò uno spostamento della faglia di 6,5 metri. Ma più recentemente, e ripetutamente, la terra ha tremato a Los Angeles. Nel 1994 ci furono una settantina di vittime e anche nel luglio 2008 il fenomeno seminò paura. Anzi alcuni scienziati hanno interpretato quest’ultimo come un preavviso del Big One. Proprio per cercare indizi del suo arrivo i geologi americani hanno scavato un buco, una perforazione sino a 3,2 chilometri di profondità vicino alla cittadina di Parfield, tra San Francisco e Los Angeles. L’operazione, nota come «Safod Project» è condotta dal Geological Survey per prelevare campioni del suolo in prossimità della faglia e capire nello studio delle loro caratteristiche se manifestano segni utili a qualche previsione. «Purtroppo possiamo ancora fare ben poco per anticipare lo scatenarsi di un sisma — dice con amarezza Cavinato —. Ci limitiamo a misurare e valutare gli spostamenti superficiali del suolo o a cogliere qualche indicazione in profondità per tentare, ad esempio, di calcolare l’accumulo di energia. Sono dei tentativi — aggiunge — perché le faglie sono lunghe centinaia e centinaia di chilometri e studiando un solo punto non possiamo decifrare come e dove i fenomeni possono accadere e con quali caratteristiche».

Qualche aiuto ora arriva anche dallo spazio e con i satelliti Gps è possibile sorvegliare lo slittamento delle superfici. Indagini più sofisticate si conducono con i satelliti Lageos della Nasa e dell’Asi italiana facendo rimbalzare nello spazio un raggio laser e calcolando quanto i continenti si separano fra loro. Adesso c’è la frontiera più avanzata dei satelliti radar attraverso i quali si tengono sotto controllo le deformazioni del suolo. La Protezione civile italiana ha già chiesto all’Agenzia spaziale italiana Asi di scandagliare l’area di Haiti con la costellazione dei satelliti radar «CosmoSkymed » le cui immagini sono in corso di elaborazione dalla società «e-Geos». «Per una stima della situazione stiamo effettuando anche un confronto con le immagini della zona raccolte nell’aprile scorso — commenta Alessandro Coletta, responsabile della missione in Asi — e con i continui sorvoli dei giorni prossimi forniremo agli scienziati una fotografia delle modifiche avvenute. Sono dati utili per interpretare meglio la natura geofisica dell’area e possono essere preziosi, speriamo, per il futuro».

Giovanni Caprara
15 gennaio 2010

corriere.it

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Sonno sonnaio

la festa di gennaio
gennaio andò alla festa
con la ghirlanda in testa
di rose e gelsomino
fai la nanna mio bambino.

Bentornato Sonno ristoratore

Nel sonno il segreto per dimagrire

Diversi studi indicano in un giusto riposo la chiave per perdere peso

Se pensate al letto come sinonimo di pigrizia e quindi ostacolo per il dimagrimento, sbagliate di grosso. È ormai una realtà scientifica il rapporto fra metabolismo e ciclo naturale del sonno e della veglia, più precisamente fra gli ormoni e le fasi cerebrali.
Una quantità di ricerche hanno stabilito una relazione tra la quantità e la qualità del sonno da una parte, e l’indice di massa corporea dall’altra.
Sulla rivista specializzata Obesity, la ricercatrice Deanna Arble, che lavora per il Centro del sonno e della biologia circadiana della Northwestern University in Illinois, ha pubblicato uno studio che mette in luce dati interessanti. Analizzando topi da laboratorio, la dott.ssa Arble ha scoperto che una dieta ricca di grassi aumenta il peso in percentuali diverse a seconda dell’ora in cui vengono somministrati gli alimenti. Se durante gli orari diurni il peso sale del 20 per cento, gli stessi alimenti proposti ai topi durante le ore notturne produce un aumento di peso pari quasi al 50 per cento.
Altri studi hanno ricavato dati coerenti con lo studio della Arble, anche se relativi alla possibilità di sviluppare il diabete. Secondo una ricerca dell’Università di Chicago, le persone sane costrette a un ritmo di vita che prevede soltanto cinque ore di sonno al giorno perdono progressivamente la sensibilità al glucosio, il che le predispone appunto al diabete, oltre che all’obesità. Un’altra ricerca, stavolta canadese, ha individuato nel cattivo funzionamento della melatonina, l’ormone che regola il rapporto fra le fasi di sonno e di veglia, un aumento del 20 per cento del rischio di insorgenza della malattia.
Secondo la dott.ssa Arble, quindi, le prove di una profonda influenza dei ritmi circadiani – ovvero il ciclo dei processi fisiologici di un essere vivente nell’arco di 24 ore – sul metabolismo umano sono indubitabili: “tutti i principali elementi chiamati in causa nella regolazione del peso e dell’appetito sono influenzati dall’alternanza di sonno e veglia e hanno un andamento fluttuante nell’arco della giornata: il metabolismo dell’insulina, la funzionalità della leptina (l’ormone della sazietà), la regolazione della temperatura e molto altro. E questo significa che l’obesità può essere vista anche come una patologia derivante dalla perdita di armonia in questo delicato equilibrio”.
A questo punto, quali potrebbero essere le strategie per riequilibrare questo rapporto? Al momento, non esistono farmaci in grado di regolare meccanismi tanto complessi e i medici suggeriscono pertanto di mettere in atto terapie comportamentali mirate, in poche parole di riprendere le vecchie e sane abitudini di una volta.
La rivoluzione del tempo quotidiano indotta dalle nuove esigenze economiche che si sono presentate negli ultimi cento anni ha costretto il nostro organismo a far fronte a situazioni inedite. La mancanza del giusto riposo e la diminuzione complessiva delle ore di sonno sono andate di pari passo con l’aumento dei fenomeni di ipertensione, diabete, obesità, problemi cardiaci.
Costretti a ritmi esasperati, la qualità della nostra vita peggiora e il nostro organismo alla fine presenta il proprio conto. Se si vuole veramente dimagrire, quindi, occorrerà che ognuno di noi operi una piccola rivoluzione nei comportamenti.

Andrea Piccoli

Leonardo.it

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Catastrofe ad Haiti

foto concessa da meteoweb.it

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Nessuno sta dalla parte di Rosarno: ecco perchè in Calabria vince la ‘ndrangheta, e perde lo Stato

Pubblicato da peppecaridi su 13, Gennaio, 2010

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L’allarme è ormai rientrato: a Rosarno è stata sedata la rivolta degli extracomunitari e il paese è tornato alla vita di tutti i giorni: non è più tempo di cronaca, scontri, incendi e spari. Abbiamo quindi la possibilità di riflettere, a mente fredda, rispetto a quanto accaduto negli ultimi giorni nel cuore della piana di Gioia Tauro. Le riflessioni sono ulteriormente stimolate dalle varie trasmissioni speciali che i massmedia stanno dedicando ai ‘Fatti di Rosarno’, che hanno fatto il giro del mondo finendo in prima pagina del New York Times o di El Pais, tanto per citare due tra i più importanti quotidiani che hanno dedicato molto spazio a quanto avvenuto nel reggino.
In Italia se n’è parlato lunedì sera nel corso di ‘Porta a Porta’ ma soprattutto martedì sera durante ‘Matrix, su Canale 5, che ha scelto di dedicare un’intera puntata della trasmissione a quanto avvenuto in Calabria.
Se ne riparlerà giovedì ad ‘Anno Zero’, che la scorsa settimana s’è collegato in diretta con Reggio Calabria dopo la bomba in Procura generale e che adesso tratterà il tema di Rosarno e dell’immigrazione con collegamenti in tempo reale dalla piana di Gioia Tauro.
Le opinioni e i commenti della quasi totalità della classe politica, della società civile, dell’opinione pubblica e della stampa Nazionale sono tutti uniformati, anche a livello locale.
Nessuno sta dalla parte di Rosarno e dei Rosarnesi, etichettati come “razzisti” e “xenofobi”. Basti pensare che ‘Il Giornale’ di Vittorio Feltri, con il solito pregevole stile giornalistico che lo contraddistingue, ha dato ragione ai ‘negri’, perseguendo le teorie anti-meridionalistiche dando la colpa alla ‘ndrangheta e al mezzogiorno. Quando, però, a Feltri viene fatto notare che immigrati che vivono in condizioni simili ci sono anche nel nord civilizzato, che a Padova un’amministrazione comunale di centro/sinistra ha costruito un muro per salvaguardare la popolazione dagli extracomunitari, che a Milano ogni giorno si perpetuano stupri e violenze, che nelle periferie di Parigi poco tempo fa è esplosa la ‘violenza Africana’, lui minimizza spiegando che “non è la stessa cosa”.
No? E perchè? E’, invece, la stessa identica cosa.

Assistiamo da giorni e giorni a considerazioni eccessivamente buoniste nei confronti degli extracomunitari che a Rosarno hanno perpetuato gravissime violenze ma, cosa ancor più grave, assistiamo a una criminalizzazione di Rosarno e dei Rosarnesi che è a dir poco vergognosa, che non ha alcuna base di verità e che è assolutamente ideologica e preconcetta.
Sentiamo dire da giornalisti, politici e opinionisti televisivi che questi Africani sono “poveracci, sfruttati per quattro soldi, maltrattati. Li costringiamo a venire qui da noi e li trattiamo in quel modo, senza un briciolo di scrupolo, li facciamo vivere in condizioni disumane e poi gli spariamo pure addosso e li cacciamo via com’è stato fatto a Rosarno. Dovremmo vergognarci”. E’ più o meno quello che ha detto il giornalista del ‘Corriere della Sera’ Pierluigi Battista proprio a Matrix nella trasmissione di martedì sera.
Macchè vergogna: si vergogni lui, di dire cose così al di fuori dalla realtà.

Innanzitutto non siamo noi a costringere gli Africani a venire in Italia, anzi: potremmo anche farne a meno. Abbiamo poco lavoro, difficoltà a fare famiglia e crescere figli, tanti non riescono ad arrivare alla fine del mese. No, certamente l’Italia non è quell’eden in cui milioni di disagiati possono trovare lavoro, benessere e ricchezza.

Non è neanche vero che gli extracomunitari sono sfruttati e maltrattati. Assolutamente. Prendiamo il caso di Rosarno: lavoravano nei campi 7 ore al giorno per raccogliere gli agrumi, e ricevevano una paga tra i 25 e i 30 euro al giorno. Sabato e domenica compresi. Ciò significa che guadagnavano più di 800€ al mese. Non sono pochi, 800€ al mese. Non sono sfruttati: quelle arance valgono ancora di meno, i produttori guadagnano pochissimi centesimi a cassa, i costi di trasporto impediscono alle aziende della piana di essere produttive sui mercati internazionali, e quegli alimenti sono pagati pochissimo. Tanta gente, a Rosarno, gente onesta e leale, vive con molto meno di 800€ al mese. E lavora in nero: quanti Italiani lavorano in nero, senza contratto di lavoro e senza tutele sindacali? Sappiamo bene che sono tantissimi. Perchè, allora, ci scandalizziamo se scopriamo che lavorano in nero anche gli extracomunitari? Che, per giunta, sono clandestini? A Rosarno erano accampati in quasi 1.500. Eppure, per l’Istat, nella piana risiedono solo un centinaio di immigrati regolarizzati. Ciò significa che 1.400 erano clandestini. Soggetti illegali che venivano a guadagnare 800€ e che hanno messo a ferro e fuoco un paesino di provincia.

Ci sarebbe da ridire anche sulle “condizioni disumane” in cui vivevano: certamente rispetto ai nostri standard, agli standard della popolazione Italiana e dei Paesi sviluppati, quelle baracche rappresentavano accampamenti in cui non veniva rispettata la dignità umana. Ma siamo sicuri che anche per gli extracomunitari che ci vivevano sia così? Siamo sicuri che prima di venire in Italia, tra Ghana, Congo, Senegal e Zimbawe, vivessero in case lussuose e ricche di tutti i confort? Evidentemente, se con uno stipendio di 800€ al mese continuavano a vivere in quelle baracche, significa che in fondo gli poteva pure stare bene, perchè con meno di un quarto del loro stipendio, a Rosarno, avrebbero potuto affittare appartamenti di tutto rispetto in cui vivere in condizioni identiche rispetto alla popolazione del luogo. Ma i soldi preferiscono mandarli “a casa”, ai loro parenti, in Senegal, Ghana, Congo e Zimbawe, dove le condizioni sono molto più gravi e disagiate rispetto alle baracche di Rosarno.

Rosarno: parliamo di Rosarno.
E’ un paese di quasi 16.000 abitanti, a un passo da uno degli scali portuali più importanti del mondo, nella piana di Gioia Tauro e con un alto tasso di penetrazione della ‘ndrangheta nella società civile. Quando dico “alto” mi riferisco a ciò che sostengono gli esperti del settore. Sono circa 300 i cittadini di Rosarno considerati “affiliati” o comunque “vicini” alla criminalità organizzata delle ‘ndrine locali, governate dalle cosche Pesce e Bellocco. Trecento: sono tanti, tantissimi rispetto ad altre realtà urbane (a quanto pare, a Palermo la mafia ha 400 affiliati su una popolazione di 800 mila abitanti). Ma sono sempre trecento. Significa che gli altri 15.700 cittadini di Rosarno sono onesti. Sono persone perbene, vittime della ‘ndrangheta, costretti a subirla quotidianamente. Sono persone perbene che in questi giorni si vedono criminalizzati e assaliti dai mass media di tutto il mondo solo perchè si sono difesi da chi ha messo mano, con violenza, su donne e bambini. Dirlo è raccapricciante, ma se ci mettiamo nei panni dei Rosarnesi e ascoltiamo i vari pareri dei grandi ‘gotha’ della cultura Italiana (giornalisti, politici, opinionisti e roba varia), ci renderemo conto che la cosa più vera l’hanno detta gli ‘ndranghetisti del clan Bellocco intervistati dall’inviato di Matrix poche ore prima dell’operazione ‘Rosarno è nostra’ che adesso li costringe alla latitanza. Sono gli unici che hanno scelto di stare dalla parte di Rosarno, che hanno difeso i cittadini, che hanno spiegato perchè avevano ragione: ecco perchè in Calabria vince la ‘ndrangheta e perde lo Stato. Perchè lo Stato, e non intendo in questa sede il Governo e le Istituzioni, ma la società civile, i massmedia e l’opinione pubblica, spesso è distante dalla realtà delle cose.
Il Governo e le Istituzioni, invece, in questo caso specifico hanno fatto il possibile, hanno allontanato i clandestini spostandoli altrove, salvaguardando così anche la loro incolumità: non potevano fare altrimenti.
Ma lo ‘Stato’ inteso nel senso più generale del termine è lontano da Rosarno. Ce l’ha con Rosarno. Parla dei Rosarnesi come gente “razzista” e “xenofoba”. Perchè? Solo perchè si sono difesi da chi perpetuava violenze nei loro confronti. A prescindere da quale sia stata la scintilla che ha fatto scatenare gli extracomunitari, nella piana c’è stato l’inferno per oltre 24 ore. Sono state ferite donne e bambini, senza motivo: persone innocenti che nulla c’entrano con chi, in modo stupido, bieco e infantile, aveva provocato gli stessi immigrati. La loro reazione non può essere in alcun modo giustificata, e la “risposta” di Rosarno era il minimo possibile da attendersi e immaginarsi: quale padre e marito starebbe fermo e tranquillo mentre figli e moglie vengono assaliti da chicchèsia?

Qui non c’entra il colore della pelle: Rosarno ha sempre dimostrato amore e solidarietà nei confronti dei clandestini, che da oltre 30 anni vivevano nella piana. Ma a sbagliare sono stati loro. Hanno esagerato, hanno fatto le barricate, messo a ferro e fuoco la città: che ci si aspettava, i tappeti rossi da parte della popolazione? “Prego, ammazzateci tutti” avrebbero forse dovuto dire?
Che cosa avrebbero dovuto fare? Non sono certo loro, migliaia di persone oneste che per una vita dignitosa lavorano con sacrificio ogni giorno (e molto probabilmente guadagnano meno di 800€ al mese lavorando più di 7 ore al giorno!), ad avere responsabilità sulle condizioni degli immigrati così come non è lo Stato, non è il Governo, non è l’Italia: nessuno li costringeva a stare in quelle baracche, nessuno li costringeva a venire in Italia, e se evidentemente continuano a farlo significa che quelle condizioni sono comuqnue meglio, o “meno peggio – come preferite -, rispetto a ciò che hanno in casa loro.

Le responsabilità della politica sono altre: sono l’eccessivo buonismo e l’eccessiva tolleranza, come più volte hanno sottolineato Maroni e Gasparri, che ha alimentato questi continui flussi clandestini dall’Africa verso l’Italia e che oggi ci costringe ad avere a che fare con condizioni del genere nel nostro Paese. In Spagna, il governo socialista di Zapatero ha deciso di chiudere le frontiere. I militari Spagnoli hanno l’ordine di sparare su eventuali barconi in avvicinamento alle coste Iberiche. Hanno risolto il problema.
In Italia, invece, le sinistre e la Chiesa criticano la Lega e il Governo di razzismo finchè poi non si accorgono del problema e ne rimangono sorpresi: che ipocrisia! Sono gli ultimi a poer parlare, i sinistroidi e gli ecclesiastici. I primi sono responsabili dei continui flussi di immigrati che nel corso degli anni, prima della ‘Bossi-Fini’, hanno invaso il nostro Paese. I secondi sono gli unici che potrebbero creare un degno sistema d’accoglienza, visti gli immensi beni mobili e immobili possieduti dalla Chiesa e spesso inutilizzati. Ma non lo fanno. E poi parlano di “Italia razzista”: ma andassero a farsi un esame di coscienza. Se davvero c’è un Dio che guarda dall’alto questo mondo malato, non potrà che vergognarsi del fatto di essere rappresentato da una Chiesa che si comporta così male, contro i principi basilari della religione cristiana.

Quella di Rosarno è stata una guerra fra poveri: da un lato c’erano poveri Italiani, dall’altro c’erano poveri Africani. Hanno perso tutti, ma l’intellighentia culturale del nostro Paese ha deciso che “i negri hanno ragione” e che i citadini di Rosarno sono “razzisti e xenofobi”. L’hanno detto e l’hanno scritto un pò tutti, tranne la ‘ndrangheta: l’unica organizzazione che ha deciso di stare dalla parte di Rosarno. Gli altri non possono stare dalla parte di Rosarno perchè pensano che Rosarno sia la ‘ndrangheta. Perchè pensano solo a quei 300 affiliati criminali, non certo rappresentativi anche degli altri 15.700 Rosarnesi onesti e sani.
Qualcuno, tra loro, ha detto di voler fondare un circolo della ‘Lega Nord’ a Rosarno: c’è già a Pantelleria, e una ragazza di Scilla, Carmela Santagati, 29 anni, alle ultime elezioni Europee del 6 e 7 giugno 2009 s’è candidata con la ‘Lega Nord’ in Calabria e ha preso quasi duemila voti. Probabilmente sarà candidata anche alle vicine elezioni Regionali nella lista Calabrese della ‘Lega Nord’, che – strano ma vero – in Calabria rappresenta oggi l’ultimo presidio dello Stato contro la ‘ndrangheta, l’unico appiglio possibile per la gente comune rispetto alla ‘ndrangheta, l’unica organizzazione che – come la ‘ndrangheta – in situazioni simili sceglie di stare dalla parte dei cittadini.

Come ci siamo ridotti…da culla della civiltà Mediterranea, a regno dei paradossi. Siamo costretti a scegliere tra la Lega Nord e la ‘ndrangheta perchè tutti gli altri stanno contro di noi.

Peppe Caridi.

La Pagina.
13, Gennaio, 2010 a 4:23 pm

Negri e Negrieri….

Bravo Peppe. Condivido e sottoscrivo tutto.
E’ facile etichettare con il termine mafia qualsiasi cosa accada in Calabria. A parte il fatto che ciò è un alibi per nascondere enormi manchevolezze istituzionali. La situazione dei Santi Negri di Rosarno era conosciuta da tutti e financo la BBC aveva realizzato un servizio-denuncia. Perchè non si è intervenuti prima ? nella società attuale si sono affermati atteggiamenti di prepotemza e di aggressività, di prevaricazione e maleducazione che sono parenti strettissimi della mafia e con i quali siamo costretti a convivere quotidianamente. Con l’aggravante che principali protagonisti in negativo di abusi e soprusi pregiudiziali e preconcetti sono proprio le istituzioni e la cosiddetta società civile benpensante, buonista e ipocrita.
Sono sempre più dell’avviso che dobbiamo SECEDERE.
mimmasuraci.wordpress.com

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Bonificavano cisterna, morti 2 operai

Alla periferia di Sale, Alessandria, i cadaveri trovati all’interno della cisterna

12 gennaio, 23:37

ALESSANDRIA – Tragedia sul lavoro in un distributore di carburanti in disuso nell’alessandrino, sulla statale Lomellina che collega Sale a Tortona, dove sono morti, a causa di un flusso improvviso di gas, due operai impegnati in un’opera di bonifica. Le vittime sono due dipendenti di una ditta di Fidenza: uno di 41 anni, originario di Cagliari, l’altro, di 46, di Fidenza. Entrambi sono domiciliati nella cittadina emiliana. Secondo una ricostruzione degli investigatori, i due erano arrivati stamattina a Sale (Alessandria). Scesi in una sorta di deposito sotterraneo, composto da una stanzetta con i gruppi valvolari e la cisterna del gas, hanno aperto una delle valvole e, all’improvviso, sono stati investiti da un flusso di gas che li ha uccisi.

Nessuno ha sentito nulla. A scoprire i cadaveri è stato nel tardo pomeriggio di oggi, intorno alle 18.30, l’ex gestore dell’impianto che abita a Sale. Era stato interpellato dalla ditta di Fidenza che non riusciva a mettersi in contatto con i due tecnici. Quando l’uomo è andato a controllare, ha scoperto la tragedia ed ha dato l’allarme.

E’ l’ennesima tragedia di questo tipo non solo in Piemonte ma in Italia. Soltanto due settimane fa, il 28 dicembre, un operaio di 45 anni di Villar San Costanzo (Cuneo) era morto a Barge (Cuneo) mentre lavorava all’interno di una cisterna interrata nel cortile della Casa di Riposo “Don Uberti”. Tragedia sfiorata, invece, nello scorso ottobre, alla ditta di prodotti per l’edilizia ‘Valloggia’ di Suno, nel novarese: sei operai erano rimasti intossicati mentre pulivano una cisterna e uno di loro era stato ricoverato in condizioni disperate. Tra gli incidenti più gravi avvenuti negli ultimi anni, va ricordato quello del 26 maggio 2009, dove tre operai morirono per asfissia nello spazio di pochi minuti, l’uno per salvare l’altro, negli impianti della Saras di Sarroch, la raffineria di proprietà della famiglia Moratti, a 25 km da Cagliari.

L’anno prima, l’11 giugno 2008, ci furono sei morti a Mineo, in Sicilia. Le persone decedute pulivano una vasca del depuratore: quattro erano dipendenti comunali, altri due di un azienda privata. Sempre nel 2008, il 3 marzo, cinque persone morirono a Molfetta (Bari) per le esalazioni liberatesi durante la pulitura della cisterna di un camion. Nella cisterna persero la vita tre dipendenti e il titolare dell’azienda ‘Truck center’, calatisi successivamente nella cisterna nel tentativo di salvare i colleghi, mentre un altro lavoratore morì in ospedale il giorno seguente.

ANSA

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Michelina aveva cinque figli e il lavoro del marito bracciante agricolo non bastava. Di gente onesta, avvezza alla fatica, questa donna cercava di sbarcare il lunario con le possibilità che le offriva il suo paese. Raccoglieva le olive e con la parte che le spettava procurava l’olio necessario, raccoglieva noci e castagne e con il ricavato della vendita della propria parte comprava i prodotti di prima necessità. Via via che crescevano, i figli si univano a lei in questi lavori che permettevano alla famiglia di sopravvivere con dignità anche se umilmente. Solo l’ultima dei figli aveva conseguito il diploma, sia per mancanza di mezzi, sia per mancanza di volontà gli altri  si erano fermati alle elementari. La fine degli anni Cinquanta vede l’Italia preoccupata a leccarsi le ferite della guerra e l’America, USA e Canada, rappresenta il luogo dei miracoli. Ci aveva liberati dal nemico, secondo la leggenda, mentre di fatto ci ha assoggettato alle proprie follie, e ora ci dava la possibilità di ospitarci. Il sogno è importante e con il passare del tempo prende consistenza. Prima si imbarca il capofamiglia, che poi si fa raggiungere da tutti gli altri. Non è facile, la procedura è complessa : serve un  “atto di richiamo” da parte di qualcuno, familiare o datore di lavoro, che si trova nel Continente Nuovo.Vende la casa di proprietà, Michelina, raccoglie le cose più care in un baule e parte; a poco a poco  partono tutti. Il distacco dal proprio Paese non è troppo doloroso perchè smorzato dalla certezza di raggiungere benessere a agiatezza. Una volta sbarcati, Michelina e figli si sottopongono con fiducia  ad un lungo periodo di isolamento per i controlli sanitari e giuridico-legali e quindi, possono cominciare l’avventura americana. L’ entusiasmo è grande e dopo breve tempo Michelina manda a parenti e conoscenti rimasti in paese la foto che la ritrae con borsetta e cappellino, accanto all’auto nuova fiammante. Si erano affrancati dalla miseria !….Sì, però  nel medio lungo periodo molti nodi vengono al pettine e il Nuovo Mondo non è quell’ eldorado che si era immaginato. L’unico membro della famiglia ad avere un’occupazione di qualità è la figlia diplomata, gli altri, anche se il lavoro non manca, sono rimasti al livello italiano. C’è da dire anche che negli anni Sessanta e il boom economico le condizioni di vita in Italia migliorano moltissimo e ogni tanto Michelina pensa che se fosse rimasta nel suo paesello forse, tuttosommato, le cose sarebbero andate bene. Di fatto è successo che i nostri nei luoghi di destinazione hanno trapiantato usi costumi e stili di vita che mantenevano in Italia, considerando prioritariamente l’aspetto economico e trascurando un’evoluzione socio-culturale, che nel nostro paese avrebbero vissuto spontaneamente, in maniera naturale, mentre in altro luogo poteva sembrare una forzatura stonata, un rifiuto delle proprie origini. Certo in quegli anni c’era la mafia, in Italia e in America, ma il fenomeno migratorio  si imponeva senza  sovrastrutture e la criminalità organizzata c’entrava in maniera collaterale, nel senso che non interveniva in alcun modo nel fenomeno migratorio, che, peraltro, interessava larga parte dei Paesi Europei non solo l’Italia  Non possiamo semplificare, come purtroppo fanno molte penne anche famose, paragonando il fenomeno migratorio attuale a quello degli anni cinquanta/sessanta che ci vedeva protagonisti al contrario. Le condizioni attuali sono, infatti, molto diverse.  Quello di oggi può essere definito senza ombra di dubbio, a mio avviso, come una, l’ennesima, vera e propria tratta di schiavi. La maggior parte di queste persone, dunque, vengono allettate nei paesi d’origine con miraggi falsi e ingannevoli che descrivono l’Italia  come la terra promessa, un vero e proprio paradiso. Molti, quindi, vendono tutto quello che hanno per pagare le spese di viaggio ( ! ),  si imbarcano in condizioni molto precarie affidandosi ciecamente alla mercè di aguzzini che se capita li buttano letteralmente a mare e,  e nella migliore delle ipotesi,  li scaricano  presso le nostre coste. Bisogna puntualizzare, a questo punto, che il clandestino è per definizione un fuori legge e andrebbe senza indugi rimandato in patria e poi c’è da precisare che nel nostro paese non ci può essere lavoro per tutti, per cui il più delle volte si formano dei veri e propri ghetti, dove gli immigrati si ritrovano in condizioni di indigenza estrema, che manco le bestie sopportano.

Oggi Rosarno in Calabria, simbolo della doppia rivolta, degli indigeni e degli immigrati.

Rosarno come Roma, come Parigi, come Milano, come Latina, come Padova, città dove è stato costruito un vero e proprio muro per cercare di tenere sotto controllo una situazione incandescente. Perchè il fatto è che l’Italia è un paese strano, che nell’immaginario collettivo dell’altrove passa come il Paese di Bengodi, dove si vive senza regole facendo i propri comodi. Conseguente, poi, un pantano di confusione estrema, nel quale anche il delinquente italiano sguazza balordamente. Ogni tanto viene fuori una punta dell’iceberg generando violenza e conflitti. Questa volta è capitato a Rosarno, dove la situazione aveva raggiunto condizioni insostenibili. E noi cosa facciamo ? Cerchiamo risposte diverse, costruiamo teoremi e complotti, naturalmente implorando la mafia e la ndrangheta. Personalmente io rifiuto spiegazioni di questo genere, ma se la criminalità organizzata dovesse  c’entrare  in qualche modo con i fatti di Rosarno, questo non deve confondere le acque e minimizzare il problema dell’immigrazione nel nostro Paese, fenomeno enorme, complesso e grave.E poi le organizzazioni che usano queste persone adescandole a mettersi in viaggio, come si devono definire se non mafiose? Oppure la mafia esiste solo per i fatti di Calabria?  Questo è un pregiudizio che può sviare dal problema principale danneggiando tutti.  In tutta questa vicenda,poi,  una parte importante è recitata dalla Chiesa, che tuona in Italia perchè venga accolto lo straniero come fratello. Ma come ?! Queste persone diventano miei fratelli quando  approdano sulle nostre coste, mentre prima, quando vivono nei loro luoghi sono figli di nessuno? Perchè la Chiesa non svolge la sua missione, che è universale, proprio nei paesi d’origine impedendo che molti fratelli ( nel Signore ) vengano ingannati ? E ancora, estrema ratio, perchè la Chiesa non apre i propri luoghi in Italia per accogliere, essa Chiesa universale,  gli immigrati offrendo loro vitto, alloggio e un lavoro ? Perchè non fa questo, invece di  mettere zizzanie tra gli italiani ?

Mettere in primo piano la dignità della persona umana a tutte le latitudini e aldilà del tempo e dello spazio come valore universale. Pretendere che vengano osservate sempre le regole del paese ospitante come condizione necessaria per la civile convivenza e

per poter vedere Michelina la filippina con borsetta e cappellino.

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