Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for aprile 2010

Treviso…Milano

quale  “ndrangheta” in queste civilissime realtà ?

BLITZ NEL LABORATORIO LAGER, OPERAIO PRECIPITA DAL SOFFITTO

Aveva tentato di nascondersi per non essere scoperto. Condizioni limite in un’azienda gestita da cinesi in un ex allevamento di maiali

Giavera del Montello – Quando nel cuore di stanotte è scattato il blitz e le forze dell’ordine sono andate a bussare, da dentro hanno sbarrato i portoni. Solo dopo alcuni minuti sono venuti ad aprire.

E proprio mentre la polizia stava per entrare, si è sentito un tonfo.

Dal soffitto è precipitato uno degli operai che aveva tentato di nascondersi per non essere visto. È stata chiamata l’ambulanza ed è stato portato via.

Ora si trova ricoverato all’Ospedale di Montebelluna e fa i conti con svariate gravi fratture in diverse parti del corpo. Quando ha tentato di nascondersi evidentemente ha messo un piede in fallo ed il controsoffitto in polistirolo è franato sotto il suo peso.

Erano saliti in uno spazio adibito ad abitazione, con camere simili a loculi, per non farsi vedere.

Il fuggi fuggi con le forze dell’ordine che erano sul punto di sfondare il portone e la fretta non hanno pagato: questa volta poteva scapparci il morto. Il laboratorio controllato stanotte, “Confezioni Che Zhadodi”, è un ex allevamento di maiali adattato a laboratorio tessile ed anche a posto in cui vivere, ovviamente in condizioni limite.

Si trova in via Porcu 7 a Giavera del Montello, in un posto estremamente isolato. È un lager dove si lavorava in condizioni disumane senza nessuna sosta. Dentro c’erano 17 lavoratori cinesi, 8 dei quali clandestini (una donna tra i clandestini è stata arrestata perché non aveva ottemperato all’obbligo di lasciare l’Italia). Nessuno è risultato essere in regola.

La titolare dell’azienda, C.Z., ha guardato bene dal farsi trovare. È stata comunque denunciata per aver impiegato lavoratori privi del permesso di soggiorno e favorito la permanenza di clandestini nel territorio nazionale. Al laboratorio sono stati posti i sigilli. Durante il controllo sono state trovate etichette di marchi molto conosciuti, tra cui anche Geox, Stefanel, Moschino, Red Valentino.

Da capire se si tratti di merce contraffatta oppure originale. Evidentemente, anche nel caso in cui si dovesse trattare di merce originale, la commessa potrebbe essere avvenuta con le case madri all’oscuro di tutto. Quasi sicuramente ci sono stati vari passaggi e ora si sta indagando sui committenti diretti della titolare del laboratorio.

Sono in corso accertamenti su sei aziende con le quali è comprovato ci siano stati contatti; sono di Arcade, Cornuda, Rosà, Candelù e Paderno del Grappa.

L’operazione è stata condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Treviso e dal Reparto Prevenzione Crimine di Padova, in collaborazione con il personale dell’Ispettorato del Lavoro, dei Vigili del Fuoco di Treviso e della guardia di Finanza di Montebelluna. Tutto era partito grazie alla segnalazione da parte della Polizia Locale di Giavera del Montello.

Matteo Ceron

Nell’immagine più in alto, fotogramma di un video della polizia: è il cinese caduto dal soffitto. Scendendo tre immagini del controllo ed alcune delle etichette ritrovate all’interno del laboratorio

http://www.oggitreviso.it

L’albergo in un tombino
per i cinesi clandestini

Cinesi stipati come topi a dormire in loculi, sessanta materassi separati da pareti di compensato, due soli sudici bagni, un cucinino con quattro bombole a gas, i fili elettrici a vista, afrori e condizioni igieniche disperate

di Massimo Pisa

Per bloccare la via d´uscita esterna, un tombino sulla pubblica via, hanno dovuto piazzarci sopra le ruote della volante. Dopo un giorno e mezzo di appostamenti, gli agenti hanno fatto irruzione nel grande appartamento al primo piano e nel magazzino dismesso del seminterrato, per toccare con mano quanto gli inquilini di questo appartamento di via MacMahon, tra la Bovisa e la Chinatown milanese, andavano denunciando da settimane. Cinesi stipati come topi a dormire in loculi, sessanta materassi separati da pareti di compensato, due soli sudici bagni, un cucinino con quattro bombole a gas, i fili elettrici a vista, afrori e condizioni igieniche disperate. «Alla prima scintilla – racconta un agente – qui era una strage».

L’HOTEL-BUNKER Il video | Le foto

Fantasmi che per tornare a dormire la notte dopo aver lavorato fino a 16 ore nei laboratori clandestini dovevano aspettare che qualcuno aprisse loro il portone, o la botola. Pagando pure un affitto: 100 euro al mese a coppia, 200 per portarci dentro anche i bambini o per avere il lusso di pochi metri quadrati da occupare al primo piano, quello dotato di finestre che peraltro restavano perennemente serrate. Ventotto le persone trovate dai tre equipaggi dell´Ufficio prevenzione generale della polizia all´interno di questo albergo clandestino per disperati: 12 di loro regolari, altrettanti senza alcun tipo di documento, due bimbi di undici e sei anni e due neonati. Il più piccolo di loro, 3 mesi, aveva come culla un armadio scassato. I pochi che sono riusciti a raccontare qualcosa hanno indicato un affittuario, cinese anch´egli, che periodicamente passava a riscuotere passando tra materassi, valige mezze aperte, stenditoi con i panni ad asciugare, scarpe e pacchi di riso. All´immobile sono stati messi i sigilli, in attesa di una possibile confisca.

La proprietaria dell´appartamento, italiana, sarà ascoltata nei prossimi giorni dai poliziotti del commissariato Sempione. Tra i due ambienti, l´appartamento e un ex laboratorio abbandonato per 300 metri quadri totali di superficie, era stato costruito un passaggio interno con una scala interna artigianale che occultava gli affittuari clandestini dallo sguardo degli inquilini. In pochi nella zona – un quartiere popolare e ad alta densità migratoria, stretto tra il cavalcavia della circonvallazione, la ferrovia e il limite nord del quartiere cinese – avevano capito fino in fondo, tanti avevano notato quello strano movimento di orientali che arrivavano davanti al portone col materasso ad aspettare, o sbucavano all´improvviso da sotto al marciapiede della laterale via Duprè.

Duro il commento del vicesindaco milanese Riccardo De Corato, da anni impegnato in una battaglia per svuotare via Paolo Sarpi e dintorni dalla presenza di commercianti e ristoratori cinesi, qui da quattro generazioni: «La scoperta dell´ennesimo appartamento-dormitorio conferma che i clandestini sono ormai uno dei business della criminalità cinese, insieme a contraffazione, gioco d´azzardo, spaccio e centri a luci rosse». E il capogruppo leghista in Comune, Matteo Salvini, aggiunge: «Al nostro numero verde sono arrivate 15 segnalazioni in tre giorni di cantine, solai e appartamenti sovraffollati. Siamo pronti alle ronde per segnalare questi casi alla polizia».

(25 marzo 2009)
repubblica.it
Annunci

Read Full Post »

La metropoli dei Purepecha

Gli archeologi della Colorado State University hanno scoperto e mappato in Messico quello che una volta doveva essere un centro urbano di circa 4o mila persone

ARCHEOLOGIA

La metropoli dei Purepecha

Gli archeologi della Colorado State University hanno scoperto e mappato in Messico quello che una volta doveva essere un centro urbano di circa 4o mila persone

La ricostruzione del sito a cura degli studiosi della Colorado State University
La ricostruzione del sito a cura degli studiosi della Colorado State University

MILANO – Nuove scoperte su una delle più importanti civiltà centroamericane precolombiane, i Purepecha (o P’urhépecha).
Gli archeologi della Colorado State University, coordinati da Christopher Fisher, hanno portato alla luce la scorsa estate le rovine di un antico centro urbano nel bacino del lago Patzcuaro, nello Stato messicano del Michoacán, sei miglia vicino a quella che sarebbe poi divenuta la capitale dell’impero Purepecha, Tzintzutzan. La presentazione dei dati ufficiali sarà fatta durante l’incontro annuale della Society for American Archaeology

PROTO-CENTRO URBANO – Si tratta di un proto-centro urbano, che iniziò a essere popolato intorno al 1.000 d.C., per poi svuotarsi gradatamente verso il 1.350 e definitivamente nel 1.500. Case, piccoli templi, piazze e persino una piramide testimoniano questa civiltà che controllava buona parte del Messico occidentale e che fu individuata dagli europei solo quando ne era già iniziato il declino.

//

ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO E DELLA VITA – Il ritrovamento di questo insediamento, abitato al tempo da circa 40 mila persone, è importante anche dal punto di vista antropologico, in quanto rappresenta una finestra sorprendente su una tipica società in via di sviluppo e testimonia il modo in cui veniva affrontata inizialmente la complessità sociale. Non esistevano animali domestici e i resti degli edifici rivelano una comunità raccolta, che costituì un vero e proprio esempio di solidarietà e divisione del lavoro. Inoltre il piccolo centro urbano rappresenta uno dei primi esempi di intervento dell’uomo sull’ambiente, ai fini di migliorare le proprie condizioni di vita. I Purepecha ebbero un ruolo determinante nel tramonto definitivo dell’impero azteco (che viveva ai suoi confini). L’esercito di questi ultimi venne infatti sterminato da un’imponente offensiva della civiltà insediata sulle rive del lago Patzcuaro.

Emanuela Di Pasqua
15 aprile 2010

corriere.it

Read Full Post »

Si tratta di una lunga poesia in sedici sestine di settenari ‘In Morte di Napoleone-Inno’

07 aprile, 18:00

di Mauretta Capuano


ROMA – Ugo Foscolo avrebbe scritto una lunga poesia in sedici sestine di settenari ‘In Morte di Napoleone-Inno’. Almeno stando al manoscritto inedito che porta in testa la firma del poeta e il titolo del testo, trovato in una libreria antiquaria di Catania da un manager di banca appassionato di libri antichi: il siciliano Giacomo Fiordaliso, 53 anni, che vive a Messina e possiede l’originale del manoscritto che ha sottoposto a una perizia calligrafica. Su questa vicenda che ha cambiato la sua vita, il signor Fiordaliso ha deciso di scrivere un libro verso il quale ha dimostrato particolare interesse una casa editrice siciliana. “Rotte tutte le mie perplessità, alla luce pure dei giudizi positivi espressi da un docente dell’Università di Messina, perito calligrafico del Tribunale, in ordine alla autenticità, vorrei portare a conoscenza del mondo della cultura il ritrovamento da parte mia di un manoscritto di una poesia inedita di Ugo Foscolo dal titolo ‘In Morte di Napoleone-Inno'” spiega all’Ansa il signor Fiordaliso. E cita alcuni versi che secondo lui ne “dimostrano l’autenticità o comunque dovrebbero essere attribuiti ad un grande poeta”. “….egli morì del lauro/ giace il bel tronco infranto/ egli morì né il cenere stilla onorò/ di pianto, tacquero le arpi venali/ che l’inneggiavan re….”.

L’avventura è iniziata due anni fa quando l’antiquario di una libreria antica di Catania ha mostrato al signor Giacomo Fiordaliso un lotto di carte vergate a inchiostro. “Si trattava del carteggio che apparteneva – racconta il manager bancario – allo scrittore e poeta Ottavio Profeta. Fra queste carte mi ha colpito una lettera verdina piegata in quattro parti. Quando l’ho aperta e ho letto Ugo Foscolo ‘In morte di Napoleone-Inno’ ho subito pensato fosse una poesia di Foscolo che qualcuno aveva copiato. Così non ho dato troppo peso al manoscritto ma poi mi é venuta voglia di approfondire e ho cercato le cose che Foscolo aveva scritto su Napoleone e l’unica che ho trovato è stata l’ode ‘A Napoleone liberatore’. Ho consultato alcuni studiosi e nessuno sapeva nulla dell’inno che avevo trovato”. Così, continua, “ho fatto fare una perizia da un docente dell’Università di Messina, perito calligrafico, che ha confermato l’autenticità. Subito dopo averlo acquistato, quando avevo anche pensato di venderlo, anche il perito di una importante casa d’aste mi aveva detto che la firma sembrava proprio di Foscolo, che la carta e l’inchiostro erano coevi al periodo in cui era stato scritto, verso il 1820-1830. Sul contenuto però non si era voluto esprimere”. Poi una docente universitaria esperta di Foscolo “mi aveva confermato – sottolinea Fiordaliso – che lo stile poteva essere quello di Ugo Foscolo per poi concludere però che poteva trattarsi di un bel falso foscoliano di incitamento risorgimentale”.

E’ a questo punto che il signor Fiordaliso ha deciso di scrivere un romanzo sulla vicenda: “dopo l’esperienza con questa professoressa ho capito che sarebbe stato difficile vincere una certa diffidenza dell’ambiente universitario, nonostante il giudizio positivo dei periti calligrafici. Il libro, che dovrebbe intitolarsi ‘Breve storia di un manoscritto in morte di Napoleone-Inno’, in cui spiego in forma romanzata perché è un inedito di Foscolo, vuole essere un po’ una provocazione”. Insomma, “voglio pubblicarlo e vedere cosa succede perché per gli studiosi è vero tutto e il contrario di tutto” conclude il manager siciliano.ANSA

E   adesso qualche verso dell’Inno

Suona ovunque sugli omeri

di morte la farestra

cuopre lo schiavo

e il principe

talor la stessa pietra

dov’è il maggior dei legati

Napoleon, dov’è ….

….egli morì del lauro

giace il bel tronco infranto

egli morì nè il cenere

stilla onorò

di pianto, tacquero

le arpi venali

che l’inneggiavan re…

Read Full Post »

Mostra immagine a dimensione intera

Lo scorso dicembre 2009 le agenzie di stampa annunciavano – sulla base di un articolo apparso su una rivista scientifica americana – che a Gerusalemme erano stati scoperti ampi frammenti di un lenzuolo funebre del I secolo. La notizia, al di là della sua verificabilità soprattutto cronologica, non doveva però stupire più di tanto: le sepolture anche odierne nel Vicino Oriente esigono che la salma venga avvolta in un lenzuolo rituale, un sadîn in ebraico, una sindôn in greco, vocabolo che si pensa ricalcato sull’egizio shendo, “tessuto”. Ecco, questo termine “sindone” è rimasto in vita anche nelle lingue moderne esclusivamente per la sua applicazione a un solo defunto, Gesù di Nazaret, e tutti spontaneamente lo collegano al telo venerato a Torino.

È, quindi, a quel particolare cadavere che noi tutti risaliamo, non di rado ignorando però il fatto che nel Vangelo di Marco la parola “sindone” entra in scena due volte poche ore prima della morte di Cristo. Appena arrestato nel Getsemani, orto e frantoio di olive ai piedi del Monte degli ulivi, Gesù viene lasciato solo dai suoi discepoli che fuggono spaventati: c’era, tuttavia, «un ragazzo che lo seguiva e che indossava solo una “sindone”. Lo afferrarono, ma egli lasciata cadere la “sindone”, fuggì via nudo» (Marco 14, 51-52). Senza voler entrare nel merito di questo episodio (simbolico oppure autobiografico di Marco?), è evidente che qui siamo in presenza di qualcosa di simile alla jellaba araba, una tunica approssimativa. La “sindone”, allora, è genericamente un tessuto di lino adottato per usi diversi e che un personaggio di rilievo, uno dei 70 membri del Sinedrio giudaico, Giuseppe di Arimatea (Rama, patria del profeta Samuele, o l’attuale Ramalla), acquista per avvolgere la salma del maestro a cui aveva aderito, Gesù. È ancora Marco a usare per due volte in questo senso specifico il vocabolo sindôn: «Comprata una “sindone”, lo depose dalla croce, lo avvolse con la “sindone” e lo collocò in un sepolcro scavato nella roccia» (15, 46).

A voler essere pignoli, bisogna notare che l’evangelista Marco usa il verbo eneileín che letteralmente indica un «legare strettamente», come si fa per le fasce di un bambino, e questo particolare naturalmente spiegherebbe l’impronta particolareggiata lasciata sulla Sindone da quel corpo insanguinato, sottoposto prima a tortura e al macabro trattamento dell’esecuzione capitale per crocifissione. Matteo nella relazione parallela aggiunge un altro dettaglio: la “sindone” è kathará, cioè non solo “pulita” ma anche ritualmente “pura”. È, noto, infatti, che la Torah biblica vieta di miscelare nella tessitura fili di lino e di lana, secondo una norma arcaica di purità rituale (Deuteronomio 22,11). Ma per lo stesso Matteo e per Luca nella versione dell’evento la “sindone” funebre “avvolge” semplicemente il corpo di Gesù: il verbo greco non è più l’eneileín, ossia lo “stringere” di Marco, ma il più comune entylíssein che evoca appunto un “avvolgere”.

Fin qui i cosiddetti tre Vangeli “sinottici”, il cui racconto scorre in modo parallelo sia pure con le screziature dei particolari propri di ogni evangelista. E il quarto Vangelo, quello di Giovanni? Egli ignora il termine “sindone” e scrive: «Presero il corpo di Gesù e lo legarono con othónia, insieme ad aromi» (19,40). Che cosa sono questi othónia? Di solito si traduce con “bende” o “teli” che, a prima vista, farebbero pensare alle larghe fasce di tessuto che avvolgevano le mummie egizie e quindi si smentirebbe l’idea di una “sindone” unitaria. In realtà, il vocabolo othónia potrebbe anche designare una taglia o la categoria generale di un tessuto, per cui un importante studioso americano come Raymond E. Brown, che ai racconti evangelici della Morte del Messia (ed. Queriniana) ha dedicato un monumentale commento di oltre 1800 pagine, ammonisce che «non dovremmo considerare contraddittorio troppo facilmente il termine sindôn dei Sinottici e il termine othónia giovanneo per il rivestimento di Gesù nella sepoltura».

Ma il quarto evangelista ripresenta l’abbigliamento funebre di Gesù nella successiva scena pasquale (Giovanni 20,1-10), quando, nell’alba ancora striata di oscurità della domenica di Pasqua, al grido di Maria di Magdala: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!», accorrono Pietro e “il discepolo che Gesù amava” (quasi certamente lo stesso Giovanni). Più veloce è il secondo che giunge per primo al sepolcro: «si chinò, vide gli othónia posati là, ma non entrò. Giunse poi anche Simon Pietro ed entrò nel sepolcro e osservò gli othónia posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con gli othónia, ma avvolto in un luogo a parte». Come è evidente, appare un’altra componente funebre, il sudario, un vocabolo di origine latina che rimanda al “sudore” che esso detergeva (si pensi al gesto leggendario della Veronica durante la via crucis di Gesù). Anche Lazzaro, amico di Cristo, aveva “il volto coperto da un sudario”: si ritiene che questo fazzoletto o velo avesse pure la funzione di impedire che la mandibola s’abbassasse (11,44). Si deve, comunque, notare che la salma di Lazzaro ha anche piedi e mani legati con “bende” (keiríai) e che forse tra i due episodi Giovanni marca un contrasto: Lazzaro è ancora legato dalle bende e la sua è una risurrezione-rianimazione che approderà successivamente ancora alla morte, mentre Cristo che non morrà più vivrà per sempre abbandona, invece, i lini per terra.

Di fronte alla sorprendente scoperta della tomba vuota del cadavere, con la sola presenza del rivestimento di lino, l’evangelista Giovanni introduce una stupefacente reazione del “discepolo amato”: eíden kaì epísteusen, “vide e credette”. Detto in forma essenziale, perché i lini abbandonati sul fondo del sepolcro diventano un segno della risurrezione di Cristo, cuore della fede cristiana? La risposta alla domanda non è, però, da cercare in un aspetto fenomenico di quei reperti, come si è spesso tentato di fare con varie ipotesi modulate sul dettato giovanneo che, tra l’altro, offre una descrizione non del tutto perspicua della disposizione di quei lini funerari. Ad esempio, l’esegeta tedesco Eberhard Gottfried Auer rischiava di “materializzare” l’evento della risurrezione – che non è direttamente descritto dai Vangeli – immaginando che davanti agli occhi del “discepolo amato” gli othónia, impregnati dell’olio aromatico con cui era stata trattata la salma di Gesù, sarebbero apparsi rigidi e diritti, conservando quasi la forma del corpo che ne era scivolato fuori.

In realtà, nel linguaggio raffinato del quarto evangelista il “vedere” che genera il “credere” è un’esperienza ben più profonda, così come la risurrezione è ben più di una rianimazione di un cadavere, ma è il ritorno di Cristo alla pienezza della vita umana e divina, col corpo irradiato di eternità e di trascendenza. Il discepolo che è “amato” e ama, ossia il credente puro, riesce a comprendere che i dati certamente storici della sindone e del sudario abbandonati, così come la pietra ribaltata del sepolcro, sono il segno di un evento che non è solo storico ma anche trascendente, destinato a rivelare la vittoria di Dio sulla morte, il trionfo dell’eternità sulla caducità e sulla finitudine umana. Davanti alla sindone il nostro sguardo può, certo, ritrovare un emblema che ci rimanda alla radicale fraternità del Figlio di Dio con la nostra realtà di esseri limitati, sofferenti, mortali (è quella che chiamiamo «l’Incarnazione»), con le stimmate di una sofferenza lacerante e di una morte tragica. Ma lo sguardo interiore e trascendente della fede è invitato ad andare oltre il lenzuolo in sé e a cercare il Cristo glorioso, colui che vive per sempre. Anche allo spettatore di oggi è, perciò, rivolto lo stesso appello angelico indirizzato alle donne poste di fronte al sepolcro vuoto e, quindi, anche al lenzuolo funerario: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto!» (Luca 24, 5-6).

Gianfranco Ravasi

I  percorsi per la visita

Il telo viene esposto per la prima volta pubblicamente dopo l’intervento di conservazione effettuato nel 2002 che ha restituito un’immagine meglio visibile, senza le toppe apposte dopo l’incendio avvenuto nel 1532 a Chambéry. L’attesa più grande però è per la visita di Papa Benedetto XVI di domenica 2 maggio.

COME PRENOTARE LA VISITA ALLA SINDONE
La prenotazione è indispensabile. Durante l’ostensione si potrà entrare in Duomo anche senza, ma la Sindone sarà visibile solo da lontano. Dal 10 aprile sarà anche possibile prenotare la visita direttamente a Torino, presso lo «spazio prenotazioni» allestito all’inizio del percorso dell’ostensione. Per prenotare on line cliccare su www.sindone.org e cliccare di nuovo su prenotazioni on line.
Per telefono si può prenotare chimando il Numero Verde 0080007463663, raggiungibile da rete fissa dall’Europa (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda, Irlanda, Portogallo, Spagna, Svizzera, Italia, Lussemburgo) e attivo dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 17. Per le chiamate da Usa e Canada si dovrà comporre lo 01180007463663.
Per chi intende chiamare da uno dei paesi non raggiunti dal Numero Verde, o da cellulare, la telefonata a pagamento secondo il proprio piano tariffario può essere effettuata al numero +39 0114399901 (distretto di Torino).

// <![CDATA[//
Inizio percorso: i Giardini Reali
Il percorso che i pellegrini compiranno per raggiungere il Duomo prevede il passaggio attraverso i Giardini Reali e la Manica Nuova di Palazzo Reale. L’accesso al percorso si troverà in viale 1˚Maggio angolo corso Regina Margherita, dove ci saranno le postazioni di accoglienza e controllo delle prenotazioni. Il percorso prevede il passaggio per il parco retrostante il Museo di Antichità, costeggiando i Bastioni che separano i Giardini Alti da quelli Bassi.

La presentazione prima della visita
I pellegrini entreranno poi nella Manica Nuova di Palazzo Reale per sbucare nell’area del Teatro Romano e risalire fino al piazzale del campanile del Duomo. Qui è stato realizzato il padiglione destinato alla «presentazione» della Sindone, un percorso con immagini e spiegazioni che preparano alla visione del Telo. Infine, si entra nella Cattedrale passando dal sagrato. Tutto il percorso poggerà su pedane e sarà protetto, coperto e senza barriere architettoniche.

In Duomo, su tre livelli, per vedere la Sindone
All’interno del Duomo il percorso si svilupperà su tre livelli, per consentire al maggior numero di persone possibile di poter vedere la Sindone in maniera ottimale.

La Penitenzieria per pregare e meditare
Uscendo dal Duomo sul lato di Palazzo Chiablese i pellegrini trovano la cappella della Penitenzieria dove fermarsi in preghiera, confessarsi e adorare l’Eucarestia.

Accoglienza, libri, prenotazioni e bolli
In piazza Castello c’è il principale «punto di accoglienza» per turisti e pellegrini (presso il Palazzo della Regione, all’angolo con via Palazzo di Città), dove verranno rilasciate anche prenotazioni immediate, a seconda della disponibilità dei posti. Qui, si trova un grande bookshop per gli acquisti di libri e opuscoli, e la possibilità di ottenere gli annulli filatelici che commemorano l’Ostensione 2010 della Sindone.

Il Sole 24 ore

Read Full Post »

Della stessa epoca di Cristo, ha trama diversa dal telo di Torino

11 aprile, 09:07

Enrica Battifoglia

ROMA – C’é un altro sudario, scoperto nella Città Vecchia di Gerusalemme, che dieci anni di ricerche hanno confermato essere dell’epoca di Cristo e che ha caratteristiche molto diverse da quelle della Sindone di Torino. Il sudario che ha riacceso il dibattito mai sopito sull’età della Sindone é stato scoperto ad Akeldamà, l’area che corrisponde al Campo di sangue acquistato da Giuda con i 30 denari e dove Giuda si suicidò. La tomba in cui è stato scoperto risale al periodo compreso fra l’1 e il 50 dopo Cristo e secondo gli esperti apparteneva a un sacerdote o a un aristocratico. Le ricerche sulla tomba e sul tessuto, pubblicate nel dicembre 2009 sulla rivista scientifica online Plos One, sono state condotte da Università Ebraica di Gerusalemme, University College di Londra, dall’università canadese di Lakehead e da quelle statunitensi di New Haven e North Carolina. L’ulteriore conferma che la trama dei tessuti nell’epoca di Cristo fosse molto meno elaborata rispetto a quella della Sindone di Torino è arrivata da altri frammenti di sudari ritrovati nella tomba e analizzati dallo storico dei tessuti israeliano, Orit Shamir. Le caratteristiche di questi teli e la loro datazione, che corrisponde perfettamente a quella dell’epoca di Cristo, sono per gli studiosi motivo di seri dubbi sull’effettiva originalità della Sindone: mentre il tessuto dei sudari è ottenuto da un semplice intreccio di fibre di lino e lana, la trama del tessuto della Sindone ha una struttura spigata, mai osservata nella zona di Gerusalemme fino all’epoca medioevale. Per l’archeologo Shimon Gibson, dell’università del Nord Carolina, che ha coordinato la ricerca, un altro argomento che fa vacillare l’autenticità della Sindone di Torino è il fatto che “in nessuna delle circa mille tombe del primo secolo scavate attorno a Gerusalemme sono mai stati trovati frammenti di tessuto”. Finora il dibattito sull’autenticità della sindone si era basato essenzialmente sui risultati delle diverse datazioni al radiocarbonio eseguite negli ultimi 30 anni. Alla fine degli anni ’80, per esempio, misure fatte in tre laboratori avevano suggerito che la Sindone fosse oltre un millennio piu’ recente di Cristo e che risalisse al periodo fra il 1260 e il 1390. Un altro studio condotto nel 2005 da un chimico in pensione dei laboratori di Los Alamos, Raymond Rogers, aveva però concluso che i test degli anni ’80 si erano basati su un frammento di stoffa aggiunto in epoca medioevale e che la Sindone risale a un periodo compreso fra 1.300 e 3.000 anni

Read Full Post »

Colombo e la coca : devo chiedere scusa al Paese

errare è umano, perseverare è diabolico ; come dire  il lupo perde il pelo ma non il vizio

Nonostante il mio vissuto mi abbia insegnato tanto, ancora riesco a sorprendermi come un uomo delle istituzioni con profonda esperienza come l’onorevole Colombo,abbia la tracotanza di chiedere con naturalezza e fin troppa placidità scusa. Si vergogni piuttosto! Da cittadina italiana io non accetto quelle scuse. Sa Signor Colombo, si sapeva, era cosa nota la sua affezione per la maledetta polvere bianca; l’avevamo capito che non era lucido anche e  soprattutto quando ha pronunciato pubblicamente la famosa mendace e falsa promessa del quinto centro siderurgico fantomatico perchè impossibile chiaramente da realizzarsi come era già stato  documentato ampiamente,  per  raggirare ancora  i reggini di Reggio Calabria e provincia  irritati per la frode del capoluogo calabrese.  Perchè non si è ritirato allora ? e perchè adesso chiede scusa ? Forse vuole mettere a posto la sua coscienza ? Sarebbe troppo facile ! Certi errori sono pesantemente gravi, sono peccati mortali per un cristiano cattolico quale lei si è sempre professato, e solo al Padreterno può chiedere perdono. Io essere umano non posso e non devo accettare le sue scuse che hanno il sapore amaro della beffa. Stia zitto , si nasconda e scelga l’oblio piuttosto, se ne è capace, perchè per una faccia di bronzo non ci può essere neppure pietà.

Read Full Post »

Un sordo boato

squarcia la notte cupa;

un urlo soffocato  dal sonno crudele;

lo spettro si aggira spietato

tra le fitte tenebre impietose.

Le ali spezzate

la maestosa Aquila immota stramazza al suolo,

ferita, incredula, impotente,

Tra  le  fumose macerie insanguinate

un batuffolo bianco

annusa disperato

cercando il suo padrone.

Mimma Suraci

L'Aquila - Fontana delle 99 cannelle da torebue.

Read Full Post »

Older Posts »