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Archive for novembre 2010

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Il tumore che si crea una rete di vasi sanguigni per nutrirsi: la scoperta è italiana

È il tumore più aggressivo del cervello, ma la sua tattica di morte è stata appena svelata da scienziati italiani: si tratta del glioblastoma e il suo trucco è costruirsi una fitta rete di vasi sanguigni che lo nutrono. La scoperta è dell’equipe di Ruggero De Maria dell’Istituto Superiore di Sanità di Roma, insieme al dipartimento di Neurochirurgia della Cattolica di Roma, con l’Istituto Neurologico Besta di Milano.

“Per la prima volta — dice De Maria — ci siamo accorti che un tumore, invece di reclutare vasi sanguigni sani per nutrirsi, si crea da solo la propria rete. Sicuramente anche altre neoplasie molto aggressive come alcuni casi di melanoma e neuroblastoma adottano lo stesso meccanismo”.

”La scoperta – dichiara Roberto Pallini – può avere notevoli implicazioni terapeutiche in quanto l’individuazione di farmaci in grado di bloccare questo processo potrebbe costituire una terapia efficace per la cura di questi terribili tumori. Risultati positivi in tal senso sono già stati osservati da noi in modelli sperimentali di glioblastomi”.

Il glioblastoma multiforme, il più frequente e il più mortale tumore del cervello, colpisce nel mondo 175 mila persone e causa 125.000 morti ogni anno. In Italia si contano 4 nuovi casi su 100.000 abitanti ogni anno. Nella maggior parte dei casi il tumore lascia un anno di vita dal momento della diagnosi. ”Recenti ricerche hanno fornito prove che una famiglia di cellule staminali neurali è responsabile dello sviluppo di questo tumore”, spiega Maira della Cattolica.

Pubblicato sulla rivista Nature, ”il nostro studio – continua Maira – svela che il glioblastoma (e forse altri tumori altrettanto aggressivi) utilizza queste staminali anche per costruirsi una propria fittissima rete di nuovi vasi sanguigni che lo nutre e gli porta aria in modo molto più efficiente di quanto farebbero i vasi sanguigni sani del corpo”. ”Sapevamo che questo tumore è molto più vascolarizzato di altre neoplasie – afferma De Maria – ora abbiamo capito perche”’.

Il glioblastoma è così furbo che quando cresce troppo e ha bisogno di più ossigeno e nutrimento costringe le staminali tumorali a formare nuovi vasi sanguigni. Infatti ”abbiamo visto che dal 20 al 90% – in media il 60,7% – delle cellule endoteliali hanno lo stesso profilo genetico delle cellule del tumore, cioè significa che gran parte di questo endotelio è di origine neoplastica”.

La scoperta è importante e foriera di novità per i malati: ”questo processo di formazione di vasi aberranti è sicuramente comune ad altri tumori aggressivi – spiega De Maria – e noi abbiamo già un’idea di quali potrebbero essere i farmaci innovativi che potrebbero bloccare il processo e quindi arrestare il tumore”.

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La pressione oculare si misurerà a casa

La tonometria a rimbalzo è rapida e indolore ed è una rivoluzione nel campo dei test a domicilio. I dati possono essere scaricati su un pc o letti direttamente dal medico

Un tonografo
Un tonografo

MILANO – Misurare la pressione intraoculare a casa, come si fa per la pressione sanguigna al braccio: l’holter degli occhi. Un sogno per i malati di glaucoma, soggetti a controllo frequente di questa misurazione, che sta per diventare realtà. In commercio, infatti, esiste un apparecchio per la misurazione della pressione sanguina a livello oculare utilizzabile dai pazienti stessi, senza doversi recare dal medico o in ospedale, risparmiando così tempo e denaro. Basta appoggiare lo strumento, opportunamente creato sulla forma del viso, e una leggerissima sonda a rimbalzo entra in contatto con la cornea rilevando la pressione oculare. Il paziente può così tenere sotto controllo la pressione e monitorare l’assunzione dei farmaci. Ma la sua diffusione è ancora limitata. Finora è in dotazione a qualche oculista, ma presto lo strumento diventerà oggetto di un progetto sperimentale che coinvolgerà la Sicilia. L’associazione “Per vedere fatti vedere”, infatti , rispondendo a un bando delle Nazioni Unite per la destinazione di fondi a favore di anziani e disabili in difficoltà, ha proposto un progetto di assistenza domiciliare per il controllo dei malati con glaucoma e con degenerazione maculare senile. La Sicilia è stata scelta come campo pilota di sperimentazione perché è una di quelle regioni dove l’assistenza territoriale e la diffusione delle informazioni sono scarse.

LA TECNICA – «Se avremo a disposizione i fondi (che per l’Italia sono 4 milioni di euro), daremo avvio al progetto che prevede l’assistenza domiciliare dei malati, ai quali sarà dato in dotazione lo strumento per qualche giorno, così da monitorare la pressione. I dati rilevati dallo strumento vengono registrati dall’apparecchio e il medico potrà scaricarli e verificare l’andamento della pressione, così come si fa oggi con l’holter. In Sicilia, come del resto in molte altre regioni, l’orografia del territorio non consente rapidi spostamenti dei malati verso i centri di assistenza ospedalieri. Così, il progetto da un lato e lo strumento dall’altro possono venire incontro a risolvere questa difficoltà di trasferimenti e nello stesso tempo far risparmiare soldi inutili da parte dell’utente e del servizio pubblico». L’apparecchio, chiamato tecnicamente tonografo, è di fabbricazione finlandese e non richiede l’uso di colliri o di rilevanti capacità professionali. La tonometria a rimbalzo, così è chiamata la tecnica di rilevazione, è rapida e indolore ed è una rivoluzione nel campo dei test a domicilio. I dati rilevati vengono registrati dall’apparecchio, possono essere scaricati su un Pc attraverso una porta USB oppure letti direttamente dal medico.

PATOLOGIE – Glaucoma e degenerazione maculare senile sono due patologie che colpiscono le persone dal 65-70 anni in poi, anche se in buona salute, ma con il rischio di perdere la capacità di leggere e svolgere le normali attività quotidiane. Si calcola che in Italia siano almeno due milioni e mezzo le persone colpite da queste patologie. Per venire incontro alle loro esigenze la Società italiana di oftalmologia (SIO) ha promosso la costituzione dell’associazione “Per vedere fatti vedere” con l’obiettivo di diffondere la conoscenza su queste malattie finora trascurate dalle Istituzioni pubbliche sanitarie. Un sito è a disposizione dei malati e loro familiari (www.pervederefattivedere.it) per offrire un punto di riferimento con pubblicazioni di articoli della ricerca scientifica e la promozione di incontri annuali con esperti del settore. Sostiene anche battaglie con le istituzioni pubbliche per far valere i diritti dei malati. Fra questi, l’abrogazione della nota 78 che costringeva i malati di glaucoma a un vorticoso iter burocratico fra medico, paziente e azienda sanitaria per la prescrizione e la distribuzione dei farmaci. L’associazione ha raggiunto questo obiettivo e ora, alla scadenza della proroga di fine dicembre, si adopererà per farla abrogare definitivamente. La differenza assistenziale sul territorio italiano ha appunto indotto l’associazione ad avviare il progetto di assistenza domiciliare proprio in Sicilia per poi estenderlo ad altre regioni.

L’INCONTRO – I malati e i loro familiari sono quindi invitati sabato 27 novembre dalle 10 alle 12 a un incontro libero e gratuito con i medici, nel corso del congresso nazionale della SOI che si tiene a Milano, a Fieramilanocity, in via Gattamelata 5, per fare il punto della situazione su cure e prospettive di nuove terapie. Il pubblico potrà fare domande di interesse generale e non riferite al proprio caso clinico. Per maggiori informazioni collegarsi al sito oppure scrivere a info@pervederefattivedere.it. Sul fronte delle novità cliniche il congresso, che comincia mercoledì 24 novembre, tratterà diversi temi, fra i quali – precisa Matteo Piovella, presidente della SIO – la possibilità di inserire un cristallino artificiale multifocale (che il servizio sanitario nazionale non rimborsa) per correggere la vista da lontano e da vicino durante l’intervento della cataratta ed eliminare definitivamente gli occhiali e l’uso di un laser che faciliterà alcune parti dell’intervento. Per il glaucoma sono in atto studi per l’inserimento di uno strumento che migliora il deflusso dell’umor acqueo, mentre per la degenerazione maculare senile si può utilizzare la terapia intravitreale, ma è ancora molto costosa (mille euro al mese per uno o due anni per ogni occhio). Miglioramenti si registrano nel campo delle lenti a contatto. E mentre l’orizzonte è chiaro per l’uso delle cellule staminali in caso di danni o traumi della superficie oculare e della cornea, per la degenerazione maculare il discorso è ancora rinviato.

Edoardo Stucchi
22 novembre 2010

si tratta di una possibilità di notevole importanza e non solo relativamente al glaucoma, perchè ci sono diverse patologie che riguardano gli occhi per le quali è fondamentale il controllo della pressione endoculare

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Liberarsi dal riscatto

Nelle celebrazioni per l’unificazione d’Italia si inserisce la figura e l’attività di Carlo Pisacane, personaggio trascurato e discusso e superficialmente liquidato con qualche battuta relativa soprattutto alla poesia La spigolatrice di Sapri, che celebra  le spedizioni di Ponza e Sapri. Secondo me questa pagina di storia va studiata con molta attenzione perchè riflette il dramma che in quegli anni si svolgeva nella nostra penisola e che Pisacane rappresenta tragicamente. Educato alla scuola militare, questo nobile napoletano dall’animo inquieto, è impegnato professionalmente nella struttura borbonica del Regno delle Due Sicilie e vive in maniera turbolenta un’esistenza avventurosa sia come uomo che come civis. Sposa la causa risorgimentale alla quale vuole dare un forte contributo organizzando una spedizione per liberare Ponza e Sapri  dalla tirannide. Sfumato il suo sogno nel quale aveva creduto profondamente Pisacane non sopporta il fallimento e lo sfacelo dalla sua azione generato e, disperato, mette fine ai suoi giorni suicidandosi. Un uomo, dunque, che vive in maniera appassionata, protagonista e vittima degli ideali ai quali si immola in maniera totale, che scrive una pagina importante del Risogimento rappresentandone l’ immagine forse  più veritiera, densa di luci e ombre, di sentimenti e impegno sul campo fino all’estremo sacrificio. Un aspetto fondamentale che va messo in risalto, a mio avviso, dell’intera vicenda  è l’idea che Pisacane ha dell’organizzazione dello Stato una volta raggiunta l’unificazione. Egli, dunque, prevede la necessità di una strutturazione federale, che avrebbe meglio rispettato le diverse identità dei popoli che insistevano nella penisola. Il federalismo, quindi, non come retaggio lombardo con Cattaneo o laziale con Gioberti, ma napoletano e meridionale. Non era l’ultimo arrivato, Carlo Pisacane : gli studi, la formazione, il substrato socio culturale, i contatti con realtà straniere e diverse gli consentono una visione attenta e specifica di uno stato nuovo che avrebbe dovuto rispettare le diverse situazioni territoriali e sociali per realizzare condizioni di vita più consone alle necessità e ai bisogni diversificati per storia, tradizioni e quant’altro.Di seguito riporto la famosa poesia e due scritti che, secondo me, significano la complessità di lettura degli avvenimenti della storia umana a seconda delle chiavi utilizzate. Attualizzando, la figura di pisacane viene implorata per un sempre presente riscatto del meridione : a me però il vocabolo riscatto in questo contesto non piace. Il riscatto comprende un compromesso, una specie di compravendita, qualcosa di  ambivalente ; io  preferisco il termine liberazione, un processo che noi del sud dovremmo attuare da soli, con le nostre coscienze e con le nostre risorse.

La spigolatrice di Sapri

Luigi Mercantini

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Me ne andavo un mattino a spigolare
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore,
e alzava una bandiera tricolore.
All’isola di Ponza si è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e noi non fecer guerra.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
ma s’inchinaron per baciar la terra.
Ad uno ad uno li guardai nel viso:
tutti avevano una lacrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane:
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
Siam venuti a morir pel nostro lido.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
un giovin camminava innanzi a loro.

Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: – dove vai, bel capitano? –
Guardommi e mi rispose: – O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella. –
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: – V’aiuti ‘l Signore! –

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare:
due volte si scontraron con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi.
Ma quando fur della Certosa ai muri,
s’udiron a suonar trombe e tamburi,
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
piombaron loro addosso più di mille.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Eran trecento non voller fuggire,
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano;
fun che pugnar vid’io per lor pregai,
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

ALL’ISOLA DI PONZA SI E’ FERMATA
La vera storia di Carlo Pisacane
che i libri di scuola non hanno mai voluto raccontare.

di Alessandro Romano

Conosciamo tutti la storia di Carlo Pisacane che, partito da Genova con 26 uomini, raggiunse prima la colonia penale di Ponza per imbarcare 323 galeotti e, quindi, proseguire per Sapri dove, scontratosi più volte con la popolazione, fallì nel suo intento di innescare la rivoluzione nel sud Italia.
Altrettanto conosciamo la famosa “Spigolatrice di Sapri”, patetica poesia di Luigi Mercantini che, insieme alla storiografia ufficiale, contribuì ad infondere alla piratesca impresa un alone di misticismo teso a sfruttare, per fini risorgimentali liberal-monarchici, tra l’altro ben lontani dalle teorie politiche del Pisacane, il fallimento della spedizione.
Al di là delle controversie ideologiche che sono tuttora oggetto di accesi dibattiti, appare invece interessante soffermarsi su un aspetto trascurato ma sicuramente importante dell’intera impresa: lo sbarco a Ponza.
Negli stessi versi del Mercantini troviamo che la nave a vapore “all’isola di Ponza si è fermata, è stata un poco poi è ritornata”. Cosa esattamente accadde nell’Isola in quel “poco” né il poeta né la storiografia ufficiale lo dicono.
Invece un’analisi dei fatti isolani risulta fondamentale per comprendere i veri motivi del fallimento politico e “militare” della “storica spedizione” e le reali cause della reazione violenta delle popolazioni meridionali contro chi andava “… a morir per la Patria bella”.
Il 27 giugno del 1857 a Ponza vi era una gran calura, il mare era calmo e nel cielo splendeva un sole estivo senza precedenti. Alle ore 15 tutta l’isola era impegnata nella quotidiana siesta: i Ponzesi, i detenuti del bagno penale, i militari addetti alla loro sorveglianza, i relegati in semilibertà: tutti dormivano.
Nella rada del porto, di fronte alla batteria “Lanternino”, apparve ed accostò lentamente una enorme e bella nave a vapore dal nome in oro: “Cagliari”. Non issava la bandiera tricolore, come dice il Mercantini, bensì la “bandiera rossa” di avaria alle macchine. Stancamente dal porto mosse una lancia che accostò all’inconsueta nave per parlamentare ed offrire assistenza secondo le regole marinare. Quella dell’avaria fu solo uno stratagemma per prendere degli ostaggi. E funzionò. Il Pisacane, accompagnato dai compagni armati di fucili e pistole, sbarcò con la stessa lancia aggredendo la guarnigione portuale ed intimando la resa, pena la morte degli ostaggi trattenuti sulla nave. Nonostante le minacce, alcuni militari del presidio reagirono prima di arrendersi generando un vivace conflitto a fuoco che causò morti e feriti. Gli echi dello scontro ruppero il silenzio pomeridiano e la gente, destata di soprassalto, raggiunse incuriosita le finestre, i balconi ed i tetti per osservare cosa stesse accadendo al porto. Il gran trambusto, gli spari, il fermento di uomini, divise e bandiere mai viste prima di allora fecero emergere nella mente dei Ponzesi un ricordo antico e tremendo: i pirati. Terrorizzati, cominciò un fuggi fuggi generale in un crescente panico che, in breve, fece perdere la calma anche a chi non sapeva cosa stesse esattamente accadendo. Isolani, militari e relegati in regime di semilibertà scappavano per ogni dove a cercare un nascondiglio sicuro. Mentre il Pisacane raggiungeva il quartier generale presso la Torre di Ponza, ponendolo in assedio ed intimandone la resa, i suoi compagni, Giovanni Battista Falcone e Giovanni Nicotera, issarono una bandiera rossa nella piazza principale e quindi, a gran voce, cominciarono a dar spiegazioni di quanto stava accadendo. Ripresosi dallo spavento si affacciarono timidamente dapprima i relegati in semilibertà e quindi i residenti che, comunque diffidenti, si mantennero a distanza di sicurezza.
Ma quelle teorie politiche così lontane dalla realtà del popolo non attecchirono anzi causarono sgomento e maggior timore. Addirittura reazione quando il Falcone, con dire sicuro e sprezzante, inveì contro la religione, il re e le terre demaniali. I Ponzesi solo sette giorni prima avevano celebrato solennemente il Santo Patrono Silverio e le parole dissacranti del Falcone non piacquero affatto. Inoltre a Ponza, così come in tutte le regioni del sud, i contadini coltivavano le terre demaniali quali usi civici loro assegnati gratuitamente come beni provenienti dallo smantellamento graduale degli antichi feudi. Essi sfruttavano terreni dello stato in “enfiteusi perenne” tuttavia senza divenirne mai veri proprietari. Una specie di “sistema comunista” ante litteram. Sconvolgere quel delicato equilibrio, che comunque assicurava la vita, la pace e la giustizia sociale, spaventò i Ponzesi ancor più dei pirati tanto che, alla chetichella, lasciarono il luogo della riunione per vedere il da farsi. Intanto i rivoluzionari infervorati dai loro stessi discorsi parlavano di repubblica e di fantomatiche rivolte a Napoli, Roma, Genova, Livorno e Reggio Calabria ed alcuni militi della “compagnia disciplina” relegati a Ponza sembravano dar credito a quelle parole. Ma ciò non bastava a Pisacane: egli aveva bisogno di far scattare sul serio la scintilla della rivolta generale, non limitarsi a fare un comizio in quella semideserta ed ambigua piazza isolana. Avrebbe voluto cominciare proprio da Ponza la sua rivoluzione coinvolgendo la popolazione di quella sperduta isola, estremo confine dello Stato Napoletano, per poi sbarcare lungo le coste e propagare i moti. Pisacane ben presto si rese conto però che nonostante i suoi incitamenti proprio la popolazione non c’era. Ignorando i veri motivi di quella defezione, pensò di riuscire a coinvolgere tutti con l’azione e l’esempio innescando lui stesso la scintilla della rivolta. Per rendere la cosa più coinvolgente la scintilla la fece partire proprio da dove si governava la popolazione: gli uffici del Comune. Qui Giovanni Nicotera, futuro Ministro dell’Interno dello Stato Unitario, dopo essersi impossessato della cassa del Comune appiccò il fuoco agli archivi ed all’antica biblioteca dei monaci Cistercensi quindi, guidato dai relegati in semilibertà, fece il resto assaltando il dazio ed il giudicato (la pretura). Ma, com’era prevedibile, fu peggio: i Ponzesi presi da maggior sgomento si rinchiusero a doppia mandata nelle case e nelle caverne poste sulla sommità del Monte Guardia.
Il Pisacane, innervosito, deluso e disperato dall’atteggiamento di quella “strana popolazione a cui non andava di rivoltarsi contro il tiranno”, aprì i cancelli del bagno penale della “Parata” che allora accoglieva circa 1800 delinquenti comuni.
Una minacciosa turpe di individui invase vicoli e strade come un torrente in piena. I loro zoccoli crepitavano sul lastricato ed il brusio iniziale diventò man mano un vociare sguaiato e terrificante. Anni di lavori forzati, rabbia repressa mista ai più profondi e bestiali istinti avevano trasformato quegli uomini in belve dai lineamenti vagamente umani.
Il paese fu messo a ferro e a fuoco da quei forsennati: gli spari, le violenze, le urla, i lamenti echeggiarono per molte ore. Il fumo soffocante degli incendi propagatisi fino ai vigneti ed agli uliveti delle colline, contribuì a rendere ancora più tremendamente infernale quella notte di anarchia.
Il Pisacane, per inibire ogni reazione contro la sua operazione, si era preoccupato sin dallo sbarco di prendere in ostaggio il comandante della guarnigione Magg. Antonio Astorino ed i suoi ufficiali ma non pensò al prete: Don Giuseppe Vitiello. Questi, di fattezze minute ma di una furbizia ed un temperamento fuori da ogni immaginazione, comprese immediatamente la natura e gli intenti di quegli uomini. Già dallo sbarco, senza perdere tempo e, soprattutto, senza perdersi d’animo, si era dato da fare per creare una vera e propria linea difensiva a metà isola, raggruppando gendarmi e civili, impedendo così che il Pisacane ed i detenuti del bagno penale ormai liberi dilagassero su tutto il territorio isolano causando ben maggiori danni. Grazie alla prontezza del parroco, figura emblematica e vero eroe ponzese dimenticato, parte della popolazione poté mettersi in salvo raggiungendo anche a nuoto la zona nord dell’isola. Don Giuseppe, inoltre, ordinò un’incursione notturna per l’affondamento silenzioso delle imbarcazioni risparmiate dai rivoltosi ancora galleggianti ed all’ancora nel porto, per evitare fughe di massa ed, infine, organizzò un equipaggio che, con una lancia forte di 8 remi comandata da Ignazio Vitiello, partì alla volta di Gaeta per dare l’allarme e chiedere aiuto.
Fallita la rivolta popolare, il Pisacane si preoccupò di reclutare tra i relegati stessi quanta più gente possibile per lo scopo primario della sua missione: lo sbarco a Sapri. Ma anche questa volta la sua delusione fu tanta. Oltre alla diserzione dei ponzesi, di quelle migliaia di detenuti solo pochi si fecero avanti e nei volti di quei pochi si leggeva l’unico e vero obiettivo: raggiungere il continente per darsela a gambe. La maggior parte dei forzati che accettarono di seguire la spedizione erano di Sapri e dintorni, essi si erano macchiati di crimini e violenze di ogni genere e pertanto condannati ad espiare la loro pena ai lavori forzati nel bagno penale di Ponza. Gli altri preferirono restare ed accontentarsi di quella inaspettata ed insolita festa. Infatti, molti relegati dopo aver abusato di vino, cibo, canti, balli e violenze si disseminarono lungo spiagge, grotte e campi per abbandonarsi in un profondo sonno. Molti altri, alle prime luci dell’alba, rientrarono prudentemente nel bagno penale. Fatto giorno lo spettacolo era raccapricciante, ma Don Giuseppe, come al solito, non si perse d’animo. Assicuratosi che il Pisacane fosse effettivamente ripartito, fece liberare il comandante della guarnigione, gli ufficiali, i graduati ed il resto della gendarmeria che immediatamente si diede a riacciuffare qua e la i relegati ormai fiaccati dai bagordi notturni. Si spensero gli incendi, si recuperarono le masserizie e le suppellettili, si risistemò alla meglio la chiesa, si recuperarono gli animali, si ritirarono su le imbarcazioni, si aprì l’infermeria ai feriti, si ripulirono le strade e le piazze, fu issata la bandiera sulla Torre. Nel frattempo arrivò una nave da guerra che sbarcò alcune centinaia di militari con il compito di completare la bonifica ed arrestare i più ostinati ancora barricati e nascosti nelle campagne e negli anfratti.
Intanto il Pisacane ed i suoi trecento sbarcavano a Sapri, ma qui la popolazione non stava facendo la siesta come a Ponza, anzi fu molto arguta a riconoscere tra quegli “eroi” gli artefici di abominevoli delitti e non esitò ad imbracciare forconi e schioppi e, come il Mercantini recita: “eran trecento erano giovani e forti e sono morti”.
Fu una vera e propria carneficina, il preludio dell’enorme tragedia che dopo qualche anno investì il meridione d’Italia, preda della sanguinosa e devastante conquista militare del Piemonte, che vide la disperata reazione armata dei contadini del Sud che poi “scrittori salariati tentarono di infamare con nome di briganti” (Gramsci).

Da “IL MESSAGGERO” di venerdì 12 novembre 2010

1 150 ANNI DELL`UNITA D`ITALIA

Il Sud, Pisacane e gli eroi dimenticati del Risorgimento di

CESARE PIFANO*

LE CELEBRAZIONI peri i 150` anniLversario dell`Unità d`Italia sono già iniziate, con atti ufficiali, da parte delle istituzioni e con convegni, mostre, dibattiti, articoli eri flessioni critiche. Tutti gli artefici del grande evento sono, tuttavia, racchiusi in una rosa di nomi (Cavour, Mazzini, Garibaldi, Casa Savoia) lasciando nell`ombra ed in alcuni casi nell`oblio i contributi notevoli e decisivi, fino al sacrificio della vita, di tanti altri e fra questi Carlo Pisacane.

Indubbiamente l`apporto dell`eroe napoletano al processo risorgimentale, ancora oggi, è considerato dalla storiografia in modo controverso e dibattuto;

ma escludere la spedizione di Sapri dalle egregie cose che concorsero alla gloriosa epopea del Risorgimento appare un errore storico e culturale. Storico perché la parola Risorgimento non indica un risultato, un esito, un obiettivo ma un atto della volontà, una tensione al cambiamento, alla trasformazione, alla liberazione. Il Risorgimento non si identifica con l`Unità di Italia ma è il processo che l`ha determinata. Ed a questo processo si iscrive di diritto l`azione ideale di Pisacane: la genesi e la preparazione della spedizione di Sapri rappre- sentano, in forma drammatica, la forza della rivoluzione italiana, il nucleo originario di un popolo che dalla sua ricostituzione interiore vuole diventare nazione.

Infatti gli avvenimenti di Sapri e la morte di Pisacane aprirono lo spazio politico che consentì a.Cavour di convincere la Francia all`intervento contro l`Austria facendo balenare agli occhi di Napoleone 111 l`alternativa Riforme o Rivoluzione. Non fu insomma un avvenimento isolato ma un episodio importantissimo della stessa epopea nazionale checoncorse a determinare un graduale progresso della coscienza pubblica verso il concetto dell`unità, dell`indipendenza e della libertà. Ma soprattutto nei commenti che si ebbero all`estero essa fu collocata tra i fatti che onorano l`umanità intera.

Ma dimenticare Pisacane è altresì un errore culturale: infatti proprio la visione pisacaniana dell`Italia potrebbe, oggi, aiutare a rileggere tutta la storia nazionale unitaria per riflettere sugli errori che le classi dirigenti, come nel passato, continuano a commettere impedendo la reale partecipazione ed il coinvolgimento del Sud alle sorti nazionali.

Pisacane, napoletano, vissuto fra Parigi, Londra, Genova, Milano e Roma visse il Mezzogiorno come luogo mitico della rivoluzione e da qui indivi- duò la possibilità concreta dell`unificazione italiana. Oggi, nello spirito del 150` anniversario dell`Unità d`Italia, si celebra, insieme, il coronamento giuridico e politico dell`ideale di patria inteso come spazio antico e naturale di valori comuni della nazione italiana, ma si celebra anche un progetto non compiuto di unità nazionale, poiché permane il divario socio-economico e civile tra Nord e Sud.

C`è quindi un Risorgimento incompiuto che reca con sé un Risorgimento dimenticato. Proprio alla luce di questa realtà storica occorre riproporre con forza il pensiero e l`ideale di Carlo Pisacane. Egli aveva, infatti, già compreso che non poteva esserci unità senza riscatto sociale del Sud, che non poteva esserci vera rivoluzione nazionale (così la chiama nel suo stupendo testamento politico) senza liberazione sociale, senza giustizia e senza uguaglianza. Ed i governi dell`Italiauníta, monarchici prima e repubblicani dopo, hanno dovuto e debbono fare i conti con la questione meridionale a conferma della giusta intuizione pisacaniana. Appare perciò quanto mai utile, oggi, accanto ai Grandi riportare al centro della riflessione l`Italia che non abbiamo ancora e per la quale morirono i Trecento di Pisacane.

*Direttore del Centro studi e documentazione “Carlo Pisacane” di Sapri [.]

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Anche questa volta Panebianco purtroppo non riesce ad essere obiettivamente critico.Tral’altro dà per scontato che il Nord fosse ricco e il Sud povero. Forse uno dei problemi fondamentali dell’anomalia Italia sta proprio qui. Perchè Panebiano,come molti altri, non sa che la situazione antirisorgimenale della penisola era perfettamente capovolta. Era il Sud ad essere ricco di industrie artigianali e meccaniche che coesistevano con un substrato culturale importante.Certo non era l’eldorado, lo so bene,ma il settentrione versava in condizioni pietose.E la colonizzazione, perchè di questo si è di fatto trattato,è  stata una questione tra Francia e Inghilterra attraverso il Piemonte che ha venduto i meridionali. E poi tra capetingi borbonici e napoleonidi  si poteva trattare di una questione specialmente francofona. Secondo me,inoltre, una volta giunti alla famosa unità si sarebbe dovuto scegliere l’organizzazione politica federalista auspicata non solo dal lombardo Cattaneo e dal pontificio Gioberti, ma anche da un certo Carlo Pisacane napoletano.E comunque c’è un aspetto economico che viene completamente ignorato anche da Panebianco.Nel Regno delle due Sicilie esistevano due Istituti di emissione, che sono stati affondati con l’unificazione: da 150 anni i risparmi dei meridionali hanno finanziato le industrie e le imprese del Nord nel contesto di un sistema bancario distorto.Certo anche molti politici hanno giocato un ruolo suicida, ma non solo al sud, ma io vorrei ricordare quanto diceva in proposito  Don Sturzo : “Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da noi, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere, trovare l’iniziativa dei rimedi ai nostri mali”.

Questo è il commento che avevo mandato al corriere.it a margine dell’articolo di Panebianco. Il mio commento, guarda caso, non è stato pubblicato, io però riporto ciò che dice Panebianco, per capire di cosa qui sto scrivendo.

A me viene da pensare che i corrieristi ritengono spesso di fare opinione nonostante più volte abbiano avuto importanti segnali contrari. Il fatto è che gli italiani sono più preparati dei loro politici e dei loro mezzi di informazione. Compito del giornalista dovrebbe essere sempre e comunque la ricerca della verità, anche se questa può risultare sofferta e in contrasto con le proprie idee. La storia, poi, è quella che è ; cioè la successione di fatti realmente accaduti. Non può essere cambiata. Andrebbe studiata con attenzione. Guardarsi indietro e celebrare un passato spesso costruito dall’immaginario più o meno  collettivo può essere devastante. Il mito di Orfeo e la biblica moglie di Lot insegnano che fermarsi sul passato significa suicidarsi.

Per essere più precisa in merito all’argomento trattato da Panebianco bisogna conoscere di cosa si tratta e in merito ci sarebbero da redigere interi trattati. Qui, però desidero mettere in evidenza la pagina di storia scritta da Stefano Romeo, medico chirurgo cittadino di S. Stefano in Aspromonte, patriota per molti anni in esilio in Turchia, da dove mandava denaro per sostenere i risorgimentalisti  e la cui famiglia ha pagato un grave tributo di sangue alla causa-patria. Eletto  due volte ai primi parlamenti repubblicani  nei primi giorni di febbraio del 1868  si dimette da deputato inviando al presidente della Camera la seguente lettera.

“Onorevole Sig. Presidente,

l’inefficacia dei voti parlamentari, il modo come è inteso e attuato il regime costituzionale in Italia dal 1861 in qua, mi consiglaino uscire dalla Camera. Prego, quindi, la Signoria Vostra presentare alla stessa le mie dimissioni e dichiarare vacante il Collegio di Reggio Calabria.”

Conoscere i fatti e darne contezza non significa però stare da una parte piuttosto che da un’altra; la storia va  contestualizzata e utilizzata per vivere meglio il nostro tempo.

Riportare nella giusta luce gli avvenimenti che portano all’unificazione dell’Italia non significa essere borbonici. Voglio dire che personalmente mi sento italiana, calabrese, reggina, stefanita di Santo Stefano in Aspromonte :  qui e ora con orgoglio e senza vittimismi, non appartengo ad alcuna parrocchia e sto fuori dal coro, dalla mia parte, la parte che cerca la verità; insomma sono in continua tensione verso la libertà anche se mi rendo cono conto che devo lottare quotidianamente per raggiungere questa sensazione tenuto conto che siamo tutti manipolati più o meno occultamente. Con buona pace, naturalmente, dei Panebianco di turno.  Secondo me noi dovremmo guardare al futuro, ma per farlo bisogna fare prima i conti, e pagarli,con la storia, quella vera. E dovremmo avere il coraggio di farlo da Sud a Nord e viceversa.

il sud contro il nord

L’altra secessione

il sud contro il nord

L’altra secessione

Possiamo pensare alla politica come a una torta a due strati: c’è uno strato superficiale e uno sottostante. Lo strato superficiale è quello della politica politicienne su cui si concentra l’attenzione dei media: crisi di governo? Elezioni? Governi tecnici? Nuove sorprese sul piano giudiziario? Nuovi gossip? Poi c’è lo strato sottostante che sta in profondità. Mentre lo strato superficiale è o può essere soggetto a repentini cambiamenti, nello strato profondo i cambiamenti, ammesso che avvengano, richiedono tempi lunghissimi. Tra i due livelli ci sono influenze asimmetriche, di differente intensità (è più forte l’influenza dello strato profondo su quello superficiale che il contrario). Appartiene allo strato profondo la divisione Nord/Sud. Ciò che accade in quello superficiale, di volta in volta, può disvelare aspetti diversi di quella storica divisione, e può anche, in certe fasi, esasperarla, ma non l’ha creata e non può eliminarla.

L’esasperazione della frattura Nord/Sud che sperimentiamo da un ventennio ha la sua causa nella fine della Dc e del sistema di scambi mutualmente soddisfacenti (ampiamente finanziato con l’indebitamente pubblico) che la Dc garantiva fra i diversi territori. Quel sistema aveva assicurato per molti anni una certa tranquillità di superficie ma nella pancia del Paese anche allora si celavano umori cattivi. Qualcuno ricorderà «radio bestemmia », un esperimento di Radio Radicale degli anni Ottanta (non c’era ancora all’orizzonte nessuna Lega a minacciare secessioni). Per tre giorni il microfono fu lasciato, senza controllo, in mano agli ascoltatori: si cominciò con risse e insulti fra tifoserie calcistiche e si finì con una grande esplosione di odio viscerale fra terroni e polentoni.

In questi anni siamo stati soprattutto colpiti dal fenomeno più appariscente: il vento del Nord, il leghismo, con il suo secessionismo culturale e, potenzialmente, politico. Non abbiamo prestato abbastanza attenzione al fenomeno opposto e simmetrico, ma più silenzioso, meno visibile: il secessionismo culturale del Sud. La voglia di bruciare il tricolore non appartiene solo ai più esagitati fra i leghisti: anche dal Sud vengono lanciati cerini accesi.

Che altro è se non voglia repressa di bruciare il tricolore la rappresentazione del Risorgimento come uno stupro di gruppo ai danni del Mezzogiorno da parte di un Nord violento e rapace? La leggenda nera sull’Italia unita nasce subito dopo l’unificazione nutrendosi di fatti veri (l’occupazione piemontese, la spietata guerra al brigantaggio, il peggioramento delle condizioni delle campagne, la grande migrazione verso le Americhe) ma letti piattamente, senza spirito critico, senza inserirli in una visione più ampia, nella quale la partita del dare e dell’avere fra le regioni ricche e quelle povere svelerebbe il proprio carattere autentico: quello di un complesso interscambio che ha portato, nel lungo periodo, più vantaggi che svantaggi all’intera comunità nazionale. A causa dell’esasperazione della divisione Nord/Sud degli ultimi vent’anni, l’antica leggenda nera viene ora riproposta con forza dagli appartenenti alle classi colte meridionali.

Si può leggere di tutto: puntigliose rivalutazioni del Regno delle Due Sicilie, invettive contro Cavour e i piemontesi, criminalizzazione del Nord di ieri e di oggi. Da tante lettere che arrivano quando si scrive di questi argomenti si ricava la sensazione che molti meridionali appartenenti alle classi colte siano sinceramente convinti di due cose. La prima è che, se non ci fosse stata la colonizzazione del Nord, il Sud sarebbe ora qualcosa di simile alla Svizzera o all’Olanda. La seconda è che le classi dirigenti del Sud non abbiano responsabilità dei mali in cui il Sud si dibatte. Nella versione meno spudorata, o meno irrealistica, si parla più prudentemente (come fa il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo) di complicità, di patti perversi fra Roma e le classi dirigenti meridionali.

Perché questa forma di secessionismo culturale danneggia il Sud (polemizzando con me, c’è caduto, sia pure da par suo, anche un finissimo osservatore come Ruggero Guarini su Il Foglio del 28 ottobre)? Perché giustifica e perpetua l’irresponsabilità delle classi dirigenti meridionali e garantisce in questo modo l’impossibilità di una svolta. Sembra che ci sia una sorta di «blocco sociale» composto da classi dirigenti che, spesso, hanno assai male amministrato e di classi colte che tengono loro bordone mal consigliando e mal giustificando.

È vero che ci sono anche segnali che vanno in una diversa direzione. C’è il fatto che il Sud (come il Nord) non è un blocco territoriale omogeneo: esiste anche un Sud produttivo e ben governato. Inoltre, anche in politica non tutto è sempre scontato: ad esempio, Gianfranco Micciché, tenendo a battesimo la sua costituenda Forza del Sud, ne ha parlato come di un movimento politico che deve spingere il Mezzogiorno a ritrovare il suo orgoglio, mettere al bando ogni sterile lamentela, impegnarsi per creare sviluppo e benessere. Si tratterà di vedere se alle intenzioni corrisponderanno i fatti e se le resistenze di quella consistente parte del Sud che non ne vuol sapere potranno essere superate.

Il secessionismo culturale del Sud, nonostante il suo successo e la sua diffusione, ha il fiato corto. A differenza di quello del Nord non può tradursi in secessionismo politico: non dispone dei soldi. Può però avere l’effetto di esasperare ulteriormente il secessionismo nordista. Infatti, anche il movimento leghista è a un bivio, spinto dai suoi stessi impulsi in direzioni diverse: la testa (la ragione) gli detta di cercare soluzioni federali; la pancia lo spinge verso la secessione: un esito che, se si realizzasse, abbasserebbe drasticamente il rango internazionale del Nord (per esempio, in Europa) con molte e pesanti ripercussioni negative.

Berlusconi, costruendo l’unico vero partito nazionale in circolazione (forte al Nord come al Sud) ha precariamente, avventurosamente, e provvisoriamente, surrogato il ruolo storico che era stato della Dc, tenendo di fatto insieme il Paese. Quando il suo partito si disferà (probabilmente ciò accadrà quando egli uscirà di scena), Nord e Sud si troveranno l’uno di fronte all’altro senza mediazioni, l’uno contro l’altro. E per l’unità d’Italia sarà l’ora della verità.

Però, forse, è imminente una crisi di governo, forse andremo presto a elezioni. Parlando di Nord e Sud ho divagato? Non mi pare. Perché, crisi o no, elezioni o no, è dallo strato profondo della torta che partono comunque gli impulsi più potenti. Da essi dipenderà, anche a breve, il futuro del Paese.

Angelo Panebianco

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