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Archive for dicembre 2010

La favola di Natale di Giovanni Guareschi

Scritta durante la prigionia nei campi di concentramento, nell’inverno del 1944, per allietare i compagni durante il loro secondo Natale da prigionieri, “La favola di Natale” di Giovannino Guareschi è ispirata da Freddo, Fame, Nostalgia, riconosciuti dall’autore come le proprie Muse. La poesia di un uomo che, in quanto soldato italiano, non si era arreso e si era fatto deportare per mantenere fede al proprio giuramento, è racchiusa in un racconto delicato pieno di ironia e speranza, una favola fatta di coraggio ed amore nonostante la disperazione del campo di concentramento. Albertino è un ragazzino che ha imparato a memoria una poesia da recitare a suo padre per la vigilia di Natale, ma il padre, prigioniero di guerra, non è a casa ed il bambino recita la poesia alla sedia vuota. La finestra si apre all’improvviso ed i versi si trasformano in un uccellino che vola via nel vento. Allora Albertino decide di andare in cerca di suo padre insieme al cane Flick, anche se i due non hanno mai viaggiato prima tranne che per andare dalla nonna, abitante nello stesso isolato. I due attraversano insieme la terra della Pace diretti verso la terra della Guerra e incontrano lungo la via molti personaggi, finché non raggiungono la Foresta degli Incontri: una specie di terra di nessuno, dove finalmente si trovano davanti il padre di Albertino, che ha viaggiato in sogno per passare una notte speciale insieme al figlio. “Questa favola io la scrissi rannicchiato nella cuccetta inferiore di un ‘castello’ biposto, e sopra la mia testa c’era la fabbrica della melodia. Io mandavo su da Coppola versi di canzoni nudi e infreddoliti, e Coppola me li rimandava giù rivestiti di musica soffice e calda come lana d’angora.” Così scrive l’autore nell’introduzione ricordando la collaborazione con Arturo Coppola, suo compagno di prigionia, che musicò la favola e diresse l’orchestra ed il coro dei prigionieri per la rappresentazione “magica” che ebbe luogo la sera del 24 dicembre 1944, nel campo di concentramento: “I violinisti non riuscivano a muovere le dita per il gran freddo; per l’umidità i violini si scollavano, perdevano il manico. Le voci faticavano ad uscire da quella fame vestita di stracci e di freddo. Ma la sera della vigilia, nella squallida baracca del “teatro”, zeppa di gente malinconica, io lessi la favola e l’orchestra, il coro e i cantanti la commentarono egregiamente, e il “rumorista” diede vita ai passaggi più movimentati.”

 

 

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A proposito del Natale Guareschi scrive:”

“Il fatto è che noi tutti pensiamo al Natale come ad un giorno fuori dal calendario. Come ad un giorno fuori dal tempo. Natale è per noi tutti come un punto d’arrivo. E il nostro sogno è di arrancare tutto l’anno per poi arrivare a fermarci un po’. Come se, quel giorno, il tempo dovesse fermarsi. E invece non ci si può fermare mai, perché il tempo non si ferma. Basterebbe un minuto solo di sosta: ma questo non è concesso né ai vivi né ai morti perché l’eternità è un cerchio chiuso che incomincia sempre e non finisce mai. E’ qualcosa che continua senza aver mai cominciato e senza mai poter finire. E inconsciamente noi pensiamo a questo, quando arriva il Natale: e cerchiamo di spiegare la nostra immensa angoscia con banali motivi. Ma il fatto è che noi, in quel giorno, ci affacciamo per un istante sull’abisso dell’infinito e l’ammirazione per la grandezza di Dio non basta per noi uomini di non sufficiente fede a farci dimenticare la nostra infinita piccolezza.”

 

 

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Simone Giacchetta

dai Giacchetta facci un gol

in bocca al lupo Simone

Ci sono partite che non si giocano sul prato verde. Partite in cui devi raddoppiare gli sforzi, tirare fuori tutto il coraggio di cui disponi.

 

Siamo assolutamente certi di interpretare il pensiero di qualsiasi persona che abbia a cuore il nome di Reggio Calabria e della Reggina, dicendo che, nella “speciale partita” di Simone Giacchetta, tutti noi ci sentiamo sostenitori quanto mai accaniti, sostenitori quanto mai vicini, anche se solo col pensiero, ad una delle più grandi e splendenti bandiere amaranto.

 

Sono piccole, infinitamente piccole le nostre parole, rispetto ad un gigante come “Jack”. Direttore tecnico oggi, capitano coraggioso ieri. Simone Giacchetta non è un ex calciatore o un attuale dirigente: no, Simone Giacchetta è una pietra miliare del calcio reggino. Simone Giacchetta è il capitano di tutti, e forse non ha nemmeno bisogno dei nostri incoraggiamenti o dei nostri in bocca al lupo, perchè un combattente nato come lui, avrà già trovato da solo la forza per vincere questa partita.

 

Ti aspettiamo nella tua Reggio capitano, con la stessa emozione provata martedì sera, quando l’intero teatro Cilea si è alzato in piedi per applaudire a scena aperta, non appena dal palco è stato invocato il tuo nome. Ti aspettiamo nella tua Reggio capitano, con lo stesso affetto provato nel vederti indossare per 10 anni la maglia amaranto, con  la stessa infinita ammirazione, provata nel vedere quella fascia al tuo braccio.

reggionelpallone.it

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di Roger Scruton

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cinghialai del Brutto Grugno di Santo Stefano in Aspromomte

“Sulla caccia” riflessioni filosofiche per un’apologia dell’ars venandi

“Il suicidio dell’Occidente”

Ora spiegherò brevemente come vedo la questione. Gli animali non sono esseri morali: non hanno nè diritti nè doveri, non sono padroni della propria vita, non possono commettere crimini. Se fossero esseri morali, allora sarebbe valido per loro l’imperativo categorico di Kant: sarebbe un male ammazzarli, catturarli, tenerli chiusi, far loro del male o limitare la loro libertà. ma sarebbe anche  male per loro fare queste stesse cose. I leoni sarebbero assassini,i cuculi usurpatori,i topi invasori,le gazze ladre. La volpe sarebbe il peggiore dei criminali viventi,meritando pienamente la pena di morte che le applichiamo di tanto in tanto.Perchè le volpi ammazzano non solo per procurarsi da mangiare, ma per il loro appetito sfrenato di morte e di distruzione. In breve, trattare gli animali come se fossero esseri morali significa maltrattarli, significa pretendere da loro cose che non possono dare perchè non sono capaci di capire cosa viene loro richiesto.Questo non vuol dire,però,che possiamo trattare gli animali come vogliamo.Perchè la morale ha molte fonti. Siamo tenuti ad agire secondo dovere, ma dobbiamo anche esercitare la misericordia e dobbiamo comportarci con rispetto nei riguardi del mondo naturale perchè attualmente ne siamo i garanti….Non metto in dubbio neanche per un attimo la buona fede di chi è contrario alla caccia. Mi meraviglia soltanto che si sia scelta un’attività in cui animali ed essere umani lavorano insieme in amicizia, magnificamente pieni di vita, senza procurare sofferenze  che non facciano parte di un progetto naturale. e mi domando se quegli stessi contestatori si preoccupano delle fattorie-fabbriche, dove maiali e polli vengono allevati per produrre carne come fossero delle verdure.Una sola occhiata sfaterebbe l’illusione che vi siano norme che rispettano la natura.Ma come nella Germania nazista  per non turbare le coscienze gli occhi guardano altrove…..La cosa strana,però, è che tanta gente che disapprova la caccia la voglia anche vietare…il problema è rappresentato dai fanatici -in qualunque controversia ve ne sono- per i quali ogni cosa alla quale sono contrari  rappresenta una prova dell’altrui depravazione. Queste persone hanno bisogno di uno scopo, e quando mancano le vittime umane gli animali sono degli ottimi sostituti, con il vantaggio ulteriore che, diversamente dalle vittime umane, gli animali non possono mai chiedere ai loro paladini di levarsi di torno….Credo che il fatto che molte persone non siano d’accordo con me, sia un segno della loro ignoranza e non del mio snobismo La città moderna,con le vie di transito, i semafori e i centri commerciali, con le zone industriali e le torri adibite ad uffici, non è  altro che immondizia gettata via da nomadi noncuranti….Coloro che legiferano ci spingono come una mandria verso il futuro, vietando ora una cosa ora un’altra, adeguandosi alle ondate di un’emotività che non governano e che non capiscono”.

“I diritti universali dell’uomo sono stati definiti dai filosofi classici liberali, tra cui Locke, all’interno del  concetto di libertà, innanzitutto stabilendo le cose che  possiamo fare ( spostarci, possedere proprietà, respirare, agire autonomamente) e che nessun altro può impedirci di fare. Ora, invece, i diritti universali sono visti come pretese,- richieste che gli altri non sono in grado  di soddisfare-, come il cosiddetto diritto a un certo standard di vita, di benessere, di sicurezza del proprio lavoro.Questi diritti possono essere ottenuti solo costringendo gli altri a renderli applicabili. In questo modo, le nuove forme dei diritti umani sono in realtà strumenti d’oppressione……la lealtà nazionale non è un’ideologia o un programma belligerante, ma una devozione a ciò che ci è vicino e familiare, assieme al legittimo desiderio di proteggerlo dal furto.L’Europa sta attraversando una fase di ripudio, respingendo la religione e la cultura ereditate, nell’interesse del benessere materiale e della sicurezza a breve scadenza, e accettando così, con tacito consenso, il super Stato burocratico, come il miglior modo per evitare il peso della libera scelta….Gli individui esistono solo dove possono reclamare anche un’identità. In caso contrario sarebbero come atomi in una massa.Il senso della bellezza è un universale umano e nasce dal bisogno  profondo di sentirci a casa nel mondo e anche di trovare i nostri valori riflessi nei nostri ambienti. Seguendo il richiamo della bellezza mettiamo un valore di lunga durata nelle cose che ne hanno uno breve. Culture differenti fanno ciò in diversi modi : ma lo scopo è universale, vale a dire, essere messi e consolati in un mondo che possiamo sentire come casa nostra.”

I brani su riportati rappresentano un assaggio di due libri, che , secondo me, vale la pena di leggere. Penso,infatti che alla base di molti aspetti della vita sociale del nostro tempo ci sia la mancanza di una cultura adeguata.

Voglio dire che essere contrari alla caccia è naturalmente legittimo; non è però altrettanto legittimo pretendere di vietarla a tutti e a chiunque perchè sarebbe come pretendere che gli animali reprimessero i propri istinti violenti. Amare l’arte sportiva della caccia non significa non rispettare la natura, quanto piuttosto essere educati ad un equilibrio ambientale che onori le leggi naturali. Appartengo ad una famiglia di cacciatori  per tradizione e mi sento anch’io una di loro; amo gli animali e casa mia è un vero e proprio zoo, mangio pochissima carne privilegiando  cacciagione e animali ruspanti del mio cortile, e tra l’altro penso che l’uomo per caratteristiche organiche  e funzionali non sia adatto a metabolizzare le carni, prova ne sia la struttura intestinale umana lunga e stretta propria degli erbivori. L’ars venandi è però un’altra cosa:  è educazione, rispetto, sport, formazione individuale e in dinamiche di gruppo che risalgono  ad usi e tradizioni antichissime e richiamano bisogni ancestrali dell’uomo che appartengono, quindi, all’intera umanità; scuola di vita insomma. Consapevole di questa realtà soffro moltissimo al solo pensiero di quelle povere bestiole allevate in batteria dove gli animali subiscono violenze inaudite con buona pace di molti animalisti, alle cui tavole sovente li  imbandiscono ignari di quegli abusi.

Senza trascurare l’ambito della pesca teatro di scempi analoghi. Di fatto succede che la radicalizzazione di alcune teorie negazioniste porta a cancellare l’essenza di alcune attività, come caccia e pesca appunto, che appartengono antropologicamente all’essere umano.

Si diffonde poi un concetto  secondo il quale  la scelta di essere vegetariani tutelerebbe gli animali vittime della caccia. Le due cose non hanno invece alcun punto in comune, perchè le carni e i pesci  commercializzati  provengono per la maggior parte da animali  abusati in allevamenti completamente inadeguati. E poi a voler essere proprio attenti al cosiddetto ecosistema l’uomo dovrebbe bandire dalla propria alimentazione carni, pesci e tutti i loro derivati, cioè uova, latte e latticini e tutti i prodotti che ne contengano anche tracce, che sono innumerevoli. Come dire che bisognerebbe adottare un’alimentazione a base di erbe, frutti e magari  radici, modificando completamente  gli  stili di vita ormai assimilati da secoli. Personalmente sono dell’avviso che per la salute dell’organismo umano questa sarebbe una grossa svolta che darebbe un grande contributo alla salute psicofisica degli individui. Ma forse sto facendo fantascienza.

Sempre culturale è, a mio avviso, il motivo che stimola la lettura del volume Il suicidio dell’Occidente, nel quale, in estrema sintesi, l’autore rimprovera agli europei l’incapacità di rispettare la propria identità, sacrificandola ad un malriposto senso di solidarietà e di accoglienza nei confronti dello straniero per il quale si ripudiano tutti i propri valori privilegiando quelli alieni di un altrove che appartiene ad altre civiltà.

Per quanto mi riguarda credo che ci sia bisogno di molto equilibrio per non cadere in estremismi dannosi; e per essere criticamente equilibrati occorre essere preparati culturalmente, conoscere la propria storia ed essere in grado di leggere e capire, cioè di elaborare, sentimenti ed emozioni dell’animo umano alle diverse latitudini senza ipocrisie e falsi inganni ma nel rispetto delle diverse appartenenze.

Solo in una dimensione personale , e magari collettiva, di armonia si sarà capaci di volare sulle ali di sempre del bello, del giusto e del vero in tensione verso un’aspettativa di felicità.


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