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Libera rilancia l’impegno antimafia, aiuti concreti per Bentivoglio

Pubblicato da peppecaridi su 12, febbraio, 2011

reggioliberareggiodi Peppe Caridi – Dopo l’agguato di mercoledì mattina contro Tiberio Bentivoglio, l’Associazione Libera ha convocato una conferenza stampa per illustrare ai giornalisti una serie di iniziative, proposte e attività contro la criminalità organizzata.

Non sappiamo chi ha sparato e chi ha armato la mano di chi ha sparato. Siamo convinti, però, che all’alba del 9 febbraio, nelle campagne di Reggio Calabria, hanno tentato di ammazzare Tiberio Bentivoglio per uccidere l’uomo e, con l’uomo, il percorso di liberazione dal ricatto delle cosche che stiamo indicando da oltre un anno“.

Gli esponenti dell’Associazione antimafia hanno parlato alla stampa esprimendo, innanzitutto, tutta la loro vicinanza all’amico Tiberio Bentivoglio, che fa parte del coordinamento regionale di Libera, e hanno poi presentato varie iniziative tese a rinforzare ulteriormente l’attività di contrasto alla criminalità organizzata. Il referente di Libera a Reggio, Mimmo Nasone, ha tenuto il polso della conferenza presentando i vari relatori: Alessio Magro dell’Associazione Da Sud, Francesco Spanò di Azione Giovani, Salvatore Mafrici di Libera della Valle Grecanica e Davide Mattiello di Libera Nazionale.
Hanno parlato poi anche Rosa Quattrone, che ha presentato alcuni progetti concreti per aiutare Tiberio Bentivoglio e tutti gli imprenditori che hanno denunciato il pizzo, Salvatore D’Amico, che è uno di loro che s’è appoggiato a Libera, Don Nino Pangallo e Antonio Data di Libera di Croton.  

Con l’agguato a Tiberio, hanno tentato di porre fine ad una vita e, nel contempo, ad un’esperienza che evidentemente sta cogliendo nel segno, alimentando nervosismi e reazioni violente. Non ne siamo stupiti e siamo, soprattutto, pronti a rilanciare, ben consapevoli che, come ha ricordato don Luigi Ciotti, ‘siamo sul fronte e non si può più restare fermi a guardare. La solidarietà e l’indignazione non basta: non si può essere indifferenti. Ci vuole uno scatto da parte di tutti e prendere coscienza che è una corresponsabilità’. Convinti della inderogabile necessità di questo scatto e per sollecitare una chiara ed immediata assunzione di responsabilità da parte di tutte le istituzioni preposte, il Coordinamento reggino, il Coordinamento regionale e l’Ufficio nazionale di Libera vogliono oggi fare un appello alla corresponsabilità innanzitutto tra noi stessi, all’interno dell’Associazione, e poi anche con gli altri, con particolare riferimento alle istituzioni“.

Gli esponenti di Libera, ricordando le attività dell’Associazione da anni impegnata nel contrasto al racket e alla criminalità organizzata, hanno detto che “a questi messaggi di violenza rispondiamo nell’unico modo che conosciamo: rilanciando il nostro impegno sul territorio, nella convinzione che la strada è quella giusta e che non si deve avere paura, ma anche pretendendo una corale e immediata assunzione di responsabilità da parte della politica, delle istituzioni, del mondo imprenditoriale, delle comunità ecclesiali e di tutta la società civile, mai come in questo momento chiamate a supportare con i fatti questo percorso di liberazione. A Tiberio, alle altre vittime del racket e ai tanti commercianti reggini che hanno deciso di compiere una scelta di libertà e dignità va infatti garantita ogni forma di sostegno e tutela. Devono sentire di non essere soli. Devono sapere di avere al proprio fianco un’intera comunità, perchè non vogliamo eroi, perchè gli eroi non servono“.

I membri dell’Associazione hanno annunciato che nei prossimi giorni presenteranno alla Prefettura di Reggio Calabria, alla Regione Calabria e al Comune di Reggio una serie di richieste con l’obiettivo di potenziare la rete di sostegno alle vittime del racket e di alimentare il contrasto alla criminalità organizzata.

Queste le richieste che saranno presentate:

Alla Prefettura di Reggio Calabria, “Chiediamo di monitorare la situazione delle vittime del racket che hanno deciso di denunciare i propri estorsori, valutando caso per caso l’attivazione o il potenziamento delle forme di tutela già attivate; Chiediamo inoltre di attivare un tavolo mensile per accogliere e rispondere tempestivamente alle esigenze degli imprenditori e dei commercianti che hanno aderito alla campagna antiracket “ReggioliberaReggio“.

Alla Regione Calabria Chiediamo di accogliere le proposte avanzate dal nostro gruppo di lavoro per il miglioramento delle leggi regionali in materia di antimafia e di sostegno alle vittime della criminalità, del racket e dell’usura, anche con la deliberazione di misure di detassazoine a favore delle vittime“.

Al Comune di Reggio Calabria Chiediamo che sul modello delle delibere già approvate dai Comuni di Lamezia Terme, Crotone e Motta San Giovanni, preveda specifiche agevolazioni fiscali in favore delle vittime del racket, con l’esensione totale delle imposte comunali per 5 anni; Chiediamo inoltre che, in tema di beni confiscati, proceda all’approvazione del regolamento per l’assegnazione degli stessi e istituisca l’albo delle associazioni e delle cooperative prevedendo la verifica annuale degli assegnatari e pubblicando periodicamente l’elenco aggiornato dei beni disponibili“.

A tutte le istituzioni locali, infine, “Chiediamo di farsi promotori di una sensibilizzazione nei confronti di quelle imprese che erogano servizi nei vari uffici ad esse collegati, affinchè aderiscano chiaramente alla rete antiracket “ReggioliberaReggio“.

Su questi aspetti, proprio Mimmo Nasone ha sottolineato “ritardi vergognosi da parte delle istituzioni”, ribadendo che “più volte abbiamo parlato di mafia-rock e Stato-lento. I cittadino non possono essere lasciati soli, la Prefettura non può continuare a chiederci di avere pazienza perchè c’è chi, in determinate situazioni di sofferenza e difficoltà, pazienza non può averne. E’ come dire al morto di fame di avere pazienza anzichè dargli un tozzo di pane. Questo senso di responsabilità deve averlo, ovviamente, anche la giustizia che non può esere forte coi deboli e debole coi forti. Le persone denunciate da Tiberio sono libere. Noi siamo ottimisti, io penso che la città cambierà, ma il cambiamento deve partite dalle istituzioni perchè non si può chiedere ai cittadini di fare grandi sforzi senza alcun tipo di supporto“.

Rosa Quattrone, poi, ha presentato l’iniziativa “Io ho scelto” come un aiuto concreto a Tiberio Bentivoglio: “è un impegno concreto perchè la ‘ndrangheta si combatte anche scegliendo in quale negozio dell città entrare. Con questa certezza un anno fa è nata la rete ReggioliberaReggio e oggi, all’indomani del vile attentato contro Tiberio Bentivoglio, parte la campagna di consumo critico “io ho scelto”: una settimana di acquisti ‘ndrangheta-free presso la Sanitaria Sant’Elia di Bentivoglio. Per stare concretamente al fianco di Tiberio e di tutti gli imprenditori e commerciant che dicono “no” al pizzo, per dire con i fatti concreti da che parte stai“.

La campagna prevede che dal 14 al 21 febbraio si acquistino prodotti liberi dalla ‘ndrangheta presso la Sanitaria Sant’Elia, non solo a Reggio ma anche online sul sito http://www.sanitariasantelia.eu/ , inviando un messaggio a Tiberio che non sia uno sterile e generico messaggio di solidarietà, ma una testimonianza di un impegno cosciente, di un aiuto concreto, mettendoci la faccia.
La cartolina si può scaricare dalla campagna “Io ho scelto” del sito http://www.reggioliberareggio.org/

Particolarmente toccante, durante la conferenza stampa, la testimonianza di Salvatore D’Amico, imprenditore vittima del racket che ha saputo reagire e denunciare la ‘ndrangheta. D’Amico ha sottolineato la grande forza dell’Associazione Libera, dicendo di sentirsi tutelato e soprattutto non isolato nell’attività di contrasto e liberazione dalla criminalità, parlando del grande impegno di Libera non solo a livello di supporto morale e personale ma anche come aiuto concreto.

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La mappa è donna. In viaggio verso Tendre con mademoiselle de Scudéry  
Mercoledì 09 Febbraio 2011 08:36
Carte_Tendre_Petit
di Giuseppe Caridi* – Il presente contributo si inquadra all’interno di uno specifico e circostanziato percorso di studio teso ad indagare i rapporti fra il “genere sessuale” ed i “principali lemmi del lessico urbanistico”.
Il lemma che ho deciso di commentare è quello di “mappa”.
“Tovagliolo, fazzoletto, piccolo panno. È questo il prestito punico che ha originato il latino mappa. Mappa mundi, fazzoletto del mondo” (Pontiggia G., 2001, “Il mondo in un fazzoletto”, in Id., 2004, Il residence delle ombre cinesi, Mondadori, Milano), il termine rimanda a quel “pezzo di stoffa” che veniva usato nell’antichità, per portare a casa le ghiottonerie avanzate, dopo ogni sontuoso banchetto. Essa nasce come il mezzo, lo strumento che serve per trasportare la realtà da un punto all’altro del globo; in altri termini, essa serve per esercitare sulla realtà un’azione fondata sull’appropriazione (Cfr. Farinelli F., 2007, L’invenzione della terra, Sellerio, Palermo). Cosicché fare la mappa della realtà significa trasformarla in un oggetto, questo lo ha capito bene Anassimandro, dopo essere stato cacciato via da Mileto, perchè ha osato disegnare la prima mappa. Nella grecia del VII sec. A.c. era chiaro a tutti: la realtà è un processo, non è un insieme di oggetti (Cfr. Vernant J. P., 1976, Le origini del pensiero greco, Editori Riuniti, Roma). Oggi abbiamo perso questa consapevolezza e, come dei piccoli nipotini di Anassimandro, continuiamo a farci sedurre dalla rappresentazione organizzando ogni fatto territoriale e urbano secondo la dittatura del principio cartografico. Piuttosto che fare i conti con la realtà, con lo spazio geografico, tutti noi, continuiamo a maneggiare “un suo modello materiale, molto efficace: un foglio di carta su cui sono tracciati meridiani e paralleli, uno spazio figurato, atto a contenere appunto i simulacri dei vari oggetti distribuiti sulla faccia della Terra” (Dematteis G., 1994, Le metafore della terra, Feltrinelli, Milano).
Dobbiamo ovviamente chiarire, se vogliamo parlare in termini critici di “mappa”, non solo cosa s’intende con questo termine, ma soprattutto quale è il nostro punto di vista sull’argomento; nonostante i miei interessi di ricerca siano orientati ad indagare la mappa come paradigma cognitivo, e le conseguenti relazioni fra le teorie dell’urbanistica e il potere ontologico della rappresentazione linguistica della realtà (la mappa, la carta, la tavola), non mi occuperò dei più recenti intendimenti della cosiddetta “teoria postmoderna per la cartografia”, e della questione della “relazione mappa-territorio”, nel quadro dei più generali orientamenti della “critica della ragione cartografica”. Tenterò piuttosto di parlare di mappa nei termini più essenziali possibili, intendendola come produzione creativa, e soffermandomi su un particolare aspetto della relativa circolazione di questa produzione: le mappe emozionali.
Veniamo adesso alla seconda questione, quella del “genere sessuale”.
Nonostante esista una vasta letteratura tesa ad indagare i rapporti fra disciplina geografica e differenza sessuale, il pensiero egemonico ha permesso di alimentare, in maniera tranchant, la narrazione secondo cui “la disciplina accademica della geografia è stata storicamente dominata dagli uomini” (Deutsche R., 1993, Feminism and Geography, University of Minnesota Press, Minneapolis).
Ma ciò è stato sempre vero? Per tentare di rispondere a questa domanda affronteremo la questione, esaminando l’elaborazione della mappa che, secondo diversi autori, ha contribuito ad aprire la strada alla “geografia delle emozioni”. E la cui riscoperta, a mio avviso, può contribuire a togliere un po’ di polvere dal discorso geografico che, troppo spesso, ha contribuito a mantenere il sapere cartografico confinato all’interno di una ristretta fascia di élite.
Questa mappa si chiama Carte du pays de Tendre (“Carta del paese della tenerezza”), ed è stata pubblicata nel 1654. Dal momento che le motivazioni d’interesse non sono quelle dello storico della cartografia, occuparsi della Carte de Tendre a più di tre secoli e mezzo dal suo apparire sulla scena può sembrare una stravaganza. Ma la ragione è che questa elaborazione “entrò nel territorio della cartografia […] e ne cambiò il corso” (Bruno G., 2006, Atlante delle emozioni, Bruno Mondadori, Milano). La carta è contenuta nel romanzo Clélie di Madeleine de Scudéry. È stata incisa da François Chauveau, ma il progetto è frutto di un lavoro collettivo portato avanti, quasi esclusivamente da donne, nel salotto parigino della scrittrice. Come per Robert Louis Stevenson ne L’Isola del tesoro (1883) anche la mappa descritta in Clélie struttura e si trasforma nella trama del romanzo stesso. Secondo Giuliana Bruno (Atlante delle emozioni cit.) quella dalle Scudéry è “un’opera aperta”, “una mappa vivente”, solo all’apparenza è la mappa di uno spazio fisico, reale. Ma se proviamo a leggere i toponimi questi, si vedranno corrispondere a stati d’animo ed emozioni.
Italo Calvino (1984, “Il viandante e la mappa”, in Id., 1994, Collezione di sabbia, Mondadori, Milano) ha sostenuto che ogni mappa “presuppone un’idea narrativa, è concepita in funzione di un itinerario, è Odissea”, perciò mettetevi in viaggio verso Tendre.
Proponetevi di disegnare la vostra personalissima mappa delle emozioni, popolatela di immagini, e soprattutto di persone. Ciò vi costringerà a fare i conti con voi stessi, e con la vostra capacità di stare al mondo in relazione al mondo stesso, come succede nell’epilogo de L’artefice di Jean Louis Borges (1999, L’Artefice, Adelphi, Milano) quando: “un uomo si propone di disegnare il mondo. [E finisce per scoprire che, dopo anni,] quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”.
Ma questo processo di avvicinamento alla geografia delle emozioni ci spinge ad essere più curiosi. Ci ricorda che la “retorica della scienza”, e con essa la strada della “indefettibile precisione”, è anche un intreccio di lacci e lacciuoli da cui cerchiamo di scioglierci, mentre continuiamo a stringerli. Ci costringe a pensare a quanto abbiamo bisogno di capacità creativa e nuova immaginazione, soprattutto in questo momento in cui da una parte stentiamo a capire il funzionamento del mondo, e dall’altra continuiamo a paragonare la situazione della disciplina urbanistica ad un permanente navigare a vista, cosicché a me tornano in mente le parole di Henri Laborit, in Elogio della fuga (1990, Mondadori, Milano): “Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione. Forse conoscete quella barca che si chiama desiderio”. Il desiderio epistemico di cercare sempre “Terres Inconnues”, tanto nella vita, quanto nella mappa di mademoiselle de Scudéry, lo stesso che mi ha permesso di scrivere questo breve articolo.

*Architetto e studioso dei fenomeni territoriali, è Dottore di ricerca in “Pianificazione e progettazione della Città mediterranea” presso l’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria

“Ciò che è empiricamente femminile è l’associazione del desiderio con lo spazio”
(Benjamin J., 1986, “A desire of onès own”, in de Laurentis T., a cura di,
Feminist studies/Critical studies, Indiana University Press, Bloomington)

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