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Archive for marzo 2011

Il ministro e la battuta sui Bronzi. La Calabria contro il «leghista» Galan 					 

I due Bronzi e l’assurda trincea anti-Galan

Gian Antonio Stella su corriere.it scrive sui Bronzi dimostrando ancora una volta la sua ignoranza relativamente alla storia della Calabria e dei Calabresi. Il pezzo per la verità è confuso perchè quando si tratta della Calabria Stella non riesce ad essere obiettivo, a scrollarsi di dosso pregiudizi e luoghi comuni che descrivono una terra solo per le negatività. Stella, da giornalista attento e critico dovrebbe piuttosto chiedersi il perchè quando si toccano nelle parti sensibili, come nella fattispecie i Bronzi di Riace, i calabresi, e in particolare i Reggini si infiammano. E dovrebbe leggere con attenzione e rivisitare le sue nozioni di storia per capire come tutto il Meridione sia stato di fatto colonizzato, spoliato delle sue risorse, cloroformizzato e alimentato artificialmente con le briciole in uno stato di ipnotismo per certa parte autogeno. Perchè la cecità politica di molti esponenti calabresi ha impedito di tenere sempre presente la necessità, l’imperativo categorico di fare leva sulle  capacità e sui mezzi intrinseci di un territorio  fantastico e di cervelli luminosi.

Stella dovrebbe leggere e imparare a memoria il brano seguente

Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da soli, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere la responsabilità delle nostre opere, trovare l’ iniziativa dei rimedi ai nostri mali; non siamo pupilli, non abbiamo bisogno della tutela interessata del nord; e uniti nell’ affetto di fratelli e nell’ unità del regime, non nella uniformità dell’ amministrazione, seguiremo ognuno la nostra via economica , amministrativa e morale nell’ esplicazione della nostra vita”.Luigi Sturzo

per capire qualcosa dei fatti che ci riguardano, oppure è meglio che in merito taccia per sempre.

Perchè Stella non capisce o non vuole capire, sulla scia omologata di una informazione distorta e mendace, che i Bronzi rappresentano tutto l’orgoglio calpestato deriso, umiliato e ferito di un popolo, il primo Italico, dignitoso, colto, ricco e autonomo. Stella non capisce o non vuole capire che fino a quando le istituzioni e molti media non reciteranno pubblicamente un sentito mea culpa e porranno fine alla denigrazione di una terra gloriosa invertendo una tendenza vergognosa e consolidata, non si può ragionevolmente confrontarsi.

In merito ai  due Guerrieri, personalmente ritengo che dovrebbero stare all’aperto, preferibilmente a Monasterace, e non  custoditi in un sepolcro seppur prezioso. Dopo essere stati per diversi secoli sott’acqua, secondo me, i Nostri dovrebbero poter guardare cielo e mare  a rappresentare la bellezza, la forza e la determinazione , il coraggio e la cultura propri dei Calabresi.

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LUNA CHE FAI?
NON DORMI MAI?
Dice il bambino
dal suo lettino:
“Luna, che fai?
Non dormi mai?”
Risponde la luna:
“Ad una ad una
conto le stelle,
fiammanti e belle.
Vo per l’azzurro
senza sussurro
nei loro lettini
bacio i bambini
e dentro al mar
mi vo a specchiar?”

Lo spettacolo della ’superluna’ ci aspetta nella serata di domani e gli amanti del cielo sono pronti ad ammirarlo in tutta la sua luminosita’.

Ma potrebbero essere ’disturbati’ da un aumento di abbai e ululati dei cani, resi piu’ irrequieti dal pianeta che apparira’ piu’ grande perche’ alla distanza minima (346.577 chilometri) dalla Terra. Un fenomeno conosciuto scientificamente come ’perigeo lunare’. “Non esistono prove scientifiche del fatto che la luna piena”, in questo caso piu’ grande del normale, “influisca sul comportamento degli animali – dice all’Adnkronos Salute Marco Melosi, vicepresidente dell’Associazione nazionale medici veterinari italiani (Anmvi) – Infatti ci sono studi che hanno rilevato un aumento di morsicature e in generale dell’aggressivita’ dei cani in queste fasi, e studi che hanno ’fotografato’ il fenomeno opposto: ’pet’ piu’ coccoloni e in cerca di rassicurazione”.

Ma se la scienza non aiuta, le leggende spopolano: “c’e’ una storia indiana che racconta come in una notte di luna piena un lupo inizio’ a ululare disperato, perche’ aveva perso uno dei suoi cuccioli. Il pianeta si fece piu’ grande per illuminare il paesaggio e il lupo pote’ ritrovare il piccolo. Da allora tutti i lupi ululano alla luna piena per ringraziarla”. Soprattutto in campagna, infine, “gli allevatori assicurano inoltre che la luna piena abbia l’effetto di ’facilitare’ il parto delle vacche, ma anche di altri animali. Un fenomeno che si osserva anche fra le donne. Ma anche in questo caso, nessuna prova scientifica: solo esperienze dirette e un filo di mistero”, conclude Melosi (Adnkronos)

  O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
0 mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri! 
 

Alla luna

 

Giacomo Leopardi

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No, non mi piace proprio la festa dell’ipocrita cazzimma delle istituzioni, del chiacchiericcio  confuso e virtuale. Si tratta di festeggiamenti forzati, estemporanei e in buona parte non sentiti, organizzati solo e solamente per contrastare le politiche territoriali della Lega Nord. Io, piuttosto, vorrei festeggiare la secessione dell’Italia, quella vera, la meridionale, dal resto dello stivale perchè questa festa è intrisa di retorica, che da originaria arte del dire si tramuta qui e ora, e molto spesso comunque, nell’arte del fare…il nulla, per la quale si sciupano molte risorse che si potrebbero impiegare diversamente e certamente in maniera utile. Dietro questa retorica si nascondono i crimini commessi dal Nord nei confronti del Mezzogiorno spoliato e ridotto a colonia; crimini che si  perpetuano con cinismo  e inganno perchè quando una piccola colonia osa ribellarsi al malcostume e ai torti subiti con menzogne e inganni , lo Stato democratico reagisce okkupandola con i carri armati, come succede nei Fatti di Reggio Calabria del 1970; crimini che si perpetuano con una informazione che censura fatti realmente accaduti, allora come ora, trascurando e ignorando, esaltando e celebrando o piuttosto denigrando, secondo la convenienza di parte. Si tratta, di fatto, di una operazione al massacro tuttora in corso, come conferma, qualora ce ne fosse bisogno, la censura su alcuni film che ricercano la verità e che non trovano adeguata diffusione perchè considerati scomodi, e mi riferisco a E li chiamarono briganti di Pasquale Squitieri oppure a Liberarsi di Salvatore Romano, due registi coraggiosi e bravi, che cercano di sfuggire all’omologazione di massa che manipola cervelli e coscienze, e per questo  oscurati.  E in questo contesto anche  il riconoscimento imperdonabilmente tardivo di un diritto, come per esempio la realizzazione della SSV Gallico- Gambarie, viene considerata una grazia per la quale prostrarsi da qualche parte.Perchè bisogna essere di parte : tutti, sempre e comunque; e viene considerato bugiardo chi sostiene di appartenere alla propria parte secondo il proprio pensiero libero da orpelli e infingimenti o tornaconti che dir si voglia. Fin quando non si saranno riconosciuti quei reati, fino a quando non si sarà fatta giustizia recitando il mea culpa, chiedendo scusa e riconoscendo gli abusi e i reati commessi nei confronti del Sud della penisola, fino a quando non si cambierà tendenza rendendo conto e chiudendo con il passato ingannevole e omertoso resterà sempre un grosso nodo da sciogliere e  un focolaio pronto a sprigionare fiamme vive.

Detto questo, come si fa ad esaltare l’unificazione della penisola quando certi, molti esponenti politici nazionali si affannano all’estero a  dir male a prescindere del proprio Paese, dell’Italia dunque,  solo per denigrare  l’avversario interno?  Come si fa ad esaltare una soltanto presunta unità mentre si rinunzia a tutelare la dignità di nazione in mome di un malinteso sentimento di solidarietà e di accoglienza ?

E’ proprio squallida una festa del genere, che poi si denomina dell’Unità, un richiamo comunque sinistro, perchè simbolo della subalternità  di certa politica a  pesanti domini stranieri.

A questo punto sento forte il bisogno di richiamare il pensiero e le parole  di Don Luigi Sturzo, sacerdote siciliano e politico di razza estintache io considero il mio manifesto e che, secondo me, dovremmo, noi terroni, abitanti dell’Italia Terronia, quella vera, appunto, perchè ci hanno rubato pure il nome, tenere sempre presente :

Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da soli, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere la responsabilità delle nostre opere, trovare l’ iniziativa dei rimedi ai nostri mali; non siamo pupilli, non abbiamo bisogno della tutela interessata del nord; e uniti nell’ affetto di fratelli e nell’ unità del regime, non nella uniformità dell’ amministrazione, seguiremo ognuno la nostra via economica , amministrativa e morale nell’ esplicazione della nostra vita”.

Che fatica, fare l’Italia… I sentimenti dei patrioti, i progetti dei politici, gli interessi dei potenti

Patrizia Zangla

Il 17 marzo 1861 il Regno d’Italia è proclamato. Il sovrano è Vittorio Emanuele II di Savoia, Re d’Italia «per grazia di Dio e volontà della nazione», formula che unisce la tradizione dei re di diritto divino e l’espressione della volontà popolare. 17 marzo 2011 il Risorgimento è ritenuto una storia stantia con i suoi eroi e i suoi martiri. Distrattamente i nomi riecheggiano nella toponomastica: Largo Mazzini, Via Cavour, Piazza Garibaldi. Come suggeriva Croce, la storia è sempre contemporanea, sono i nostri occhi a deformare i tratti di una storia di giovani, di coraggio e di lealtà.

Il lungo evento-Risorgimento, in cui rintracciare un’origine intellettuale che vede l’incipit nell’Illuminismo riformista e nell’abbattimento dell’Ancien régime (e per cui forzato sarebbe porre la premessa teorica nelle riflessioni di Dante, Guicciardini e Machiavelli, poiché l’Italia cui essi si riferiscono è un’espressione letteraria e non uno Stato indipendente e sovrano), è un percorso politicamente e ideologicamente complesso. Un evento accidentato e drammatico non privo di chiaroscuri, di colpe, di errori. Dietro e dentro queste questioni si celano i patrioti coi loro sentimenti, gli ideologi e i politici coi loro progetti, la monarchia sabauda, la Chiesa, il Papa e gli Stati europei coi loro interessi. È la spinta dei patrioti democratici come Pilo, Crispi, Mazzini che porta Garibaldi a pensare all’impresa dei Mille, per eliminare la reggenza di Francesco II Borbone e di risalire verso Napoli o forse verso Roma. Un evento a cui prendono parte anche le donne. Nobili, borghesi, madri, amanti, sorelle che sostengono la causa rivoluzionaria. Un’esigenza di ideale e di rivoluzione che prosegue fino alla Resistenza, quando il nuovo impeto della Liberazione nazionale antinazista si riannoda alla determinazione dei patrioti delle “Cinque giornate” di Milano.
Fra gli storici la visione non è concorde. Due possono considerarsi le tendenze interpretative, che Pécout racchiude nell’espressione “due Risorgimenti”: una attiene all’epica risorgimentale classica, l’altra muove dall’ala liberale democratica, per spiegare il Risorgimento come una rivoluzione popolare, sia pure interpretabile come «passiva» o «fallita». I sabaudisti enfatizzano l’alta idealità della missione monarchica, altri, come Salvemini e Salvatorelli, ritengono la proclamazione del regno «un’ingenua rappresentazione del Risorgimento» al servizio di Casa Savoia. Croce la ritiene positiva poiché contributo al cambiamento, di contro a Gobetti e Gramsci, che usano il termine di «fallita» per il carattere «insoluto» data la mancanza di un’azione popolare e di «passiva» per l’incapacità dei democratici di coinvolgere le masse. La conseguenza è la formazione di uno Stato unito ma non popolare con una classe reggente reazionaria.
Un unico percorso lega il connubio di Cavour-Rattazzi, inaugurazione delle coalizioni governative per il raggiungimento della maggioranza parlamentare, al trasformismo di Depretis e al parlamentarismo di Giolitti. Una degradazione etica della prassi politica che si è riprodotta su scala regionale e locale. Tuttavia, «la storia scavalca la storiografia»: mentre Cavour, cinicamente, tesse la trama delle relazioni internazionali e pensa a un’Italia unita sotto lo scettro sabaudo, Mazzini, rivoluzionario leale, vede nella Repubblica la costruzione della volontà democratica popolare, «l’Italia una, unita e repubblicana», un ideale divenuto reale nella Costituzione e Garibaldi fa convivere democrazia e monarchia.
Grida, spari, sangue accompagnano lo sfondamento garibaldino fino all’ingresso di Palermo in cui patrioti gridano: «Siamo italiani! Viva l’Italia!». E D’Azeglio scrive: «Per la ragione che gl’Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina… l’Italia non potrà divenir nazione». Il senso di quest’espressione supera il «Vanno fatti gli italiani», che gli è erroneamente addebitato, poiché egli rileva la difformità fra i risultati raggiunti dall’unità e l’arretratezza socio-culturale del Paese. L’Italia è regionalista, il tessuto sociale nasce disomogeneo. La differenza fra Nord e Sud rivela disuguaglianza e corruzione dei costumi, nata dalla connivenza tra autorità e classi alte. La chiusa de “Il Gattopardo” lo evidenzia. L’interminabile ballo è metafora paradigmatica della scomparsa dell’endemica nobiltà parassita che realizza un’operazione trasformista: abbandona i Borboni per i Piemontesi, a tutela dei propri privilegi e a conferma di un cambiamento istituzionale.
Inizialmente Garibaldi ha l’appoggio spontaneo dei “villani” e gli interessi delle parti, patrioti e contadini, convergono e contribuiscono alla riuscita dell’impresa, il fine comune è eliminare la reggenza borbonica, ma la “rivoluzione agraria” non rientra in questo fine. Come intuito da Pisacane la democrazia mazziniana tarda a comprendere la centralità del “problema della terra” . A chi legge con acribia i fatti appare evidente che il punto focale è la liberazione-unificazione, sottovalutato è il problema economico-amministrativo. Il fraintendimento siciliano si alimenta col desiderio del possesso della terra già nella fase che precede la spedizione, a seguito di congiunture precise: tra le misure messe a punto dalla neo segreteria di Stato garibaldina vi è il ripristino delle misure attuate con la legge rivoluzionaria del ’49, fra cui la divisione delle terre nobiliari ai cittadini del Comune d’appartenenza. Nell’editto di Salemi si fa riferimento alla richiesta del servizio militare obbligatorio, su cui conta Garibaldi per formare un “Esercito meridionale”, ma le sue aspettative sono deluse perché i siciliani mantengono la loro ostilità alla leva. Il sistema dispotico borbonico nega al Sud ogni ammodernamento e innesca un sistema contraddittorio: all’arretratezza delle istituzioni corrisponde una forte pressione fiscale. Tuttavia, nell’intricata situazione postunitaria l’estensione nazionale delle leggi piemontesi comporta un aggravio della tassazione che, assieme alla richiesta di leva obbligatoria, innesca una bomba. Il brigantaggio, interpretabile come episodio di lotta di classe, è la risposta popolare. Il sovrano deposto e il Papa lo fomentano in funzione antigovernativa. Il neo governo nazionale risponde con un’azione militare e giuridica, e non sociale come avrebbe dovuto.
Valutando da più prospettive sembra non esista reale alternativa al processo unitario, così come compiuto. Il tema nutre un cattivo revisionismo storico a prevalente carattere ideologico, fra neo-meridionalisti che stigmatizzano la “conquista regia” contro il Sud e nordisti antiunitari. Criticato è Garibaldi, da eroe a malandrino. La sua biografia conferma lo spirito di un condottiero spartano e le maldicenze sulla sottrazione di denaro, nate in tempo reale, si possono fugare con una ricostruzione della sua vita. Analogamente all’accusa di relazione con la Massoneria, non giova decontestualizzare.
Il Risorgimento, infine, è un evento realizzato con un concorso di elementi e di forze differenti, per sentimenti, principi ideologici, metodi e mezzi ma orientati per un fine comune, l’Italia.
Gazzetta del Sud


L’Unità e i dubbi degli scrittori siciliani

Melo Freni

Se dagli inizi dello Stato unitario il problema emergente è stato quello del Sud, la «questione meridionale» come denunciata da sociologi e politici, ad esso si è aggiunto il problema del Nord, che fa del decisionismo l’arma vincente della propria intransigenza. Alla luce di questo sorge spontanea la domanda se per caso non abbiano avuto ragione, e non ne abbiano ancora, quegli scrittori siciliani che, pur nell’atmosfera trionfale della meta raggiunta, non si fecero scrupolo di annotare con tempismo gli scricchiolii della nascente unità.Nel «Gattopardo» il principe Fabrizio annota che l’Unità è nata male in una sciroccosa giornata di Donnafugata, quando era stata «uccisa la buona fede», riferendosi ai brogli elettorali del plebiscito, quando don Ciccio Tumeo, che aveva votato contro l’Unità, allo spoglio dei voti aveva dovuto constatare che il consenso era stato unanime e il suo «no» se lo erano mangiato. Ma ancora prima c’era stato il Pirandello de «I vecchi e i giovani» dove il patriota Giovanni Mortara viene ucciso a Favara dallo stesso esercito sabaudo che lui, legalista in quei giorni di tumulti, era accorso a difendere: «Ma chi abbiamo ucciso?». Domanda inquietante non solo di quei giorni. Sarebbe cambiato tutto per non cambiare niente?Nel romanzo «I viceré» Federico De Roberto metteva l’accento sulla repentina vocazione popolare di don Consalvo Uzeda, da far dire all’anziana principessa che quando c’erano i Borboni la loro famiglia era stata quella dei Viceré, quindi, sopravvenuta l’Unità, era diventata quella dei deputati al Parlamento: un potere vale l’altro!Tutti e sempre i soliti giochi di potere (ma importante è averlo capito, dice Pirandello), con la solita aristocrazia preponderante. Non solo, come prima, aristocrazia del sangue (dal gattopardo Tancredi all’onorevole Uzeda) ma anche del censo (vedi il senatore don Calogero Sedara). E tutto, e sempre, volto ad annullare i sogni di una giustizia lungamente attesa da un popolo rimasto sempre a cullare sogni oltre le illusioni: leggi i moti di Alcara descritti da Vincenzo Consolo nel «Sorriso dell’antico marinaio», leggi il racconto «Il 48» di Sciascia, e ancora sul massacro di Bronte, leggiamo i cronisti locali dei fatti che qua e là insanguinarono, dal 1860 al ’62, decine e decine di paesi siciliani.E valga ricordare, per una rapida conclusione, «Qualcuno ha ucciso il generale» di Matteo Collura, sulla sorte dell’ex generale Giovanni Corrao, ucciso ad Unità sancita per la paura che potesse ancora rinfocolare di ardore garibaldino una Palermo ormai sedata.Celebriamo l’Italia, dunque, celebriamo l’Unità, ma diamo atto a tanta letteratura siciliana della sua presenza critica, non già per separare ma per offrire una visione disincantata di una storia dove l’Italia si riconosca e migliori.

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C’è Mediterraneo e Mediterraneo

Pubblicato da peppecaridi su 10, marzo, 2011

di Lois Vàzquez Barciela – http://www.strill.it/ Ci sono due “Mediterranei”. Uno, rappresentato da spiagge e mari azzurri, da barche a vela e yacht di lusso, da bicchieri di champagne, anelli e diamanti. L’altro è fatto di povertà, ingiustizia, disuguaglianza e fame, dominato da tensioni politiche e recentemente da una nuova lotta per la democrazia.
Mediterraneo. Due sponde, due realtà molto vicine, forse troppo per alcuni che non vogliono che un Mediterraneo contamini l’altro. Tuttavia, i due “Mediterrenei” sono legati fino al punto più profondo del mare, e le sue implicazioni vanno molto oltre l’esistenza stessa di questo specchio d’acqua circondato da terra. Oggi più che mai, a tutti coloro che non vogliono che i due mari si incontrino, è inevitabile sottolineare che non c’è linea di confine, e non è possibile costruire un muro che li divida.
Fino ad ora i politici europei, consapevoli più di chiunque altro di questa dualità del Mediterraneo, avevano sempre cercato il modo di tenerli separati, per quanto possibile, attraverso un’ingegnosa e malvagia strategia. Non c’è niente che piace di più a un dittatore che essere venerato dagli altri capi di stato. In questo caso i dittatori dei paesi nordafricani (e ce ne sarebbero da scegliere da un intero catalogo di tutti i colori e forme), sono stati per decenni sostenuti dei governi europei. L’Europa ha sempre mantenuto un rapporto stretto con questi dittatori, cercando di consolidare il potere, perché è sempre stata consapevoli del fatto che mentre i paesi nord africani sono stati governati da dittatori egocentrici ed egemoniaci, la divisione tra i due mondi sarebbe stata al sicuro.
E’chiaro che per i paesi europei è molto più facile usufruire di un governo dittatoriale (perché in questo caso basta solo guadagnarsi la simpatia del dittatore) che negoziare con un governo democratico. Ecco perché alcuni politici come Berlusconi hanno rilasciato dichiarazioni come: “Sono onorato di essere stato invitato il prossimo anno in Libia il 30 agosto, la Giornata di amicizia tra il popolo italiano e libico, e sarò felice con voi per celebrare il 40 ° anniversario della vostra grande rivoluzione”, parole rivolte a Gheddafi il 3 Marzo 2009. Così come gli altri politici, lo spagnolo Aznar, che nei giorni in cui era Presidente del Governo ha ricevuto in dono un cavallo da parte del dittatore libico. Aznar ha prestato poca attenzione al cavallo, al contrario si è preso molta cura dei suoi rapporti con Gheddafi. L’ex presidente spagnolo è stato il primo leader occidentale a far visita a Tripoli ed incontrare Gheddafi dopo l’abolizione delle sanzioni delle Nazioni Unite sulla Libia. Nel 2007 il presidente Zapatero si è anche intrattenuto a cena con il dittatore libico. Ed all’appuntamento sono stati invitati anche i rappresentanti delle maggiori compagnie petrolifere spagnole e qualche altra del Nord Africa. Evidentemente questa cena ha dato esiti positivi perché pochi mesi dopo, la Spagna è riuscita a vendere armi al governo di Tripoli per 3,8 milioni di euro. Situazioni simili a questa riflettono chiaramente una determinata strategia: basta rendere il dittatore felice e i rapporti si gestiranno senza troppe difficoltà. Un Mediterraneo continuerà a soffrire la fame, mentre l’altro godrà nella sua beata opulenza.
Ma i tempi stanno cambiando, nuovi strumenti di comunicazione sono nati, Internet ad esempio, e adesso sono giunti nelle disponibilità di quelli che vivono nell’ “altro Mediterraneo ”. E’ vero che hanno ancora fame, che ancora non hanno un lavoro, che sono ancora oppressi, ma ora hanno un computer, e possono collegarsi col mondo. Adesso possono comunicare con persone con le quali prima non era possibile, con una velocità prima neanche immaginabile. Adesso possono condividere le loro preoccupazioni, le paure e la rabbia contro tutti coloro che sono responsabili della loro situazione. Improvvisamente arriva un’arma che nessun leader può controllare. Almeno per ora. E’, forse, l’arma più potente vista fino ad ora.
Come nel gioco del domino, i dittatori cadono l’uno dopo l’altro, spinti dall’ira implacabile dei popoli che hanno passato decenni sotto il loro giogo. Intanto, i governi europei rimangono in attesa di capire quale sarà la nuova realtà che potrebbe minacciare la “frontiera virtuale” tra i due “Mediterranei”. La Calabria, come la Sicilia, come Malta, come le altre realtà che si trovano nel cuore del Mediterraneo e che quindi per prima hanno i contatti e le influenze tra i due “Mediterranei”, vive questa situazione con sentimenti contrastanti. Da una parte la paura e la preoccupazione per quello che può essere provocato dalle attuali rivoluzioni democratiche, innanzitutto dal punto di vista umano perché la fine del controllo del territorio nord Africano da parte dei governi che fin qui l’hanno gestito, potrebbe determinare la “fuga” di centinaia di migliaia di disperati proprio verso il sud dell’Italia, ma anche dal punto di vista economico perché – specie con riferimento alla Libia – l’attuale rivolta potrebbe determinare (e in parte lo sta già facendo) una crescita dei prezzi di gas, corrente elettrica e benzina. Dall’altro lato, però, c’è anche chi guarda al fut uro con prospettiva, e considera quella del Mediterraneo una grande sfida. Proprio lo Stretto di Messina, e nello specifico la Città di Reggio Calabra, è l’esatto centro geografico del Mediterraneo. E proprio intorno allo Stretto, tra Calabria e Sicilia, potrebbero essere valorizzate quelle grandi risorse strutturali come il porto di Gioia Tauro, per iniziare a considerare l’ottica di baricentricità Mediterranea qualcosa di funzionale alla produttività economica, anche e soprattutto nei confronti di questi Paesi nord Africani in cui tutti speriamo possano nascere vere democrazie, che avranno senza dubbio bisogno di investimenti per la crescita e lo sviluppo un po’ come avvenne in Europa con il piano Marshall dopo la seconda guerra mondiale.
Il sud dell’Italia non può e non deve lasciarsi sfuggire questa grande occasione, e deve trasformare lo scetticismo in entusiasmo, la paura in sfida, il distacco in vicinanza, aiutando il popolo nord Africano e aiutando se stessi, per scrollarsi di dosso l’attuale situazione di disagio e marginalità rispetto all’Italia centro/settentrionale e all’Europa tutta, per poter diventare il polo-guida dello sviluppo e della crescita dell’ “altro Mediterraneo”.

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Ricordati che possiamo sempre ritornare poveri! Di solito rispondo così ai ragazzi e alle ragazze che, per telefono o per lettera, mi chiedono di aiutarli a fare il giornalista. Prima gli domando che cosa fanno oggi. Loro mi spiegano che vanno all’università. Chiedo: in quale ateneo? Così scopro che esistono sedi universitarie che non ho mai sentito nominare. Con strani corsi di laurea. Tutti creati allo scopo di offrire uno stipendio a docenti spesso improvvisati. Quelli di giornalismo sono colleghi ancora in attività o in pensione, saranno anche bravi, però non ricordo un articolo scritto da loro.  
 A quel punto chiedo al ragazzo o alla ragazza: lo sai che in Italia i giornalisti sono troppi e molti editori stanno sfoltendo le redazioni, anche in testate importanti? No, non lo sanno. Allora domando: perché vuoi fare il giornalista? Risposta: perché mi piace scrivere, e al liceo avevo ottimi voti in italiano. Altra domanda: la tua famiglia è ricca? Risposta: per niente, anche se riesce a pagarmi l’università. Nuova domanda: perché non scegli un’altra professione, ad esempio l’infermiere, il paramedico, la badante?
 Alla parola badante, sento che un brivido di orrore scuote la ragazza o il ragazzo: perché proprio la badante? Risposta: perché la società italiana invecchia e ci sarà sempre più bisogno che gli anziani vengano assistiti in casa. Saranno necessari infermieri, che oggi ci arrivano da centoquaranta paesi stranieri, e con loro fisioterapeuti, massaggiatori, addetti alla riabilitazione, governanti di case…
 Avverto un altro brivido di orrore. A quel punto concludo la conversazione con una profezia: se non capisci come gira il mondo, preparati a diventare di nuovo povero. Come forse lo erano i tuoi nonni o i tuoi bisnonni. Sai qualcosa della loro vita? No, non sanno nulla. Io invece lo so. Perché non sono più di primo pelo. E di tre poveri conosco tutto. Erano i miei nonni paterni e mio padre.
 Mio nonno Giovanni Eusebio Pansa era nato nel 1863 a Pezzana, nel Vercellese, un paese di duemila abitanti, sul confine orientale della pianura che guarda il fiume Sesia e la Lomellina. L’unità d’Italia, quella che si celebra oggi, risaliva a due anni prima, ma lui non ne era stato informato. Sapeva soltanto di essere un povero strapelato, uno dei tantissimi del suo paese natale. Un luogo sempre affogato nella nebbia. Un posto di risaie, cascinali isolati, pochi padroni e tanti contadini senza terra.
 Di abbondante c’era soltanto la malaria. Ci dava dentro ogni mese dell’anno perché non veniva curata a dovere. Il chinino non era ancora gratuito e costava caro come il fuoco. Chi si ammalava, di solito andava al creatore. Per deperimento organico, ossia per la fame. Per le tumefazioni della milza. Per le cirrosi epatiche malariche.
 I ragazzi cominciavano a lavorare molto presto, fra i 10 e gli 11 anni. I maschi venivano portati alla fiera di Vercelli, che si svolgeva il 2 febbraio alla ricorrenza della Madonna Siriola e il 1° agosto. Qui arrivavano i proprietari delle terre che affittavano i bambini per sei mesi. I primi a essere scelti erano “i fioroni”, gli alti di statura, poi i più piccoli. Diventavano i loro servi, quasi sempre addetti a fare “al vachè”, il ragazzo di stalla, comandato a guardare le mucche dall’alba al tramonto.
 Questo fece mio nonno, sino ai 19 anni. Poi nel 1882 venne arruolato nel nuovo esercito dell’Italia unita. Stava nella fanteria, dove la ferma triennale era stata ridotta di un anno. Giovanni era analfabeta, ma in caserma i maestri militari gli insegnarono a leggere e a scrivere. Alla conclusione della ferma, il soldato doveva affrontare l’esame di scrittura e lettura. Se non ce la faceva, era obbligato a sciropparsi altri sei mesi di servizio militare. Se non superava neppure il secondo esame, altri sei mesi da soldato. Poi il Re lo mandava a casa comunque, con un calcio nel sedere.
 Anche mia nonna Caterina Zaffiro, nata a Caresana nel 1869, siamo sempre nella pianura di Vercelli, era analfabeta e tale rimase sino alla morte, nel 1947. Lei e Giovanni si sposarono nell’agosto 1888, quando lui aveva 25 anni e lei appena 19. Unirono due miserie. Mangiavano pane e appetito. Oppure polenta e coltello. Però la polenta non sempre c’era. Per averla, bisognava rubarla. Ricordo di aver sentito mia nonna recitare, in dialetto, una filastrocca: «Polenta, polentata, è più buona se l’hai rubata».
 Giovanni e Caterina misero al mondo sei figli. Ma non conosco se altri siano morti subito dopo la nascita. Mio padre Ernesto fu il quinto, nato il 6 ottobre 1898. Quell’anno, in Piemonte, i bambini che non superavano i primi dodici mesi di vita erano ancora diciassette su cento. Le madri erano denutrite. Il loro latte era povero. Ai neonati offrivano una poltiglia di pane grattato e farina. Oppure bocconi di polenta e di minestra già masticati dalla mamma. Anche mio padre venne nutrito così. E fu tanto fortunato da sopravvivere alle malattie intestinali, al rachitismo, al morbillo, alla scarlattina e alla difterite, tutte mortali tra i poveri.
 Giovanni Eusebio, contadino senza terra, morì all’improvviso, mentre zappava il campo di un padrone. Era il 2 maggio 1902 e aveva appena 38 anni e mezzo. Una fine molto precoce, visto che allora l’età media dei maschi era di sessant’anni. E di solito smettevano di lavorare a 55, perché erano sfiniti dalla fatica.
Mia nonna Caterina, rimasta vedova a 33 anni, rifiutò di affidare i figli alla carità pubblica. E li allevò da sola, nella miseria più nera. Un giorno mi disse: «Ho fatto tanti mestieri, compresa la ladra. Tranne uno: la slandrona». Voleva dire la puttana.
 Alla morte del padre, Ernesto, mio papà, aveva tre anni e mezzo. L’ultimo dei suoi fratelli, mio zio Francesco, un anno. Quanto fosse immensa la loro miseria, lo compresi molto tempo dopo. Il giorno che chiesi a Ernesto come si fosse trovato durante la prima guerra mondiale, da soldato del genio. Arruolato nel febbraio 1917, a 18 anni e quattro mesi. E mandato subito al fronte nella Terza Armata.
 Gli domandai: «Sei stato bene sotto le armi?». Lui mi rispose: «Non bene: benissimo! L’esercito mi ha dato il primo cappotto della mia vita, non ne avevo mai avuto nessuno, mi difendevo dal freddo con una vecchia mantella. Poi un paio di scarponi nuovi, al posto delle scarpe di terza mano, sempre sfondate. Poi due pasti al giorno, e in uno c’era sempre un po’ di carne, mentre a casa la vedevamo soltanto a Natale. Ho assaggiato per la prima volta la cioccolata. Ho fumato la prima sigaretta. E ho conosciuto le donne nei bordelli della Terza Armata. Che per volere del Duca d’Aosta erano i migliori dell’intero esercito italiano».
  Anche approdato a tempi più fortunati, Ernesto non dimenticò mai che cosa aveva passato. La sua lezione, rivolta a me, era sempre la stessa: «Ricordati che possiamo diventare di nuovo poveri. Studia, ma soprattutto datti da fare. Il piatto di minestra non te lo regala nessuno!».

di Giampaolo Pansa

 

La laurea serve ancora

Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio. Certo: in Italia c’è qualcuno, particolarmente dotato, che riesce a unire le due cose. Ma il poeta aveva capito. Quando entriamo nell’età dei padri, diventiamo paternalisti.

Perdonate quindi se, dopo aver letto i dati (Almalaurea) sull’università italiana, esprimo un’opinione. Non è proprio un consiglio. Diciamo un suggerimento strategico.

Un laureato 2005 ha oggi una busta-paga media di 1.295 euro; fosse andato all’estero sarebbe a 2.025 euro. I laureati che hanno trovato lavoro in Italia, un anno dopo la laurea, sono scesi del 7% (periodo 2007/2009). Il calo delle iscrizioni (meno 9% in quattro anni) mostra un cambiamento demografico (meno diciannovenni) ma anche la scarsa fiducia delle famiglie nello studio come mezzo di avanzamento.

Posso dirlo? Sbagliano. Se un ragazzo ha voglia di studiare, ed è portato per gli studi, non deve farsi spaventare. Per il bene suo e del Paese. L’università è un investimento su noi stessi, come ha ricordato Irene Tinagli sulla “Stampa”. E, insieme alla scuola pubblica, resta l’ultimo grande frullatore sociale, capace di mescolare redditi censo e geografia. Se si ferma quello, siamo fritti.

E’ vero che i giovani connazionali hanno motivi di protestare (“Uno spreco di risorse che li avvilisce e intacca gravemente l’efficienza del sistema produttivo”, ha riassunto Mario Draghi). Ma studiare paga, anche in senso letterale. “Non bisogna guardare solo le retribuzioni iniziali – spiega Andrea Cammelli, presidente di Almalaurea – Se consideriamo l’intera vita lavorativa, un diplomato guadagna 100 e un laureato 155”.

Voi direte: d’accordo, studiare. Ma dove, quanto, cosa? Semplifico (e mi scuso con i ragazzi).

DOVE In una buona università lontano da casa (a diciannove anni fa bene!). Vivere e studiare in una T Town (Trieste, Trento, Torino) o in una P City (Pavia, Pisa, Parma, Piacenza, Padova, Perugia, Palermo) cambia la prospettiva. Una laurea al Politecnico di Milano ha lo stesso valore legale di una laurea all’università di Bungolandia: ma un valore intellettuale, morale, sociale, pratico ed economico molto diverso. Le “università tascabili” fondate per accontentare sindaci, governatori, partiti e docenti hanno il destino segnato.

QUANTO Con ragionevole urgenza. I “fuori corso” sono malinconiche figure del XX secolo. Deve studiare chi sa farlo e ha voglia di farlo. Le università sono laboratori per il cervello, non parcheggi per natiche stanche.

COSA Quello che volete. Rifiutate il giochino, caro ai genitori, “quale facoltà offre più opportunità di lavoro”. Tutte ne offrono, se avete attitudine, grinta, entusiasmo e successo. Nessuna ne offre, se vi rassegnate alla mediocrità. Scegliere per esclusione – magari giurisprudenza, rifugio degli indecisi – è una follia. Nei concorsi e negli studi professionali troverete ragazze e ragazzi che l’hanno scelta per passione e predisposizione; e vi faranno a fette. Un destino da salami, interamente meritato.

Beppe Severgnini

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mercoledì 02 marzo 2011, 08:00

La scuola dei burocrati si perde in chiacchiere e rinuncia a insegnare

Mastrocola denuncia la didattica e il malinteso egualitarismo che affondano i nostri istituti

 Paola Mastrocola

A me, che negli ultimi anni ho dedicato non poco tempo a dare un modesto contributo a rimettere in sesto il disastrato baraccone della scuola, la lettura del libro di Paola Mastrocola Togliamo il disturbo (Guanda) ha provocato un profondo disagio. Quando si constata l’immensa inerzia del sistema, l’ostinazione con cui le forze che ne hanno prodotto lo sfacelo contrastano ogni miglioramento, annidate come sono in ogni angolo e aggrappate come sono a ricette ispirate all’ideologia pedagogica più prescrittiva e burocratica che si possa immaginare – ebbene, di fronte a questo scenario viene da pensare che abbia ragione Mastrocola nel suo radicale pessimismo che la conduce a dire che non c’è niente da fare e che è meglio pensare a una scuola riservata a chi ha voglia di studiare lasciando gli altri liberi di non farlo.
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Giorgio Israel
 
Sul tema delle prospettive e di cosa si possa fare tornerò, ma intanto va detto che questo è un libro importante, scritto benissimo – una lezione di letteratura, tanto per restare in tema – di grande efficacia descrittiva e intriso dell’emozione di chi vede dissolversi un mondo che è la ragione di vita di ogni buon insegnante. È un libro che tutti dovrebbero leggere, per meditare sull’immagine che propone di una scuola ridotta a luogo di socializzazione in cui l’ultima delle incombenze è studiare e acquisire cultura, e sull’analisi delle responsabilità dello disastro.
A proposito di queste responsabilità, onore alla chiarezza, senza peli sulla lingua, con cui Paola Mastrocola le denuncia. Inizia col «donmilanismo» e il suo populismo ipocrita che, disprezzando la cultura, propone una scuola che «lascia le persone come sono» e «penalizza i più deboli»: «bassezza comune, mezzo gaudio». Poi viene il «rodarismo» che, con il richiamo demagogico alla creatività ha decretato che è una noia lo studio della grammatica, della storia, della letteratura, cioè proprio degli strumenti della creatività che Rodari, ovviamente, possedeva. Segue il pedagogismo «democratico» dei Berlinguer e dei De Mauro, con l’idea della scuola appiattita sulla «media minima». Ma è soprattutto coraggioso aver affondato il coltello nella piaga della «didattica delle competenze» e della mediocre visione burocratico-mercatista dell’istruzione che domina nei corridoi comunitari e che è riassunta nelle otto competenze chiave del Trattato di Lisbona. Questa visione risponde solo alla preoccupazione di definire criteri di competenze valutabili in sede comunitaria: allo scopo le culture nazionali sono un intralcio. Quindi, via nel cestino letterature nazionali, storia, filosofia, e tutto ciò che fa della scienza non un mero tecnicismo ma un’impresa culturale. Tutto questo s’impone con la forza delle circolari amministrative – che hanno dettato anche da noi l’introduzione della grottesca «certificazione delle competenze» – e porta alla ribalta un ceto di persone che non hanno mai insegnato, che non hanno cultura ma che sono «specialisti» dell’istruzione, dediti per la vita a tale dubbia disciplina; oppure sono funzionari ministeriali che hanno il coraggio di invocare una «lotta militante» per distruggere le conoscenze a favore delle competenze. Ne è un prototipo l’ineffabile Monsieur Thélot, cui il libro dedica uno dei suoi più divertenti capitoli, che ha avuto un ruolo importante nel massacro della scuola francese denunciato da tanti insegnanti come l’eroico maestro Marc Le Bris.
Paola Mastrocola si chiede se l’invasamento collettivo sulle meraviglie informatiche che dovrebbero cambiare il volto di una scuola «vecchia» per rispondere alle esigenze dei «nativi digitali» non sia un inganno per handicappare i giovani ed estirpare definitivamente lo studio dalla scuola. È indubbio che, dopo aver letto le tante pagine dedicate all’ambiente scolastico, al modo con cui i ragazzi vivono, ci si chiede se questa faccenda dei nativi digitali non sia una colossale balla inventata da chi vuol informatizzare la scuola per un misto di ideologia e interessi. Di questi nativi digitali Mastrocola descrive la vita, le fogge dell’abbigliamento, persino gli odori e la fisicità, con cui peraltro entra a contatto chiunque salga su una metropolitana all’uscita da scuola. Altro che asetticità digitale… La corporeità si prende sempre il ruolo di protagonista e assoggetta a sé qualsiasi ritrovato tecnico. È il vuoto di senso che contraddistingue oggi la scuola che causa il rifugiarsi nello smanettamento informatico e nell’ossessione chattante. Presentare queste ultime come caratteristiche intrinseche di una generazione è un rovesciamento truffaldino per perpetrare l’inganno di cui parla Mastrocola, e così svuotare ulteriormente di senso l’istruzione. Ma chiunque abbia provato a educare un bambino alla lettura, facendogli capire il senso della vita che trasmette questa attività, sa che questo è perfettamente possibile, ieri come oggi. Diciamo piuttosto che c’è chi non lo vuole.
Venendo alla proposta di Mastrocola, la capisco come un modo per sottolineare la gravità della situazione. Dopo anni di demagogia del «successo formativo garantito», che ha posto alla scuola l’impossibile compito di rendere tutti uguali, si è ottenuto il contrario: quella che nel ’68 veniva chiamata «scuola di classe»… Chi ha una famiglia capace di sorreggerlo e trasmettergli cultura se la cava (anche sul piano del lavoro!), gli altri finiscono ignoranti e per giunta disoccupati. Vogliamo istituzionalizzare questo stato di cose? Non credo che Mastrocola lo voglia. Oltretutto, sarebbe una battaglia contro i mulini a vento perché a questo si opporrebbero anche le forze che hanno condotto la scuola in questo Stato e che la vogliono di massa, o per ideologia o perché vogliono ridurla a macchina di produzione di forza lavoro immediatamente impiegabile: non capiscono che in una società avanzata questo significa sicuro declino, ma poco importa. Non credo soprattutto che sia giusto perché non possiamo tornare indietro rispetto ai principi che hanno ispirato l’idea dell’istruzione pubblica due secoli fa. Nelle sue memorie sull’istruzione pubblica di fine Settecento il marchese di Condorcet spiegava perché «la società deve al popolo un’istruzione pubblica». «Avremmo dichiarato invano – osservava – che gli uomini hanno tutti gli stessi diritti». E dava una sonora lezione agli egualitaristi: «È impossibile che un’istruzione anche uguale non accresca la superiorità di coloro che la natura ha favorito di una migliore costituzione. Ma, per mantenere l’uguaglianza dei diritti, è sufficiente che questa superiorità non comporti una dipendenza reale e che ciascuno sia sufficientemente istruito per esercitare da solo i diritti che la legge gli garantisce senza sottoporsi ciecamente alla ragione altrui». I burocrati europei e i pedagogisti «democratici» credono di aver scoperto chissà cosa parlando delle «competenze del cittadino». Ecco come Condorcet spiegava quella che oggi viene pomposamente chiamata la «matematica del cittadino»: «Ad esempio chi non sa scrivere e ignora l’aritmetica, dipende realmente dall’uomo più istruito, al quale deve costantemente ricorrere. Ma l’uomo che conosce le regole dell’aritmetica necessarie negli usi della vita non dipende dallo scienziato che possiede al massimo grado il genio delle scienze matematiche». Perciò i pedagogisti «democratici» hanno scoperto l’acqua calda, servendola però in una salsa indigesta fatta di egualitarismo e di costruttivismo che rende il composto quanto di meno democratico si possa immaginare.
Cosa fare concretamente è questione aperta, ma a me pare indubbio che alla scuola di massa non si possa rinunciare e altrettanto indubbio che non si può smettere di condurre una battaglia culturale per contrastare l’ideologia distruttiva del costruttivismo. Proprio a questa battaglia il libro di Paola Mastrocola ha dato un contributo importante.

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