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Archive for giugno 2011

 
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La parola solstizio viene dal latino “Solis statio”: fermata, arresto del Sole. Solstizio identifica il giorno in cui il sole raggiunge la massima distanza dall’equatore.
Questo fenomeno avviene due volte all’anno: il 21 giugno, inizio dell’estate, quando il sole determina il giorno più lungo, e il 21 dicembre, quando inizia l’inverno e la notte è la più lunga dell’anno rispetto alle ore di luce. Invece il primo giorno di primavera è detto anche equinozio , dal latino: equus nox , letteralmente uguale notte. l’equinozio è il momento in cui il sole, transitando sull’equatore, rende i giorni uguali alle notti in tutti i paesi della terra. Questo fenomeno avviene solo due giorni all’anno: il 21 marzo, primo giorno di primavera, e il 21 settembre, primo giorno d’autunno.
Il Sole e il suo simbolo, il fuoco, sono al centro di tutte le religioni delle antiche civiltà e rappresentano le divinità positive, contrapposte a quelle tenebrose e malvagie. Astronomi e sacerdoti, quindi, all’alba della civiltà, si identificano. Altari e osservatori astronomici si confondono. Non c’è da stupirsi, quindi, se in ogni tempo e luogo il giorno del Solstizio viene celebrato con feste, falò, rituali magici e religiosi.
In Gran Bretagna, a Stonehenge, sopravvivono gli imponenti ruderi di un tempio druidico: due cerchi concentrici di monoliti che raggiungono le 50 tonnellate. L’asse del monumento è orientato astronomicamente, con un viale di accesso al cui centro si erge un macigno detto “pietra del calcagno” (Heel Stone).
Al solstizio d’estate il Sole si leva al di sopra della Heel Stone. Pare che alcune combinazioni tra i macigni permettessero di prevedere le maree e le eclissi di Luna e di Sole secondo un ciclo di 56 anni. Stonhenge, insomma, sarebbe non solo un tempio, ma anche un calendario, un osservatorio e una calcolatrice.
 Tracce di culti solari si incontrano in tutto il mondo, dalla Polinesia all’Africa alle Americhe, e giungono fino ai nostri giorni: per gli eschimesi il Sole è la Vita mentre la Luna la Morte, in Indonesia il Sole si identifica con un uccello e con il potere del volo, tra le popolazioni africane primitive la pioggia è il seme fecondatore del dio Amma, il Sole, creatore della Terra. Ma facciamo qualche passo indietro.
Per gli Inca, la cui massima fioritura si ha intorno al quindicesimo secolo, la divinità Inti è il Sole, sovrano della Terra, figlio di Viracocha, il creatore, e padre della sua personificazione umana, l’imperatore. Attorno a Cuzco, capitale dell’impero, sorgono i “Mojones”, torri usate come “mire” per stabilire i giorni degli equinozi e dei solstizi. A Macchu Picchu, luogo sacro degli Inca, si può ancora vedere il “Torreon”, una pietra semicircolare incisa per osservazioni astronomiche, e l'”Intihuatana”, un orologio solare ricavato nella roccia.
Per i Maya è il supremo regolatore delle attività umane, sulla base di un calendario nel quale confluiscono credenze religiose e osservazioni astronomiche per quell’epoca notevolmente precise.
Tra gli indiani d’America il Sole è simbolo della potenza e della provvidenza divine. Presso gli Aztechi è assimilato a un giovane guerriero che muore ogni sera e ogni mattina risorge, sconfiggendo la Luna e le stelle: per nutrirlo il popolo azteco gli sacrificava vittime umane. Leggende analoghe, anche se fortunatamente meno feroci, si trovano ancora tra le popolazioni primitive nostre contemporanee. Gli stessi Inuit (eschimesi) ritenevano fino a poco tempo fa che il Sole durante la notte rotolasse sotto l’orizzonte verso nord e di qui diffondesse la pallida luce delle aurore boreali: convinzione ingenua, ma non poi tanto sbagliata, visto che oggi sappiamo come le aurore polari siano proprio causate da sciami di particelle nucleari proiettate nello spazio ad altissima energia dalle regioni di attività solare.
Tutto il culto degli antichi Egizi è dominato dal Sole, chiamato Horus o Kheper al mattino quando si leva, Ra quando è nel fulgore del meriggio e Atum quando tramonta. Eliopoli, la città del Sole, era il luogo sacro all’astro del giorno, il tempio di Abu Simbel, fatto costruire da Ramses II nel tredicesimo secolo avanti Cristo, era dedicato al culto del Sole.
Secondo la cosmologia egizia il Nilo era il tratto meridionale di un grande fiume che circondava la Terra e che, verso nord, scorreva nella valle di Dait, immersa nell’eterna notte. “Il fiume – scrive Dreyer nella sua classica “Storia dell’astronomia da Talete a Keplero – trasportava una imbarcazione su cui era un disco di fuoco, il Sole, un dio vivente chiamato Ra, che nasceva ogni mattino, cresceva e acquistava vigore fino a mezzogiorno, quindi passava su un’altra barca che lo portava fino all’ingresso per Dait; di qui altre barche (su cui siamo meno informati) lo portavano durante la notte sino alla porta dell’oriente. In tempi più tardi il libro “Am Duat” o “Libro dell’oltremondo”, racconta accuratamente il viaggio del dio Sole durante le dodici ore notturne, quando egli illumina successivamente dodici separate località dell’oltremondo. A volte, durante le ore diurne, la barca è assalita da un enorme serpente: allora il Sole si eclissa per breve tempo.
Si devono agli Egizi alcune delle prime precise osservazioni astronomiche solari, in base alle quali i sacerdoti del faraone prevedevano le piene del Nilo e programmavano i lavori agricoli. Le piramidi sono disposte secondo orientamenti astronomici, stellari e solari. Gli obelischi erano essenzialmente degli gnomoni, che con la loro ombra scandivano le ore e le stagioni. Gli orologi solari erano ben noti e ne esistevano diversi tipi, alcuni dei quali portatili, a forma di T o di L, chiamati “merket”: il faraone Thutmosis III, vissuto dal 1501 al 1448 avanti Cristo, viaggiava sempre con la sua piccola meridiana, come noi con il nostro orologio da polso. La prima comparsa di Sirio, la stella pi— luminosa del cielo, all’alba, in estate, era per gli Egizi il punto di riferimento fondamentale del calendario. Il loro anno era di 365 giorni esatti, ma sapevano già che in realtà la sua durata è maggiore di circa sei ore, per cui avevano calcolato che nel corso di 1460 anni la data delle inondazioni del Nilo faceva una completa rotazione del calendario.

Per i Sumeri, l’antica popolazione agricola della Mesopotamia (3500 – 2000 avanti Cristo), il Sole, chiamato Shamash, è il figlio di Sin, la Luna, ma stranamente non appartiene al gruppo delle divinità più importanti: dio supremo è An, “il cielo” e capo effettivo del pantheon sumero è Enlil, il signore del vento e della tempesta.
Shamash, il dio del sole, tra Ishtar (sumero: Inanna), la dea della fecondità e della bellezza; Ninurta, dio della pioggia, della fertilità, della guerra, dei temporali, con il suo arco e il leone, ed Ea (sumero: Enki), dio dell’acqua.

I primi e più attenti studi del movimento del Sole risalgono ai Babilonesi, subentrati ai Sumeri intorno al 2000 avanti Cristo, e si collegano alla loro complessa mitologia astrologica. Ancora più accurate furono le osservazioni dei Caldei, popolazione aramaica installatasi nel sud della Mesopotamia, dove rimase fin verso il 1000 avanti Cristo: furono i Caldei i migliori astronomi dell’antichità pre-ellenica.

La cosmologia babilonese ebbe due scuole ben differenziate, che facevano capo ai due santuari più importanti, quello di Eridu, sulla costa del Golfo Persico, e quello di Nippur, nella Mesopotamia settentrionale. Per i fedeli di Eridu l’acqua è il principio di tutte le cose, il fiume Oceano circonda il mondo e al di là di esso il dio Sole pasce i suoi armenti. Per i fedeli di Nippur al vertice della volta celeste c’è la “casa del Sole” da cui l’astro esce ogni mattina per una porta a oriente, rientrandovi a sera da una porta opposta.
La Terra era immaginata come una montagna divisa in 7 zone o in 4 quadranti. In essa si distinguevano una montagna del levar del Sole, risplendente, e una montagna oscura, dove il Sole calava. Sole, Luna e stelle erano divinità viventi, animate di moto circolare. Molte di queste idee passarono tra gli Ebrei e si ritrovano nei libri dell’Anrico Testamento.
Presso i Babilonesi l’istante del tramonto del Sole rappresentava l’inizio del giorno, che era diviso in 12 intervalli detti “kaspu”.
La misura del “kaspu” era determinata dal Sole e corrispondeva a 30°, che è appunto l’arco di cielo che il Sole percorre in due ore.
Sin dai tempi più remoti il cambio di direzione che il sole compie, tra il 21 e il 22 giugno, è visto come un momento particolare e magico.
Il “sole che rotola via” è associato, in un certo senso, alla testa del San Giovanni decapitato, che nella memoria religiosa si sovrappone al sole che cambia direzione..
La trasversalità di queste tradizioni, comuni a popoli così diversi, è facilmente spiegabile. I riti e le pratiche erano basate sulla semplice osservazione dei corpi celesti; questi fenomeni erano visibili in tutte le zone del mondo, da tutte le culture.

La religione cattolica divenne ben presto conscia dell’importanza di questo periodo e dei festeggiamenti a esso associati, e ai riti pagani sovrastò le proprie celebrazioni. Da qui il solstizio d’estate è diventato la festa di San Giovanni il Battista, che sarebbe nato esattamente sei mesi prima di Cristo.
Il 25 dicembre, giorno in cui il sole ricomincia la sua corsa dopo il solstizio d’inverno, coincide invece con il Natale.
In molte zone d’Italia ancora oggi si svolgono riti e feste di origine pagana, che la Chiesa ha cercato di cancellare, non riuscendoci completamente, perché tali credenze sono radicate nelle usanze popolari. Così oggi, nella festa di San Giovanni, si svolgono delle celebrazioni con questa strana mescolanza di elementi sacri e profani.
Nella notte tra il 23 e il 24 giugno si usa bruciare le vecchie erbe nei falò e andare alla raccolta delle nuove oltre che mettere in atto diversi tipi di pratiche per conoscere il futuro perchè, come dice il detto, ” San Giovanni non vuole inganni”.

La festa di San Giovanni è una festa solstiziale, una celebrazione legata intimamente alle credenze pagane, pre-cristiane, ed al periodo della raccolta delle piante e delle erbe da usare nelle operazioni magiche.

Il solstizio d’estate e le erbe di san Giovanni

 

Al solstizio d’estate, quando il sole raggiunge la sua massima inclinazione positiva rispetto all’equatore celeste, per poi riprendere il cammino inverso, comincia l’estate
Tale giorno era considerato sacro nelle tradizioni precristiane ed ancora oggi viene celebrato dalla religiosità popolare con una festa che cade qualche giorno dopo il solstizio, il 24 giugno, quando nel calendario liturgico della Chiesa latina si ricorda la natività di San Giovanni Battista. 
E nella festa di San Giovanni convergono i riti indoeuropei e celtici esaltanti i poteri della luce e del fuoco, delle acque e della terra feconda di erbe, di messi e di fiori.
Tali riti antichi permangono, differenziandosi in varie forme, nell’arco di duemila anni, benché la Chiesa ostinatamente abbia tentato di sradicarli, o perlomeno di renderli meno incompatibili con la solennità e si esauriscono soltanto con la sistematica repressione dei governanti laici dell’Italia unita: nelle zone rurali si mantengono tuttavia i riti più semplici e naturali, propri della società contadina e pastorale.
Tutte le leggende si basano su di un evento che accade nel cielo : il 24 giugno il sole, che ha appena superato il punto del solstizio, comincia a decrescere, sia pure impercettibilmente, sull’orizzonte : insomma, noi crediamo che cominci l’estate, ma in realtà, da quel momento in poi, il sole comincia a calare, per dissolversi, al fine della sua corsa verso il basso, nelle brume invernali. Sarà all’altro solstizio, quello invernale, che in realtà l’inverno, raggiunta la più lunga delle sue notti, comincerà a decrescere, per lasciar posto all’estate.
E’ così che avviene, da millenni, la corsa delle stagioni.
Nella notte della vigilia di San Giovanni, la notte più breve dell’anno, in tutte le campagne del Nord Europa l’attesa del sorgere del sole era (è ?) propiziata dai falò accesi sulle colline e sui monti, poiché da sempre, con il fuoco, si mettono in fuga le tenebre con le tenebre e con esse gli spiriti maligni, le streghe e i demoni vaganti nel cielo. Attorno ai fuochi si danzava e si cantava, e nella notte magica avvenivano prodigi : le acque trovavano voci e parole cristalline, le fiamme disegnavano nell’aria scura promesse d’amore e di fortuna, il Male si dissolveva sconfitto dalla stessa forza di cui subiva alla fine la condanna la feroce Erodiade, la regina maledetta che ebbe in dono il capo mozzo del Battista. Nella veglia, tra la notte e l’alba, i fiori bagnati di rugiada brillavano come segnali ; allo spuntar del sole si sceglievano e raccoglievano in mazzi per essere benedetti in chiesa dal sacerdote. Bagnarsi nella rugiada o lavarsene almeno gli occhi al ritorno della luce era per i fedeli cristiani un gesto di purificazione prima di partecipare ai riti in chiesa. 
La rugiada ricordava il battesimo impartito dal Battista nel Giordano, le erbe dei prati e dei boschi riproponevano l’austera penitenza di Giovanni nel deserto prima della sua missione di precursore del Messia. Anche in Valsesia ritroviamo l’usanza dei falò, del lavacro con la rugiada e della benedizione in chiesa del mazzo di erbe e di fiori. Conservate gelosamente in casa, portate all’alpeggio in estate – verso il quale da molti paesi si partiva la stesso giorno del 24 di giugno – le erbe benedette riconsacravano la baita di montagna lasciata l’anno prima mantenendo tra le famiglie dei pastori un legame con la sacralità della festa e del rito d’inizio d’estate. Al ritorno dall’alpe, quelle stesse erbe essiccate, unite ad un ramo di olivo e ad uno di ginepro, venivano bruciate nella stalla a protezione degli animali. Non a caso, dunque, il precursore di Cristo, rappresentato con l’Agnello mistico e vestito da eremita, pastore del deserto, fu assunto dai pastori come patrono privilegiato fino dai primi secoli cristiani.
IL rito della benedizione dei “fiori di San Giovanni”, erbe benefiche e medicine medievali per curare il corpo ed evitare il malocchio, per proteggere la casa e gli animali domestici era assai diffuso in Valsesia, fino a pochi decenni fa. Ma ancora adesso, a Rossa, piccolo paese della Val Sermenza, valle minore della Valsesia, il parroco di Boccioleto, Don Luigi, mi ha raccontato che i fedeli richiedono la preghiera “magica”, quella che proteggerà dai mali i raccolti. E la richiederebbero anche ad Oro di Mezzo, frazione di Boccioleto, se non fosse che non ci sono più anime a popolare la piccola frazione. Tutti se ne sono andati, ormai. Rimangono le montagne, immobili, maestose, gravide di leggende di cui nessuno ricorda più la trama, e tanto meno il significato.
E rimane, l’antica, suggestiva preghiera che un anno dopo l’altro, un secolo dopo l’altro, ha convinto di aiuto e pietà generazioni di donne e ancora adesso, in questo mondo impazzito, in un piccolo paese nascosto tra le montagne, raccoglie le donne lì giunte in processione a chiedere aiuto e pietà ad un Dio di cui si prega l’ascolto :
“Dio onnipotente ed eterno, che hai santificato nell’utero di tua madre il beato Giovanni Battista, e nel deserto hai voluto nutrirlo di erbe, di radici e di locuste silvestri, degnati di benedire questi rami, i fiori e le nuove biade, i frutti e le erbe che i popoli ……raccolgono, affinché …..siano una medicina per tutte le anime e per i corpi.
Dio, che in principio hai creato tutte le cose con la Tua onnipotenza e ad esse hai assegnato una forza, degnati di benedire questo insieme di erbe e di fiori, affinché tutti quelli che li portano con sé o li conservano nelle loro case, siano liberati da ogni inganno diabolico.
Dio onnipotente ed eterno, che ti sei degnato di nutrire nelle grotte del deserto il beato Giovanni Battista di locuste e di miele selvatico, degnati pure, Signore, di benedire e di santificare questi fiori oggi preparati in onore al Tuo nome, affinché a tutti quelli che li portano in mano o li conservano nelle loro abitazioni, siano di protezione per i corpi e per le loro anime e di medicina per tutte le malattie.
Dio onnipotente ed eterno, creatore di tutte le cose per l’utilità del genere umano degnati di benedire e di santificare queste creature di erbe e di fiori, affinché tutti quelli che da esse ne abbiano presi alcuni e li abbiano portati con sé ricevano la guarigione tanto del corpo come dell’anima, e affinché per propria forza, e in onore di Tuo Figlio e Nostro Signore e in onore del beato Giovanni Battista siano nuovamente beati e santificati e abbiano potere contro le tenebre, le nubi e le malignità delle tempeste e contro le incursioni dei demoni …..”
Ed ancora le donne si recano in processione, recando con loro i fiori da benedire.
I fiori di San Giovanni, dunque : l’artemisia, l’arnica ; le bacche rosso fuoco del ribes ; la verbena, della quale è credenza diffusa che, colta a mezzanotte della vigilia di San Giovanni, costituisca un’infallibile protezione contro i fulmini, ed è conosciuta in Bretagna come “erba della croce”, perché si ritiene che protegga chi la porta con sé da qualsiasi male ed anche come “erba della doppia vista” perché il berne un infuso facilita la visione di realtà altrimenti nascoste.
E l’erica, la pianticella sottile.
L’erica è un fiore delle nevi e dei terreni poveri ed ostili. Infatti, il suo nome deriva dal verbo greco “ereiko”, spezzo, rompo, proprio perché l’erica è più forte della dura crosta di terra invernale o della neve che la ricopre, tant’è che la buca senza fatica, emergendo all’aria aperta. 
I fiori dell’erica, che vanno dal bianco alle varie tonalità di rosa, assomigliano, rovesciati, ai copricapi degli elfi.
Della stessa famiglia dell’erica è un’altra pianticella, detta brugo (cognome assai diffuso nei paesi ai piedi delle nostre montagne, e davvero molto a Romagnano Sesia), da brucus, termine tardolatino di origine celtica, da cui deriva il termine brughiera, poiché in questa terra povera e arida la pianticella riesce a vivere meglio di altre, coprendo immense distese.
L’erica, dal nome più romantico, era tenuta in grande considerazione fin dall’antichità, tanto da essere utilizzata per costruire le scope che sarebbero servite a pulire i templi degli Dei, e successivamente, in tempi più severi, il forno dove cuocere il pane.
L’utilizzo dell’erica per costruire scope era così diffuso che, in alcune regioni, l’erica stessa viene chiamata scopa e ancora oggi, alcune località soprattutto della Toscana, dove l’erica ricopre a distesa campi e colline, vengono chiamate Scopeto, Poggio delle Scope, Pian di Sco’. Stessa origine dovrebbero avere i paesi di Scopa e Scopello, della nostra Valsesia.
Le leggende associano spesso l’erica alle Entità Fatate, facendole dimorare fra i suoi rami e sconsigliando di 
sdraiarsi a dormire fra queste piantine, per non correre il rischio di essere rapiti dal mondo delle fate. Di contro, era possibile accedere ai segreti dell’Aldilà, semplicemente dormendo su un letto di erica, che è anche spesso giaciglio degli amanti in numerose leggende.
E l’erica è posta a guardia del solstizio d’estate, periodo nel quale raggiunge la fioritura più completa. Usanza derivante probabilmente dal mondo celtico, dove l’erica è collegata sia all’Aldilà sia all’amore : le api, simbolo di saggezza segreta che proviene dall’Altromondo, sono particolarmente ghiotte dei fiori di questa piantina e producono così un miele squisito, da sempre legato a riti e significati di immortalità e di rinascita.
E ancora, tipico della notte di San Giovanni, il raro, misterioso fiore della felce che cresce nella notte magica, e si dice fiorisca a mezzanotte. 
La storia relativa ai fiori magici è interessante, ed è frutto di credenze molto diffuse. In Boemia, ad esempio, si crede che il fiore della felce risplenda come l’oro, o come il fuoco, nella notte di San Giovanni : chiunque lo possieda in questa magica notte, e salga una montagna tenendolo in mano, scoprirà una vena d’oro, e vedrà brillare di fiamma azzurra i tesori della terra.
In Russia, i contadini raccontano che chi riesce ad impadronirsi del meraviglioso fiore nella vigilia di San Giovanni, se lo getta in aria, lo vedrà ricadere per terra nel punto preciso dove è nascosto un tesoro. Pare che questo fiore fiorisca improvvisamente, talvolta, a mezzanotte precisa della magica notte del solstizio d’estate ; e, sempre in Russia si racconta che chi abbia la fortuna di cogliere l’istante di quella fioritura improvvisa, potrà nello stesso tempo assistere a tanti altri spettacoli meravigliosi : gli sarebbero apparsi tre soli, e una luce avrebbe illuminato a giorno la foresta, e avrebbe udito un coro di risa, ed una voce femminile chiamarlo. IL fortunato a cui accade tutto questo non deve spaventarsi : se riesce a conservare la calma, raggiungerà la conoscenza di tutto ciò che sta succedendo o succederà nel mondo. Anche se resta da vedere se quest’ultima sia una buona magia.
Ma anche il seme della felce, che si vuole risplenda come oro nella notte di San Giovanni, non diversamente che dal magico fiore, farebbe scoprire i tesori nascosti nella terra : i contadini del Tirolo credono che alla vigilia di San Giovanni si possano veder brillare come fiamme i tesori nascosti e che il seme della felce raccolto in questa mistica notte possa portare alla superficie l’oro celato nelle viscere della terra. Nel cantone svizzero di Friburgo, il popolo usava un tempo vegliare vicino ad una felce la notte di San Giovanni, nella speranza di guadagnare il tesoro che qualche volta il diavolo in persona portava loro.
Un altro fiore, questo facilmente rintracciabile e che appare d’oro anche ad occhio nudo, è legato nella memoria popolare al solstizio d’estate. La densità della sua fioritura è tale da risaltare sulle grandi distese, come una gran macchia di colore giallo oro misto a rame ; i fiori infatti, così numerosi e brillanti, durano poco, un giorno soltanto, e subito appassiscono e assumono un colore rosso ruggine. Si tratta dell’iperico, un fiore dei campi che è detto erba di San Giovanni, perché anticamente chi si trovava per strada la notte della vigilia, quando le streghe si recavano a frotte verso il luogo del convegno annuale, se ne proteggeva infilandoselo sotto la camicia insieme con altre erbe, dall’aglio, all’artemisia, alla ruta. IL suo stretto legame col Battista sarebbe testimoniato dai petali che, strofinati tra le dita, le macchiano di rosso perché contengono un succo detto per il suo colore “sangue di San Giovanni”. E’ davvero difficile risalire alla motivazione di questo accostamento – perché il Battista e non un altro martire ? – se non forse il fatto che l’iperico è un fiore che si accontenta di poco, per sopravvivere, e vive anche nei climi desertici, come fece un tempo Giovanni il Battista.
Nelle leggende si parla anche di un ‘erba piccolissima e sconosciuta, detta Erba dello Smarrimento. Si dice che essa venisse seminata dalle Fate e dai Folletti nei luoghi da loro frequentati e, calpestata, avrebbe allontanato dalla retta via il malcapitato. A questa leggenda si intreccia quella, di origine tedesca ma alquanto diffusa nel biellese, che, se taluno passa vicino alla magica fioritura della felce, nella notte di San Giovanni, senza raccogliere il seme che la pianta lascia cadere, sarà condannato a smarrirsi per via, anche se percorre strade a lui note. 
Altrettanto conosciuta era l’Erba Lucente, che consentiva, se portata sul corpo, di vedere la verità delle cose senza mascheramenti o inganni. Poiché quest’erba era invisibile agli uomini, ma non ai bovini domestici, la si poteva raccogliere solo seguendo un vitello al suo primo pascolo, oppure le mandrie, nella notte di San Giovanni. Si raccontava infatti che in quelle occasioni i bovini mangiassero solo quell’erba, dando così la possibilità a chi proprio lo desiderava di individuarla. Le vecchie storie non tramandano cosa accadesse agli incauti che ci riuscivano, cui da allora, conoscendo ogni verità, era negata la possibilità dell’illusione.
Anche in Valsesia, come abbiamo già detto, ritroviamo l’usanza dei falò, del lavacro con la rugiada e della benedizione in chiesa del mazzo di erbe e di fiori. Conservate gelosamente in casa, portate all’alpeggio in estate – verso il quale da molti paesi si partiva la stesso giorno del 24 di giugno – le erbe benedette riconsacravano la baita di montagna lasciata l’anno prima mantenendo tra le famiglie dei pastori un legame con la sacralità della festa e del rito d’inizio d’estate. Al ritorno dall’alpe, quelle stesse erbe essiccate, unite ad un ramo di olivo e ad uno di ginepro, venivano bruciate nella stalla a protezione degli animali. Non a caso, dunque, il precursore di Cristo, rappresentato con l’Agnello mistico e vestito da eremita, pastore del deserto, fu assunto dai pastori come patrono privilegiato fino dai primi secoli cristiani

 

IL GIORNO PIÙ LUNGO

 

 

Qual è il giorno più lungo dell’anno? Perchè il Sole sorge prima in un’altra data? Come varia la lunghezza del giorno a cavallo dei solstizi e degli equinozi? Nell’emisfero boreale, il giorno del solstizio d’estate corrisponde alla giornata più lunga dell’anno, mentre quello del solstizio d’inverno equivale alla giornata più corta. Nell’emisfero australe accade esattamente il contrario. Ai solstizi, la differenza di durata della giornata tra una data e quella successiva (per es. tra il 20 e 21 giugno) è di circa due secondi. Agli equinozi (per es. tra il 19 e 20 marzo) la differenza è di 2m 28s alla latitudine 38°, di 2m 51s a 42° e di 3m 16s a 46°. Per effetto dell’equazione del tempo, dovuta all’obliquità dell’eclittica ed alla differente velocità orbitale della Terra intorno al Sole durante l’anno, le levate e i tramonti più anticipati e più ritardati non coincidono mai con i giorni dei solstizi. Nel 2006 i tempi teorici di tali eventi calcolati a livello del mare, alla longitudine 12

Nell’emisfero boreale, il giorno del solstizio d’estate corrisponde alla giornata più lunga dell’anno, mentre quello del solstizio d’inverno equivale alla giornata più corta. Nell’emisfero australe accade esattamente il contrario. Nel 2006 la lunghezza teorica della giornata ai solstizi e agli equinozi è la seguente:

 

al solstizio estivo:                  alla latitudine 38° durata ore 14 e 49 minuti

                                              alla latitudine 42° durata ore 15 e 15 minuti

                                              alla latitudine 46° durata ore 15 e 46 minuti

 

al solstizio invernale:            alla latitudine 38° durata ore 09 e 32 minuti

                                              alla latitudine 42° durata ore 09 e 07 minuti

                                              alla latitudine 46° durata ore 08 e 39 minuti

 

agli equinozi:          costante a tutte le latitudini. Dura 12 ore più gli effetti della rifrazione.

 

 

Ai solstizi, la differenza di durata della giornata tra una data e quella successiva (per es. tra il 20 e 21 giugno) è di circa due secondi. Agli equinozi (per es. tra il 19 e 20 marzo) la differenza è di 2m 28s alla latitudine 38°, di 2m 51s a 42° e di 3m 16s a 46°.

Per effetto dell’equazione del tempo, dovuta all’obliquità dell’eclittica ed alla differente velocità orbitale della Terra intorno al Sole durante l’anno, le levate e i tramonti più anticipati e più ritardati non coincidono mai con i giorni dei solstizi. Nel 2006 i tempi teorici di tali eventi calcolati a livello del mare, alla longitudine 12° e ipotizzando una rifrazione all’orizzonte di 35’, sono i seguenti (i tempi sono in TMEC):

 

al solstizio estivo:

alla latitudine 38°          levata anticipata                       il 14 giugno      alle 04h 48m 42.4s

                                      tramonto ritardato                    il 28 giugno      alle 19h 38m 46.0s

 

alla latitudine 42°          levata anticipata                       il 15 giugno      alle 04h 35m 41.5s

                                      tramonto ritardato                    il 27 giugno      alle 19h 51m 47.2s

 

alla latitudine 46°          levata anticipata                       il 16 giugno      alle 04h 20m 26.4s

                                      tramonto ritardato                    il 26 giugno      alle 20h 07m 02.4s

 

al solstizio invernale:

alla latitudine 38°          levata ritardata                         il 06 gennaio     alle 07h 28m 20.5s

                                      tramonto anticipato                   il 07 dicembre   alle 16h 52m 21.0s

 

alla latitudine 42°          levata ritardata                         il 04 gennaio     alle 07h 40m 07.3s

                                      tramonto anticipato                   il 09 dicembre   alle 16h 40m 32.6s

 

alla latitudine 46°          levata ritardata                         il 02 gennaio     alle 07h 53m 53.9s

                                       tramonto anticipato                  il 10 dicembre   alle 16h 26m 44.5s

 

www.tanogabo.it

 

 

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Da noi non si consigliano cibi e sostanze protettive contro il cancro. Perché?

Umberto Veronesi: «Scarsa educazione e cultura della prevenzione. Una sana alimentazione è fondamentale

Da noi non si consigliano cibi e sostanze protettive contro il cancro. Perché?

Umberto Veronesi: «Scarsa educazione e cultura della prevenzione. Una sana alimentazione è fondamentale»

Il the previene

Ho notato che in molti Paesi, come gli Stati Uniti, i malati di cancro seguono spesso terapie naturali parallele a quelle convenzionali come la chemio. Anzi, spesso sono gli stessi oncologi a dare le «dritte» su un nuovo stile di vita e di alimentazione e sugli integratori naturali da utilizzare. Se è vero che le terapie naturali, e certe sostanze contenute nei cibi, hanno reali capacità protettive nei confronti del cancro, perché da noi non vengono quasi mai consigliate? E fino a dove arriva il loro potere preventivo-curativo, ovviamente nel campo dell’oncologia?

Risponde
Umberto Veronesi
Direttore scientifico Ieo, Istituto Europeo Oncologia, Milano

Non è vero, come lei scrive nella sua lettera, che queste sostanze – a parte gli integratori, la cui efficacia protettiva non è stata provata – non sono consigliate in Italia. Il problema vero è un altro: l’educazione alla salute e la cultura della prevenzione non sono sufficientemente radicate nel nostro Paese. Probabilmente esiste una fascia di popolazione in Italia molto cosciente e informata in questo campo, ma l’educazione fa fatica a uscire da questa élite piuttosto ristretta. Le forti campagne di prevenzione, e in particolare di educazione alimentare, evidentemente ancora non sono riuscite a incidere sui comportamenti su vasta scala. Bisogna quindi continuare a sviluppare l’azione di informazione e di educazione utilizzando tutti gli strumenti possibili, perché la certezza scientifica dell’efficacia preventiva e curativa di alcuni alimenti è fuori di dubbio. Quindi l’alimentazione corretta è il modo più semplice per evitare di ammalarsi.

Per dare una valutazione di questa efficacia, come lei chiede, si può partire da un dato generale, che conferma che il 30 per cento dei tumori è legato all’alimentazione. Bisogna poi specificare che questo 30 per cento non è applicabile indistintamente a tutte le forme tumorali: esistono tumori molto sensibili al fattore alimentazione, come quelli del colon, altri per i quali non è stata osservata alcuna connessione. Oggi sappiamo che esistono molecole protettive per tipi specifici di tumore: per esempio, il licopene contenuto nei pomodori protegge dal cancro della prostata; l’indolo-tre- carbinolo contenuto nelle crucifere ( cavolfiori, broccoli, cavoli )  protegge dal cancro del seno; la catechina presente nelle foglie del tè contribuisce a proteggere dal tumore alla pelle, al colon, al polmone, al seno e alla prostata; il resveratrolo contenuto nell’uva e nel vino rosso protegge da diversi tipi di tumori.

Dobbiamo poi sempre ricordare che l’assunzione di sostanze protettive è uno dei fattori della dieta corretta, che prevede anche dei cibi da evitare, o da ridurre, come la carne, e che in generale per l’alimentazione vale la regola della frugalità. Insomma, mangiare poco rimane la prima regola per un’ alimentazione corretta. E non dimentichiamo che il «come» (ovvero il «quanto») e il «cosa» mangiamo sono a loro volta solo due dei comportamenti corretti per prevenire l’insorgere di patologie: infatti è inutile che ci alimentiamo bene, che non esageriamo con le quantità, se poi fumiamo, non facciamo alcun tipo di attività fisica o ci esponiamo a sostanze cancerogene.

Umberto Veronesi
18 giugno 2011

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Sulla Gazzetta del Sud di  martedì 14 giugno 2011, Franco Arillotta, studioso della storia della nostra città, Reggio Calabria, intervenendo a proposito degli scavi archeologici che stanno portando alla luce importanti frammenti del passato della città  nel sito di  Piazza Italia, afferma che bisognerebbe sostituire il nome Italia con quello di Vittorio Emanuele II   secondo una denominazione   testimoniata dalla elegante targa ottocentesca affissa all’angolo Sud_Est di Palazzo San Giorgio.

Dagli scavi emergono tracce di circa venti secoli di storia della nostra città  e precisamente dall’VIII secolo a.C. al XIV sec. d.C., dunque un sito le cui pietre narrano buona parte della nostra vita.

Perchè, però, cancellare il nome Italia ? Questo toponimo deriva da origini antichissime e storici e linguisti si sono applicati con rigore scientifico a trovarne la giusta dimensione. Dal mitico re degli Enotri, Italo appunto, a derivazioni greche, africane, estrusche o piuttosto  latine la discussione è sempre vivace con un punto di riferimento certo : questo nome, Italia ci riguarda da vicino, fa parte del nostro DNA, ci appartiene fino al midollo osseo come calabresi e meridionali. La targa dedicata a Vittorio Emanuele II ( 1820-1878) è ottocentesca, del 1860, ed è conseguente all’Unificazione, fenomeno alquanto controverso che tanti danni ha generato al meridione d’Italia.  Quale ruolo ha avuto Vittorio Emanuele II nella storia di Reggio Calabria ? Per quale motivo dovremmo dedicare al primo re d’Italia anche la Piazza principale, tenendo conto, tra l’altro, che a questo personaggio abbiamo già dato abbondantemente con  un lungo tratto della Via Marina a lui tuttora titolata? E per quale motivo dobbiamo cancellare, come Arillotta ha già proposto il tratto di strada adiacente a Piazza Italia intitolata a Nicola Miraglia, ( 1835-1928) patriota attivo  egli sì, contemporaneo di Vittorio Emanuele II, che però si è impegnato, Miraglia,  a  fondare a Reggio il Banco di Napoli, glorioso Banco Istituto di Emissione che tanta parte ha avuto nell’economia e nello sviluppo della città e di tutto il Sud d’Italia? (https://mimmasuraci.wordpress.com/2010/06/02/toponomastica-a-reggio-calabria/)

E comunque, già nel 1868 la Piazza è stata resa ancora più bella da uno scultore reggino, di Villa San Giovanni, Rocco Larussa che ha modellato la bella statua che rappresenta l’Italia  con eleganza raffinata e che possiamo ammirare  tutt’oggi.

Se, inoltre, è vero, come lo è, che le rovine  della Piazza raccontano di periodi normanno- bizantini e via via, il toponimo Italia è certamente  più appropriato.

Perchè cambiare nome, dunque, solo in onore di una targa che testimonia un periodo circoscritto; e perchè non prendere in considerazione ancora le altre denominazioni, come piazza dei Gigli, di memoria borbonica o Piazza del Mercato  solo per citare alcune delle molte denominazioni che si sono succedute nel tempo secondo le vicende della città ?

Tra tutte, svetta, elegante e altera, bella e gentile, Italia, immagine della città.

Semplicemente : Piazza Italia.

A prescindere.

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 Il Vittorioso  

Qualche anno fa su Libero, il quotidiano diretto allora da Vittorio Feltri, campeggiava in prima pagina un titolone a  diverse  colonne “Il Ponte sulla groppa del Nord”, nel quale il giornalista esprimeva il suo parere contrario alla realizzazione dell’opera sullo Stretto a motivo della notevole spesa finanziaria che avrebbe dovuto sopportare il Nord del nostro Paese.

Io  scrivevo subito al Direttore Feltri sostenendo le ragioni di un meridione che dall’unificazione in avanti ha costruito e mantenuto l’opulenza del famigerato Nord, chiedevo a Feltri maggiore obiettività e lo informavo che non avrei mai più comprato il suo giornale. Naturalmente non mi aspettavo alcuna risposta,  ( figuriamoci ! ) mi premeva  sicuramente  che Feltri mi leggesse. 

A me piace rendermi conto in qualche modo del mondo che mi circonda per cui, alcuni mesi orsono, ho comprato Il Vittorioso, il libro con il quale Feltri si racconta e, allora, a pagina 71, scopro che Feltri, da buon giornalista e da ottimo direttore di giornale che tiene moltissimo alle tirature, afferma che considera un dovere, testuali parole sue, rispondere  soprattutto ai lettori che oppongono divergenze di opinioni. Da queste considerazioni devo desumere che la mia lettera gli sia sfuggita…….! perchè io non ho avuto alcuna risposta.

 Feltri, però, dimostra di non conoscere la realtà del mezzogiorno  d’Italia, perchè a pagina 228, sempre dello stesso testo, leggo : “…C’è una coalizione trasversale, da destra a sinistra, costituita prevalentemente da meridionali, che non hanno nessun interesse a votare un federalismo serio, sarebbero dei cretini a volerlo. Lo vogliono solamente i leghisti. Gli altri fingono di volerlo, ma lo saboteranno.” E il collega intervistatore Lorenzetto gli fa eco :” Infatti la secessione viene chiesta soltanto dal Nord, mai dal Sud.Con l’eccezione di Raffaele Lombardo, presidente della Regione Siciliana, che mi ha dichiarato d’essere promto ad andarsene domattina”.

Ebbene io sono una cretina  dell’ Italia Terrona, quella originale, perchè il Nord ci ha rubato  anche il nome proprio, sono una cretina  meridionale della provincia di  Reggio Calabria, che sostiene insieme a tanti altri cretini terroni meridionali che sarebbe quanto mai necessaria la nostra separazione dal resto della penisola, dalla quale separazione avremmo tutto da guadagnare. Se questa dimensione non emerge in maniera perentoria dipende in parte dalla incapacità di molti osservatori, tra i quali ci sta sicuramente Feltri, in parte dalla sonnolenza indotta ai terroni da informazioni, veri e propri martellamenti, ingannevoli, falsi e mendaci. Stia tranquillo il Direttore : c’è un intero popolo in cammino….

Ho citato due considerazioni espresse da Feltri nel suo libro biografico che io non condivido perchè so per certo che i fatti descritti non rispondono a verità. Sugli altri contenuti del libro, dunque,  non mi posso esprimere, perchè il dubbio che ci possano essere altre incongruenze mi rimane.

Come dire che nonostante Feltri con la sua aria da antipatico, stimolasse in qualche modo il mio interesse verso la sua credibilità, alla luce delle esperienze maturate devo riconoscere che anch’egli è attirato dai fuochi fatui di Mammona e da considerazioni  superficiali di facciata, di parte e poco obiettive, con buona pace del giornalismo serio e critico, che cerca la verità.

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