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Archive for gennaio 2012

La libertà come valore fondamentale  dell’essere umano è un bene imprescindibile che personalmente considero come diritto-dovere e che spesso viene trascurato nel senso che  da un lato  è  dato per scontato e da un altro lato viene enfatizzato a parole e in ogni caso viene preso in considerazione in maniera molto  superficiale e approssimativa.

Il principio di libertà sta,invece, alla base di ogni convivenza sociale, sia nelle relazioni personali che nei rapporti comunitari che sottendono tutto il nostro quotidiano. Considerare la libertà come bene primario, infatti, implica la necessità di associare ad essa un altro principio  indispensabile che è il rispetto inteso come valore assoluto. Nel nostro vivere di ogni giorno, coinvolti dalla frenesia della vita schizzata alla quale siamo in qualche modo costretti dai fantasmi di uno pseudo-sviluppo che dobbiamo rincorrere ad ogni costo, spesso ci sfugge il fatto che tutti noi siamo protagonisti e vittime di un sistema più o meno occulto di manipolazione che limita proprio i due valori  sui quali nella fattispecie sto riflettendo. Di fatto succede che anche se i vari metodi di condizionamento spesso costituiscono materia di studio, soprattutto in molti corsi  universitari, poi in effetti potenti interessi economici ci sovrastano come tentacoli invisibili di una piovra gigantesca che generano in noi esigenze e bisogni indotti spesso non necessari al nostro vivere dignitoso  e libero. D’altra parte il problema della libertà è annoso ed è alla base di molte riflessioni filosofiche di ogni tempo. Qui, a questo proposito, mi piace ricordare L’uomo senza qualità di Musil, che fa un’analisi spietata e concreta dell’individuo e della società valida tuttora perchè supera le barriere delle dimensioni spazio-temopali. O anche Voltaire il cui rispetto per le opinioni altrui è ormai un testo classico famosissimo in ogni dove.

In questo contesto, il rapporto sentimentale, sul quale si sofferma Alberoni in questa bella pagina, rappresenta un aspetto nientaffatto trascurabile perchè, se ben si riflette, sta a fondamento della società ed è il rapporto più difficile perchè il coinvolgimento emotivo può indurre a trascurare prorpio quei valori di libertà e rispetto personali e dai quali non si può prescindere.

Essere e sentirsi liberi di pensare e agire in ogni espressione della propria vita implica il riconoscimento e il rispetto nell’altro di quel bene in maniera totale e assoluta. La manifestazione del sentimento di Amore è, o meglio dovrebbe essre , la più alta espressione dei due principi, che può portare anche in alcuni casi, alla rinuncia dell’altro proprio per tutelarne la libertà.

Mimma Suraci

Nel­la storia infatti il superiore ha sempre avuto nelle mani il desti­no dell’inferiore, ci sono sempre stati un padrone e un servo e la vi­ta è sempre stata una continua lotta per la supremazia. Questa situazione di danna­zione cessa solo nel caso del grande amore

Lo psicologo Nicola Ghezzani scrive che, attraverso l’innamoramento, noi facciamo l’esperienza fondamentale che, nel mondo, è possibile un rapporto che non sia fondato sul potere e il dominio.

Nella storia infatti il superiore ha sempre avuto nelle mani il destino dell’inferiore, ci sono sempre stati un padrone e un servo e la vita è sempre stata una continua lotta per la supremazia.

Questa situazione di dannazione (il peccato originale) cessa solo nel caso del grande amore dove invece nessuno può volere il dominio sull’altro ma solo la sua libertà e la sua felicità, così come l’altro le vuole per lui. Questo amore costituisce l’uscita dal mondo del dominio e della violenza. I due amanti costituiscono allora un universo separato in cui trovano le radici profonde di se stessi e la sicurezza di fronte alle minacce del mondo esterno

È la bolla, la sfera incantata della loro intimità, della loro unicità, il luogo della loro verità, della loro fedeltà, della loro felicità. Il luogo in cui si danno tutto ciò che desiderano. Ma, al suo interno, essi devono restare personalità distinte, libere, con propri gusti, proprie esperienze di vita, in modo da avere tante cose da raccontare all’amato. E devono possedere propri punti di vista per discutere. Nella bolla gli amanti non sono due fratelli siamesi, restano separati ma, poiché si amano e sono totalmente complementari l’uno all’altro, si cercano, si desiderano. Il grande amore è fatto a un tempo della mancanza e della sua eliminazione, della distanza e dell’abbraccio che l’annulla. Non può esserci desiderio e quindi felicità senza la mancanza e, a ogni incontro, hanno l’esperienza sublime di trovare ciò che hanno sempre cercato, esattamente come la prima volta che si sono innamorati.

L’amore non è uno «stato» come una lastra di marmo, ma un sistema ricco di energia quindi è fatto da onde come il mare, come la luce. Il desiderio nasce dalla distanza, una distanza che si crea ogni volta grazie alla diversità, alla autonomia e alla libertà dei due amanti e che si colma ogni volta attraverso l’incontro. E in ogni incontro essi si reinnamorano. L’amore dura solo reinnamorandosi continuamente. Nel grande amore totale in ogni incontro, anche dopo moltissimi anni, i due amanti si dicono che non avrebbero mai immaginato che fosse possibile provare un piacere simile a quello che stanno provando. Il grande amore è una continua stupefacente scoperta.

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Calza della Befana

 Poesia sulla Befana
di Francis Jammes

Epifania

Non ho, come i Magi
che son dipinti sulle immagini,
dell’oro da recarti.

Dammi la tua povertà.
Non ho neppure, Signore,
la mirra dal buon profumo
nè l’incenso in tuo onore.

Figlio mio, dammi il tuo cuore.

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La Befana, il cui nome viene da  epifania  (da cui anche “Pefana”) attraverso bifanìa e befanìa, è una figura tipica di alcune regioni, diffusasi poi in tutta Italia. La Befana appartiene alle figure folkloristiche, dispensatrici di doni, legate alle festività natalizie.

Secondo la tradizione italiana e di alcune parti nel mondo la Befana, raffigurata come una vecchia che vola su una scopa, fa visita ai bambini nella notte tra il 5 e il 6 gennaio (la notte dell’epifania) per riempire le calze lasciate da essi appositamente appese sul camino o vicino a una finestra. Inoltre, in molte case, per attirare benevolmente la befana, è tradizione lasciare un piattino con qualcosa con cui possa ristorarsi: generalmente si tratta di un mandarino, un’acciuga, un pezzo di aringa affumicata o qualche cipollina sotto aceto e un bicchiere di vino rosso. Nel caso i bambini siano stati buoni, il contenuto delle calze sarà composto da caramelle e cioccolatini, caramelle alla frutta, mandarini, noci, frutta secca e piccoli regali, in caso contrario conterranno carbone, (oggi si usa un preparato in zucchero colorato di nero a forma di carbone e molto duro da masticare). Spesso la befana viene descritta come una vecchia, che vola su una scopa e ha una borsa o un sacco pieno di ogni squisitezza, regali per i bambini meritevoli, ma anche di carbone per i bambini che non sono stati buoni durante l’anno.

Vi sono ancora taluni rarissimi luoghi in cui è rimasto nel linguaggio popolare il termine Pefana (dal greco “Επιφαίνω”) come, per esempio, nel paese di Montignoso nella Provincia di Massa-Carrara, con tradizioni non in linea con le consuete celebrazioni dell’Epifania, La Pefana di Montignoso)

L’origine di questa figura va probabilmente connessa a tradizioni agrarie pagane relative all’anno appena trascorso, ormai pronto per rinascere come anno nuovo. Difatti rappresenta la conclusione delle festività natalizie come interregno tra la fine dell’anno solare (solstizio invernale, Sol Invictus) e l’inizio dell’anno lunare.

Anticamente la dodicesima notte dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. I Romani credevano che in queste dodici notti, figure femminili volassero sui campi appena seminati per propiziare i raccolti futuri. A guidarle secondo alcuni era Diana, dea lunare legata alla vegetazione, secondo altri una divinità minore chiamata Satia (=sazietà) o Abundia (= abbondanza). La Chiesa condannò con estremo rigore tali credenze, definendole frutto di influenze sataniche. Queste sovrapposizioni diedero origine a molte personificazioni che sfociarono nel Medioevo nella nostra Befana, il cui aspetto, benché benevolo, è chiaramente imparentato con la personificazione della strega.

L’aspetto da vecchia sarebbe dunque una raffigurazione dell’anno vecchio: una volta davvero concluso, lo si può bruciare così come accadeva in molti paesi europei, dove esisteva la tradizione di bruciare fantocci, con indosso abiti logori, all’inizio dell’anno (vedi ad esempio la Giubiana e il Panevin o Pignarûl, Casera, Seima o Brusa la vecia, oppure il Falò del vecchione che si svolge a Bologna a capodanno). In molte parti d’Italia l’uso di bruciare un fantoccio a forma di vecchia o di segare un fantoccio a forma di vecchia (in questo caso pieno di dolciumi), rientra invece tra i riti di fine Quaresima, sempre con il significato di porre fine all’anno vecchio.

In quest’ottica l’uso dei doni assumerebbe un valore propiziatorio per l’anno nuovo.

Un’ipotesi suggestiva è quella che collega la Befana con una festa romana, che si svolgeva all’inizio dell’anno in onore di Giano e di Strenia (da cui deriva il termine “strenna”) e durante la quale si scambiavano regali.

La Befana si richiama pure ad alcune figure della mitologia germanica, Holda e Berchta, sempre come personificazione della natura invernale.

Secondo una versione “cristianizzata”, i Re Magi, diretti a Betlemme per portare i doni a Gesù Bambino, non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni ad una signora anziana. Malgrado le loro insistenze, affinché li seguisse per far visita al piccolo, la donna non uscì di casa per accompagnarli. In seguito, pentitasi di non essere andata con loro, dopo aver preparato un cesto di dolci, uscì di casa e si mise a cercarli, senza riuscirci. Così si fermò ad ogni casa che trovava lungo il cammino, donando dolciumi ai bambini che incontrava, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù. Da allora girerebbe per il mondo, facendo regali a tutti i bambini, per farsi perdonare.

Il termine “befana” inteso come “fantoccio esposto la notte dell’epifania” fu già usato nel XIV secolo, poi da Francesco Berni nel 1535, da Agnolo Firenzuola una prima volta nel 1541.

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