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Archive for aprile 2012

Operato al cervello senza anestesia. “E’ il futuro della chirurgia”

Il cervello è un organo particolare del corpo umano: a parte la struttura cerebrale che racchiude i  centri di tutte le facoltà intellettive e psicofisiche questa parte del corpo umano ha una caratteristica intrinseca molto importante per il fatto che esso può essere praticamente palpato, toccato e manovrato senza causare dolore al proprietario. Utilizzando quest grande risorsa all’ospedale Le Molinette di Torino è stato realizzato un intervento per la rimozione di un tumore cerebrale senza anestesia e, quindi, con la partecipazione attiva del paziente, la qual cosa consente di monitorare passo passo l’operazione con manovre mirate più precise e incisive per il migliore risultato.

Operato al cervello. Da sveglio. E per sei ore. Sembra un incubo. O la sceneggiatura di un film. E invece è successo davvero, ed è la nuova frontiera della medicina. Una nuova tecnica sperimentata nel dipartimento universitario di Neuroscienze alle Molinette. A Torino sarà possibile operare un tumore al cervello in un paziente non addormentato.

“Una tecnica che consente di rimuovere quanto più possibile di una neoplasia”, spiega a La Stampa il professor Alessandro Ducati, “evitando il rischio di ledere contemporaneamente strutture sane confinanti che comprometterebbero la vita del malato dopo un’operazione riuscita”. La procedura è stata messa a punto con una ventina di interventi, partendo da quelli più semplici per arrivare ad altri più complessi. L’ultimo è stato il più difficile e ha visto interessato un uomo di 35 anni con un grosso tumore. Con questo metodo l’operazione dura più ore rispetto a quella con anestesia totale.

Ma l’elemento forse più importante è la preparazione del paziente, e questo richiede circa due settimane di “addestramento”. Come spiega Ducati: “Il paziente non può essere colto dal panico quando sarà in camera operatoria, quindi deve conoscere la sala, deve aver provato cosa significhi stare sul lettino operatorio, deve aver già visto i volti di chi gli sarà attorno, chirurgo e anestesista innanzitutto”.

Durante l’intervento al malato vengono poste delle domande, in modo da “appurare che il cervello continui a essere in grado di recuperare le informazioni e completare tutte quelle associazioni che era in grado di fare prima dell’operazione”. E’ un piccolo impulso elettrico a simulare ciò che avverrebbe dopo il passaggio del bisturi che deve rimuovere il tumore. Nessuna anestesia, i medici ricorrono solamente a una breve analgesia mentre vengono incisi la pelle e l’osso. “Oltre questre strutture il cervello non è più innervato e il paziente non sente alcun dolore”.

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Nessuna reazione.

Forse è questa la frase che maggiormente ha suscitato la mia attenzione tra i mille e mille impulsi che Vincenzo Caccamo affida alle pagine di questo scritto.

Diario di uno scrittore di Dostoevskij e Le Confessioni di Tolstoij sono i due libri che un giorno del dicembre scorso sono andata a cercare da Culture. Qualche frase scambiata con  forse con una certa  nonchalance, qualche riflessione di attualità  e via con il lavoro del quale mi ha fatto dono il “libraio di Reggio Calabria Vincenzo Caccamo, con l’impegno da parte mia di fare un commento. Che dire? L’odore dei libri è un titolo intrigante che cattura specialmente una persona che come me fiuta la carta stampata per fattore genetico. Certo la cosa che mi  impressiona subito è il riferimento ai due autori russi che mi hanno spinto quel giorno ad entrare in libreria; lo scritto di Caccamo è però pregno di riferimenti letterari importanti che citarli tutti sarebbe logorroico e infiniti sono gli spunti di riflessione in una trama che mescola alla narrazione la struttura del saggio. Personalmente ho percepito un autore molto preparato culturalmente, e indignato nei confronti di una società omologata e autoreferenziale, che desidera dare dei messaggi forti soprattutto per svegliare le coscienze sonnolente  che incapaci di ascoltare il silenzio si confondono nei vortici di un quotidiano schizofrenico e  si rifiutano  di reagire agli insulti di un tempo malato.  Emerge, a mio avviso, un pessimismo di fondo che accompagna tutto lo scritto, forse un pò troppo affollato per i miei gusti, come afferma lo stesso autore facendo riferimento ad una massima impressa in un pilastro di una megastruttura -laboratorio: “Le tante parole perdono il filo del discorso affaticando solamente la discussione”.  Come se l’odore di tanti libri, seppure singolarmente seducente,  annusato contemporaneamente rendesse in qualche modo il respiro pesante. Non sfugge, Caccamo, in conclusione, alla tentazione di intravedere come  unico spiraglio l’impegno marxista-partigiano : questo, secondo me, rappresenta un limite perchè anacronistico e ormai stantio.

Menzione particolare meritano le illustrazioni di Alice, figlia dell’autore, che dà un tocco di rara delicatezza e sensibilità.

Complimenti!

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Il Sig. Salvatore Armando Santoro ci regala questo scritto

DESIDERO CONDIVIDERE  ALCUNE RIFLESSIONI CON  TUTTI I MERIDIONALI CHE LA STORIA LA CONOSCONO DAVVERO. ORMAI L’ITALIA E’ FATTA ED E’ STUPIDO DIVIDERLA COME VORREBBERO GLI SCIACALLI DELLA LEGA. ANCHE LORO HANNO USUFRUITO DELLA FAMOSA CASSA DEPOSITI E PRESTITI ALIMENTATA DALLE RIMESSE DEI MERIDIONALI ALL’ESTERO CHE SONO SERVITI SOLO PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE DEL NORD. ALTRO CHE MERIDIONALI POPOLO DI PARASSITI! CHE STRONZI INCIVILI ED ANALFABETI! OGGI QUESTA ITALIA BISOGNA RENDERLA PIU’ GIUSTA E PIU’ RICONOSCENTE VERSO I TANTI MERIDIONALI CHE SI SONO SACRIFICATI PER FARLA CRESCERE (O CHE SONO STATI SACRIFICATI NELLE TRINCEE DEL CARSO NELLA GUERRA DEL 1915-18 PER COSTRUIRLA).
Salvatore Armando Santoro
http://www.circoloculturaleluzi.net
http://www.poetare.it/santoro.html

EVVIVA GARIBALDI

Evviva Garibaldi il grande seduttore
del mezzogiorno un dì liberatore

con suoi soldati male equipaggiati
che Rubattino a Quarto ha foraggiati

Non penso fosse sponsor naturale
forse qualcuno s’è informato male.

Infatti, anche Vittorio Emanuele
già sapeva del furto delle vele,

visto che Farini già era informato
che Rubattino voleva esser pagato!

Insomma il via da Quarto genovese
era come il segreto del marchese

che aveva scritto anche sulla scala
che i Mille andavano a Marsala.

In gran silenzio insomma son partiti
mentre gli inglesi stampavano gli inviti:

“A giorni spettacolo dei pupi
prendere posto in spiaggia sui dirupi”.

“Per vedere arrivare gli invasori
con Garibaldi e i suoi liberatori”.

Arrivati laggiù, è facile intuire,
che i Borboni dovessero fuggire.

Invero come accade molte volte
è uno scherzo far riuscire le rivolte.

Difatti se i comandanti son pagati
e facile poi dire: “son scappati!”.

A parte qualche finta scaramuccia
a Palermo si trovò soltanto “ciuccia” (*)

per la felicità dei giovani invasori,
accolti dalla mafia e dai signori

al suono della banda e dei tromboni
agitando le drappelle ed i blasoni.

Così poi si concluse l’invasione
finita in sesso e grande libagione.

Ma appena Garibaldi salpò via
riprese la manfrina e cosi sia.

L’arruolamento divenne obbligatorio
e il contadino messo in purgatorio

con quasi trenta tasse da pagare,
le industrie della seta da smontare

e coi soldati fedeli a “Franceschielle”
da farsi massacrare a Fenestrelle.

Davvero un bell’inzio siciliano
e a tanti scassò non solo l’ano.

Della strage del Bronte sorvoliamo
ma a investigare bene vi invitiamo

come sarebbe da guardare a fondo
la lotta dei braccianti al latifondo.

La verità la sa il liberatore:
ma fu un eroe oppure un predatore?

Salvatore Armando Santoro
(Boccheggiano 18.1.2011 – 21.25)

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Giuseppe Restifo

 

 

 

 

 

Una pulce pestifera

Anche se tocca pure le coste della Spagna, non si tratta della pulce del calcio, quel piccolo Messi pluridecorato con il  pallone d’oro. Il professore Giuseppe Restifo, docente di storia presso l’Ateneo di Messina, il pomeriggio del 17 aprile nei locali dell’Archivio di Stato di Reggio Calabria  attraverso la pulce bubbonica ci trasporta in un’altra dimensione. Ci ritroviamo  così tra le onde del Mediterraneo  in una crociera storica, che inizia nel 1720 e si conclude nel 1820 di porto in porto, da Marsiglia a Messina, da Spilt a Malta, da Corfù a Tunisi a Maiorca, un percorso attraversato dal flagello della peste.Il convegno prende spunto dal volume I porti della peste pubblicato nel 2005 da Mesogea.

Dopo l’introduzione  della Dott.ssa Mirella Marra, responsabile dell’Archivio e del Dott. Gianni Aiello, presidente del Circolo culturale L’Agorà, Elina Gigliuzzo, docente presso l’Università di Messina e l’autore, Giuseppe Restifo, ci offrono frammenti preziosi di ampio respiro, incidendo particolarmente sulle città dirimpettaie di Reggio e Messina, due città che si aprono, per approvvigionarsi soprattutto di grano, e si chiudono per difendersi da attacchi ingannevoli in un dinamismo continuo tra cambiamenti climatici, progressiva unificazione microbica e processi di dissimulazione di un mondo briccone.

Ci si racconta di nebbia secca di origine vulcanica  nella piccola età glaciale, microclimi, commercio della neve tra l’Aspromonte e Messina per rinfrescarsi con la famosa scirubetta, folklore religioso, studio dell’età degli alberi e dei ghiacci. Insomma riflessioni che con conversazione  piacevole e culturalmente interessante  catturano l’attenzione nei confronti di quello che è stato definito il nemico invisibile, quella peste contagiosa che tanti danni ha causato in questa crociera ideale  percorsa con acuta e rara perizia.

In conclusione si rimane insoddisfatti perchè si vorrebbe scavare ancora nel tempo e nello spazio, nella storia di un territorio per buona parte tuttora sconosciuto, ma ricco di contenuti importanti per vivere meglio il tempo attuale.

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Piermario Morosini

Ciao gioca con gli angeli adesso

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Giovanni Paolo II

2 aprile 2005-2 aprile 2012

Vi amo dal cielo come vi ho amato sulla terra

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