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Archive for febbraio 2013

Reggio lungomare_3Ahi serva Italia, di dolore ostello

Sono trascorsi ormai alcuni anni da quando il mio primogenito mi ha regalato questo spazio dove poter espimere le mie idee. Ho voluto chiamare “Il  Sasso ” il mio blog perchè amo le pietre, le considero testimoni importanti del  passato e capaci, con l’energia di cui sono cariche di stimolare idee e fatti concreti.L’immagine poi che associo alla parola sasso è quella del lancio e lanciare il sasso è segno di dinamismo e forza, dunque bisogno vitale di movimento, di fare, di operare. Su queste dimensioni ho vissuto e di tanto in tanto mi piace affidare al vento  le mie riflessioni, anche se quando in giro c’è troppa confusione forse preferisco appartarmi e scegliere il silenzio. C’è però nella mia anima una molla che talora scatta in maniera prepotente e allora sono costretta a manifestare i miei sentimenti e le mie emozioni.

Ho cercato di vivere sempre su quelle che qualcuno ha definito le ali di sempre, cioè il bello, il giusto e il vero, tre dimensioni nelle quali il privato più intimo e personale si intreccia con il socio-culturale pubblico.

Certo sin da ragazzina ho cominciato ad avvertire qualche disagio : forse da quando ad appena cinque anni ho perduto all’improvviso il mio caro papà e ho visto mia madre lottare quotidianamente per la sopravvivenza di tre donne, due delle quali bimbette, e a poco a poco è cominciata a venir fuori la mia rabbia, prima in maniera inconscia, poi in modo più consapevole. E ho lottato : in famiglia contrastando gli ostacoli di alcuni parenti ( serpenti? ), a scuola contestando a livello personale quando mi sentivo non capita o maltrattata, e decidendo contro l’omologazione di massa di essere l’unico alunno presente in tutto il Liceo in occasione di scioperi da me non condivisi. Ho lottato sul posto di lavoro impegnandomi sempre con la massima serietà senza timore di mandare a quel paese chi in qualche modo mi ostacolava.

Sono stata coinvolta anche nel settore associativo tenendo sempre presente l’esigenza di chiarezza  e rispetto. Proprio il rispetto è, secondo me, il valore del quale avverto particolarmente la mancanza. E mi ritrovo a sentirmi in certo senso fuori luogo in una società come quella attuale occidentale e nella fattispecie italiana nella quale emerge la prepotenza e la prevaricazione degli uni sugli altri. E spesso mi viene la tentazione di rintanarmi nella mia montagna, in quell’Aspromonte fantastico nel quale sono le mie origini, isolandomi dal resto del mondo. Poi, però non lo faccio forse perchè avverto ancora quella dimensione che Aristotele ha chiamato l’animalità sociale dell’uomno, destinato a vivere tra i suoi simili. E allora riguardo al passato che noi cerchiamo di celebrare o di rinnegare secondo la convenienza dell’occasione. E penso per esempio alla polis, città indicata in tutte le salse come modello di democrazia, che però di fatto era una città governata da pochi indigeni benestanti maschi. E penso per esempio alla figura rivoluzioria di Gesù Cristo, tradito dalla Chiesa sin dai primi secoli e via via nel tempo con corruzione e scandalosi misteri, per i quali già San Paolo era intervenuto esortando i Romani a “non conformatevi ai mali del secolo, ma trasformatevi rinnovando le vostre menti”. E penso per esempio a Dante costretto all’esilio dalla sua amata Firenze  che colloca nell’Inferno politici , laici ed  ecclesiastici, comunque potenti, piangendo la sua  e nostra penisola “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello! ”  E penso, per esempio a Machiavelli che con il suo Principe mette a nudo la vera essenza del politico disposto a qualsiasi compromesso e crimine pur di raggiungere e mantenere il potere.E penso ancora, per esempio a Manzoni che narra il calvario della povera gente e i soprusi e la corruzione dei potenti. E l’elenco potrebbe continuare all’infinito. E mi chiedo perchè non abbiamo imparato nulla dal nostro passato se adesso, qui e ora, ci ritroviamo a vivere situazioni analoghe ; per cui mi viene da sconfessare un vecchio adagio secondo il quale  “historia magistra vitae” . O non conosciamo la storia oppure il malessere sta nell’uomo, nella intrinseca  condizione umana che lo rende “homo homini lupus”   a prescindere, sempre e comunque. Cosa fare, dunque, a questo punto ? Sedersi sulla sponda del fiume e stare a guardare l’acqua che scorre in attesa di scorgere il cadavere del nemico, come recita un proverbio orientale oppure alzare lo sguardo verso l’orizzonte per scrutare l’Infinito? Io ho sempre preferito la seconda via e ho combattuto le mie battaglie spesso da sola : amo andare controvento e mi piacciono le sfide cercando di evitare le manipolazioni più o meno occulte. Non mi ssono mai sentita una suffragetta, mi sono sempre dissociata dalla festa della donna e dai movimenti femministi e sono contraria alle quote rosa; e allo stesso modo mi dissocio dai movimenti omosessuali : tutto ciò per il semplice motivo che secondo me il rispetto deve essere inteso verso l’individuo e al primo posto nella società dovrebbe emergere il rispetto per la dignità della persona umana  chiunque ella sia  senza alcuna distinzione  di razza, religione, sesso e quant’altro.

Negli ultimi due mesi in Italia si è amplificato il solito teatrino politico-elettorale che vede tutti contro tutti prima del voto per poi magari vedere tutti su un solo carro a divorare le sostanze del popolo : sono proprio cannibali i nostri politici. Anche qui potrebbe soccorrerci la storia perchè già un certo Platone deplorava un paese che abbia troppe leggi perchè è come non ne avesse alcuna e sosteneva che la  democrazia, nonostante imperfetta e non immune da rischi di corruttela e malcostume, fosse comunque  il male minore per il governo di un paese. E  il bel saggio  di Panfilo Gentile “Democrazie mafiose ”  pubblicato la prima volta nel  1962  descrive benissimo i difetti del sistema democratico : come dire la perfezione non esiste.

Certo non è facile  vivere sulla propria pelle gli abusi di uno Stato che io percepisco come traditore perchè mi deruba e mi aggredisce  come i tentacoli di una piovra mentre esso Stato  dovrebbe essere la mia massima espressione  e tutelare  la mia sicurezza e la mia salute fisica e mentale fornendomi i mezzi per una  istruzione valida; beninteso servizi, questi, per i quali io cittadina pago doverosamente le tasse. Non è facile per i ventenni calabresi dover combattere la piaga del lavoro in nero. Non è facile vivere nel mio amatissimo paese dove si preferisce aprire inchieste  dopo anni di mancati controlli, dove molti crimini e stragi sono coperti da silenzi omertosi, quando basterebbe semplicemente che ognuno svolgesse con serietà il proprio mestiere. Non è facile assistere ad una giostra vorticosa, nella quale  politici affamati dilapidano incontinenti e con spavalda tracotanza le sostanze di un paese svendendolo a potenze straniere come dei  cannibali prostituiti.

Non è facile per niente.

E pensi di non andare a votare. Un pensiero che per la verità  hai molto spesso accarezzato, ma che ti fa indignare ancor di più: perchè anche con una minima percentuale di votanti, gli eletti sono comunque legittimati, perchè ti vorresti sentire cittadina attiva sempre, non solo quando devi pagare balzelli e orpelli ignominiosi, perchè hai cercato di trasmettere ai tuoi figli il bisogno di sentirsi protagonisti e non spettatori passivi,  sempre e comunque.

Dunque, cosa fai?

Tempo fa all’orizzonte politico nazionale si era affacciato un giovane sindaco, tale Matteo Renzi da Firenze, che io, convinta sostenitrice per nascita e per formazione del liberismo teorizzato da Smth, quello dello Stato come mano invisibile per intenderci, da Ricardo, da Keynes e compagnia bella, che  io, quindi, politicamente orientata  verso  una destra che in Italia purtroppo non esiste, avrei voluto votare, perchè appprezzo le sue idee politiche e il suo modo diretto di apparire e di comunicare, fattori che insieme alla giovane età ne fanno una persona politicamnete interessante.

Gli intrallazzi di Bersani e compagni me lo hanno impedito  con un regolamento beffa per le cosiddette primarie   che, secondo me, Renzi non avrebbe dovuto accettare; ma la cecità politica di questa sinistra è incomprensibile perchè, a mio avviso, con Renzi leader avrebbe avuto la maggioranza assoluta; si è trattato di un suicidio di massa. Raggiunge  poi l’apice d’idiozia politica questa sinistra con la candidatura a Reggio Calabria di quella Bindi, cariatide toscanaccia che non sa nulla di Reggio e di Calabria. Peggio di così non si può.

A proposito di candidature una oscena c’è pure dall’altra parte e mi riferisco naturalmente a quella di Scilipoti, che anche se geograficamente vicino  venendo solo dall’altra sponda dello Stretto è stato imposto dal partito che avrebbe voluto a tutti i costi candidare il Governatore Scopelliti, il quale però è rimasto  fermo nella sua idea di non farlo, con buona pace di quelli che  avevano giurato che l’avrebbe fatto  per evitare la galera, e, ob torto collo, ha dovuto ospitare il messinese.

Rosanna ScopellitiA questo punto ti rassegni mentre in testa ti frulla sempre l’idea dell’astensione. In questa ragnatela intricata di colpi sinistri  e di rimbalzi insidiosi, ad un tratto tra i rigori velenosi di un inverno tossico emerge qualcosa di nuovo: la sorpresa è piacevole e proviene da un Campo Calabro. Rosanna Scopelliti  è proprio come una rosa, nomen omen, un fiore che il papà, quel giudice Antonino Scopelliti ucciso nel 1991 da mafia e  ‘ndrangheta, aveva dovuto tenere nascosto per molti anni. E’ giovane, in gamba, seria, preparata, maturata in fretta per la tragedia che ha deturpato la sua infanzia e i suoi affetti più cari, impegnata nella lotta al crimine in prima linea già da diverso tempo.

E allora che fai?

Non si può uccidere la speranza; e ho deciso di dare il mio voto a questo giovane virgulto che dalla Calabria Reggina, quella dell’eccellenza, possa diffondere i profumi unici di Reggio e della Calabria intera ,  impregnati dei semi di   giustizia, libertà e rispetto e farne moltiplicare i germogli  nell’altrove.

Per non uccidere la speranza.

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