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Archive for febbraio 2014

Gli sciocchi infatti più ammirano e amano tutte le cose
che appena riescono a scorgere nascoste sotto parole astruse,
e tengono per vere ciò che può titillare gradevolmente
alle orecchie ed è colorato di una piacevole sonorità”

la nostra terra

L’ aforisma dal De rerum natura di Tito Lucrezio Caro che apre lo scritto racchiude in estrema sintesi il pensiero che l’autore sviluppa senza fare sconti a nessuno. La politica delle chiacchiere in sostituzione di quella fattuale da parte di governanti che trattano allegramente la cosa pubblica, la ormai secolare, con brevi periodi di distinguo,  sindrome di dipendenza che fa del nostro Paese un satellite-schiavo delle decisioni dello straniero di turno; la questione ambientale che con falsi miti e  fasulle teorie populiste  affascina buona parte di quella gente che, schivando l’impegno di ricercare la verità, aderisce senza se e senza ma alle linee di tendenza che spesso nascondono speculazioni finanziarie e commerciali. E, quindi, il ruolo delle multinazionali dell’effimero che imperano indisturbate in un sistema come quello occidentale che ha visto disperdere le identità dei popoli, diversi per cultura, genesi, usi e costumi, in nome di quel villaggio globale esaltato,  osannato e celebrato e  nel cui mito-feticcio parole come Patria, Nazione, Popolo, Territorio, Terra sono bandite e considerate quasi blasfeme. Eppure ci sono stati dei periodi in cui c’era da parte dei responsabili della politica una certa attenzione verso i problemi socio-economico-ambientali, se è vero, come lo è e come l’autore illustra documentando  con precisione estrema le sue argomentazioni, che negli  anni tra il 1920 e il 19440, anno più anno meno, sono stati realizzati, per esempio,  importanti  interventi di bonifica  ambientale strutturati in piani di provvedimenti nazionali di ampio respiro a tutela del territorio. Nei decenni successivi sciaguratamente questa politica del fare, bene e in tutta la penisola, è stata abbandonata per affidare l’Italia  “ al ricatto del Piano Marshall che, prendere o lasciare, ci ha lanciato nella logica del benessere basato sul consumo, lo spreco e il piacere della vita comoda di cui abbiamo goduto e che dovranno pagare le generazioni future“.

In questo strano Paese che si chiama Italia, capitalismo e democrazia sono  intesi come parole vuote  perchè ” la democrazia di cui parlo è quella della prevaricazione dei partiti che si spartiscono le teste anzichè dibattere le idee; che si fanno governare da minoranze in disaccordo che, tuttavia si accordano fra loro quando a loro personalmente conviene …Spesso sono uomini che non cambiano idee perchè non ne hanno. Essi piuttosto cambiano posizione per quella che, per il momento ritengono più sicura e conveniente”.  In questo bel saggio, l’autore  fa un’analisi rigorosa storica e anche dal punto di vista scientifico,  non a caso egli ha una laurea in Chimica industriale e per molti anni ha diretto uno stabilimento di produzione di gas tecnici; e l’analisi, dunque, che è una vera e propria anamnesi, entra nell’anima della Terra, sia quella del territorio che ci appartiene, cioè quella italiana, sia quella più vasta del nostro  pianeta.  L’aggettivo “nostra” , che accompagna la parola terra nel titolo non è, secondo me, messo lì a caso, ma indica il senso e   i sentimenti  che sottendono lo scritto  e che sono di amore sviscerato dell’autore  verso la Terra  intesa come risorsa del popolo e, quindi, da maneggiare con cura da parte di noi tutti. La nostra terra, quindi, come risorsa di ricchezza individuale e collettiva, da conoscere,  rispettare e amare dai singoli e dall’intera comunità. La lettura è scorrevole e piacevole, mai pesante, e spazia toccando, in maniera puntuale e serena, ampi periodi della storia d’Italia, come quelli del ventennio fascista, oggi considerati quasi tabù dalla pseudo-cultura accademica.

Lungi da me la pretesa  di toccare tutti gli aspetti importanti del libro in una sintesi di recensione necessariamente limitata,; sarebbe un esercizio improbo perchè, secondo me, il libro va letto e riletto  come un manuale da consultare nel quotidiano, soprattutto in un periodo storico come il nostro che vede il nostro bel Paese affogare in un pantano di confusione, magari ” per riconoscere come Patria la terra che ha dentro di sè la propria storia”.  Onore e merito, dunque, all’autore, il Dott. Bruno Tomasich, giovane ottuagenario, che nella pagina fb alla voce orientamento politico, scrive : fascista….e basta.

 

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L’ aforisma dal De rerum natura di Tito Lucrezio Caro che apre lo scritto racchiude in estrema sintesi il pensiero che l’autore sviluppa senza fare sconti a nessuno. La politica delle chiacchiere in sostituzione di quella fattuale da parte di governanti che trattano allegramente la cosa pubblica, la ormai secolare, con brevi periodi di distinguo,  sindrome di dipendenza che fa del nostro Paese un satellite-schiavo delle decisioni dello straniero di turno; la questione ambientale che con falsi miti e  fasulle teorie populiste  affascina buona parte di quella gente che schivando l’impegno di ricercare la verità aderisce senza se e senza ma alle linee di tendenza che spesso nascondono speculazioni finanziarie e commerciali. E, quindi, il ruolo delle multinazionali dell’effimero che imperano indisturbate in un sistema come quello occidentale che ha visto disperdere le identità dei popoli, diversi per cultura, genesi, usi e costumi, in nome di quel villaggio globale esaltato,  osannato e celebrato e  nel cui mito-feticcio parole come Patria, Nazione, Popolo, Territorio, Terra sono bandite e considerate quasi blasfeme. Eppure ci sono stati dei periodi in cui c’era da parte dei responsabili della politica una certa attenzione verso i problemi socio-economico-ambientali, se è vero, come lo è e come l’autore illustra documentando  con precisione estrema le sue argomentazioni, che negli  anni tra il 1920 e il 19440, sono stati realizzati, per esempio,  importanti  interventi di bonifica  ambientale strutturati in piani di provvedimenti nazionali di ampio respiro a tutela del territorio. Nei decenni successivi sciaguratamente questa politica del fare, bene e in tutta la penisola, è stata abbandonata per affidare l’Italia  ” al ricatto del Piano Marshall che, prendere o lasciare, ci ha lanciato nella logica del benessere basato sul consumo, lo spreco e il piacere della vita comoda di cui abbiamo goduto e che dovranno pagare le generazioni</em><em> future”.    </em></strong>Capitalismo e democrazia  intesi come parole vuote  perchè ” <em><strong>la democrazia di cui parlo è quella della prevaricazione dei partiti che si spartiscono le teste anzichè dibattere le idee; che si fanno governare da minoranze in disaccordo che, tuttavia si accordano fra loro quando a loro personalmente conviene …Spesso sono uomini che non cambiano idee perchè non ne hanno. Essi piuttosto cambiano posizione per quella che, per il momento ritengono più sicura e conveniente”. </strong></em>Questo scritto fa un’analisi rigorosa storica e anche dal punto di vista scientifico, e non a caso l’autore ha una laurea in Chimica industriale e per molti anni ha diretto uno stabilimento di produzione di gas tecnici, con la quale  entra nell’anima della Terra, sia quella del territorio che ci appartiene, cioè quella italiana, sia quella più vasta del nostro  pianeta.  L’aggettivo “<em><strong>nostra” , </strong></em>che accompagna la parola terra nel titola non è, secondo me, messo lì a caso, ma indica il senso, anzi  i sentimenti  che sottendono lo scritto  e che sono di amore sviscerato dell’autore  verso la Terra  intesa come risorsa del popolo e, quindi, da maneggiare con cura da parte di Noi tutti. La nostra terra come risorsa di ricchezza individuale e collettiva, da conoscere,  rispettare e amare.  La lettura è scorrevole e piacevole, mai pesante, e spazia toccando ampi periodi della storia d’Italia, come quelli del ventennio fascista, oggi considerati quasi tabù dalla pseudo-cultura accademica, in maniera puntuale e serena. Onore e merito, dunque, all’autore, il Dott. Bruno Tomasich, giovane ottuagenario, che nella pagina fb alla voce orientamento politico, scrive : <em><strong>fascista….e basta.</strong></em></div>

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Questo aforisma dal De rerum natura di Tito Lucrezio Caro che apre lo scritto racchiude in estrema sintesi il pensiero che l’autore svliluppa senza fare sconti a nessuno. La politica delle chiacchiere in sostituzione di quella fattuale da parte di governanti che trattano allegramente la cosa pubblica, la ormai secolare, con brevi periodi di distinguo, sindrome di dipendenza che fa del npstro Paese un satellite-schiavo delle decisioni dello straniero di turno; la questione ambientale che con falsi miti e fasulle teorie poluliste affascina buona parte di quella gente che schivando l’impegno di ricercare la verità aderisce senza se e senza ma alle linee di tendenza che spesso nascondono speculazioni finanziarie e commericlai. E, quindi, il ruolo delle multinazionali dell’effimero che imperano indisturbate in un sistema come quello occidentale che ha visto disperdere le identità dei popoli, diversi per cultura, genesi, usi e costumi, in nome di quel villaggio globale esaltato, osannato e celebrato e nel cui mito-feticcio parole come Patria, Nazione, Popolo, Territorio, Terra sono bandite e considerate quasi blasfeme. Eppure ci sono stati dei periodi in cui c’era da parte dei responsabili della politica una certa attenzione verso i problemi socio-economico-ambientali, se è vero, come lo è e come l’autore illustra documentando con precisione estrema le sue argomentazioni, che negli anni tra il 1920 e il 19440, sono stati realizzati, per esempio, importanti interventi di bonifica ambientale strutturati in piani di provvedimenti nazionali di ampio respiro a tutela del territorio. Nei decenni successivi sciaguratamente questa politica del fare, bene e in tutta la penisola, è stata abbandonata per affidare l’Italia ” al ricatto del Piano Marshall che, prendere o lasciare, ci ha lanciato nella logica del benessere basato sul consumo, lo spreco e il piacere della vita comoda di cui abbiamo goduto e che dovranno pagare le generazioni future”. Capitalismo e democrazia intesi come parole vuote perchè ” la democrazia di cui parlo è quella della prevaricazione dei partiti che si spartiscono le teste anzichè dibattere le idee; che si fanno governare da minoranze in disaccordo che, tuttavia si accordano fra loro quando a loro personalmente conviene …Spesso sono uomini che non cambiano idee perchè non ne hanno. Essi piuttosto cambiano posizione per quella che, per il momento ritengono più sicura e conveniente”. Questo scritto fa un’analisi rigorosa anche dal punto di vista scientifico, e non a caso l’autore ha una laurea in Chimica industriale e per molti anni ha diretto uno stabilimento di produzione di gas tecnici, con la quale entra nell’anima della Terra, sia quella del territorio che ci appartiene, cioè quella italiana, sia quella più vasta del nostro pianeta. L’aggettivo “nostra” , che accompagna la parola terra nel titola non è, secondo me, messa lì a caso, ma indica il senso, anzi i sentimenti che sottendono lo scritto e che sono di amore sviscerato dell’autore verso la Terra intesa come risorsa del popolo e, quindi, da maneggiare con cura. La nostra terra come risorsa di ricchezza individuale e collettiva, da conoscere, rispettare e amare. La lettura è scorrevole e piacevole, mai pesante, e spazia toccando ampi periodi della storia d’italia, come quelli del ventennio fascista, oggi considerati quasi tabù dalla pseudo-cultura accademica, in maniera puntuale e serena. Onore e merito, dunque, all’autore, il Dott. Bruno Tomasich, giovane ottuagenario, che nella pagina fb alla voce orientamento politico, scrive : fascista….e basta.
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Reggio: quelle maledette anomalie di inefficienza che alimentano luoghi comuni e pregiudizi
 

Sono tanti e tali i luoghi comuni, le frasi fatte, i pregiudizi che arrivano al vilipendio nei confronti del Meridione e della Calabria in specie, che mi sono stancata di sopportare e sono sempre più convinta che noi, i Terroni, dovremmo riappropriarci della nostra nobile identità senza se e senza ma a qualsiasi costo e con ogni mezzo. Non posso però trascurare un aspetto fondamentale che riguarda il settore sanità; perché sta di fatto che noi, quelli del Sud e della Calabria per intenderci, abbiamo delle eccellenze che noi stessi denigriamo, salvo poi a rendercene conto personalmente quando, per esempio ci troviamo in una qualche struttura rinomata della “avanzata” regione Lombardia, tanto per fare un nome a caso, e ci rendiamo conto delle precarietà e disfunzioni  di vera e propria illegalità, che vengono mascherate con la diffusione di immagini di efficienza che sanno di miracoloso laddove sono solo false e mendaci.
So pure che, per esempio, gli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria per le prestazioni sanitarie sono un vero e proprio polo di eccellenza. Detto questo ti capitano poi delle cose strane, come il fatto che per avere accesso ad un qualsiasi servizio sanitario tu, malato o comunque sofferente, debba fare delle ore di fila per espletare l’autorizzazione, il cosiddetto CUP, debba aspettare con pazienza, nonostante i tuoi malanni che l’addetto allo sportello, che ha iniziato il suo lavoro intorno alle ore 8, tra le 8,30 e le 9 senta già l’esigenza di corroborarsi  con un caffè, o che debba favorire l’amico e l’amico dell’amico. Capita, mentre tu aspetti tra le tue sofferenze, zitto e paziente. Capita, capitano queste cose. E capita che quando finalmente sul display appare il tuo numero ti senti sollevato e raggiungi subito lo sportello, dove però al momento di pagare ti viene detto che non si può pagare con il bancomat, nonostante sul sito sia chiaramente indicata questa forma di pagamento e nonostante addetti ai lavori te lo avessero confermato. Capita? Capita. Capita che l’addetto allo sportello con fare arrogante, metta da parte la tua pratica, rifiuti naturalmente in sostituzione del bancomat un assegno di conto corrente sul tuo conto, e ti indichi lo sportello bancario all’interno della struttura. E tu ci vai subito di corsa, nonostante non si tratti della tua banca e debba pagare il supplemento per l’operazione. Uno, due, tre, quattro tentativi  e finalmente un volontario in un loculo accanto ti dice che lo sportello bancario non funziona. Non c’è un’anima con cui interloquire e il tribunale del malato è chiuso, mentre gli altri volontari fanno le statuine immobili e inutili. Capita? Sì, capita che tra una cosa e l’altra, tu scoppi a piangere. Tu, che sei fortemente anemico e ti devi nutrire ad orari, sei digiuno perché devi fare i prelievi per le analisi che il medico che ti ha in cura ti consiglia di fare in quella struttura, perché affidabile nei risultati, e devi aspettare ormai da tre ore, tre ore di frustrazione.
Capita, capita che a fronte di un servizio sanitario buono e che non è secondo a nessuno, poi ci si debba confrontare con queste realtà: capita di chiedersi perché non eliminare tutti i presidi del cosiddetto volontariato, che comunque in qualche modo godono di soldi pubblici, capita di chiedersi perché siamo costretti a subire percorsi amministrativi fatiscenti con personale inadeguato, scorretto, maleducato e arrogante. Capitano queste cose il giorno 23 gennaio 2014 a Reggio Di Calabria, la mia città, presso il presidio ospedaliero  di Via Melacrino.

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