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Archive for maggio 2015

 

 

5 acquerello 2013-convetitevi (1)

 

 

 

 

 

 

Quando ti trovi davanti  il bel volume in elegante rosso, hai una specie di timore a toccarlo, quasi profanassi qualcosa di sacro; quando poi riesci a guardare dentro è proprio la sacralità di un tempio immenso e nascosto che ti si svela in maniera discreta e prepotente, umile e superba, con leggerezza e gravità; e, pagina dopo pagina, dipinto dopo dipinto si rivela al tuo animo la sensibilità, il lavoro minuzioso di cesello, di meditazione, introiezione e interpretazione raffinata. Eugenia Musolino non finisce mai di stupire con la sua arte e questa volta l’impresa non era certo delle più facili . Illustrare il Vangelo di Matteo in tavole pittoriche che richiamano frasi significative non è lavoro di tutti i giorni, ma per Eugenia nulla è impossibile, le sfide la affascinano e stimolano e, a sentirla descrivere la sua opera ti viene da pensare che per lei tutto sia semplice e facile. Niente affatto, naturalmente : questa è, invece, la dote di una grande artista, come certamente è Eugenia, fare apparire lieve un lavoro molto complicato che per essere efficace richiede passione e coinvolgimento profondo dei sentimenti più intimi, che pulsano con forza dirompente e scuotono il tuo animo, tra un’armonia di forme e colori che ti colpiscono in maniera globale e ti stupiscono con meraviglia quando ti soffermi sui particolari sempre nuovi e sorprendenti ad ogni battito di ciglia. Un particolare che può essere, per esempio, quello delle mani, aperte ad accogliere la verità, la speranza, la carità, la bellezza, e chiuse a custodire queste virtù in una società sempre difficile da vivere che Eugenia rappresenta bene con l’immagine ricorrente come un filo conduttore della rete. Perchè Eugenia ha proprio la grande dote di rendere attuale le sue opere, il suo Vangelo parla all’uomo di oggi e nei suoi dipinti ognuno può leggervi quello di cui ha bisogno. Dipinti aperti all’animo del singolo e dell’umanità intera, aldilà del tempo e dello spazio, come è ampio il respiro di questa artista dal multiforme ingegno. Grazie Eugenia per le forti emozioni con le quali scuoti il mio animo.

Il 13 maggio sera nella suggestiva cornice della Chiesa di san Giorgio al Corso Eugenia ha presentato il suo bel lavoro, ” Il vangelo della Domenica”,  che illustra il Vangelo di Matteo, con l’intervento straordinario di Don Valerio Chiovaro e alla presenza del Parroco Don Nuccio Santoro che ha  stimolato Eugenia perchè attuasse questo meraviglioso e difficile progetto, che l’artista ha incastonato come un prezioso gioiello che darà in dono alla Parrocchia

Eugenia Musolino,  raffinata artista autodidatta di origini stefanite, scolpisce e dipinge con rara sensibilità e delicatezza sentimenti emozioni, turbamenti e gioie dell’animo umano e dell’umanità. La sua arte è conosciuta ed apprezzata qui e là, in diverse parti del mondo

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Ormai non ho più parole; la mia indignazione e la mia rabbia davanti ad una continua ecatombe di esseri umani non può essere espressa. L’ipocrisia buonista di tutti ( o quasi ) i Governi Italiani che specula sul commercio di popoli grida vendetta al cospetto di Dio e di ogni coscienza, altro che solidarietà, un vocabolo, questo, che non mi piace affatto, che serve solo a coprire un crimine efferato, come quello della tratta di persone vive, e ad ingannare manipolando la buona fede di quanti non si rendono conto che il fenomeno degli immigrati è di fatto un affare sporco, anzi sporchissimo, lurido, indecente, sudicio, schifoso. Con grande sdegno e sommo rammarico riedito alcuni scritti pubblicati in questo blog sin dal 2008 con la triste convinzione che allora, come ora, si preferisce fare chiacchiera inutile invece di affrontare il problema all’origine, un modo per il quale  centinaia di migliaia di persone, sedotte e abbandonate, si sarebbero potute salvare dalla strage.

 

La strage degli innocenti

Non ci voleva barcone una mente eccelsa o un oracolo o un indovino per capire che la tragedia era annunciata da tempo e si poteva evitare.

Io ho fatto dei migranti un problema personale e la mia rabbia aumenta quando penso all’inettitudine dei vari personaggi che sono chiamati a tutela della Res Publica che invece si prostituiscono senza pudore.

Di seguito trascrivo tre articoli miei e di altri autori  che la dicono lunga sulla tratta degli immigrati. Gli scritti portano date ormai passate alla storia : 2008/ 2009/2010. Siamo nel 2013 e ancora il civilissimo e avanzato mondo occidentale permette che questa sporca storia continui. Tutti siamo responsabili e colpevoli: tutte le istituzioni erano chiamate ad intervenire: i  politici, invece di chiacchierare a vuoto e la Chiesa invece di predicare pace e perdono e accoglienza e solidarietà. Bisognava intervenire energicamente nei paesi d’origine ad informare le genti perchè non si facessero abbindolare con falsi miraggi da criminali delinquenti senza scrupoli che lucrano sulle disgrazie  sociali. Adesso siamo tutti addolorati, ma, extrema ratio, se avessimo rimandato indietro i clandestini, avremmo evitato questo scempio. E invece, con tanta ipocrisia e buonismo, non vogliamo guardare aldilà del nostro naso per riempirci la bocca di carità. Personalmente,poi,  avrei preferito, e l’ho detto da subito, che il Papa prima che a Lampedusa, si fosse recato nei paesi d’origine  della gente che parte per cercare di spiegare la verità in modo da arginare il commercio di esseri umani indifesi, ed evitare queste terribili stragi. E  invece preferiamo, sempre e comunque,  piangere i morti invece di cantare la vita. Che  rabbia e quanta tristezza!

Esame di coscienza

luglio 29, 2008 di mimmasuraci | Modifica

http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/naufragio-6giu/naufragio-6giu/stor_8773729_49590.jpgGiunge in queste ore l’ ennesima notizia di tragedia nel mare di un barcone di clandestini. Come si fa a restare indifferenti di fronte ad una vera e propria deportazione di esseri umani , che vengono strappati ai loro luoghi per finire in fondo al mare, le cui acque sono dense e sporche di chiacchiere e teoremi socio-clericali ? Sin da piccola mi hanno insegnato di fare ogni sera l’ esame di coscienza secondo i precetti della dottrina cristiano-cattolica. Ragion per cui ho sempre pensato che i tutori della nostra religione fossero i primi a sottoporsi all’ autoanalisi serale quotidiana. Ora, qui, però, c’è qualcosa di stonato. Quando nei giorni scorsi il Vaticano ha levato la propria voce per chiedere comprensione verso gli immigrati, ho avuto un moto di stizza : come mai la Chiesa non si adopera con tutte le proprie forze per arginare questo fenomeno nei paesi d’ origine ? come mai la Chiesa, che si dice Universale, non grida contro questi crimini efferati ? e come mai la Chiesa ripetutamente invita l’ italia e il suo Governo a tollerare ed accogliere ? Dunque, mi è venuto spontaneo pensare e commentare con gli amici sia questo aspetto, sia un altro intervento temporaneo che la Chiesa, a mio avviso, potrebbe e dovrebbe fare, cioè aprire le porte delle chiese agli immigrati. Dopo qualche giorno, guarda caso, si verificano i fatti di Napoli, con l’ “occupazione” del Duomo da parte degli immigrati; e cosa succede ? Senti, senti; il Cardinale Sepe chiede l’ intervento delle forze dell’ ordine per liberare la Cattedrale. Anche la Chiesa,dunque, si trova in uno stato confusionale e pratica la filosofia dei Padre Zapata , cioè predica in un modo e razzola in un altro . Come dire non ha oer caso dimenticato di fare l’ esame di coscienza prescritto dai suoi precetti ?

Un consiglio capovolto

Il Consiglio d’ Europa va in ordine sparso per assecondare alcuni Paesi,piuttosto che applicare le regole in maniera obiettiva.A mio avviso, poi, questi poveri disperati che si imbarcano senza sostegno non possono essere assimilati ai rifugiati politici. Queste popolazioni andrebbero tutelate nei luoghi d’origine soprattutto con istruzione e informazioni concrete sullo stato reale delle situazioni cui vanno incontro abbandonando il proprio territorio.I viaggi della disperazione, si sa, sono gestiti da affari vergognosi di sfruttamento degli emarginati ed è proprio in questa direzione che la UE dovrebbe intervenire con decisione e fermezza, insieme alla Chiesa, la quale si limita a chiacchierare implorando il rispetto dei diritti della dignità della persona umana senza vedere che tali diritti sono violati proprio dai falsi miraggi con cui viene illusa molta povera gente che paga profumatamente per andare incontro alla morte e a disagi enormi, causando, inoltre, grave nocumento ai Paesi di destinazione. Lo stato italiano, come tutti gli altri, dovrebbe avere riconosciuto e tutelato il diritto di poter richiedere mano d’opera da paesi stranieri in relazione alle proprie esigenze e ai propri bisogni e la clandestinità dovrebbe essere riconosciuta e condannata come reato dal diritto internazionale.Di fatto pare di vivere in una società capovolta dove il carnefice diventa vittima e la vittima carnefice.

Sepolti vivi nel deserto

martedì 23 febbraio 2010

Conoscere l’Africa 5: Libia, l’inferno dei migranti

African Market di Kufra, sudest della Libia, a poco più di mille chilometri da Bengasi. Il confine con l’Egitto e il Sudan è molto vicino. E’ qui uno dei punti preferiti dai trafficanti che contrattano con i migranti che cercano di lasciare il paese libico nel tentativo di approdare in Italia. L’obiettivo prescelto è la costa del nostro Paese. Malta, con il rischio di diciotto mesi di permanenza in attesa di decisioni, è vista come fumo negli occhi. All’isola dei cavalieri preferiscono la Sicilia, con i suoi punti d’approdo più caldi: Lampedusa, Pozzallo o Portopalo di Capo Passero, poco importa. Kufra è uno dei punti più sensibili per lo smistamento dei clandestini. Questa zona, in passato, ha rappresentato uno snodo importante per le carovane di mercanti che arrivavano dal Ciad, da Borkou o da Ouaddai, intenzionate a raggiungere la costa mediterranea.

A Kufra giungono soprattutto i migranti irregolari che partono dai paesi del Corno d’Africa, Somalia soprattutto, ma c’è anche un consistente afflusso di etiopi ed eritrei. A fare da apripista ai mezzi carichi di clandestini sono spesso i poliziotti libici, come si evince dalle testimonianze rese alle autorità italiane da alcuni somali sbarcati di recente in Sicilia. “Spesso, al fine di evitare problemi con i componenti delle organizzazioni criminali che lucrano sul traffico dei clandestini – afferma un cittadino di Asmara – sono i poliziotti a scortare i mezzi con la gente a bordo e questo dietro una dazione di denaro. E non è detto che tutto fili liscio”.

La struttura di Kufra è già stata oggetto di varie ispezioni, condotte da delegazioni dell’Unione Europea. Il centro di smistamento è stato definito “un punto di partenza al di sopra delle leggi ed in cui si concretizzano i primi contatti tra le organizzazioni criminali che fanno affari d’oro sui viaggi della speranza”.

Il sistema libico di detenzione degli irregolari

Le forze di polizia italiane hanno individuato tutti i passaggi e le strategie della holding criminale che agisce dietro il traffico di esseri umani da immettere sopra le imbarcazioni dirette verso le coste della Sicilia. Quando i camion, carichi fino all’inverosimile di persone, vengono fermati in un posto di blocco, le possibilità sono due: o accordarsi immediatamente con le forze di polizia locali, dietro pagamento di una tangente per il lasciapassare, oppure il camion fa inversione di marcia tornando verso il confine sudanese in attesa che i riottosi si convincano a sborsare il denaro.

Tra l’altro, se l’autista del camion decidesse di scaricare tutti nel deserto, il rischio di morire di sete sarebbe molto elevato poiché spesso si scelgono tragitti in cui per centinaia di chilometri non si trova che sabbia. Una strategia per indurre tutti i migranti a pagare senza battere ciglio. Chi non ha pagato prima, alla minaccia di essere riportato in Sudan, paga dopo. E chi non ha i soldi viene arruolato nel mercato del lavoro nero oppure nella prostituzione, con la speranza di raggiungere la cifra utile a pagarsi il posto in barca.

Nel centro di Kufra i metodi sono degni della peggiore “macelleria argentina”. Ci sono testimonianze agghiaccianti, di persone transitate da questo luogo infernale. Un somalo poco più che ventenne parla di Kufra come di “un luogo di morte, dove guardare in faccia chi opera all’interno del centro può scatenare una reazione bestiale fino a riempirti di botte”. Il rancio quotidiano è da Kolyma siberiana: venti grammi di riso in bianco, se vuoi il pane devi pagare a parte. Ed il riso viene servito molto caldo così da far scottare le mani mentre i carcerieri osservano compiaciuti. E’ un sistema per provocare ulteriore umiliazione. E quando entrano le “squadre della morte”, stupri e violenze diventano all’ordine del giorno. Un ex soldato eritreo, scappato dal suo paese, ha raccontato il modo in cui venivano stuprate le donne davanti ai rispettivi mariti, mentre all’interno delle celle la puzza di umido ed escrementi rendeva l’aria irrespirabile. Kufra, tuttavia, non è l’unico centro di detenzione per immigrati irregolari.

In Niger c’è Dirkou ma si potrebbero citare anche Oujda (in Marocco), Nouadhibou (Mauritania) e l’algerino Tinzouatine, definiti “i posti della tratta umana e dello sfruttamento della condizione di migranti clandestini lungo le rotte del Sahara”. Alcune organizzazioni umanitarie hanno stimato questo business in circa venti milioni di euro l’anno, cifra che comprende anche le estorsioni e le razzie. Tolta la parte spettante ai passeurs ed ai militari, il resto va in tasca alle organizzazioni criminali operative nel Nord Africa.

“Se non hai soldi e non ti danno un lavoro, resti bloccato per mesi e mesi rischiando di impazzire”, afferma un somalo approdato a Portopalo di Capo Passero (Siracusa) nei mesi scorsi. Il gruppo criminale più attivo al momento è quello libico, comprendente anche componenti sudanesi ed un supporto di soggetti egiziani, impegnati soprattutto nella parte finale della filiera, quella della traversata del Canale di Sicilia.

Per raggiungere la somma necessaria a pagarsi il “posto” nella carretta del mare, le donne lavorano come domestiche (quando sono fortunate), gli uomini invece trovano da fare come meccanici o muratori. Più che altro si tratta di lavori di trasporto sabbia o di costruzione di mattoni che vengono pagati pochi spiccioli a fronte di tanta fatica e a patto che il lavoratore stesso rimedi una carriola, altrimenti niente da fare.

In Libia c’è anche un sistema di carceri mascherati da centri di permanenza. Ankar è quello situato all’interno dell’oasi di Kufra. A volte, il camion che trasporta i detenuti si ferma per diverse ore sotto il sole, senza alcun motivo. L’aria all’interno del mezzo si fa presto irrespirabile, il caldo diventa subito soffocante. E più la gente grida più i libici prolungano la sosta mentre la puzza di escrementi e sudore si fa sempre più forte di minuto in minuto.

Parecchie persone vengono arrestate a Bengasi o a Misurata. Qui, quando qualcuno scappa, la reazione della polizia è immediata. Le retate successive portano nel centro di detenzione un numero nettamente superiore di persone rispetto a quelle che si sono date alla fuga. E poco importa se tra coloro che vengono fermati vi siano quelli effettivamente fuggiti. Gli aguzzini sono imperterriti: giorno per giorno vengono allestite squadre di detenuti impegnate nella costruzione di altre strutture interne al campo di detenzione.

Chi non ce la fa, viene dislocato al lavaggio delle macchine dei poliziotti. Terminata la detenzione a Misurata, il migrante pensa di essere pronto per l’imbarco in uno dei tanti natanti pronti a prendere il largo, facendo rotta per l’Italia. “Ed invece – dichiara un cittadino eritreo – le autorità libiche decidono di riportarti a Kufra perché sei stato accusato di immigrazione clandestina e quindi sei passibile di espulsione. In realtà, c’è già l’accordo per venderti a qualche mediatore che, dopo aver incassato la somma stabilita ti rispedisce a Bengasi”.

Così, avanti ed indietro tra Bengasi, Tripoli e Kufra per dissanguare economicamente chi spera di partire via mare, perché ad ogni nuovo arresto si deve pagare. Del resto, dopo il petrolio, lo sfruttamento dei clandestini è una voce molto florida per l’economia libica e il migrante irregolare è considerato come “una quantità di dollari in movimento”. La vendita ai contrabbandieri dei detenuti, da parte delle forze dei polizia, avviene direttamente dal carcere. Gli acquirenti possono anche essere sudanesi. Se “l’acquistato” non ha i soldi, lavora come schiavo fino ad estinguere il debito. I più fortunati, a volte, giungono a Tripoli in uno sgangherato taxi dove si va in cinque o sei, sfruttando anche il bagagliaio. Nel quartiere dei mercanti di uomini avviene la contrattazione. Di notte la polizia mette in atto le retate e i clandestini sono sempre pronti a darsi alla fuga.

Chi ha bisogno di andare in ospedale, per non correre il rischio di essere denunciato, deve trovare un libico che, dietro pagamento, ti presta la sua identità. E per chi è affetto da malaria o, peggio ancora, da Hiv c’è il rischio di un’iniezione letale. “In Libia, l’immigrato irregolare deve guardarsi da tutti, – ci dice Mahmoud, giovane proveniente da un villaggio sudanese – se riesci ad evitare le retate dei poliziotti, spesso finisci picchiato e derubato dalla gente del posto che ti pedina sistematicamente appena capisce che sei un irregolare e che hai dei soldi”.

Superata la fase della detenzione, scampato alle retate e alle aggressioni, racimolata la cifra per pagare l’imbarco su un barcone, il migrante irregolare contatta gli intermediari che molto spesso sono etiopi o eritrei che lavorano per un trafficante locale. Il passaggio dall’inferno libico non è ancora finito, la disperazione è pari alle sofferenze e con la consapevolezza che, pur sopravvivendo al viaggio, non sei niente, solo un immigrato irregolare.

“Questo è peggio della prigionia nel tuo paese ma si parte perché non hai alternative, perché nel mio paese, la Somalia, l’inferno ha una faccia ancora peggiore”. Nella parole di Mahmoud sembra di intravedere la realtà descritta magistralmente da Varlam Salamov ne “I racconti della Kolyma”, libro che nei primi anni Ottanta ha fatto conoscere al mondo l’orrore del sistema concentrazionario sovietico. Le angherie delle guardie, la denutrizione, l’assoluta mancanza di umanità, l’essere quasi in un mondo a parte, le persone ridotte a cose, schiavizzate, vendute e rivendute, senza diritti e solo con obblighi per evitare maltrattamenti e percosse.

In uno dei racconti di Salamov, intitolato “La carriola”, l’autore evoca l’orrore e l’oppressione del lavoro in miniera dove la carriola è un simbolo, come per i migranti irregolari che in Libia cercano questo attrezzo per poter lavorare come muratori e sperare di racimolare il necessario per ottenere un posto in barca e partire per l’Italia.

Le organizzazioni criminali

Gli investigatori italiani ipotizzano una riorganizzazione a breve della componente criminale libanese molto attiva nel traffico di immigrazione clandestina. Questi trafficanti di uomini si sono spostati da un pezzo verso Grecia e Cipro ma potrebbero tornare a guardare alle coste nordafricane. Dalla seconda metà del 2009, in seguito agli accordi del governo italiano con Gheddafi, gli sbarchi hanno registrato un calo. Il leader libico, del resto, continua ad usare il tema immigrazione come una pistola puntata nei confronti dell’Europa e dei paesi del bacino mediterraneo in particolare.

Le rotte cambiano

Per evitare il dispositivo di controllo congiunto italo-libico, i trafficanti hanno modificato le rotte della traversata. Uno dei punti preferiti, da un po’ di tempo a questa parte, è Zliten, non molto distante da Tripoli. Si punta verso il confine egiziano e la navigazione avviene più ad est, verso le coste greche, per poi virare in direzione della Sicilia allungando il tempo e i rischi della navigazione. Questo cambio di strategia trova conferma nelle riserve di carburante che le forze dell’ordine italiane trovano a bordo dei barconi appena sbarcati, cresciuti da 5-6 contenitori a 10-12 taniche di gasolio. “Abbiamo notato, dalla metà del 2009 in avanti, – afferma Carlo Parini, sostituto commissario e responsabile del Gruppo interforze di contrasto dell’immigrazione della Procura di Siracusa – che il numero di sbarchi si è drasticamente ridotto. E’ cresciuto, però, il numero delle persone caricate sulle imbarcazioni. Di recente, in provincia di Siracusa, abbiamo avuto arrivi di oltre duecento migranti in un solo sbarco”.

A conferma di questo, va rilevato il caso del barcone con 250 migranti, tra cui parecchie donne e bambini, rimasto a lungo a fare la spola nel mare in tempesta tra il 24 e il 26 di ottobre scorso, a largo delle coste siciliane, assistito da una nave petroliera che ha lanciato viveri ed acqua a bordo, non potendosi avvicinare per paura di speronamenti, considerate le avverse condizioni meteo-marine.

Anche in questa occasione, si è registrato il comportamento “pilatesco” di Malta che avrebbe addirittura autorizzato le forze libiche ad effettuare il prelevamento dell’imbarcazione. Intervento, poi non concretizzatosi, che poteva rappresentare un precedente in grado di andare ben oltre le soglie del “respingimento”, non tralasciando la circostanza riguardante la presenza a bordo di eritrei e somali, sicuramente dei potenziali richiedenti asilo. Tra l’altro, tornare in Libia dopo il respingimento equivale, per chi incappa nelle maglie del dispositivo di pattugliamento, a ricevere un biglietto di ritorno verso l’inferno.

Il viaggio di Adam

Tra i tanti che sono transitati dalla Libia dopo aver attraversato il deserto, vedendo la morte in faccia, c’è Adam, un giovane ivoriano di 26 anni. Lo incontriamo in Sicilia, in una struttura per richiedenti asilo. La maglietta del Bayern Monaco è quasi una seconda pelle. Attende lo status di rifugiato, che gli permetterà di cercarsi un lavoro, assistito da un avvocato siciliano che gli ha assicurato il patrocinio legale in modo del tutto gratuito. La sua storia è simile a quella di tanti africani che, dopo aver attraversato il Sahara e il tratto di mare che separa l’Africa dalla Sicilia, giungono in Italia con l’intenzione di costruirsi un futuro.

«Ho fatto studi di perito meccanico, puntavo a laurearmi ma la guerra nel mio paese mi ha costretto a scappare. Mio padre è morto e io non avevo altre possibilità: o fuggire o finire arruolato. Ho scelto la prima opzione». Adam racconta il suo passaggio del deserto. «Un primo tratto lo abbiamo fatto con un furgone poi, quando la sabbia si è fatta più profonda, siamo stati scaricati e da lì in avanti abbiamo proseguito a piedi. Con me avevo solo un litro d’acqua che avrei dovuto far bastare per circa una settimana, tanto era il tempo stimato per l’attraversamento della zona desertica». Alcuni suoi compagni di viaggio non ce l’hanno fatta. «Due li ho visti morire e li ho dovuti abbandonare lì, nell’immensa distesa di sabbia. Dovevo proseguire, cercare di giungere al più presto in Libia dove sarebbe cominciata la seconda fase del mio viaggio verso l’Italia ».

Nel paese libico, Adam ha dovuto rinnegare la sua religione per poter trovare un lavoro. «Io sono un cattolico ma in Libia ho dovuto dire di essere un musulmano altrimenti non ti davano nemmeno il diritto di parlare. Ho incontrato gente talmente priva di umanità da non sembrare nemmeno umana». Con altri 27, dopo alcuni mesi di duro lavoro, Adam è stato caricato in una piccola imbarcazione diretta verso le coste italiane.

«Il mare fa meno paura del deserto. Se hai superato il Sahara rimanendo vivo, è già una grande cosa. Prendere il largo a bordo di una qualsiasi imbarcazione è il segnale che stai per farcela, che il peggio è ormai alle spalle, che ti sei lasciato l’inferno libico». Il passaggio in mare non è certo una agevole. Sei costretto a bere acqua salata, l’esposizione continua al sole ti sfianca, gli schizzi di carburante sul corpo sono strali acuminati. L’approdo è sinonimo di salvezza. Adam guarda la piccola imbarcazione che lo ha condotto in Sicilia. «Da sei mesi e mezzo mia madre non ha notizia di me. – aggiunge Adam con una punta di commozione – Le ho inviato una lettera, spero la riceva. Vorrei rimanere in Sicilia, lavorare, avere tanti amici e studiare la costituzione italiana e le leggi del vostro paese. Così posso diventare un buon cittadino. Intanto, ringrazio Dio per avermi fatto superare tante difficoltà».

Il suo è lo sguardo di chi, nonostante tutto, spera nel futuro. Sua madre non sa ancora che il figlio si trova in Sicilia dopo aver attraversato l’inferno della crudeltà e dell’assoluta mancanza di scrupoli, dove l’uomo diventa il peggior nemico dei suoi simili. Come scrisse uno scrittore, nel commentare una delle tante traversate della speranza nel Mediterraneo, “abbiamo, se l’abbiamo, la sopravvivenza ad una catastrofe, lo scampo ad un naufragio. L’esito non è mai una salvezza realizzata”.

Gli investigatori italiani: “Il nostro ruolo è anche garantire alti livelli di soccorso e accoglienza”

Parla Carlo Parini, responsabile del Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina della Procura di Siracusa.

Quattro magistrati e sette esperti in tema di immigrazione. Questi i numeri del “Gruppo interforze di contrasto dell’immigrazione clandestina”, costituito nell’ottobre del 2006 dalla Procura di Siracusa, retta dal procuratore Ugo Rossi, unica realtà di questo tipo operativa in Italia. Un pool proveniente da diverse istituzioni dello Stato, coordinati dal sostituto commissario di polizia Carlo Parini, funzionario con una vasta esperienza internazionale. “Nel nostro lavoro investigativo non manca l’aspetto del soccorso. Anzi, spesso siamo impegnati a fianco dei volontari siciliani che assicurano la prima accoglienza e soccorso dei migranti che approdano da queste parti. Un impegno che, per quanto mi riguarda, considero superiore a quello che viene assicurato in altri paesi, ad esempio, come la Spagna”. Il gruppo rappresenta il fiore all’occhiello nelle investigazioni sull’imponente traffico di clandestini nel Mediterraneo. Tra i successi riportati, l’aver sgominato una complessa organizzazione criminale che aveva organizzato il traffico di clandestini cingalesi, attraverso il canale di Suez, poi introdotti in Sicilia e su tutto il territorio nazionale. Interpreti di lingua araba ed una vasta rete di informatori collaborano con questa struttura. Il lavoro del gruppo interforze continua anche dopo gli sbarchi, bisogna identificare e inserire nel data-base tutti gli immigrati, la Procura di Siracusa è così un vero punto di riferimento in Italia, la memoria storica. Parini ha contribuito a riconoscere soggetti che erano già stati identificati ed espulsi, che tornano con il sistema degli alias (utilizzo di altri nomi).

Sergio Taccone, in “Popoli e Missione”, gennaio 2010

Sergio Taccone, giornalista, scrive per il quotidiano La Sicilia e per il mensile delle Opere Missionarie Popoli&Missione. Dal 2001 segue gli sbarchi di migranti nella Sicilia sud-orientale. Nel 2009 ha vinto il Premio Internazionale di Giornalismo “Maria Grazia Cutuli”. Autore di un libro inchiesta (Dossier Portopalo, il naufragio fantasma) sulla più grave tragedia nel Mediterraneo del secondo dopoguerra: il naufragio del Natale ’96 in cui persero la vita quasi 300 migranti cingalesi, indiani e pakistani. Dal libro di Taccone è stato tratto anche il documentario Il viaggio di Adamo, realizzato nel 2009.

  • Reportage di Oggi. Le immagini che mostrano come si muore nel deserto della Libia

L’inferno dei migranti

Un testimone racconta cosa succede dove i clandestini sono solo una merce. Anche da buttare, se serve

Un cimitero senza lapidi. E’ il deserto della Libia, attraversato dalle rotte dei migranti. Qui «sono i morti che cercano i vivi» scrive Gianni Passavini, in un reportage che esce mercoledì sul settimanale Oggi. «Li trovi senza cercarli. Passi col tuo fuoristrada e lì, dove tutto è sabbia color ocra, vedi spuntare una camicia azzurra, un lembo che sventola, quasi a voler segnalare una presenza». E’ quella di un ragazzo nero disteso nella sabbia. Uno dei tanti che hanno perso la vita, non solo la speranza di cambiarla. Molti sono anche quelli che tentano di ritornare al loro paese, dopo essere stati intercettati in mare da qualche nave militare e riconsegnati al loro destino africano, che ripassa per forza dal deserto dalla Libia. Sempre che riescano a sfuggire ai centri di detenzione predisposti da Gheddafi.

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I VIAGGI DI RITORNO – Da quando nello scorso marzo è stato firmato l’accordo tra Italia e Libia per il via ai respingimenti in mare, il flusso di ritorno è aumentato. Soprattutto di quelli che arrivano da paesi in guerra, che prima confidavano di ottenere lo status di rifugiati. Oggi ha raccolto la testimonianza di un italiano che si trova spesso ad attraversare il “cimitero senza lapidi”. E’ lui a spiegare come questo obitorio senza confini assorba un numero di morti che nessuno conosce. Dopo qualche giorno la sabbia seppellisce gli uomini neri senza nome. Ma se uno arriva in tempo, prima che il deserto nasconda per sempre queste tracce, vede “i morti che cercano i vivi”. E, se la fortuna ha pietà, è anche possibile salvarne anche qualcuno. «Il camion su cui viaggiavano si è rotto – spiega il testimone – l’abbiamo anche visto. C’è sempre una macchina che segue i camion di clandestini, con tutta probabilità ha caricato gli autisti, abbandonando gli altri al loro destino». Ci sono anche le immagini di un video girato sul posto, a “illustrare” il racconto. I migranti non erano morti da molto tempo. «Due di loro erano ancora vivi – spiega il testimone italiano – ma completamente disidratati. Li abbiamo trasportati ad Al Gutrun e li abbiamo salvati». Sono tantissimi gli incidenti che coinvolgono i camion di clandestini. Ma quasi mai nessuno lo viene a sapere. Sono stracarichi di cose e persone, oltre ogni logica e contro ogni equolibrio: basta una buca o un dosso e il viaggio della speranza, o della fuga, si trasforma in morte sicura.

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LA FEROCIA DEI TRAFFICANTI – Chi gestisce questi flussi di dannati ha il senso degli affari, e solo quello. Gli introiti dei viaggi della speranza sono una miniera di soldi e non si può sgarrare. Se qualcuno cerca di fregare questi trafficanti è finito. In altre immagini pubblicate dal settimanale si vedono due ragazzi presi a bastonate, cosparsi di benzina e bruciati vivi. Loro non sono nemmeno arrivati a morire sotto la sabbia.

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Alcuni di coloro che mi sono vicini dicono che di qualsiasi cosa io parli spesso comincio dalla preistoria e certamente è vero : per carattere , formazione e per il mio vissuto, mi sento obbligata ad approfondire, sviscerare, analizzare ogni fatto, atto, situazione, avvenimento e quant’altro, insomma, incrocio sulla mia strada.Inoltre il mio dire è costellato da immancabili digressioni, perchè saltare di palo in frasca è un altro mio vizietto. E’ un percorso faticoso per chi mi ascolta, ma ancor più laborioso per me stessa perchè mi costa riflessione attenta e puntigliosa, ma tant’è, ormai, giocoforza, mi sono accettata costi quel che costi. Nella fattispecie della quale qui voglio trattare, e cioè delle prossime elezioni comunali che a fine mese vedranno coinvolto pure il mio bel paesino, quel borgo bellissimo che risponde al nome di S. Stefano in Aspromonte, devo riandare agli anni settanta, quando, in occasione di una consultazione comunale, a me e a mia madre con la quale allora, io ragazza, vivevo, è stata trasferita d’ufficio la residenza anagrafica : pur essendo domiciliate a Reggio Calabria per motivi di lavoro, ci recavamo molto spesso in paese, anche facendo la spola e soggiornandovi per parecchio tempo dopo aver io stessa affrontato i disagi di studente pendolare per frequentare il liceo a Reggio e l’università a Messina, grazie all’incapacità dei nostri amministratori che in cento anni, e dico proprio un secolo, non sono riusciti a realizzare la strada a scorrimento veloce Gallico-Gambarie, una strada che io come Sonia e come tanti altri, troppi, cittadini della ridente Vallata, portiamo sulle spalle. Il trasferimento forzato della residenza aveva senza alcun dubbio un sapore politico, si trattava, infatti, di una vera e propria epurazione nei confronti di un buon numero di residenti decise su valutazioni aleatorie di questo o quel personaggio che cercava di accattare qualche consenso in maniera subdola. Nonostante l’illegittimità del provvedimento, tra l’altro impugnato con successo da alcuni compaesani che vivevano stabilmente nel lontano nord Italia, mia madre e io non ci siamo ribellate, pensando che -se il nostro Paese non ci vuole, significa che non ci merita-. Eh sì, perchè l’appartenenza ad un territorio, secondo me, va ben oltre il certificato elettorale e un documento anagrafico non incide sui miei sentimenti personali. Figuriamoci. Non ho mai fatto parte di alcuna parrocchia, non ho mai avuto una tessera di partito, non appartengo a questa o quella parte politica; cerco di mantenere il mio pensiero libero, libero dalle manipolazioni sociali, politiche, economiche, più o meno occulte, figuriamoci se un cambio di residenza potesse mai intaccare il rapporto con il mio paese, la cui terra che ho calcato sin da piccola a piedi nudi mi ha aiutato a crescere forte e corazzata nei confronti delle intemperie del quotidiano! Adesso, qui e ora, da qualche mese, si verifica lo stesso fenomeno all’incontrario, chiamiamole residenze di ritorno, e sì perchè ritornano, eccome; succede, però, che il 31 maggio prossimo a S. Stefano in Aspromonte si debba votare per il rinnovo del Consiglio Comunale e questo avvenimento ha fatto scoppiare l’amore di ritorno verso il luogo e molti sono tornati residenti !!! Che stranezze, vero? Io però ho un alto concetto della cosa pubblica e la politica, quella buona s’intende, dovrebbe impegnarsi e lavorare seriamente per il bene comune. Anche non votando nel mio paese, ne seguo le vicende con attenzione e partecipazione, perchè a me piace vivere quel posto come luogo della mia anima. Mah! capita che, proprio in un periodo come il nostro in cui la corruzione, il compromesso e la mala politica dilagano come un fiume esondato, a tutte le latitudini, la candidatura di Sonia Romeo apre il cuore alla speranza. Non perchè è la prima volta che a S. Stefano ci sia una donna candidata a Sindaco, non già, sarebbe riduttiva questa interpretazione nell’occasione, bensì per il significato della sua candidatura. Stefanita purosangue,colta e raffinata, funzionario medico in un Istituto pubblico con incarichi delicati, moglie e madre affettuosa e attenta di tre figli, Sonia è stata ed è tuttora in prima linea in tutte le attività del paese , nelle quali si spende con tutte le sue forze. Con lei, a cavallo degli anni che segnano il passaggio del millennio appena trascorso, ho condiviso un’avventura associativa, sempre nel nostro Paese, S. Stefano, nella quale entrambe avevamo creduto e ci eravamo tuffate con entusiasmo e che poi senza esitazioni e con grande sofferenza ho abbandonato indignata per comportamenti subdoli, falsi, sleali, ipocriti , ambigui, equivoci, di alcuni suoi rappresentanti. Capita anche, che nei miei soggiorni in paese il mio corpo subisca qualche aggressione velenosa da parte di insetti malevoli, e allora Sonia accorre anche in piena notte e, armata di bisturi e pazienza, con delicatezza estragga i pungiglioni. Disponibile con tutti e a qualsiasi ora, Sonia non si nega mai e affronta ogni situazione con il sorriso, con leggerezza; puntuale e allegra, senza alcun timore, accetta le sfide con impegno fresco ed energie instancabili. Tra me e Sonia c’è una amicizia a distanza, nel senso che, anche se il quotidiano non ci consente di frequentarci assiduamente, ci comprendiamo da lontano probabilmente perchè parliamo un linguaggio simile : e non azzardo citando le famose affinità elettive. Adesso, da stefanita di razza qual è, auguro a Sonia di volare sulle ali di sempre del vero, del giusto e del bello in modo da levare i pungiglioni velenosi dalla res publica, e da far emergere l’importante storia e le ricche risorse umane e territoriali ritrovando l’anima dei nostri luoghi. In bocca al lupo, mia cara, che il cielo ti sorrida sempre e pure questa volta, insieme ai tuoi collaboratori. Ad maiora.

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