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Archive for marzo 2019

Che dice la pioggerellina di marzo ?

di marzo, che picchia argentina
sui tegoli vecchi
del tetto, sui bruscoli secchi
dell’orto, sul fico e sul moro
ornati di gèmmule d’oro?
Passata è l’uggiosa invernata,
passata, passata!
Di fuor dalla nuvola nera,
di fuor dalla nuvola bigia
che in cielo si pigia
domani uscirà Primavera
guernita di gemme e di gale,
di lucido sole,
di fresche viole,
di primule rosse, di battiti d’aie,
di nidi,
di gridi
di rondini, ed anche
di stelle di mandorlo, bianche… –
Ciò dice la pioggerellina
di marzo che picchia argentina
sui tegoli vecchi
del tetto, sui bruscoli secchi
dell’orto, sul fico e sul moro
ornati di gèmmule d’oro.
Ciò canta, ciò dice;
e il cuor che l’ascolta è felice.

Angelo Silvio Novaro

Vento di marzo

C’è un signore che va a spasso
con la mazza e l’occhialino,
lo accompagna passo passo
Marzo allegro e birichino;
e ad un tratto (oh, che monello!)
manda in aria il suo cappello.
Sciorinato li sull’aia
vede un candido bucato;
lo contempla la massaia
con lo sguardo pia beato,
ma di Marzo il venticello
le fa un tiro da monello.
l ragazzi, sulla piazza
stan giocando in lieti crocchi,
ad un tratto, infuria; impazza;
han la polvere negli occhi:
cos’è stato? È sempre quello,
è di Marzo il venticello.
Poveretta quella donna!
non sa dove riparare:
poveretta! La sua gonna
è una vela in alto mare
e, di Marzo, il venticello
pia che mai fa il pazzerello.
Raggi d’oro e nuvolette
cielo azzurro a pecorine,
pruni in fiore, nuove erbette,
bucanevi e pratoline;
sole, pioggia e venticello:
ecco Marzo pazzerello.

Rosalia Calleri

Marzo

Marzo: nu poco chiove
e n’ato ppoco stracqua
torna a chiovere, schiove,
ride ‘o sole cu ll’acqua.Mo nu cielo celeste,
mo n’aria cupa e nera,
mo d’’o vierno ‘e tempesta,
mo n’aria ‘e Primmavera.N’ auciello freddigliuso
aspetta ch’esce ‘o sole,
ncopp’’o tturreno nfuso
suspireno ‘e vviole.Catarì!…Che buo’ cchiù?
Ntiénneme, core mio!
Marzo, tu ‘o ssaie, si’ tu,
e st’ auciello songo
Salvatore Di Giacomo
Primavera
Un sentore di viole…
ecco marzo pazzerello

piedi nudi e giubberello
ricci al vento e viso al sole.

È una gioia rivederlo;
e se a tratti si fa mesto,
pur si rasserena presto
e fischietta come un merlo.

Diego Valeri

Gioia di marzo
Fresca gioia, l’erba nasce
così lustra e cosi breve
dove il sol ruppe la neve
e l’agnello se ne pasce.
Anche l’acqua ch’era ghiaccio
s’incammina dentro il fosso
con un po’ di cielo in dosso,
mormorando: -Se ti piaccio,
vieni a bermi cosi pura
pria che tocchi la pianura.
L’alberello di cotogno
apre gli occhi e guarda il mondo
e nel rivo vispo e fondo
getta l’ultimo suo sogno;
poi, toccato dal Signore,
sui rametti più lontani,
come dentro esili mani,
posa un candido suo fiore
cosi allegro che la gente
dentro l’anima lo sente.
Renzo Pezzani

La siepe s’è desta

Nei boschi, da sera a mattina,
si schiudono fresche sorprese:
leggero sui prati cammina
Marzo, incantevole mese.
È già non più sonnolento
il rio, né risuona si dura
la terra: nel tiepido vento
già verzica la verzura.
Ancora non c’è l’usignolo
ricolmo di note e di trilli,
ma lungo le prode e nel brolo
già fremono e ciarlano i grilli.
E, guarda, la siepe s’è desta
coperta di fiori, odorosa:
il pesco s’ammanta di festa
schiudendo i suoi petali rosa.
C’è pioggia, c’è vento, c’è sole:
è marzo, ogni cosa ha un incanto;
è marzo, che piange e non vuole,
che mostra il sorriso tra il pianto.

Alfred De Musset

Marzo

Ecco Marzo, il terzo mese,
che, scrollando i folli ricci,
un pò matto e un pò cortese
fa le smorfie ed i capricci.
Tutto nervi e argento vivo,
muta umore ogni momento
ed annunzia il proprio arrivo
con la grandine e col vento.
Fischia e morde, piange e ride,
ed ingemma il colle e il prato
mentre,ancora, il vento stride..
Ma l’inverno è terminato,
Quanta luce nel creato,
dopo i tuoni e la bufera!
marzo è il paggio scapigliato
della dolce primavera

Pasquale Ruocco
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O natura, o natura,

perché non rendi poi

quel che prometti allor? perché di tanto

inganni i figli tuoi?

 

Un proverbio che viene ripetuto all’infinito recita che “historia est magistra vitae”;  ma, secondo me, si tratta di un vero e proprio paradosso, un luogo comune, un mantra che viene ripetuto in automatico, se è vero, come lo è, che studiare la storia non serve proprio a nulla. Questa mia considerazione scaturisce dall’osservazione e riflessione su diversi fenomeni socio-culturali che ormai da tempo caratterizzano i comportamenti umani, in particolare la mia attenzione è rivolta, nella fattispecie, all’ambiente e alle sue sfaccettature. Orbene, per dire di ambiente prendo come punto di riferimento il cosiddetto diluvio universale, evento descritto e celebrato in vario modo e in vari tempi da moltissime narrazioni : dalla Genesi di Eridu , testo sumerico databile tra il quarto/quinto secolo a.C. , all’epopea di Gilgamesh, dagli Anunnaki alla Bibbia, tutte le religioni raccontano con dettagli particolareggiati di un evento alluvionale disastroso,  di estinzioni di specie animali, di fenomeni ambientali e climatici estremi con ecatombe di intere popolazioni. La storia narra di glaciazioni e di esseri umani che si spostano periodicamente secondo la variabilità del clima e delle condizioni di vita, di terremoti e maremoti e di eruzioni vulcaniche e di scomparse di antiche ed avanzate civiltà.

Natura, dunque, madre e matrigna.

Nell’antichità molti di questi fenomeni disastrosi venivano ricondotti ora all’ira degli Dei, ora a vendetta  di un Dio offeso nei suoi Comandamenti.

Oggi, nel mondo progredito del terzo millennio, pare abbiamo dimenticato che la natura sia un organismo in continua evoluzione, in perenne trasformazione, un corpo dinamico, con dei cicli spesso imprevedibili, del quale l’essere umano è una creatura. E preferiamo pensare il mondo naturale statico, piatto ubbidiente ai comandi dell’uomo, che si tira fuori dal contesto ambientale, quasi fosse un essere soprannaturale. Ogni variazione pur minima richiede una spiegazione plausibile e capro espiatorio è proprio l’uomo con il suo agire sconsiderato. Secondo me stiamo esagerando; fermo restando il fatto che l’essere umano è parte integrante dell’ambiente che lo ospita, fermo restando il fatto che l’essere umano deve rispettare il proprio habitat e utilizzare per questo tutti gli strumenti a sua disposizione. Mi riferisco all’uso di materiali ecologici , alla messa al bando di tutti i prodotti inquinanti sia nel settore biologico che nel campo botanico e a tutte le misure che possano rendere la vita sul pianeta più umana.

Per non dire, poi, degli alberi : se mi permetto, eludendo il troppo lungo iter per avere le autorizzazioni istituzionali, se mi permetto, dicevo, di abbattere un albero vecchio e  pericolante su un terreno di mia proprietà, rischio la prigione, mentre se un albero vecchio e pericolante cade causando la morte, qualcuno va al creatore, come ci raccontano le cronache del quotidiano.  Gli alberi andrebbero allocati con cura tenendo conto della natura del terreno e della specie arborea, e poi, a maturazione, la pianta andrebbe sostituita con nuovi virgulti e il legno utilizzato per i diversi usi. Però adesso sull’ambiente si specula lucrando. Est modus in rebus, certi sunt fines quos ultra citraque nequit consistere rectum“. Ci vuole equilibrio e raziocinio :se si arriva a dire che la tosatura delle pecore è un atto di violenza sulla bestiola, allora non mi taglio più manco un capello perchè mi violento, e mentre da un lato pretendiamo di proteggere i bambini da ogni atto di maltrattamento, spesso togliendoli ai legittimi e giusti genitori, poi li mandiamo allo sbaraglio, abusando di loro, come succede in questi giorni con la giovane “ecologista” svedese, usata per lucrare in un  gioco di interessi politici- sociali vergognoso, tra un coro unanime omogeneizzato di ipocrisia e bigottismo. Ridurre i cambiamenti climatici a manifestazioni inquinanti è quanto di peggio potesse generare una società ignorante, anestetizzata, che ha rinunziato a pensare abbandonandosi alle manipolazioni speculative di massa di turno.

Storia universale

In principio la Terra era tutta sbagliata,
renderla più abitabile fu una bella faticata.
Per passare i fiumi non c’erano ponti.
Non c’erano sentieri per salire sui monti.

Ti volevi sedere?
Neanche l’ombra di un panchetto.
Cascavi dal sonno?
Non esisteva il letto.

Per non pungersi i piedi, né scarpe né stivali.
Se ci vedevi poco non trovavi gli occhiali.
Per fare una partita non c’erano palloni:
mancava la pentola e il fuoco per cuocere i maccheroni.

Anzi a guardare bene mancava anche la pasta.
Non c’era nulla di niente.
Zero via zero, e basta.

C’erano solo gli uomini, con due braccia per lavorare
e agli errori più grossi si poté rimediare.
Da correggere, però, ne restano ancora tanti:
rimboccatevi le maniche, c’è lavoro per tutti quanti.

Gianni Rodari

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