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Posts Tagged ‘Don Sturzo’

 

 

No, non mi piace proprio la festa dell’ipocrita cazzimma delle istituzioni, del chiacchiericcio  confuso e virtuale. Si tratta di festeggiamenti forzati, estemporanei e in buona parte non sentiti, organizzati solo e solamente per contrastare le politiche territoriali della Lega Nord. Io, piuttosto, vorrei festeggiare la secessione dell’Italia, quella vera, la meridionale, dal resto dello stivale perchè questa festa è intrisa di retorica, che da originaria arte del dire si tramuta qui e ora, e molto spesso comunque, nell’arte del fare…il nulla, per la quale si sciupano molte risorse che si potrebbero impiegare diversamente e certamente in maniera utile. Dietro questa retorica si nascondono i crimini commessi dal Nord nei confronti del Mezzogiorno spoliato e ridotto a colonia; crimini che si  perpetuano con cinismo  e inganno perchè quando una piccola colonia osa ribellarsi al malcostume e ai torti subiti con menzogne e inganni , lo Stato democratico reagisce okkupandola con i carri armati, come succede nei Fatti di Reggio Calabria del 1970; crimini che si perpetuano con una informazione che censura fatti realmente accaduti, allora come ora, trascurando e ignorando, esaltando e celebrando o piuttosto denigrando, secondo la convenienza di parte. Si tratta, di fatto, di una operazione al massacro tuttora in corso, come conferma, qualora ce ne fosse bisogno, la censura su alcuni film che ricercano la verità e che non trovano adeguata diffusione perchè considerati scomodi, e mi riferisco a E li chiamarono briganti di Pasquale Squitieri oppure a Liberarsi di Salvatore Romano, due registi coraggiosi e bravi, che cercano di sfuggire all’omologazione di massa che manipola cervelli e coscienze, e per questo  oscurati.  E in questo contesto anche  il riconoscimento imperdonabilmente tardivo di un diritto, come per esempio la realizzazione della SSV Gallico- Gambarie, viene considerata una grazia per la quale prostrarsi da qualche parte.Perchè bisogna essere di parte : tutti, sempre e comunque; e viene considerato bugiardo chi sostiene di appartenere alla propria parte secondo il proprio pensiero libero da orpelli e infingimenti o tornaconti che dir si voglia. Fin quando non si saranno riconosciuti quei reati, fino a quando non si sarà fatta giustizia recitando il mea culpa, chiedendo scusa e riconoscendo gli abusi e i reati commessi nei confronti del Sud della penisola, fino a quando non si cambierà tendenza rendendo conto e chiudendo con il passato ingannevole e omertoso resterà sempre un grosso nodo da sciogliere e  un focolaio pronto a sprigionare fiamme vive.

Detto questo, come si fa ad esaltare l’unificazione della penisola quando certi, molti esponenti politici nazionali si affannano all’estero a  dir male a prescindere del proprio Paese, dell’Italia dunque,  solo per denigrare  l’avversario interno?  Come si fa ad esaltare una soltanto presunta unità mentre si rinunzia a tutelare la dignità di nazione in mome di un malinteso sentimento di solidarietà e di accoglienza ?

E’ proprio squallida una festa del genere, che poi si denomina dell’Unità, un richiamo comunque sinistro, perchè simbolo della subalternità  di certa politica a  pesanti domini stranieri.

A questo punto sento forte il bisogno di richiamare il pensiero e le parole  di Don Luigi Sturzo, sacerdote siciliano e politico di razza estintache io considero il mio manifesto e che, secondo me, dovremmo, noi terroni, abitanti dell’Italia Terronia, quella vera, appunto, perchè ci hanno rubato pure il nome, tenere sempre presente :

Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da soli, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere la responsabilità delle nostre opere, trovare l’ iniziativa dei rimedi ai nostri mali; non siamo pupilli, non abbiamo bisogno della tutela interessata del nord; e uniti nell’ affetto di fratelli e nell’ unità del regime, non nella uniformità dell’ amministrazione, seguiremo ognuno la nostra via economica , amministrativa e morale nell’ esplicazione della nostra vita”.

Che fatica, fare l’Italia… I sentimenti dei patrioti, i progetti dei politici, gli interessi dei potenti

Patrizia Zangla

Il 17 marzo 1861 il Regno d’Italia è proclamato. Il sovrano è Vittorio Emanuele II di Savoia, Re d’Italia «per grazia di Dio e volontà della nazione», formula che unisce la tradizione dei re di diritto divino e l’espressione della volontà popolare. 17 marzo 2011 il Risorgimento è ritenuto una storia stantia con i suoi eroi e i suoi martiri. Distrattamente i nomi riecheggiano nella toponomastica: Largo Mazzini, Via Cavour, Piazza Garibaldi. Come suggeriva Croce, la storia è sempre contemporanea, sono i nostri occhi a deformare i tratti di una storia di giovani, di coraggio e di lealtà.

Il lungo evento-Risorgimento, in cui rintracciare un’origine intellettuale che vede l’incipit nell’Illuminismo riformista e nell’abbattimento dell’Ancien régime (e per cui forzato sarebbe porre la premessa teorica nelle riflessioni di Dante, Guicciardini e Machiavelli, poiché l’Italia cui essi si riferiscono è un’espressione letteraria e non uno Stato indipendente e sovrano), è un percorso politicamente e ideologicamente complesso. Un evento accidentato e drammatico non privo di chiaroscuri, di colpe, di errori. Dietro e dentro queste questioni si celano i patrioti coi loro sentimenti, gli ideologi e i politici coi loro progetti, la monarchia sabauda, la Chiesa, il Papa e gli Stati europei coi loro interessi. È la spinta dei patrioti democratici come Pilo, Crispi, Mazzini che porta Garibaldi a pensare all’impresa dei Mille, per eliminare la reggenza di Francesco II Borbone e di risalire verso Napoli o forse verso Roma. Un evento a cui prendono parte anche le donne. Nobili, borghesi, madri, amanti, sorelle che sostengono la causa rivoluzionaria. Un’esigenza di ideale e di rivoluzione che prosegue fino alla Resistenza, quando il nuovo impeto della Liberazione nazionale antinazista si riannoda alla determinazione dei patrioti delle “Cinque giornate” di Milano.
Fra gli storici la visione non è concorde. Due possono considerarsi le tendenze interpretative, che Pécout racchiude nell’espressione “due Risorgimenti”: una attiene all’epica risorgimentale classica, l’altra muove dall’ala liberale democratica, per spiegare il Risorgimento come una rivoluzione popolare, sia pure interpretabile come «passiva» o «fallita». I sabaudisti enfatizzano l’alta idealità della missione monarchica, altri, come Salvemini e Salvatorelli, ritengono la proclamazione del regno «un’ingenua rappresentazione del Risorgimento» al servizio di Casa Savoia. Croce la ritiene positiva poiché contributo al cambiamento, di contro a Gobetti e Gramsci, che usano il termine di «fallita» per il carattere «insoluto» data la mancanza di un’azione popolare e di «passiva» per l’incapacità dei democratici di coinvolgere le masse. La conseguenza è la formazione di uno Stato unito ma non popolare con una classe reggente reazionaria.
Un unico percorso lega il connubio di Cavour-Rattazzi, inaugurazione delle coalizioni governative per il raggiungimento della maggioranza parlamentare, al trasformismo di Depretis e al parlamentarismo di Giolitti. Una degradazione etica della prassi politica che si è riprodotta su scala regionale e locale. Tuttavia, «la storia scavalca la storiografia»: mentre Cavour, cinicamente, tesse la trama delle relazioni internazionali e pensa a un’Italia unita sotto lo scettro sabaudo, Mazzini, rivoluzionario leale, vede nella Repubblica la costruzione della volontà democratica popolare, «l’Italia una, unita e repubblicana», un ideale divenuto reale nella Costituzione e Garibaldi fa convivere democrazia e monarchia.
Grida, spari, sangue accompagnano lo sfondamento garibaldino fino all’ingresso di Palermo in cui patrioti gridano: «Siamo italiani! Viva l’Italia!». E D’Azeglio scrive: «Per la ragione che gl’Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina… l’Italia non potrà divenir nazione». Il senso di quest’espressione supera il «Vanno fatti gli italiani», che gli è erroneamente addebitato, poiché egli rileva la difformità fra i risultati raggiunti dall’unità e l’arretratezza socio-culturale del Paese. L’Italia è regionalista, il tessuto sociale nasce disomogeneo. La differenza fra Nord e Sud rivela disuguaglianza e corruzione dei costumi, nata dalla connivenza tra autorità e classi alte. La chiusa de “Il Gattopardo” lo evidenzia. L’interminabile ballo è metafora paradigmatica della scomparsa dell’endemica nobiltà parassita che realizza un’operazione trasformista: abbandona i Borboni per i Piemontesi, a tutela dei propri privilegi e a conferma di un cambiamento istituzionale.
Inizialmente Garibaldi ha l’appoggio spontaneo dei “villani” e gli interessi delle parti, patrioti e contadini, convergono e contribuiscono alla riuscita dell’impresa, il fine comune è eliminare la reggenza borbonica, ma la “rivoluzione agraria” non rientra in questo fine. Come intuito da Pisacane la democrazia mazziniana tarda a comprendere la centralità del “problema della terra” . A chi legge con acribia i fatti appare evidente che il punto focale è la liberazione-unificazione, sottovalutato è il problema economico-amministrativo. Il fraintendimento siciliano si alimenta col desiderio del possesso della terra già nella fase che precede la spedizione, a seguito di congiunture precise: tra le misure messe a punto dalla neo segreteria di Stato garibaldina vi è il ripristino delle misure attuate con la legge rivoluzionaria del ’49, fra cui la divisione delle terre nobiliari ai cittadini del Comune d’appartenenza. Nell’editto di Salemi si fa riferimento alla richiesta del servizio militare obbligatorio, su cui conta Garibaldi per formare un “Esercito meridionale”, ma le sue aspettative sono deluse perché i siciliani mantengono la loro ostilità alla leva. Il sistema dispotico borbonico nega al Sud ogni ammodernamento e innesca un sistema contraddittorio: all’arretratezza delle istituzioni corrisponde una forte pressione fiscale. Tuttavia, nell’intricata situazione postunitaria l’estensione nazionale delle leggi piemontesi comporta un aggravio della tassazione che, assieme alla richiesta di leva obbligatoria, innesca una bomba. Il brigantaggio, interpretabile come episodio di lotta di classe, è la risposta popolare. Il sovrano deposto e il Papa lo fomentano in funzione antigovernativa. Il neo governo nazionale risponde con un’azione militare e giuridica, e non sociale come avrebbe dovuto.
Valutando da più prospettive sembra non esista reale alternativa al processo unitario, così come compiuto. Il tema nutre un cattivo revisionismo storico a prevalente carattere ideologico, fra neo-meridionalisti che stigmatizzano la “conquista regia” contro il Sud e nordisti antiunitari. Criticato è Garibaldi, da eroe a malandrino. La sua biografia conferma lo spirito di un condottiero spartano e le maldicenze sulla sottrazione di denaro, nate in tempo reale, si possono fugare con una ricostruzione della sua vita. Analogamente all’accusa di relazione con la Massoneria, non giova decontestualizzare.
Il Risorgimento, infine, è un evento realizzato con un concorso di elementi e di forze differenti, per sentimenti, principi ideologici, metodi e mezzi ma orientati per un fine comune, l’Italia.
Gazzetta del Sud


L’Unità e i dubbi degli scrittori siciliani

Melo Freni

Se dagli inizi dello Stato unitario il problema emergente è stato quello del Sud, la «questione meridionale» come denunciata da sociologi e politici, ad esso si è aggiunto il problema del Nord, che fa del decisionismo l’arma vincente della propria intransigenza. Alla luce di questo sorge spontanea la domanda se per caso non abbiano avuto ragione, e non ne abbiano ancora, quegli scrittori siciliani che, pur nell’atmosfera trionfale della meta raggiunta, non si fecero scrupolo di annotare con tempismo gli scricchiolii della nascente unità.Nel «Gattopardo» il principe Fabrizio annota che l’Unità è nata male in una sciroccosa giornata di Donnafugata, quando era stata «uccisa la buona fede», riferendosi ai brogli elettorali del plebiscito, quando don Ciccio Tumeo, che aveva votato contro l’Unità, allo spoglio dei voti aveva dovuto constatare che il consenso era stato unanime e il suo «no» se lo erano mangiato. Ma ancora prima c’era stato il Pirandello de «I vecchi e i giovani» dove il patriota Giovanni Mortara viene ucciso a Favara dallo stesso esercito sabaudo che lui, legalista in quei giorni di tumulti, era accorso a difendere: «Ma chi abbiamo ucciso?». Domanda inquietante non solo di quei giorni. Sarebbe cambiato tutto per non cambiare niente?Nel romanzo «I viceré» Federico De Roberto metteva l’accento sulla repentina vocazione popolare di don Consalvo Uzeda, da far dire all’anziana principessa che quando c’erano i Borboni la loro famiglia era stata quella dei Viceré, quindi, sopravvenuta l’Unità, era diventata quella dei deputati al Parlamento: un potere vale l’altro!Tutti e sempre i soliti giochi di potere (ma importante è averlo capito, dice Pirandello), con la solita aristocrazia preponderante. Non solo, come prima, aristocrazia del sangue (dal gattopardo Tancredi all’onorevole Uzeda) ma anche del censo (vedi il senatore don Calogero Sedara). E tutto, e sempre, volto ad annullare i sogni di una giustizia lungamente attesa da un popolo rimasto sempre a cullare sogni oltre le illusioni: leggi i moti di Alcara descritti da Vincenzo Consolo nel «Sorriso dell’antico marinaio», leggi il racconto «Il 48» di Sciascia, e ancora sul massacro di Bronte, leggiamo i cronisti locali dei fatti che qua e là insanguinarono, dal 1860 al ’62, decine e decine di paesi siciliani.E valga ricordare, per una rapida conclusione, «Qualcuno ha ucciso il generale» di Matteo Collura, sulla sorte dell’ex generale Giovanni Corrao, ucciso ad Unità sancita per la paura che potesse ancora rinfocolare di ardore garibaldino una Palermo ormai sedata.Celebriamo l’Italia, dunque, celebriamo l’Unità, ma diamo atto a tanta letteratura siciliana della sua presenza critica, non già per separare ma per offrire una visione disincantata di una storia dove l’Italia si riconosca e migliori.

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Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da soli, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere la responsabilità delle nostre opere, trovare l’ iniziativa dei rimedi ai nostri mali; non siamo pupilli, non abbiamo bisogno della tutela interessata del nord; e uniti nell’ affetto di fratelli e nell’ unità del regime, non nella uniformità dell’ amministrazione, seguiremo ognuno la nostra via economica , amministrativa e morale nell’ esplicazione della nostra vita”.

Luigi Sturzo

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Il sindaco di Capo d’ Orlando distrugge con la piccozza una targa commemorativa di Garibaldi. Notizia, questa, che guadagna molti titoli su testate nazionali, solo perchè è stata ripresa dal ” The Times” di Londra ,sul quale il corrispondente da Roma, Richard Own scrive un pezzo dal titolo “ Sicilian majior takes a hammer to Garibaldi the revolutionary hero”. All’ unanimità la stampa italiana descrive il gesto quale oltraggio al Risorgimento e all’ Unità d’ Italia. Sgombrando subito il campo da ogni eventuale equivoco, dico subito che approvo il gesto del sindaco Sindoni e propongo di eliminare dalla toponomastica dei luoghi dell’ Italia meridionale tutti i riferimenti a persone e fatti che enfatizzino l’ unificazione nazionale. (altro…)

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