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Posts Tagged ‘lega Nord’

Questa frase è falsa

La Cosa paradossale

la Cosa è così paradossale, secondo me, che avevo deciso di non darle alcuna importanza, ma, dal momento che è montato un vero e proprio casus belli, non posso ignorarla.

Dunque, dicevo la Cosa. Oggetto e soggetto : l’accostamento fatto  da un politico, di nome Calderoli, tra un animale, nella fattispecie l’Orango, e un Ministro, tale Kienge.

Sono d’uopo delle premesse, che nel caso della Cosa, sono fondamentali.

Calderoli e tutto il popolo politico della Lega Nord non perdono occasione per lanciare gratuitamente insulti, vilipendi densi di falsità e menzogne nei confronti del Meridione  italiano e dei meridionali italiani, in ciò supportati da qualche nota penna, come quella di Vittorio Feltri  che infilza a raffica notizie errate e ingannevoli nei riguardi del Sud e dei suoi cittadini. Il tutto nell’indifferenza generale, tranne qualche voce sporadica come quella autorevole di Piero Sansonetti, anzi nel tacito plauso, spesso anche degli stessi meridionali.Quando, invece, per dovere di cronaca e per rispetto della verità storica, si dovrebbero chiedere a gran voce le dimissioni di tutto l’apparato leghista.

Preciso  anche che a me le nomine di alcuni ministri mi hanno lasciato perplessa, non per questioni di razza o di etnia ma perchè personalmente ritengo che persone come, ad esempio, la Idem, la Kienge, la Lorenzin, non abbiano le competenze necessarie per svolgere il ruolo richiesto dagli incarichi loro assegnati dal Presidente del Consiglio Letta.

Ma questa è un’altra storia, che non influisce sull’argomento che qui e ora voglio evidenziare.

Detto questo, accade, dunque, che la scintilla scoppi quando viene toccata un ministro solo perchè si tratta di persona straniera e di colore. Eppure gli accostamenti tra persone ed animali sono all’ordine del giorno : tra familiari, tra amici e nel mondo politico. Solo qualche esempio : Bossi-cane, Calderoli-maiale, Berlusconi-caimano.

Secondo me si è montato un caso sull’ipocrisia buonista, sull’atteggiamento servile dell’Italia nei confronti dello straniero, su un malinteso senso dell’accoglienza e dell’educazione. E si finisce per danneggiare lo stesso ministro in questione facendolo sentire diverso e viziandolo. Come si fa con Balotelli, un campioncino calcistico che non può essere fischiato neppure quando gioca male perchè si grida al razzismo, e anzi  si esalta oltremisura  perdonadogli gli eccessi che ai giocatori di pelle chiara vengono contestati. Che non ci sia in Italia un razzismo all’incontrario?

Il rispetto della dignità della persona umana non conosce confini delle dimensioni spazio-tempo, non conosce latitudini nè longitudini, e dovrebbe sottendere ogni considerazione che riguardi l’essere umano in quanto individuo unico e irripetibile, in quanto persona.

Per questo personalmente dissento anche dell’iniziativa del Comune di Roccella Jonica che addirittura dà la cittadinanza onoraria al Minitro Kienge e mi chiedo perchè non abbia fatto una cosa simile quando in ballo c’erano politici italiani; e certamente non condivido le considerazioni che in proposito esprime l’Onorevole Gianni Nucera : cone cittadina italiana io mi sono sentita offesa innumerevoli volte dagli esponenti della Lega, dov’era lei Onorevole?   ” Ne uccide più la lingua che la spada” : contro gli italiani si possono pepretare i peggiori crimini, guai a fare un commento ad uno straniero. E’ questa la regola da osservare?

Più che terra di approdo a me l’Italia appare come terra di conquista e vorrei che i politici italiani, che dovrebbero rappresentare anche me, si prodigassero per arginare la tratta di schiavi, perchè di questo si tratta : gente, tanta gente, che viene illusa con il miraggio dell’eldorado-Italia, spogliata dei propri beni  e anche data letteralmente in pasto ai pesci dai trafficanti internazionali.

Aveva proprio ragione  il Sommo Poeta:

“Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!”

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Il Sig. Salvatore Armando Santoro ci regala questo scritto

DESIDERO CONDIVIDERE  ALCUNE RIFLESSIONI CON  TUTTI I MERIDIONALI CHE LA STORIA LA CONOSCONO DAVVERO. ORMAI L’ITALIA E’ FATTA ED E’ STUPIDO DIVIDERLA COME VORREBBERO GLI SCIACALLI DELLA LEGA. ANCHE LORO HANNO USUFRUITO DELLA FAMOSA CASSA DEPOSITI E PRESTITI ALIMENTATA DALLE RIMESSE DEI MERIDIONALI ALL’ESTERO CHE SONO SERVITI SOLO PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE DEL NORD. ALTRO CHE MERIDIONALI POPOLO DI PARASSITI! CHE STRONZI INCIVILI ED ANALFABETI! OGGI QUESTA ITALIA BISOGNA RENDERLA PIU’ GIUSTA E PIU’ RICONOSCENTE VERSO I TANTI MERIDIONALI CHE SI SONO SACRIFICATI PER FARLA CRESCERE (O CHE SONO STATI SACRIFICATI NELLE TRINCEE DEL CARSO NELLA GUERRA DEL 1915-18 PER COSTRUIRLA).
Salvatore Armando Santoro
http://www.circoloculturaleluzi.net
http://www.poetare.it/santoro.html

EVVIVA GARIBALDI

Evviva Garibaldi il grande seduttore
del mezzogiorno un dì liberatore

con suoi soldati male equipaggiati
che Rubattino a Quarto ha foraggiati

Non penso fosse sponsor naturale
forse qualcuno s’è informato male.

Infatti, anche Vittorio Emanuele
già sapeva del furto delle vele,

visto che Farini già era informato
che Rubattino voleva esser pagato!

Insomma il via da Quarto genovese
era come il segreto del marchese

che aveva scritto anche sulla scala
che i Mille andavano a Marsala.

In gran silenzio insomma son partiti
mentre gli inglesi stampavano gli inviti:

“A giorni spettacolo dei pupi
prendere posto in spiaggia sui dirupi”.

“Per vedere arrivare gli invasori
con Garibaldi e i suoi liberatori”.

Arrivati laggiù, è facile intuire,
che i Borboni dovessero fuggire.

Invero come accade molte volte
è uno scherzo far riuscire le rivolte.

Difatti se i comandanti son pagati
e facile poi dire: “son scappati!”.

A parte qualche finta scaramuccia
a Palermo si trovò soltanto “ciuccia” (*)

per la felicità dei giovani invasori,
accolti dalla mafia e dai signori

al suono della banda e dei tromboni
agitando le drappelle ed i blasoni.

Così poi si concluse l’invasione
finita in sesso e grande libagione.

Ma appena Garibaldi salpò via
riprese la manfrina e cosi sia.

L’arruolamento divenne obbligatorio
e il contadino messo in purgatorio

con quasi trenta tasse da pagare,
le industrie della seta da smontare

e coi soldati fedeli a “Franceschielle”
da farsi massacrare a Fenestrelle.

Davvero un bell’inzio siciliano
e a tanti scassò non solo l’ano.

Della strage del Bronte sorvoliamo
ma a investigare bene vi invitiamo

come sarebbe da guardare a fondo
la lotta dei braccianti al latifondo.

La verità la sa il liberatore:
ma fu un eroe oppure un predatore?

Salvatore Armando Santoro
(Boccheggiano 18.1.2011 – 21.25)

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No, non mi piace proprio la festa dell’ipocrita cazzimma delle istituzioni, del chiacchiericcio  confuso e virtuale. Si tratta di festeggiamenti forzati, estemporanei e in buona parte non sentiti, organizzati solo e solamente per contrastare le politiche territoriali della Lega Nord. Io, piuttosto, vorrei festeggiare la secessione dell’Italia, quella vera, la meridionale, dal resto dello stivale perchè questa festa è intrisa di retorica, che da originaria arte del dire si tramuta qui e ora, e molto spesso comunque, nell’arte del fare…il nulla, per la quale si sciupano molte risorse che si potrebbero impiegare diversamente e certamente in maniera utile. Dietro questa retorica si nascondono i crimini commessi dal Nord nei confronti del Mezzogiorno spoliato e ridotto a colonia; crimini che si  perpetuano con cinismo  e inganno perchè quando una piccola colonia osa ribellarsi al malcostume e ai torti subiti con menzogne e inganni , lo Stato democratico reagisce okkupandola con i carri armati, come succede nei Fatti di Reggio Calabria del 1970; crimini che si perpetuano con una informazione che censura fatti realmente accaduti, allora come ora, trascurando e ignorando, esaltando e celebrando o piuttosto denigrando, secondo la convenienza di parte. Si tratta, di fatto, di una operazione al massacro tuttora in corso, come conferma, qualora ce ne fosse bisogno, la censura su alcuni film che ricercano la verità e che non trovano adeguata diffusione perchè considerati scomodi, e mi riferisco a E li chiamarono briganti di Pasquale Squitieri oppure a Liberarsi di Salvatore Romano, due registi coraggiosi e bravi, che cercano di sfuggire all’omologazione di massa che manipola cervelli e coscienze, e per questo  oscurati.  E in questo contesto anche  il riconoscimento imperdonabilmente tardivo di un diritto, come per esempio la realizzazione della SSV Gallico- Gambarie, viene considerata una grazia per la quale prostrarsi da qualche parte.Perchè bisogna essere di parte : tutti, sempre e comunque; e viene considerato bugiardo chi sostiene di appartenere alla propria parte secondo il proprio pensiero libero da orpelli e infingimenti o tornaconti che dir si voglia. Fin quando non si saranno riconosciuti quei reati, fino a quando non si sarà fatta giustizia recitando il mea culpa, chiedendo scusa e riconoscendo gli abusi e i reati commessi nei confronti del Sud della penisola, fino a quando non si cambierà tendenza rendendo conto e chiudendo con il passato ingannevole e omertoso resterà sempre un grosso nodo da sciogliere e  un focolaio pronto a sprigionare fiamme vive.

Detto questo, come si fa ad esaltare l’unificazione della penisola quando certi, molti esponenti politici nazionali si affannano all’estero a  dir male a prescindere del proprio Paese, dell’Italia dunque,  solo per denigrare  l’avversario interno?  Come si fa ad esaltare una soltanto presunta unità mentre si rinunzia a tutelare la dignità di nazione in mome di un malinteso sentimento di solidarietà e di accoglienza ?

E’ proprio squallida una festa del genere, che poi si denomina dell’Unità, un richiamo comunque sinistro, perchè simbolo della subalternità  di certa politica a  pesanti domini stranieri.

A questo punto sento forte il bisogno di richiamare il pensiero e le parole  di Don Luigi Sturzo, sacerdote siciliano e politico di razza estintache io considero il mio manifesto e che, secondo me, dovremmo, noi terroni, abitanti dell’Italia Terronia, quella vera, appunto, perchè ci hanno rubato pure il nome, tenere sempre presente :

Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da soli, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere la responsabilità delle nostre opere, trovare l’ iniziativa dei rimedi ai nostri mali; non siamo pupilli, non abbiamo bisogno della tutela interessata del nord; e uniti nell’ affetto di fratelli e nell’ unità del regime, non nella uniformità dell’ amministrazione, seguiremo ognuno la nostra via economica , amministrativa e morale nell’ esplicazione della nostra vita”.

Che fatica, fare l’Italia… I sentimenti dei patrioti, i progetti dei politici, gli interessi dei potenti

Patrizia Zangla

Il 17 marzo 1861 il Regno d’Italia è proclamato. Il sovrano è Vittorio Emanuele II di Savoia, Re d’Italia «per grazia di Dio e volontà della nazione», formula che unisce la tradizione dei re di diritto divino e l’espressione della volontà popolare. 17 marzo 2011 il Risorgimento è ritenuto una storia stantia con i suoi eroi e i suoi martiri. Distrattamente i nomi riecheggiano nella toponomastica: Largo Mazzini, Via Cavour, Piazza Garibaldi. Come suggeriva Croce, la storia è sempre contemporanea, sono i nostri occhi a deformare i tratti di una storia di giovani, di coraggio e di lealtà.

Il lungo evento-Risorgimento, in cui rintracciare un’origine intellettuale che vede l’incipit nell’Illuminismo riformista e nell’abbattimento dell’Ancien régime (e per cui forzato sarebbe porre la premessa teorica nelle riflessioni di Dante, Guicciardini e Machiavelli, poiché l’Italia cui essi si riferiscono è un’espressione letteraria e non uno Stato indipendente e sovrano), è un percorso politicamente e ideologicamente complesso. Un evento accidentato e drammatico non privo di chiaroscuri, di colpe, di errori. Dietro e dentro queste questioni si celano i patrioti coi loro sentimenti, gli ideologi e i politici coi loro progetti, la monarchia sabauda, la Chiesa, il Papa e gli Stati europei coi loro interessi. È la spinta dei patrioti democratici come Pilo, Crispi, Mazzini che porta Garibaldi a pensare all’impresa dei Mille, per eliminare la reggenza di Francesco II Borbone e di risalire verso Napoli o forse verso Roma. Un evento a cui prendono parte anche le donne. Nobili, borghesi, madri, amanti, sorelle che sostengono la causa rivoluzionaria. Un’esigenza di ideale e di rivoluzione che prosegue fino alla Resistenza, quando il nuovo impeto della Liberazione nazionale antinazista si riannoda alla determinazione dei patrioti delle “Cinque giornate” di Milano.
Fra gli storici la visione non è concorde. Due possono considerarsi le tendenze interpretative, che Pécout racchiude nell’espressione “due Risorgimenti”: una attiene all’epica risorgimentale classica, l’altra muove dall’ala liberale democratica, per spiegare il Risorgimento come una rivoluzione popolare, sia pure interpretabile come «passiva» o «fallita». I sabaudisti enfatizzano l’alta idealità della missione monarchica, altri, come Salvemini e Salvatorelli, ritengono la proclamazione del regno «un’ingenua rappresentazione del Risorgimento» al servizio di Casa Savoia. Croce la ritiene positiva poiché contributo al cambiamento, di contro a Gobetti e Gramsci, che usano il termine di «fallita» per il carattere «insoluto» data la mancanza di un’azione popolare e di «passiva» per l’incapacità dei democratici di coinvolgere le masse. La conseguenza è la formazione di uno Stato unito ma non popolare con una classe reggente reazionaria.
Un unico percorso lega il connubio di Cavour-Rattazzi, inaugurazione delle coalizioni governative per il raggiungimento della maggioranza parlamentare, al trasformismo di Depretis e al parlamentarismo di Giolitti. Una degradazione etica della prassi politica che si è riprodotta su scala regionale e locale. Tuttavia, «la storia scavalca la storiografia»: mentre Cavour, cinicamente, tesse la trama delle relazioni internazionali e pensa a un’Italia unita sotto lo scettro sabaudo, Mazzini, rivoluzionario leale, vede nella Repubblica la costruzione della volontà democratica popolare, «l’Italia una, unita e repubblicana», un ideale divenuto reale nella Costituzione e Garibaldi fa convivere democrazia e monarchia.
Grida, spari, sangue accompagnano lo sfondamento garibaldino fino all’ingresso di Palermo in cui patrioti gridano: «Siamo italiani! Viva l’Italia!». E D’Azeglio scrive: «Per la ragione che gl’Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina… l’Italia non potrà divenir nazione». Il senso di quest’espressione supera il «Vanno fatti gli italiani», che gli è erroneamente addebitato, poiché egli rileva la difformità fra i risultati raggiunti dall’unità e l’arretratezza socio-culturale del Paese. L’Italia è regionalista, il tessuto sociale nasce disomogeneo. La differenza fra Nord e Sud rivela disuguaglianza e corruzione dei costumi, nata dalla connivenza tra autorità e classi alte. La chiusa de “Il Gattopardo” lo evidenzia. L’interminabile ballo è metafora paradigmatica della scomparsa dell’endemica nobiltà parassita che realizza un’operazione trasformista: abbandona i Borboni per i Piemontesi, a tutela dei propri privilegi e a conferma di un cambiamento istituzionale.
Inizialmente Garibaldi ha l’appoggio spontaneo dei “villani” e gli interessi delle parti, patrioti e contadini, convergono e contribuiscono alla riuscita dell’impresa, il fine comune è eliminare la reggenza borbonica, ma la “rivoluzione agraria” non rientra in questo fine. Come intuito da Pisacane la democrazia mazziniana tarda a comprendere la centralità del “problema della terra” . A chi legge con acribia i fatti appare evidente che il punto focale è la liberazione-unificazione, sottovalutato è il problema economico-amministrativo. Il fraintendimento siciliano si alimenta col desiderio del possesso della terra già nella fase che precede la spedizione, a seguito di congiunture precise: tra le misure messe a punto dalla neo segreteria di Stato garibaldina vi è il ripristino delle misure attuate con la legge rivoluzionaria del ’49, fra cui la divisione delle terre nobiliari ai cittadini del Comune d’appartenenza. Nell’editto di Salemi si fa riferimento alla richiesta del servizio militare obbligatorio, su cui conta Garibaldi per formare un “Esercito meridionale”, ma le sue aspettative sono deluse perché i siciliani mantengono la loro ostilità alla leva. Il sistema dispotico borbonico nega al Sud ogni ammodernamento e innesca un sistema contraddittorio: all’arretratezza delle istituzioni corrisponde una forte pressione fiscale. Tuttavia, nell’intricata situazione postunitaria l’estensione nazionale delle leggi piemontesi comporta un aggravio della tassazione che, assieme alla richiesta di leva obbligatoria, innesca una bomba. Il brigantaggio, interpretabile come episodio di lotta di classe, è la risposta popolare. Il sovrano deposto e il Papa lo fomentano in funzione antigovernativa. Il neo governo nazionale risponde con un’azione militare e giuridica, e non sociale come avrebbe dovuto.
Valutando da più prospettive sembra non esista reale alternativa al processo unitario, così come compiuto. Il tema nutre un cattivo revisionismo storico a prevalente carattere ideologico, fra neo-meridionalisti che stigmatizzano la “conquista regia” contro il Sud e nordisti antiunitari. Criticato è Garibaldi, da eroe a malandrino. La sua biografia conferma lo spirito di un condottiero spartano e le maldicenze sulla sottrazione di denaro, nate in tempo reale, si possono fugare con una ricostruzione della sua vita. Analogamente all’accusa di relazione con la Massoneria, non giova decontestualizzare.
Il Risorgimento, infine, è un evento realizzato con un concorso di elementi e di forze differenti, per sentimenti, principi ideologici, metodi e mezzi ma orientati per un fine comune, l’Italia.
Gazzetta del Sud


L’Unità e i dubbi degli scrittori siciliani

Melo Freni

Se dagli inizi dello Stato unitario il problema emergente è stato quello del Sud, la «questione meridionale» come denunciata da sociologi e politici, ad esso si è aggiunto il problema del Nord, che fa del decisionismo l’arma vincente della propria intransigenza. Alla luce di questo sorge spontanea la domanda se per caso non abbiano avuto ragione, e non ne abbiano ancora, quegli scrittori siciliani che, pur nell’atmosfera trionfale della meta raggiunta, non si fecero scrupolo di annotare con tempismo gli scricchiolii della nascente unità.Nel «Gattopardo» il principe Fabrizio annota che l’Unità è nata male in una sciroccosa giornata di Donnafugata, quando era stata «uccisa la buona fede», riferendosi ai brogli elettorali del plebiscito, quando don Ciccio Tumeo, che aveva votato contro l’Unità, allo spoglio dei voti aveva dovuto constatare che il consenso era stato unanime e il suo «no» se lo erano mangiato. Ma ancora prima c’era stato il Pirandello de «I vecchi e i giovani» dove il patriota Giovanni Mortara viene ucciso a Favara dallo stesso esercito sabaudo che lui, legalista in quei giorni di tumulti, era accorso a difendere: «Ma chi abbiamo ucciso?». Domanda inquietante non solo di quei giorni. Sarebbe cambiato tutto per non cambiare niente?Nel romanzo «I viceré» Federico De Roberto metteva l’accento sulla repentina vocazione popolare di don Consalvo Uzeda, da far dire all’anziana principessa che quando c’erano i Borboni la loro famiglia era stata quella dei Viceré, quindi, sopravvenuta l’Unità, era diventata quella dei deputati al Parlamento: un potere vale l’altro!Tutti e sempre i soliti giochi di potere (ma importante è averlo capito, dice Pirandello), con la solita aristocrazia preponderante. Non solo, come prima, aristocrazia del sangue (dal gattopardo Tancredi all’onorevole Uzeda) ma anche del censo (vedi il senatore don Calogero Sedara). E tutto, e sempre, volto ad annullare i sogni di una giustizia lungamente attesa da un popolo rimasto sempre a cullare sogni oltre le illusioni: leggi i moti di Alcara descritti da Vincenzo Consolo nel «Sorriso dell’antico marinaio», leggi il racconto «Il 48» di Sciascia, e ancora sul massacro di Bronte, leggiamo i cronisti locali dei fatti che qua e là insanguinarono, dal 1860 al ’62, decine e decine di paesi siciliani.E valga ricordare, per una rapida conclusione, «Qualcuno ha ucciso il generale» di Matteo Collura, sulla sorte dell’ex generale Giovanni Corrao, ucciso ad Unità sancita per la paura che potesse ancora rinfocolare di ardore garibaldino una Palermo ormai sedata.Celebriamo l’Italia, dunque, celebriamo l’Unità, ma diamo atto a tanta letteratura siciliana della sua presenza critica, non già per separare ma per offrire una visione disincantata di una storia dove l’Italia si riconosca e migliori.

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Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da soli, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere la responsabilità delle nostre opere, trovare l’ iniziativa dei rimedi ai nostri mali; non siamo pupilli, non abbiamo bisogno della tutela interessata del nord; e uniti nell’ affetto di fratelli e nell’ unità del regime, non nella uniformità dell’ amministrazione, seguiremo ognuno la nostra via economica , amministrativa e morale nell’ esplicazione della nostra vita”.

Luigi Sturzo

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https://i0.wp.com/giotto.ibs.it/cop/copj13.asp

“Io sarei vissuto onesto, se mi avessero lasciato in pace”.

Questa affermazione è di Pasquale Cavalcante, brigante di Corleto Perticara, in Provincia di Potenza; pronunciata l’ 1 di agosto del 1863, prima di essere giustiziato dall’esercito della guardia risorgimentale. Il suo reato, quello di  essere stato sergente di Francesco II, il Borbone, per il quale è stato deriso, ingiuriato, maltrattato, sputato, lacerato …prima di essere ucciso.

Leggere l’ultima fatica di Pino Aprile ,” Terroni”, edizioni Piemme-2010, è come ricevere un forte pugno nello stomaco : rimani stordita. Per la verità devo dire che, forse per una dote o un vizio di natura, forse per la formazione ricevuta prima e poi cercata con insistente e  spesso scomoda ostinazione, personalmente mi sono ben presto convinta di avere subito un oltraggio vigliacco, di essere stata scippata selvaggiamente, di essere stata abusata nel mio sacro diritto alla libertà vera da coloro che qualcuno mi aveva insegnato  a chiamare fratelli, i fratelli del Nord per capirci. Il mio disagio vive e si nutre nel passato e si alimenta con nuova linfa sempre fresca e fertile nel presente, qui e ora , mentre vivo una condizione nella quale la rabbia maggiore proviene dagli insulti che  quotidianamente attentano il mio vivere come i tentacoli di una piovra e che mi inducono a percepire lo Stato come la mia controparte dalla quale mi devo difendere, quando piuttosto esso, lo Stato appunto, dovrebbe essere la mia massima espressione e preposto alla mia sicurezza e alla mia difesa. Uno Stato nemico che non appena una città accenna una protesta sacrosanta non sa fare altro di meglio che mandare i carri armati, come succede a Reggio Calabria nel 1970.  Non potevo però immaginare quanti e quali reati siano stati  perpetrati e commessi con incredibile crudeltà e ferocia da quei miei fratelli; reati, naturalmente impuniti, perchè legalizzati da abusi di potere istituzionalizzati. Pino Aprile scrive che i crimini compiuti dagli eserciti risorgimantalisti per conquistare la penisola all’Unità sono stati  stermini di massa di proporzioni superiori a quelle dell’Olocausto voluti per arricchire il povero e depresso Nord con l’impoverimento del Sud. Quei crimini delittuosi e quelle stragi sono continuati ininterrottamente sia con l’operato infausto di tutti gli addetti alla cura della cosa pubblica, sia settentrionali che meridionali, sia con la mistificazione dei testi scolastici che raccontano una storia completamente inventata avallata da docenti altrettanto ipocriti e ignoranti. Non mi  dilungo sui contenuti perchè il libro va certamente letto; voglio soltanto mettere l’accento su alcuni aspetti che ritengo particolarmente importanti e che andrebbero approfonditi.

L’autore fa una lunga dissertazione sulla mafia e sui delitti da essa compiuti, tra cui quelli di Falcone e Borsellino. Fermo restando che mafia e comportamenti mafiosi, ormai purtroppo diffusi a tutte le latitudini del nostro pianeta, sono da condannare senza se e senza ma, bisogna avere l’onestà di  cercare  aldilà dell’ovvietà ed è abbastanza facile intuire che anche se la mafia è stata ed è lo strumento finale di molti reati, spesso i mandanti possono far parte di realtà istituzionali.  E non è un caso che molti crimini e molte, troppe stragi rimangano nel nostro Paese avvolte nel mistero. La realtà si conosce, tutti sanno, magari ce la raccontano con romanzi e film, ma di ufficiale niente; ogni tanto, come in questi giorni, viene fuori qualche affermazione più decisa, da parte degli addetti, e riemergono le ” famose menti raffinate” ,  ma poi tutto si infrange contro il muro di omertà legalizzato.

Altro aspetto da sollineare il riferimento costante alle politiche antimeridionaliste dei politici attuali, in primo piano Tremonti, Gelmini e La Lega : io non voglio giustificare nessuno perchè secondo un principio giurisprudenziale ” ignorantia non excusat”, ma questa ultima generazione porta sulle spalle tutti gli errori del passato e ci vorrebbe un’ Illuminazione soprannaturale per farli ragionare .

Un discorso a parte, poi, bisognerebbe fare per il settore bancario, alimentato dalla raccolta cospicua  operata  nel meridione per  realizzare investimenti e speculazioni al nord. Questa è una realtà forse fin troppo evidente per essere vista. Una realtà esattamente capovolta rispetto a quanto predica Bossi e che nessuno, proprio nessuno, osa ribattere. Forse per non commettere un reato di lesa maestà  e continuare nella sopraffazione ed espoliazione economico -finanziaria ?

Sul pregiudizio del Nord progredito e del Sud arretrato e sporco, avrei molto da dire; sono presuntuosamente convinta che la nostra innegabile superiorità culturale  faccia paura a quelli del settentrione, che  vendono bene la propria immagine, salvo poi a ritrovarti in locali offerti come ristoranti nella civilissima Valle d’Aosta, vere e proprie cloache, dove il puzzo si sente a un chilometro e  preferisci digiunare. Sfido chiunque a trovare un luogo simile da Napoli in giù.

Altro tasto dolente, la giustizia ; un settore, a mio avviso, trascurato da Aprile, e che è responsabile della maggior parte dei disastri del nostro Paese. Circa un secolo fa uno straniero, tale Norman Douglas nel suo libro Vecchia Calabria  fa una dissertazione spregiudicata ed approfondita  sul settore giudiziario, calabrese e italiano che definisce una burla e una farsa : che però fanno piangere ! Come dire di un male endemico difficile da curare.

Io sono nata, cresciuta e vissuta nel Sud;  impegno e serietà sono state  sempre le linee guida sia nella mia vita privata che in quella lavorativa. Non sono mai scesa a compromessi, ho lottato sempre da sola contro abusi ed ingiustizie e penso che dovremmo rompere ogni indugio, svegliarci dall’anestesia con la quale ci hanno cloroformizzato, prendere come modello magari quella Grande Anima di Gandhi  e separarci. Proprio così : io penso che noi dovremmo secedere, riprenderci la nostra Italia, quella vera siamo noi, e con le nostre risorse, sulle nostre gambe, realizzare con l’ ostinazione e la testardaggine che ci sono proprie,  i nostri sogni, che appartengono alla nostra tradizione e fanno parte della nostra storia migliore, quella vera, appunto.

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https://i0.wp.com/www.gioiadelcolle.info/public/2007/02/Canudo1.jpg

Ricciotti Garibaldi

Non è che io ce l’abbia con Lucio Villari. Perchè mai poi ? Anzi sarei felice di apprezzare e stimare le capacità di un mio conterraneo. Il fatto è, invero, che non lo sopporto proprio: non sopporto la sua presupponenza, l’alterigia e lo sprezzo con i quali si pone nei confronti di tutti quelli che la pensano diversamente da lui. L’altro ieri sera, mercoledi 5 maggio, non avevo intenzione di guardare Porta a Porta dedicato all’Unità d’Italia temendo di addormentarmi; Vespa spesso è noioso e poi sentire  le solite tiritere dense di retoricume non è certo il massimo.  La trasmissione prendeva spunto dalla cerimonia  che si era svolta quella mattina a Genova per inaugurare le celebrazioni dell’unità italiana, appunto.  Si è discusso, quindi, anche e soprattutto, di Garibaldi, del risorgimento e, dunque del federalismo. Per quanto riguarda quest’ultimo argomento, come non mai d’attualità in questo momento storico, sono state ricordate le istanze federaliste avanzate con forza da Cattaneo e da Gioberti, trascurando, secondo me,  un particolare importante. Centocinquanta  anni fa ad auspicare per il nuovo Stato una organizzazione federalista era anche un certo Carlo Pisacane, napoletano che conosceva bene la realtà del Meridione.Perchè allora non è stata fatta quella scelta?  Certamente sarebbe stata più consona alla realtà italiana, costituita da popolazioni diversificate per cultura, tradizioni e quant’altro in un territorio quanto mai complesso e vario. Certamente avrebbe rispettato maggiormente i principi e i postulati della democrazia, come avevano già dimostrato molti modelli di Stati occidentali.  Preferendo la soluzione centralizzata, il Meridione è stato scippato delle proprie risorse, le più qualificate, all’epoca, di tutto lo stivale. E quando Roberto Castelli, citando Valerio Castronovo,  afferma che in quel periodo storico, ante risorgimentale,  gli occupati nel settore industriale erano molti di più nel mezzogiorno, piuttosto che al nord , Villari irride con sarcasmo e ironia completamente fuori posto. La sua presupponenza , irrispettosa dell’interlocutore, lo fa apparire antistorico ai miei occhi.Nel senso che lui ritiene la sua verità  assoluta  che deve essere  vangelo per tutti gli altri. E uno storico che rifiuta il confronto e che vuole imporre la sua verità ad ogni costo, fa un grave  torto ai fatti realmente accaduti. Il fondatore della storiografia, quell’Erodoto che tuttora campeggia nel campo della ricerca storica, sosteneva che è difficile raccontare la verità oggettiva, che è una e una sola, in quanto la narrazione di quella è condizionata dalle interpretazioni di chi racconta, descrive, riferisce. Personalmente sono convinta che un paese federato, soluzione peraltro auspicata anche da Garibaldi come ha precisato la nipote Anita nella trasmissione di Vespa,  avrebbe consentito ad ogni realtà territoriale di far emergere le proprie peculiarità, avrebbe stimolato i responsabili della cosa pubblica a valorizzare i propri luoghi evitando conflitti, soprusi e prevaricazioni. E non è certo Villari a poter convincermi del contario. Anita,poi, fa una affermazione importante quando dice che : “Ricciotti (figlio di Garibaldi) si indignò talmente dello sfruttamento del meridione dalla parte della nuova Italia, che andò a combattere con i briganti. Questi pochi lo sanno, io ho tutti i documenti”. Questa frase è caduta naturalmente nel vuoto più assoluto. Perchè Vespa non tratta con rigore storico i fatti risorgimentali del Meridione d’Italia ?  Che una lezione  di meridionalismo provenga da Roberto Castelli, esponente della Lega, la dice lunga sulla situazione dell’attuale politica italiana, con buona pace di tutti quelli che occupano proditoriamente i luoghi in cui la storia si insegna.

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Treviso…Milano

quale  “ndrangheta” in queste civilissime realtà ?

BLITZ NEL LABORATORIO LAGER, OPERAIO PRECIPITA DAL SOFFITTO

Aveva tentato di nascondersi per non essere scoperto. Condizioni limite in un’azienda gestita da cinesi in un ex allevamento di maiali

Giavera del Montello – Quando nel cuore di stanotte è scattato il blitz e le forze dell’ordine sono andate a bussare, da dentro hanno sbarrato i portoni. Solo dopo alcuni minuti sono venuti ad aprire.

E proprio mentre la polizia stava per entrare, si è sentito un tonfo.

Dal soffitto è precipitato uno degli operai che aveva tentato di nascondersi per non essere visto. È stata chiamata l’ambulanza ed è stato portato via.

Ora si trova ricoverato all’Ospedale di Montebelluna e fa i conti con svariate gravi fratture in diverse parti del corpo. Quando ha tentato di nascondersi evidentemente ha messo un piede in fallo ed il controsoffitto in polistirolo è franato sotto il suo peso.

Erano saliti in uno spazio adibito ad abitazione, con camere simili a loculi, per non farsi vedere.

Il fuggi fuggi con le forze dell’ordine che erano sul punto di sfondare il portone e la fretta non hanno pagato: questa volta poteva scapparci il morto. Il laboratorio controllato stanotte, “Confezioni Che Zhadodi”, è un ex allevamento di maiali adattato a laboratorio tessile ed anche a posto in cui vivere, ovviamente in condizioni limite.

Si trova in via Porcu 7 a Giavera del Montello, in un posto estremamente isolato. È un lager dove si lavorava in condizioni disumane senza nessuna sosta. Dentro c’erano 17 lavoratori cinesi, 8 dei quali clandestini (una donna tra i clandestini è stata arrestata perché non aveva ottemperato all’obbligo di lasciare l’Italia). Nessuno è risultato essere in regola.

La titolare dell’azienda, C.Z., ha guardato bene dal farsi trovare. È stata comunque denunciata per aver impiegato lavoratori privi del permesso di soggiorno e favorito la permanenza di clandestini nel territorio nazionale. Al laboratorio sono stati posti i sigilli. Durante il controllo sono state trovate etichette di marchi molto conosciuti, tra cui anche Geox, Stefanel, Moschino, Red Valentino.

Da capire se si tratti di merce contraffatta oppure originale. Evidentemente, anche nel caso in cui si dovesse trattare di merce originale, la commessa potrebbe essere avvenuta con le case madri all’oscuro di tutto. Quasi sicuramente ci sono stati vari passaggi e ora si sta indagando sui committenti diretti della titolare del laboratorio.

Sono in corso accertamenti su sei aziende con le quali è comprovato ci siano stati contatti; sono di Arcade, Cornuda, Rosà, Candelù e Paderno del Grappa.

L’operazione è stata condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Treviso e dal Reparto Prevenzione Crimine di Padova, in collaborazione con il personale dell’Ispettorato del Lavoro, dei Vigili del Fuoco di Treviso e della guardia di Finanza di Montebelluna. Tutto era partito grazie alla segnalazione da parte della Polizia Locale di Giavera del Montello.

Matteo Ceron

Nell’immagine più in alto, fotogramma di un video della polizia: è il cinese caduto dal soffitto. Scendendo tre immagini del controllo ed alcune delle etichette ritrovate all’interno del laboratorio

http://www.oggitreviso.it

L’albergo in un tombino
per i cinesi clandestini

Cinesi stipati come topi a dormire in loculi, sessanta materassi separati da pareti di compensato, due soli sudici bagni, un cucinino con quattro bombole a gas, i fili elettrici a vista, afrori e condizioni igieniche disperate

di Massimo Pisa

Per bloccare la via d´uscita esterna, un tombino sulla pubblica via, hanno dovuto piazzarci sopra le ruote della volante. Dopo un giorno e mezzo di appostamenti, gli agenti hanno fatto irruzione nel grande appartamento al primo piano e nel magazzino dismesso del seminterrato, per toccare con mano quanto gli inquilini di questo appartamento di via MacMahon, tra la Bovisa e la Chinatown milanese, andavano denunciando da settimane. Cinesi stipati come topi a dormire in loculi, sessanta materassi separati da pareti di compensato, due soli sudici bagni, un cucinino con quattro bombole a gas, i fili elettrici a vista, afrori e condizioni igieniche disperate. «Alla prima scintilla – racconta un agente – qui era una strage».

L’HOTEL-BUNKER Il video | Le foto

Fantasmi che per tornare a dormire la notte dopo aver lavorato fino a 16 ore nei laboratori clandestini dovevano aspettare che qualcuno aprisse loro il portone, o la botola. Pagando pure un affitto: 100 euro al mese a coppia, 200 per portarci dentro anche i bambini o per avere il lusso di pochi metri quadrati da occupare al primo piano, quello dotato di finestre che peraltro restavano perennemente serrate. Ventotto le persone trovate dai tre equipaggi dell´Ufficio prevenzione generale della polizia all´interno di questo albergo clandestino per disperati: 12 di loro regolari, altrettanti senza alcun tipo di documento, due bimbi di undici e sei anni e due neonati. Il più piccolo di loro, 3 mesi, aveva come culla un armadio scassato. I pochi che sono riusciti a raccontare qualcosa hanno indicato un affittuario, cinese anch´egli, che periodicamente passava a riscuotere passando tra materassi, valige mezze aperte, stenditoi con i panni ad asciugare, scarpe e pacchi di riso. All´immobile sono stati messi i sigilli, in attesa di una possibile confisca.

La proprietaria dell´appartamento, italiana, sarà ascoltata nei prossimi giorni dai poliziotti del commissariato Sempione. Tra i due ambienti, l´appartamento e un ex laboratorio abbandonato per 300 metri quadri totali di superficie, era stato costruito un passaggio interno con una scala interna artigianale che occultava gli affittuari clandestini dallo sguardo degli inquilini. In pochi nella zona – un quartiere popolare e ad alta densità migratoria, stretto tra il cavalcavia della circonvallazione, la ferrovia e il limite nord del quartiere cinese – avevano capito fino in fondo, tanti avevano notato quello strano movimento di orientali che arrivavano davanti al portone col materasso ad aspettare, o sbucavano all´improvviso da sotto al marciapiede della laterale via Duprè.

Duro il commento del vicesindaco milanese Riccardo De Corato, da anni impegnato in una battaglia per svuotare via Paolo Sarpi e dintorni dalla presenza di commercianti e ristoratori cinesi, qui da quattro generazioni: «La scoperta dell´ennesimo appartamento-dormitorio conferma che i clandestini sono ormai uno dei business della criminalità cinese, insieme a contraffazione, gioco d´azzardo, spaccio e centri a luci rosse». E il capogruppo leghista in Comune, Matteo Salvini, aggiunge: «Al nostro numero verde sono arrivate 15 segnalazioni in tre giorni di cantine, solai e appartamenti sovraffollati. Siamo pronti alle ronde per segnalare questi casi alla polizia».

(25 marzo 2009)
repubblica.it

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