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A margine delle festività natalizie una riflessione a 360°

360

Ogni tanto ho bisogno di un periodo sabbatico, che qui e ora è coinciso con le festività di Natale e Anno Nuovo. Sabbatico in quanto ho l’esigenza di stare un pò su me stessa, in silenzio, cercando di ascoltare e capire la mia anima. Poi, certo, proprio in questi giorni  la mia casa e la mia mente  si affollano di andirivieni senza trascurare la visita di qualche influenza tempestosa; cose  che comunque occupano i miei spazi più o meno piacevolmente.

“Auguri, ma contesto il capodanno. Tu che ne pensi? Non ti sembra un pò forzata questa festa?”. Questo bel messaggio che la notte di San Silvestro mi è giunto da parte di una amica carissima si inserisce perfettamente nelle mie riflessioni. Perchè probabilmente si tratta proprio di una forzatura voler entrare nella scansione spazio-temporale come rappresentazione sociale. L’uomo ha circoscritto i ritmi della natura, nei calendari, assumendo come riferimento i cicli della luna e del sole per motivi comvenzionali. In proposito è particolarmente significativo il pensiero di Sant’Agostino quando afferma

“Che cos’è il tempo? Se non me lo chiedi lo so; ma se invece mi chiedi che cosa sia il tempo, non so rispondere.

Sono quelle domande che rimangono comunque senza risposte, ma che trovano riscontro nell’esaltazione festosa che cerca di dimenticare i malesseri del passato, remoto e prossimo, con la speranza in un futuro che deve essere sempre migliore. A voler essere certosini,  più o meno tutte le festività rientrano nelle convenzioni sociali; anche il Natale, ricorrenza molto sentita nella maggior parte del mondo, con la nascita di Cristo, ricorda e festeggia la nascita di ogni bambino in ogni tempo e in ogni luogo. Questa descrizione è però alquanto semplicistica; perchè di fatto il natale è una festa pagana antichissima con la quale l’uomo festeggiava la “nascita” del sole, e, quindi, il risveglio della natura, dopo il solstizio d’inverno.Il Cristianesimo, poi, ha fatto coincidere con la festa del sole la nascita di Gesù, di cui però non si conoscono i dati certi  relativi sia al giorno che all’anno nei quali è giunto sulla terra.

Tutto torna, dunque, e anche la necessità dell’umanità di scandire le dimensioni dei fenomeni fisici con riflessioni filosofiche e teologiche non scevre da esternazioni festivaliere. Solennità religiose, civili, familiari, sociali per onorare le divinità che sin dai tempi più antichi si celebravano con danze, canti, convivi e quant’altro.

Il Natale è tuttora la festività più intima che vede spesso riunita tutta la famiglia per onorare una tradizione ormai consolidata nel tempo, appunto.

rosa_venti

Quest’anno, inoltre, il periodo di riflessione meditativa-religiosa è stato inficiato da  una epidemia di politichese che si diffonde come un virus difficile da combattere nella nostra penisola. Tra chi sale e chi scende in campo, io che in campo ci sto sempre a giocare la partita del mio quotidiano mi sento fuori posto: mi sento tradita dallo Stato, da quello Stato che mi dovrebbe dare sicurezza, che dovrebbe essere la mia massima espressione  e che invece mi vessa come una piovra che allunga i suoi tentacoli con crudele ferocia rubandomi la vita. Andando indietro nel passato non c’è da stare allegri: Dante, il ghibellin fuggiasco, che deve scappare dalla sua amata città, Machiavelli,  Manzoni, solo per fare qualche nome, ci hanno narrato con cura la protervia e sfrontatezza dei politici italiani; per non dire della polis greca, da noi tanto esaltata come esempio di democrazia, di fatto un governo ristretto di pochi uomini ( le donne erano escluse dalla vita pubblica). Vivere sulla propria pelle le situazioni ha un effetto certamente più forte e unico, e rabbia e indignazione sono sentimenti con i quali mi sono abituata a convivere anche se non mi rassegno.Mai. E vorrei fare la rivoluzione : non quella di facciata e di parte, ma la rivoluzione della persona libera che chiede rispetto. Prima di tutto dallo Stato come istituzione nei confronti dei cittadini. Non ho mai indossato casacche di parte o di partito, sto dalla mia parte, ho rispettato sempre i rappresentanti delle istituzioni, anche quelli che non ho votato, secondo i principi della democrazia, non ho mai considerato alcuno imbecille solo perchè ha idee diverse dalle mie, anzi a me piace confrontarmi con chi la pensa diversamente. Ho studiato Scienze Politiche  perchè considero la politica come bisogno, come  ricerca del benessere, della cura della “res publica” e già un certo Aristotele definiva l’uomo animale politico. Ma il nostro bel Paese non si smentisce mai e in questo momento politico la confusione regna sovrana. I rappresentanti politici giocano a rimpiattino e al massacro, tutti contro tutti per distruggere l’avversario in una infinita guerriglia personale per accaparrarsi con la giustificazione dell’elezione un posto molto ben retribuito con denaro tolto alla cosa pubblica, e su questo punto convergono tutti , all’unanimità e  in silenzio, omertoso naturalmente; non esitando a rinnegare le proprie idee e le proprie convinzioni per demolire l’antagonista, alla faccia della democrazia, che rimane una parola vuota.

Mon mi voglio dilungare qui in una disquisizione politica, una considerazione però mi è d’obbligo sulla giustizia. Ho sempre considerato il terzo  potere, quello  giudiziario, come il potere nobile, perchè  deputato al controllo degli altri due, quello legislativo e quello esecutivo; quindi, il potere giudiziario  come puro tutore politico della cosa pubblica; e non riesco a spiegarmi il motivo per cui molti giudici abbandonino la toga per buttarsi nell’agone elettorale.

Che un paese con troppe leggi sia ingovernabile ce lo aveva già detto un certo Platone; che nell’Italia di oggi, in presenza di troppe leggi, succede che molti giudici preferiscano manifestare per le strade, conquistare una scranna ancora più visibile, partecipare a talk show, fare lezioni di legalità, mentre moltissimi casi di crimini, stragi, delitti rimangono irrisolti, coperti da misteri omertosi, ce lo dice la realtà del nostro tempo.

Non posso trascurare,in questo contesto, il mio essere meridionale di Calabria, che mi induce a riflessioni molto più articolate, per cui personalmente e in estrama sintesi, auspico l’autonomia del Mezzogiorno nel segno dell’indipendenza,  libertà e rispetto delle peculiarità territoriali.

Per quanto mi riguarda non so cosa farò il 24 del prossimo febbraio. Vorrei  dover andare in quei giorni su un’isola deserta  per avere l’alibi di non votare. Ho cercato di trasmettere ai miei figli il messaggio di sentirsi protagonisti attivi anche partecipando alle consultazioni elettorali con l’unico mezzo del voto, personale, libero e unico, per cui adesso mi trovo in difficoltà ad astenermi. Devo dire che non mi sono mai sentita rappresentata da alcuna forza politica presente nel nostro Paese e ho scelto ogni volta con grande insoddisfazione  e disagio per il meno peggio, sempre secondo il mio modo di pensare.

Serve una bussola, per non perdere l’orientamento.

Sognavo, e sogno tuttora, di vivere in un Paese libero, in cui l’iniziativa privata è favorita  e nel quale lo Stato controlla con una “mano invisibile”, quella teorizzata da Adam Smith,  che tutto si svolga nel rispetto della dignità della persona umana, senza servilismi nei confronti dello straniero, compreso lo Stato estero del Vaticano, e  con grande attenzione verso la propria identità.

E’ così difficile ? è proprio un’utopia? A me hanno insegnato che i nostri sogni camminano sulle nostre gambe. Importante è volere.

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Dimettersi da cittadini?

Mi è capitato per caso di rileggere questa lettera che avevo inviato all’allora Presidente del Consiglio Berlusconi il 26 maggio 2010 e ritenendola più che mai attuale la pubblico : basta solo sostituire qualche nome.

Questa volta la indirizzo alla politica, ormai un fantasma fantomatico perchè io non ho interlocutori

Sa Presidente , come tantissimi altri italiani, avevo salutato favorevolmente la sua discesa in campo politico perché avevo sperato che la sua estraneità a quel mondo avrebbe rotto gli equilibri dell’immobilismo del malaffare e dell’inciucio e corruttela vigente in Italia. Ahimè, però, neppure lei con i suoi collaboratori è riuscito a cambiare le cose che si possono cambiare. E che sono tante. Non è possibile che lei non si accorga che nel nostro Paese ci sono troppe leggi : come già sosteneva un certo Platone è come se non ce fosse alcuna ; si avalla di fatto il libertinaggio più assoluto. Si susseguono a ritmo sostenuto sentenze contraddittorie e il cittadino è costretto per qualsiasi cosa ad adire ( ? ) le vie legali per cercare di tutelare un proprio diritto. Io, di fatto, vengo insultata quotidianamente da cattiva amministrazione che mi aggredisce come i tentacoli di una piovra e che mi fa percepire lo Stato, il mio Stato, come una controparte dalla quale mi devo difendere, quando piuttosto esso Stato dovrebbe essere la mia massima espressione, preposto alla mia tutela e alla mia sicurezza. Uno Stato nemico, dunque, insieme al Parlamento, che fa parte del mio Stato e che mi deruba giornalmente. Nel Parlamento risiede il potere legislativo : se leggi ce ne sono fin troppe e il Parlamento non ha cosa fare, come lo dimostra il fatto dell’irrisorietà delle ore lavorative degli addetti, pagati profumatamente con i soldi dei cittadini, perché non eliminiamo il Parlamento ? O, in alternativa, siccome i parlamentari si sacrificano per il bene del Paese e considerano il loro impegno ( si fa per dire naturalmente) una missione, perché non svolgono ”a gratis” tale compito ? Altro che 5% oppure 10% : sarebbe l’ennesima presa in giro perché qualora passasse una norma del genere, in camera caritatis, poi, con il consenso di tutte le forze, ne passano altre nascoste che aumentano i privilegi e gli appannaggi, sotto altre voci, per aumenti reali. Essi sono i maggiori evasori, parassiti che vivono sulla nostra pelle e del nostro sangue. Se si riducessero le spese e gli abusi dei politici si risolverebbero la maggior parte dei problemi economici dell’Italia. Sa, Presidente, io ero convinta che lei avesse più coraggio per affrontare insieme ai suoi aiutanti le inefficienze del nostro Paese : cominciando dalla scuola che andrebbe chiusa perché è un ghetto di ignoranza e una casta di intoccabili che sulla pelle dei nostri figli rubano i loro stipendi in nome di un diritto allo studio che non esiste perché lo studio nel nostro paese è un bene di lusso insostenibile per famiglie già oberate da orpelli e tasse. Edifici scolastici fatiscenti, sedi universitarie sparpagliate e irraggiungibili sommate alla noncuranza di molti docenti allevano generazioni di ignoranti che poi portano al fallimento del paese. Con la collaborazione fattiva dei vari sindacati, altri parassiti, che piuttosto che tutelare il lavoratore si sono posti alla tutela ad oltranza del posto. Una giustizia che non funziona. Uno straniero, certo Norman Douglas, circa un secolo fa scriveva in Vecchia Calabria che la giustizia , in Calabria e in tutto il nostro Paese è una burla, una vera e propria farsa. Verrebbe da ridere se non ci fosse ,invece,da piangere ! Quanti misteri si celano negli archivi della giustizia che ci vengono raccontati magari attraverso romanzi o film, ma mai accertati giudizialmente? ! Stragi di Stato ? comunque possono essere così definiti molti crimini per il solo fatto di non essere stati risolti.

Cosa dire poi del Mezzogiorno ? lei che è uomo di cultura conosce sicuramente la vasta saggistica documentata sui crimini commessi nei confronti del meridione dai “fratelli” del Nord, dalle lotte per il risorgimento in avanti. C’è tanta letteratura sull’argomento e avrà certamente letto l’ultima fatica di Pino Aprile “ Terroni” , che dovrebbe imporre come libro di testo a tutti, ma proprio tutti, i politici. Perché con un atto di coraggio, a lei congeniale, mettendoci la faccia, come spesso fa, non chiede scusa a tutti i meridionali e non costringe i politici semplicemente “a ragionare” ? Sa, Presidente, io non ne posso più e ogni giorno che passa mi convinco sempre più che a noi , quelli del Sud, conviene separarci, conviene secedere ed amministrarci in autonomia con le nostre risorse, con i nostri soldi che vengono raccolti giù ed investiti al Nord da un sistema bancario distorto e punitivo. Noi non abbiamo bisogno di banche calate dall’alto, noi abbiamo bisogno di poter amministrare i nostri beni. Sono stati fatti scomparire le prime e gloriose banche, di Napoli e di Sicilia, in un processo di colonizzazione barbaro, mistificatorio, criminale e mentre il Nord vive sulla groppa del Sud viene rappresentata una realtà capovolta, su disposizioni di alcuni politici ignoranti o mendaci ipocriti e di molti media omologati alle peggiori falsificazioni. I media, poi ! E’ assurdo che in un paese che si dice democratico il ruolo dell’informazione debba essere demandato a realtà come Striscia la notizia e Le Jene, mentre tutte le altre testate sono allineate e coperte nella peggiore ipocrisia.

E comunque la pazienza ha un limite e il bubbone prima o poi scoppia

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Il Sig. Salvatore Armando Santoro ci regala questo scritto

DESIDERO CONDIVIDERE  ALCUNE RIFLESSIONI CON  TUTTI I MERIDIONALI CHE LA STORIA LA CONOSCONO DAVVERO. ORMAI L’ITALIA E’ FATTA ED E’ STUPIDO DIVIDERLA COME VORREBBERO GLI SCIACALLI DELLA LEGA. ANCHE LORO HANNO USUFRUITO DELLA FAMOSA CASSA DEPOSITI E PRESTITI ALIMENTATA DALLE RIMESSE DEI MERIDIONALI ALL’ESTERO CHE SONO SERVITI SOLO PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE DEL NORD. ALTRO CHE MERIDIONALI POPOLO DI PARASSITI! CHE STRONZI INCIVILI ED ANALFABETI! OGGI QUESTA ITALIA BISOGNA RENDERLA PIU’ GIUSTA E PIU’ RICONOSCENTE VERSO I TANTI MERIDIONALI CHE SI SONO SACRIFICATI PER FARLA CRESCERE (O CHE SONO STATI SACRIFICATI NELLE TRINCEE DEL CARSO NELLA GUERRA DEL 1915-18 PER COSTRUIRLA).
Salvatore Armando Santoro
http://www.circoloculturaleluzi.net
http://www.poetare.it/santoro.html

EVVIVA GARIBALDI

Evviva Garibaldi il grande seduttore
del mezzogiorno un dì liberatore

con suoi soldati male equipaggiati
che Rubattino a Quarto ha foraggiati

Non penso fosse sponsor naturale
forse qualcuno s’è informato male.

Infatti, anche Vittorio Emanuele
già sapeva del furto delle vele,

visto che Farini già era informato
che Rubattino voleva esser pagato!

Insomma il via da Quarto genovese
era come il segreto del marchese

che aveva scritto anche sulla scala
che i Mille andavano a Marsala.

In gran silenzio insomma son partiti
mentre gli inglesi stampavano gli inviti:

“A giorni spettacolo dei pupi
prendere posto in spiaggia sui dirupi”.

“Per vedere arrivare gli invasori
con Garibaldi e i suoi liberatori”.

Arrivati laggiù, è facile intuire,
che i Borboni dovessero fuggire.

Invero come accade molte volte
è uno scherzo far riuscire le rivolte.

Difatti se i comandanti son pagati
e facile poi dire: “son scappati!”.

A parte qualche finta scaramuccia
a Palermo si trovò soltanto “ciuccia” (*)

per la felicità dei giovani invasori,
accolti dalla mafia e dai signori

al suono della banda e dei tromboni
agitando le drappelle ed i blasoni.

Così poi si concluse l’invasione
finita in sesso e grande libagione.

Ma appena Garibaldi salpò via
riprese la manfrina e cosi sia.

L’arruolamento divenne obbligatorio
e il contadino messo in purgatorio

con quasi trenta tasse da pagare,
le industrie della seta da smontare

e coi soldati fedeli a “Franceschielle”
da farsi massacrare a Fenestrelle.

Davvero un bell’inzio siciliano
e a tanti scassò non solo l’ano.

Della strage del Bronte sorvoliamo
ma a investigare bene vi invitiamo

come sarebbe da guardare a fondo
la lotta dei braccianti al latifondo.

La verità la sa il liberatore:
ma fu un eroe oppure un predatore?

Salvatore Armando Santoro
(Boccheggiano 18.1.2011 – 21.25)

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Governatore Scopelliti rilanci la Calabria o lasci

Di Piero Sansonetti
CalabriaOra  del 21 novembre 2011

La «luna di miele di Giuseppe Scopelliti – notava ieri sul nostro giornale Bruno Gemelli – è finita». Per tante ragioni, che Gemelli ha spiegato in modo lucido, e soprattutto per una: l’uscita di scena del governo Berlusconi cambia tutto nella politica italiana, cambia anche i rapporti di forza nelle province estreme dell’impero e dunque in Calabria.
In che senso? Nel senso che saltano tutti gli automatismi, e si disgregano le rendite di posizione. Non serve più a niente aver vinto le elezioni regionali, dopo aver vinto due volte quelle al Comune di Reggio, e aver portato il proprio partito a rovesciare decine di giunte di sinistra, nelle città più importanti e in molte province: “game over”, si riparte da zero. Ora contano solo due cose: i problemi concreti e le proprie idee politiche (relative ai problemi concreti). Anche il carisma è tutto da ricostruire, quello conquistato sin qui sul campo è andato “fuori corso”, vale quanto le lire. Questo succede a sinistra come a destra, riguarda tutti, ma riguarda soprattutto Scopelliti non solo perché è lui il governatore, ma perché, attualmente, è l’unico leader politico effettivo presente nella nostra regione.
Naturalmente a noi interessa relativamente il futuro personale di Giuseppe Scopelliti. Ci interessa però una cosa: in quali condizioni la Calabria affronterà questa fase politica, nella quale si deciderà quasi tutto sull’Italia dei prossimi dieci anni, su come si distribuiranno le risorse, su come si stabiliranno i rapporti sociali e su quale filo di equilibrio regolerà la convivenza tra  Nord e Sud. Proviamo a spiegarci meglio: se la Calabria non riesce a sedersi al tavolo di negoziato nazionale nel quale si deciderà chi dovrà pagare di più e chi meno e dove saranno collocati gli investimenti per la ripresa economica, e se non riesce, a quel tavolo, ad imporre le sue ragioni, la Calabria è spacciata, è destinata, per almeno un decennio, a proseguire la sua corsa verso la povertà e verso la disperazione sociale.
Perciò ci rivolgiamo al presidente Scopelliti e in modo assolutamente semplice e sincero gli rivolgiamo un appello: Presidente, metti da parte ogni calcolo di tattica politica, ogni interesse personale, ma anche ogni moderazione e ogni prudenza, e scendi, con furia, sul campo della battaglia politica. Al tavolo nazionale presentati con piglio e rabbia, fai pesare le ingiustizie di questi cent’anni e anche dei 130 anni precedenti, batti cassa, e chiedi un impegno gigantesco,politico e finanziario, del governo per  salvare il Sud, e la Calabria e per farli diventare il volano della ripresa.

Le sirene dello stretto

Le sirene dello Stretto  Ermonde Leone
Spiega ai romani, e ai milanesi, che il Sud non è il problema ma è la soluzione del problema. Che la ripresa e il rinnovamento del paese non possono partire né da Monza né da Roma – perché Monza e Roma non hanno lo spazio, la forza, e tantomeno la capacità politica per diventare locomotiva – ma possono partite solo dal Sud (e dal Sud del Sud, cioè dalla Calabria) perché il Sud ha spazi enormi di ripresa, e ha voglia di ripresa, e ha la forza che serve. Non solo di ripresa economica, ma di ripresa civile: l’Italia ha un enorme bisogno di modernizzazione, ma per modernizzazione si intende aumento dei diritti e del peso della gente, del popolo, e non diminuzione dei diritti e della democrazia, e il Sud – che di questi diritti ha beneficiato, finora, ben poco – è il luogo dal quale questa modernizzazione può partire. Il Sud, caro presidente, è diventato  non solo un “territorio” ma una entità politica autonoma e decisiva.
Se la sente, presidente, di prendere di petto la questione, di alzare la voce, di entrare, se serve, in conflitto anche con pezzi del suo schieramento politico, e di guidare una vera e propria rivolta del Mezzogiorno?
Se non se la sente – glielo diciamo senza cattiveria, senza giubilo, ma con stima e sincerità – è meglio che si faccia da parte, che rinunci, perché un “obiettivo intermedio” – tra vittoria e sconfitta, fra ripresa e declino, tra modernità e reazione – non esiste più.
Se la Calabria non inizia subito la sua rimonta politica, e introno a questa rimonta costruisce una nuova classe dirigente, la Calabria finirà nel dramma sociale. Nessuno sa quale può essere lo sbocco dell dramma sociale, dove possono portare la ribellione, la protesa, la furia del popolo. La Calabria è sempre stata un regione tranquilla, mansueta: però nell’ultimo secolo e mezzo, in due o tre occasioni, ha fatto vedere quanto è capace di esprimere la sua rabbia, quando non vede all’orizzonte nessuna speranza.

Questo articolo mi ha fatto venire la pelle d’oca. Veramente. Non so e non voglio sapere se Sansonetti svolga in questo caso un ruolo politico di parte. Personalmente  gli riconosco onestà intellettuale e coraggio e, pur non condividendo le sue posizioni politiche, mi ritrovo spesso con le sue opinioni leali e coraggiose. Leggendo quest’articolo mi sono venuti sul serio i brividi, perchè  mi sono sentita toccata nei miei sentimenti di calabrese e meridionale e  partecipe di quella rabbia accumulata nel tempo, ormai secolare, che deve esprimersi ormai magari in modo rivoluzionario e decisivo. Avevo sperato che Scopelliti fosse l’uomo nuovo, anche perchè essendo giovane e motivato potrebbe evere l’entusiasmo necessario per porsi in maniera prepotente ,intransigente e anche trasgressiva, rispetto ai canoni ipocriti dell’inciucio all’italiana, per affermare il nostro territorio, quello meridionale, il primo italiano per storia, cultura e risorse. Non vorrei che si lasciasse ammaliare dal canto delle sirene, che dalle nostre parti hanno trovato sempre un habitat favorevole, piombando in un’estasi estranea alla realtà. Carpe diem,bisogna cogliere l’attimo senza indugi  e rompere gli ormeggi perchè il tempo scorre velocemente; occorre guardare avanti, e io sono sempre pronta a fare la mia parte per fare esplodere la rabbia che mi ribolle dentro.

Le sirene dello stretto

26/08/08

Arriverà un’alba,
i cui colori saranno tenui
come lo scorrere della notte
senza nuvole.

Che sia come il canto delle sirene?
Pericolosamente incantevole…

Ho trovato questi versi per caso in Fotolog  non so chi li abbia scritti ma mi piacciono e sono appropriati al post

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Quel filoborbonico di Giuseppe Verdi PDF Stampa E-mail
Scritto da dechristen
L’inno delle polemiche
Quel filoborbonico
di Giuseppe Verdi
Sergio Bello
Quando fu
deputato, Verdi
si batté in
Parlamento per il diritto d’autore:
fu il suo modo di combattere i plagi che lo avevano
colpito durante
tutta la sua vita.
Fa scalpore un inedito di Giuseppe Verdi. Soprattutto perché si tratta di un “Inno nazionale” dedicato a Ferdinando II di Borbone, ritrovato negli archivi del Conservatorio napoletano di San Pietro a Majella. Autore del testo, Michele Cucciniello. Spartito stampato dall’editore Girare, nel 1848, a Napoli. Ritrovamento ad opera del maestro Roberto De Simone. Frontespizio dello spartito definito «inedito». E immediate reazioni: Verdi non è stato forse il simbolo dell’Italia mazziniana e unita sotto i Savoia?
Eppure, nell’Inno il Borbone è salutato come “re della patria”. Per questo e per altri motivi, non tutti concordano con l’attribuzione dell’Inno (che ha la stessa musica dell’Ernani, e più precisamente del motivo “Si ridesti il Leon di Castiglia”) al compositore di Busseto. In ogni caso, c’è chi si dichiara possibilista: è il caso dello storico Giuseppe Galasso, per il quale la firma di Verdi sotto l’inno borbonico è plausibile, perché il clima dell’epoca era tale da far sì che i liberali guardassero con speranza ora all’uno ora all’altro dei sovrani italiani. Del resto, Ferdinando II proprio in quel 1848 fu il primo monarca della Penisola a concedere la Costituzione sotto la spinta dei moti siciliani. Ma fu una breve meteora, e l’esperienza si concluse ancora una volta con l’uso della forza.

Sulla stessa linea, anche se da una prospettiva del tutto diversa, è Roberto Selvaggi, curatore della manifestazione “Viaggio nella memoria” alla riscoperta dei Borbone: «L’inno di Verdi? Lo conoscevo già, ne avevo sentito parlare in Puglia. Ed è un’altra prova che i Borbone non erano poi così cattivi come li si dipinge. Forse Verdi avrà lavorato su committenza per Ferdinando II, un re che concesse la Costituzione con convinzione. Poi è successo quel che sappiamo, ma non fu colpa sua».
Ma qual è l’opinione degli storici della musica? E perché parlare di un “inedito”, quando si tratta di uno spartito canto e piano stampato? Opere simultaneamente “stampate” e “inedite” rappresenterebbero una novità assoluta nella storia dell’editoria, non soltanto musicale: lo sottolinea con una certa ironia Orazio Mula, docente al Conservatorio di Cuneo e autore di un libro su Giuseppe Verdi, edito dal Mulino, uno dei saggi più completi e aggiornati dedicati al cigno di Busseto: «L’Ernani», ha dichiarato lo studioso all’indomani della scoperta, «è nota come opera delle contraffazioni, che sorgevano spontaneamente. Che Verdi sia direttamente responsabile dell’inno borbonico mi sento di escluderlo». In altre parole, era consolidata la prassi piratesca di pubblicare melodie di successo in un’epoca nella quale il melodramma costituiva la musica di consumo popolare. Chiunque, senza conseguenze, poteva parodiare l’opera musicale altrui, sostituendovi un testo diverso.
Con motivazioni analoghe è sceso in campo anche l’Istituto nazionale di studi verdini, di Parma. Sulla presunta scoperta di De Simone il prestigioso ente taglia corto: si tratta di un plagio consumato all’insaputa dell’autore. Il motivo di un giudizio così tranciante? La mancanza di comunicazione, all’epoca, tra Regno delle Due Sicilie e resto d’Italia.
A questo punto è intervenuto lo stesso De Simone, il quale ha innanzitutto precisato di non aver mai parlato di “inedito”: «Si tratta di un brano stampato nel 1848, che in quel tempo evidentemente tutti conoscevano, ma oggi è stato dimenticato. Nel 1973, però, ci fu una segnalazione da parte della bibliotecaria Anna Mondolfi, che ne parlò al filologo Cecil Hopkinson, il quale pubblicò la notizia, a New York, in un suo lavoro bibliografico su Giuseppe Verdi. Dopo di che, non se ne è più parlato. Ma a Napoli, nell’epoca in cui venne scritto, di sicuro lo conoscevano tutti. Probabilmente era eseguito nei salotti buoni della città, tra patrioti e liberali».
Verdi, allora, sapeva che la sua musica era utilizzata per rendere omaggio a Ferdinando II? «Non ho prove, ma mi sembra probabile che il Maestro abbia conosciuto l’inno, anche per i suoi frequenti contatti con la città di Napoli e con il San Carlo». E come metterla con quanto affermato dall’Istituto verdiano di Parma, secondo il quale non c’era comunicazione tra il Nord e il Sud d’Italia? «Si sbagliano di grosso. In particolare, Verdi aveva stretto amicizia con Francesco Florimo, che era il bibliotecario di San Pietro a Majella. Se l’inno fosse stato un apocrifo, Verdi lo avrebbe disconosciuto nella sua fitta corrispondenza col bibliotecario. Invece lo spartito non fu mai oggetto di contestazione da parte di Verdi. Il Maestro era un patriota e anche lui avrà guardato con speranza al Regno meridionale, che era molto più europeo di quello dei Savoia. Il Sud, lo sappiamo bene, è stato vittima dell’Unità, non doveva diventare, come poi è stato, la coda d’Italia e finire in accattonaggio». Forse, ipotizza ancora De Simone, a qualcuno oggi dispiace pensare che Verdi abbia potuto salutare un monarca napoletano come futuro re d’Italia.
Una questione politica? Mula non è d’accordo. Alla replica di De Simone, lo studioso di origine meridionale controribatte: «Non c’era bisogno di scomodare Verdi per operare queste falsificazioni che avvenivano in tutta Italia: circolavano anche le versioni del Leon di Caprera e del Leon di San Marco su quella stessa musica. Quando fu deputato, Verdi si batté in Parlamento per il diritto d’autore: fu il suo modo di combattere i plagi che lo avevano colpito durante tutta la sua vita».
E le polemiche proseguono. Senza che sulla vicenda sia stata posta la parola fine.

 

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Il ministro e la battuta sui Bronzi. La Calabria contro il «leghista» Galan 					 

I due Bronzi e l’assurda trincea anti-Galan

Gian Antonio Stella su corriere.it scrive sui Bronzi dimostrando ancora una volta la sua ignoranza relativamente alla storia della Calabria e dei Calabresi. Il pezzo per la verità è confuso perchè quando si tratta della Calabria Stella non riesce ad essere obiettivo, a scrollarsi di dosso pregiudizi e luoghi comuni che descrivono una terra solo per le negatività. Stella, da giornalista attento e critico dovrebbe piuttosto chiedersi il perchè quando si toccano nelle parti sensibili, come nella fattispecie i Bronzi di Riace, i calabresi, e in particolare i Reggini si infiammano. E dovrebbe leggere con attenzione e rivisitare le sue nozioni di storia per capire come tutto il Meridione sia stato di fatto colonizzato, spoliato delle sue risorse, cloroformizzato e alimentato artificialmente con le briciole in uno stato di ipnotismo per certa parte autogeno. Perchè la cecità politica di molti esponenti calabresi ha impedito di tenere sempre presente la necessità, l’imperativo categorico di fare leva sulle  capacità e sui mezzi intrinseci di un territorio  fantastico e di cervelli luminosi.

Stella dovrebbe leggere e imparare a memoria il brano seguente

Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da soli, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere la responsabilità delle nostre opere, trovare l’ iniziativa dei rimedi ai nostri mali; non siamo pupilli, non abbiamo bisogno della tutela interessata del nord; e uniti nell’ affetto di fratelli e nell’ unità del regime, non nella uniformità dell’ amministrazione, seguiremo ognuno la nostra via economica , amministrativa e morale nell’ esplicazione della nostra vita”.Luigi Sturzo

per capire qualcosa dei fatti che ci riguardano, oppure è meglio che in merito taccia per sempre.

Perchè Stella non capisce o non vuole capire, sulla scia omologata di una informazione distorta e mendace, che i Bronzi rappresentano tutto l’orgoglio calpestato deriso, umiliato e ferito di un popolo, il primo Italico, dignitoso, colto, ricco e autonomo. Stella non capisce o non vuole capire che fino a quando le istituzioni e molti media non reciteranno pubblicamente un sentito mea culpa e porranno fine alla denigrazione di una terra gloriosa invertendo una tendenza vergognosa e consolidata, non si può ragionevolmente confrontarsi.

In merito ai  due Guerrieri, personalmente ritengo che dovrebbero stare all’aperto, preferibilmente a Monasterace, e non  custoditi in un sepolcro seppur prezioso. Dopo essere stati per diversi secoli sott’acqua, secondo me, i Nostri dovrebbero poter guardare cielo e mare  a rappresentare la bellezza, la forza e la determinazione , il coraggio e la cultura propri dei Calabresi.

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No, non mi piace proprio la festa dell’ipocrita cazzimma delle istituzioni, del chiacchiericcio  confuso e virtuale. Si tratta di festeggiamenti forzati, estemporanei e in buona parte non sentiti, organizzati solo e solamente per contrastare le politiche territoriali della Lega Nord. Io, piuttosto, vorrei festeggiare la secessione dell’Italia, quella vera, la meridionale, dal resto dello stivale perchè questa festa è intrisa di retorica, che da originaria arte del dire si tramuta qui e ora, e molto spesso comunque, nell’arte del fare…il nulla, per la quale si sciupano molte risorse che si potrebbero impiegare diversamente e certamente in maniera utile. Dietro questa retorica si nascondono i crimini commessi dal Nord nei confronti del Mezzogiorno spoliato e ridotto a colonia; crimini che si  perpetuano con cinismo  e inganno perchè quando una piccola colonia osa ribellarsi al malcostume e ai torti subiti con menzogne e inganni , lo Stato democratico reagisce okkupandola con i carri armati, come succede nei Fatti di Reggio Calabria del 1970; crimini che si perpetuano con una informazione che censura fatti realmente accaduti, allora come ora, trascurando e ignorando, esaltando e celebrando o piuttosto denigrando, secondo la convenienza di parte. Si tratta, di fatto, di una operazione al massacro tuttora in corso, come conferma, qualora ce ne fosse bisogno, la censura su alcuni film che ricercano la verità e che non trovano adeguata diffusione perchè considerati scomodi, e mi riferisco a E li chiamarono briganti di Pasquale Squitieri oppure a Liberarsi di Salvatore Romano, due registi coraggiosi e bravi, che cercano di sfuggire all’omologazione di massa che manipola cervelli e coscienze, e per questo  oscurati.  E in questo contesto anche  il riconoscimento imperdonabilmente tardivo di un diritto, come per esempio la realizzazione della SSV Gallico- Gambarie, viene considerata una grazia per la quale prostrarsi da qualche parte.Perchè bisogna essere di parte : tutti, sempre e comunque; e viene considerato bugiardo chi sostiene di appartenere alla propria parte secondo il proprio pensiero libero da orpelli e infingimenti o tornaconti che dir si voglia. Fin quando non si saranno riconosciuti quei reati, fino a quando non si sarà fatta giustizia recitando il mea culpa, chiedendo scusa e riconoscendo gli abusi e i reati commessi nei confronti del Sud della penisola, fino a quando non si cambierà tendenza rendendo conto e chiudendo con il passato ingannevole e omertoso resterà sempre un grosso nodo da sciogliere e  un focolaio pronto a sprigionare fiamme vive.

Detto questo, come si fa ad esaltare l’unificazione della penisola quando certi, molti esponenti politici nazionali si affannano all’estero a  dir male a prescindere del proprio Paese, dell’Italia dunque,  solo per denigrare  l’avversario interno?  Come si fa ad esaltare una soltanto presunta unità mentre si rinunzia a tutelare la dignità di nazione in mome di un malinteso sentimento di solidarietà e di accoglienza ?

E’ proprio squallida una festa del genere, che poi si denomina dell’Unità, un richiamo comunque sinistro, perchè simbolo della subalternità  di certa politica a  pesanti domini stranieri.

A questo punto sento forte il bisogno di richiamare il pensiero e le parole  di Don Luigi Sturzo, sacerdote siciliano e politico di razza estintache io considero il mio manifesto e che, secondo me, dovremmo, noi terroni, abitanti dell’Italia Terronia, quella vera, appunto, perchè ci hanno rubato pure il nome, tenere sempre presente :

Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da soli, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere la responsabilità delle nostre opere, trovare l’ iniziativa dei rimedi ai nostri mali; non siamo pupilli, non abbiamo bisogno della tutela interessata del nord; e uniti nell’ affetto di fratelli e nell’ unità del regime, non nella uniformità dell’ amministrazione, seguiremo ognuno la nostra via economica , amministrativa e morale nell’ esplicazione della nostra vita”.

Che fatica, fare l’Italia… I sentimenti dei patrioti, i progetti dei politici, gli interessi dei potenti

Patrizia Zangla

Il 17 marzo 1861 il Regno d’Italia è proclamato. Il sovrano è Vittorio Emanuele II di Savoia, Re d’Italia «per grazia di Dio e volontà della nazione», formula che unisce la tradizione dei re di diritto divino e l’espressione della volontà popolare. 17 marzo 2011 il Risorgimento è ritenuto una storia stantia con i suoi eroi e i suoi martiri. Distrattamente i nomi riecheggiano nella toponomastica: Largo Mazzini, Via Cavour, Piazza Garibaldi. Come suggeriva Croce, la storia è sempre contemporanea, sono i nostri occhi a deformare i tratti di una storia di giovani, di coraggio e di lealtà.

Il lungo evento-Risorgimento, in cui rintracciare un’origine intellettuale che vede l’incipit nell’Illuminismo riformista e nell’abbattimento dell’Ancien régime (e per cui forzato sarebbe porre la premessa teorica nelle riflessioni di Dante, Guicciardini e Machiavelli, poiché l’Italia cui essi si riferiscono è un’espressione letteraria e non uno Stato indipendente e sovrano), è un percorso politicamente e ideologicamente complesso. Un evento accidentato e drammatico non privo di chiaroscuri, di colpe, di errori. Dietro e dentro queste questioni si celano i patrioti coi loro sentimenti, gli ideologi e i politici coi loro progetti, la monarchia sabauda, la Chiesa, il Papa e gli Stati europei coi loro interessi. È la spinta dei patrioti democratici come Pilo, Crispi, Mazzini che porta Garibaldi a pensare all’impresa dei Mille, per eliminare la reggenza di Francesco II Borbone e di risalire verso Napoli o forse verso Roma. Un evento a cui prendono parte anche le donne. Nobili, borghesi, madri, amanti, sorelle che sostengono la causa rivoluzionaria. Un’esigenza di ideale e di rivoluzione che prosegue fino alla Resistenza, quando il nuovo impeto della Liberazione nazionale antinazista si riannoda alla determinazione dei patrioti delle “Cinque giornate” di Milano.
Fra gli storici la visione non è concorde. Due possono considerarsi le tendenze interpretative, che Pécout racchiude nell’espressione “due Risorgimenti”: una attiene all’epica risorgimentale classica, l’altra muove dall’ala liberale democratica, per spiegare il Risorgimento come una rivoluzione popolare, sia pure interpretabile come «passiva» o «fallita». I sabaudisti enfatizzano l’alta idealità della missione monarchica, altri, come Salvemini e Salvatorelli, ritengono la proclamazione del regno «un’ingenua rappresentazione del Risorgimento» al servizio di Casa Savoia. Croce la ritiene positiva poiché contributo al cambiamento, di contro a Gobetti e Gramsci, che usano il termine di «fallita» per il carattere «insoluto» data la mancanza di un’azione popolare e di «passiva» per l’incapacità dei democratici di coinvolgere le masse. La conseguenza è la formazione di uno Stato unito ma non popolare con una classe reggente reazionaria.
Un unico percorso lega il connubio di Cavour-Rattazzi, inaugurazione delle coalizioni governative per il raggiungimento della maggioranza parlamentare, al trasformismo di Depretis e al parlamentarismo di Giolitti. Una degradazione etica della prassi politica che si è riprodotta su scala regionale e locale. Tuttavia, «la storia scavalca la storiografia»: mentre Cavour, cinicamente, tesse la trama delle relazioni internazionali e pensa a un’Italia unita sotto lo scettro sabaudo, Mazzini, rivoluzionario leale, vede nella Repubblica la costruzione della volontà democratica popolare, «l’Italia una, unita e repubblicana», un ideale divenuto reale nella Costituzione e Garibaldi fa convivere democrazia e monarchia.
Grida, spari, sangue accompagnano lo sfondamento garibaldino fino all’ingresso di Palermo in cui patrioti gridano: «Siamo italiani! Viva l’Italia!». E D’Azeglio scrive: «Per la ragione che gl’Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina… l’Italia non potrà divenir nazione». Il senso di quest’espressione supera il «Vanno fatti gli italiani», che gli è erroneamente addebitato, poiché egli rileva la difformità fra i risultati raggiunti dall’unità e l’arretratezza socio-culturale del Paese. L’Italia è regionalista, il tessuto sociale nasce disomogeneo. La differenza fra Nord e Sud rivela disuguaglianza e corruzione dei costumi, nata dalla connivenza tra autorità e classi alte. La chiusa de “Il Gattopardo” lo evidenzia. L’interminabile ballo è metafora paradigmatica della scomparsa dell’endemica nobiltà parassita che realizza un’operazione trasformista: abbandona i Borboni per i Piemontesi, a tutela dei propri privilegi e a conferma di un cambiamento istituzionale.
Inizialmente Garibaldi ha l’appoggio spontaneo dei “villani” e gli interessi delle parti, patrioti e contadini, convergono e contribuiscono alla riuscita dell’impresa, il fine comune è eliminare la reggenza borbonica, ma la “rivoluzione agraria” non rientra in questo fine. Come intuito da Pisacane la democrazia mazziniana tarda a comprendere la centralità del “problema della terra” . A chi legge con acribia i fatti appare evidente che il punto focale è la liberazione-unificazione, sottovalutato è il problema economico-amministrativo. Il fraintendimento siciliano si alimenta col desiderio del possesso della terra già nella fase che precede la spedizione, a seguito di congiunture precise: tra le misure messe a punto dalla neo segreteria di Stato garibaldina vi è il ripristino delle misure attuate con la legge rivoluzionaria del ’49, fra cui la divisione delle terre nobiliari ai cittadini del Comune d’appartenenza. Nell’editto di Salemi si fa riferimento alla richiesta del servizio militare obbligatorio, su cui conta Garibaldi per formare un “Esercito meridionale”, ma le sue aspettative sono deluse perché i siciliani mantengono la loro ostilità alla leva. Il sistema dispotico borbonico nega al Sud ogni ammodernamento e innesca un sistema contraddittorio: all’arretratezza delle istituzioni corrisponde una forte pressione fiscale. Tuttavia, nell’intricata situazione postunitaria l’estensione nazionale delle leggi piemontesi comporta un aggravio della tassazione che, assieme alla richiesta di leva obbligatoria, innesca una bomba. Il brigantaggio, interpretabile come episodio di lotta di classe, è la risposta popolare. Il sovrano deposto e il Papa lo fomentano in funzione antigovernativa. Il neo governo nazionale risponde con un’azione militare e giuridica, e non sociale come avrebbe dovuto.
Valutando da più prospettive sembra non esista reale alternativa al processo unitario, così come compiuto. Il tema nutre un cattivo revisionismo storico a prevalente carattere ideologico, fra neo-meridionalisti che stigmatizzano la “conquista regia” contro il Sud e nordisti antiunitari. Criticato è Garibaldi, da eroe a malandrino. La sua biografia conferma lo spirito di un condottiero spartano e le maldicenze sulla sottrazione di denaro, nate in tempo reale, si possono fugare con una ricostruzione della sua vita. Analogamente all’accusa di relazione con la Massoneria, non giova decontestualizzare.
Il Risorgimento, infine, è un evento realizzato con un concorso di elementi e di forze differenti, per sentimenti, principi ideologici, metodi e mezzi ma orientati per un fine comune, l’Italia.
Gazzetta del Sud


L’Unità e i dubbi degli scrittori siciliani

Melo Freni

Se dagli inizi dello Stato unitario il problema emergente è stato quello del Sud, la «questione meridionale» come denunciata da sociologi e politici, ad esso si è aggiunto il problema del Nord, che fa del decisionismo l’arma vincente della propria intransigenza. Alla luce di questo sorge spontanea la domanda se per caso non abbiano avuto ragione, e non ne abbiano ancora, quegli scrittori siciliani che, pur nell’atmosfera trionfale della meta raggiunta, non si fecero scrupolo di annotare con tempismo gli scricchiolii della nascente unità.Nel «Gattopardo» il principe Fabrizio annota che l’Unità è nata male in una sciroccosa giornata di Donnafugata, quando era stata «uccisa la buona fede», riferendosi ai brogli elettorali del plebiscito, quando don Ciccio Tumeo, che aveva votato contro l’Unità, allo spoglio dei voti aveva dovuto constatare che il consenso era stato unanime e il suo «no» se lo erano mangiato. Ma ancora prima c’era stato il Pirandello de «I vecchi e i giovani» dove il patriota Giovanni Mortara viene ucciso a Favara dallo stesso esercito sabaudo che lui, legalista in quei giorni di tumulti, era accorso a difendere: «Ma chi abbiamo ucciso?». Domanda inquietante non solo di quei giorni. Sarebbe cambiato tutto per non cambiare niente?Nel romanzo «I viceré» Federico De Roberto metteva l’accento sulla repentina vocazione popolare di don Consalvo Uzeda, da far dire all’anziana principessa che quando c’erano i Borboni la loro famiglia era stata quella dei Viceré, quindi, sopravvenuta l’Unità, era diventata quella dei deputati al Parlamento: un potere vale l’altro!Tutti e sempre i soliti giochi di potere (ma importante è averlo capito, dice Pirandello), con la solita aristocrazia preponderante. Non solo, come prima, aristocrazia del sangue (dal gattopardo Tancredi all’onorevole Uzeda) ma anche del censo (vedi il senatore don Calogero Sedara). E tutto, e sempre, volto ad annullare i sogni di una giustizia lungamente attesa da un popolo rimasto sempre a cullare sogni oltre le illusioni: leggi i moti di Alcara descritti da Vincenzo Consolo nel «Sorriso dell’antico marinaio», leggi il racconto «Il 48» di Sciascia, e ancora sul massacro di Bronte, leggiamo i cronisti locali dei fatti che qua e là insanguinarono, dal 1860 al ’62, decine e decine di paesi siciliani.E valga ricordare, per una rapida conclusione, «Qualcuno ha ucciso il generale» di Matteo Collura, sulla sorte dell’ex generale Giovanni Corrao, ucciso ad Unità sancita per la paura che potesse ancora rinfocolare di ardore garibaldino una Palermo ormai sedata.Celebriamo l’Italia, dunque, celebriamo l’Unità, ma diamo atto a tanta letteratura siciliana della sua presenza critica, non già per separare ma per offrire una visione disincantata di una storia dove l’Italia si riconosca e migliori.

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