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Posts Tagged ‘Mussolini’

La preghiera del pane

Amate il pane
cuore della casa,
profumo della mensa,
gioia del focolare.

Rispettate il pane:
sudore della fronte,
orgoglio del lavoro,
poema di sacrificio.

Onorate il pane:
gloria dei campi,
fragranza della terra,
festa della vita.

il più santo premio

Non sciupate il pane:
ricchezza della Patria,
il più soave dono di Dio,
alla fatica umana.

So di essere scomoda e di esserlo sempre stata, dipende dal mio carattere innato, ribelle ad ogni forma di costrizione. Questo blog esiste proprio per questo, per darmi l’opportunità di esprimere le mie idee fuori dal coro. Anche se faccio, gioco forza, delle lunghe pause per vari motivi, so di avere potenzialmente la possibilità di dire quello penso, finchè qualche bempensante non deciderà che sia giunta l’ora di tapparmi la bocca. Come al solito, secondo un mio vizio, comincio da lontano. da mia madre, nata nel 1901, che ha vissuto l’epoca fascista nel nostro bel Paese, in un borgo incantevole, baciato da una natura generosa, S. Stefano in Aspromonte, apprezzando la qualità di vita di quegli anni,  quando era possibile dormire con porte e finestre aperte, quando c’era un piano ambientale nazionale contro i rischi idrogeologici, quando c’era pure un piano per l’edilizia nazionale, di fatto le costruzioni di quegli anni sono le ultime ad avere un certo stile dignitoso, prima che spopolasse l’edilizia selvaggia, quando c’era un piano sanitario nazionale.Dopo di che il marasma totale culminato con la istituzione delle Regioni, enti locali dannosi, autorizzati alla corruzione legale e agli imbrogli. Mia madre, dicevo, una donna che ha sacrificato gli studi in medicina sull’altare della concordia familiare minacciata dalla rivalità tra sorelle. Mia madre, che aveva scritto una lettera a Mussolini scongiurandolo di non entrare in guerra, lettera che dopo aver tenuto in borsa per diversi giorni, ha strappato pensando che il Duce non  avrebbe mai potuto darle retta. Mussolini di fatto, ha condiviso l’entrata nel conflitto anche con i comunisti, se è vero, come lo è, che ha inviato al Cremlino un certo Togliatti, che, al riguardo, riceveva il placet dal Soviet Supremo. Poi parliamo di partigiani e di Piazzale Loreto, ahimè! come e quanto in Italia  è facile mistificare la storia e infierire con ferocia inaudita e ingiustificata !

 

 

 

 

 

 

 

E ancora devo sentire parlare di apologia del fascismo, mentre il comunismo, nonostante il fallimento nei Paesi dove il regime era al Governo, viene ancora esaltato dai cosiddetti compagni nostrani, che da veri Padri Zapata conducono una vita da radical-chic borghesi, e pensano di lavarsi la coscienza biascicando slogan e frasi fatte sugli ultimi e gli emarginati La poesia che ho riprodotto all’inizio di questo pezzo, guarda caso, è stata scritta proprio da Benito Mussolini nel mese di gennaio  1928 e diffusa nei giorni tra il 14 e 15 aprile dello stesso anno in occasione della Celebrazione Nazionale della Festa del Pane.

 

Sempre attuali,  queste parole, oggi più che mai,  tenendo conto della infima qualità del pane che arriva sulle nostre tavole tra grani esteri di dubbia origine e provenienza e farine manipolate. A me è capitato di vedere questa poesia esposta in alcune panetterie come di autore anonimo, quando io precisavo che la preghiera è opera di Mussolini, come minimo mi  guardavano storto ritenendo avessi bestemmiato, e dopo aver  cercato su internet restando senza parole. Io ho impresso queste parole su una tovaglia da tavola, specificando naturalmente, come si conviene, l’Autore, sulla quale apparecchio anche per amici comunisti, quelli della puzza sotto il naso, con somma goduria, e se il boccone va loro storto, chi se ne frega. Se, poi, per questo dovrei ” perdere” qualche cosiddetto amico, a buon rendere, dunque, vuol dire che proprio amico non era.

 

P.S. mi scuso per la qualità della foto della tovaglia. E’ la prima volta che stiro dopo molto tempo e ancora non sono perfettamente efficiente.

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Leggere  “Chi volle la seconda guerra mondiale”,  bel libro di Bruno Tomasich non è cosa facile. Oltre che interesse per la materia di cui tratta, lo scritto richiede la massima concentrazione , non ammette distrazioni di sorta per poter coglierne tutti i dettagli e tutte le sfumature che sono sua parte intrinseca. Bisogna risalire alla cosiddetta Pace di Versailles, località nella quale è stato stipulato un trattato nell’ambito della Conferenza di Parigi del 1919  per fare chiarezza su quel periodo storico. E succede che un certo John Maynard Keynes, famoso economista allora come ora, che faceva parte del consesso come membro della delegazione ufficiale  dell’Inghilterra, abbandona i lavori perchè, secondo la sua convinzione, quella era una pace che preparava alla guerra e documenta subito i fatti nel saggio “Le conseguenze economiche della pace” del 1919. Partendo da qui, dunque, il Nostro Autore analizza con cura scrupolosa fatti, avvenimenti, situazioni  senza trascurare dettagli e minimi particolari, che portano ad una lettura di quegli anni completamente diversa da quella propinata dalla storiografia scolastica. In questo contesto la figura di Mussolini risulta vittima e non protagonista di un conflitto, quello della seconda guerra mondiale, che certamente il Duce non  avrebbe in alcun  modo voluto e  cercato.  Mussolini, anzi, era considerato a livello internazionale grande statista e  “mediatore di pace” e italiano . In merito valga per tutti quello che dice Kipling :”Sappiatelo sempre amare questo meraviglioso vostro fratello, che protegge i vostri interessi ed il vostro avvenire. Vogliategli bene sempre, con un affetto ideale costante; pensate che per l’Italia egli è tutto”.  Stimato in molte parti del mondo, l’America completamente ammirata dal Duce, considerato   mediatore di pace nello scacchiere europeo deve Francia e Inghilterra non erano mai sazi di potere e di conquiste, laddove Mussolini  difendeva ad ogni costo la neutralità italiana. E l’Italia di Mussolini era un paese florido da tutti i punti di vista : le bonifiche delle zone malsane, il Piano nazionade per l’agricoltura, la cassa Mutua malattie, gli apprezzamenti per gli interventi nelle colonie e tanto altro ancora si riflettevano nel benessere sociale diffuso con ricadute in ambiti diversi come dimostrano i successi sportivi del famoso ventennio. La vastissima cultura di Tomasich spazia dagli ambiti letterari a quelli sociologici, economici, scientifici, con citazioni raffinate. Qualsiasi cosa io scriva è inadeguata per recensire un lavoro certosino come questo, ma devo, nel senso che sento proprio il bisogno, di ringraziare l’Autore per avermi dato l’opportunità di leggerlo e mi scuso pubblicamente con lui per la riduttività del mio dire qui e ora. Ciò che maggiormente mi piace in questo scritto è l’attualizzazione della storia, perchè Tomasich fa costante riferimento tra il periodo storico da lui narrato e i tempi nostri; questo è secondo me il compito del vero storico, che l’Autore assolve in pieno perchè per essere storico non serve il riconoscimento accademico quanto la ricerca della verità ad ogni costo  e che la verità dei fatti del passato possa servire per il presente e magari per il futuro.  Bruno Tomasich, secondo me interpreta e rappresenta la figura dello Storico per eccellenza.  Per ben recensire questo libro dovrei copiarlo tutto, compresi punti e virgole; ragion per cui il libro va letto con la mente libera, sgombra da pregiudizi , luoghi comuni e mistificazioni nei quali   la manipolazione socio-politica sguazza e secondo me andrebbe  adottato come libro di testo nelle scuole medie superiori e nelle Università. Altro aspetto che desidero mettere in evidenza è il fatto che in queste pagine si sente il cuore e l’anima dell‘Autore, sono pagine vive dei sentimenti di chi scrive che si trasmettono al lettore: rabbia e indignazione per l’ignoranza e l’incapacità di politicanti di mestiere e amore incondizionato verso il proprio Paese.

Libro duro perchè dice delle verità scomode e nel contempo armonioso, perchè denso di perle di cultura disseminate con raffinata erudizione. Un libro da leggere e meditare.

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Gugliemo Marconi, chi era costui?

 

Guglielmo Marconi

Guglielmo Marconi

 

 

 

Aldilà delle notizie biografiche dello scienziato bolognese, a me piace rendere onore e giustizia a un genio vanto dell’Italia.  Pur essendo di famiglia benestante il giovane Guglielmo vorrebbe sviluppare ancora le sue invenzioni relative alle comunicazioni attraverso il telegrafo senza fili e le onde radio, e non riuscendo ad avere aiuti economici in Italia, all’ età di ventidue anni  anni, nel 1896 si trasferisce con la madre irlandese a Londra dove ottiene il brevetto per i risultati importanti da lui raggiunti. Proprio presso l’Ambasciata italiana a Londra svolge il servizio militare, dal quale viene congedato in Italia nel 1901 e nel 1914 è nominato senatore a vita del Regno d’Italia. Partecipa alla guerra del 15/18 e vive facendo esperimenti tra Italia, Inghilterra, Stati Uniti e  altri Paesi con  sempre sviluppi importanti alle sue ricerche. Nel 1927 è  nominato Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche   e  nel 1930 della Regia  Accademia d’Italia  (l’attuale Accademia Nazionale dei Lincei)  diventando automaticamente membro del  Gran Consiglio del Fascismo. Dopo qualche diffidenza iniziale e  i successi delle sue invenzioni il suo valore viene finalmente esaltato anche in Italia,  con innumerevoli riconoscimenti  e considerato come un vero vanto per aver diffuso nel mondo la cultura scientifica dell’Italia, Patria alla quale è stato sempre profondamente legato,  senza se e senza ma, come egli stesso afferma  più volte e anche in occasione della 19esima riunione  della Società Italiana per il Progresso delle Scienze svoltasi nel mese di settembre del 1930 tra Trento e Bolzano: “Il mio saluto è esultante per il compiacimento di trovarmi tra i fratelli del Trentino in una grande manifestazione prettamente italiana che si svolge sul suolo riconquistato alla grande Madre sotto la guida del  Re vittorioso, mentre il segnacolo della Patria sventola sicuro sul Brennero  e al compimento dei nostri destini presiede e provvede la mente vigile e alerte del Duce”.

E in altra occasione e con un certo umorismo : Rivendico l’onore di essere stato in radiotelegrafia il primo fascista, il primo a riconoscere l’utilità di riunire in fascio i raggi elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la necessità di riunire in fascio le energie sane del Paese per la maggiore grandezza d’Italia”.

Tra i riconoscimenti, da menzionare  sicuramente il Regio Decreto n. 293 del 7 marzo 1938,  con il quale a ricordo della terra dove “ebbero luogo i primi esperimenti della prodigiosa invenzione che donò immensi benefici all’umanità intera, e rese immortale il nome di Guglielmo Marconi”, viene modificata  la denominazione del comune di  Sasso Bolognese in Sasso Marconi e quella della frazione di Pontecchio in Pontecchio Marconi.

Perchè scrivo di queste cose oggi ?

Perchè con la legge n 276 del 28 marzo 1938, Vittorio Emanuele III di Savoia, allora re d’Italia , decreta  che “ll giorno 25 aprile, anniversario della nascita di Guglielmo Marconi, è dichiarato, a tutti gli effetti, giorno di solennità civile”.

Successivamente, il primo governo provvisorio  della Repubblica Italiana con decreto legislativo n 185 del 22 aprile 1946 stabilisce che ” a celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile 1946 è dichiarato festa nazionale”.

Convenzionalmente fu scelta questa data, perché il 25 aprile 1945 fu il giorno della liberazione di Milano e Torino. In particolare il 25 aprile 1945 l’esecutivo del Comitato di Liberazione  Nazionale dell’Alta Italia , presieduto da Luigi Longo, Emilio Sereni, Sandro Pertini e Leo Valiani alle 8 del mattino via radio proclamò ufficialmente l’insurrezione, la presa di tutti i poteri da parte del CLNAI e la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti (tra cui Mussolini, che sarebbe stato raggiunto e fucilato tre giorni dopo).

Oggi il 25 aprile si ricorda ufficialmente la cosiddetta liberazione ma probabilmente nessuno ricorda cosa fosse il CLNAI e cosa sia successo quel giorno; è stato cancellato, e io dico proditoriamente, il ricordo di Marconi, che dal punto di vista culturale, economico, turistico ecc. ecc. ecc, avrebbe ancor oggi, a mio parere, un richiamo importante in Italia e in tutto il mondo, mentre per la liberazione si sarebbe potuto e dovuto trovare altra data, e c’era soltanto l’imbarazzo della scelta.

Sicut transit gloria mundi.

 

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Gli sciocchi infatti più ammirano e amano tutte le cose
che appena riescono a scorgere nascoste sotto parole astruse,
e tengono per vere ciò che può titillare gradevolmente
alle orecchie ed è colorato di una piacevole sonorità”

la nostra terra

L’ aforisma dal De rerum natura di Tito Lucrezio Caro che apre lo scritto racchiude in estrema sintesi il pensiero che l’autore sviluppa senza fare sconti a nessuno. La politica delle chiacchiere in sostituzione di quella fattuale da parte di governanti che trattano allegramente la cosa pubblica, la ormai secolare, con brevi periodi di distinguo,  sindrome di dipendenza che fa del nostro Paese un satellite-schiavo delle decisioni dello straniero di turno; la questione ambientale che con falsi miti e  fasulle teorie populiste  affascina buona parte di quella gente che, schivando l’impegno di ricercare la verità, aderisce senza se e senza ma alle linee di tendenza che spesso nascondono speculazioni finanziarie e commerciali. E, quindi, il ruolo delle multinazionali dell’effimero che imperano indisturbate in un sistema come quello occidentale che ha visto disperdere le identità dei popoli, diversi per cultura, genesi, usi e costumi, in nome di quel villaggio globale esaltato,  osannato e celebrato e  nel cui mito-feticcio parole come Patria, Nazione, Popolo, Territorio, Terra sono bandite e considerate quasi blasfeme. Eppure ci sono stati dei periodi in cui c’era da parte dei responsabili della politica una certa attenzione verso i problemi socio-economico-ambientali, se è vero, come lo è e come l’autore illustra documentando  con precisione estrema le sue argomentazioni, che negli  anni tra il 1920 e il 19440, anno più anno meno, sono stati realizzati, per esempio,  importanti  interventi di bonifica  ambientale strutturati in piani di provvedimenti nazionali di ampio respiro a tutela del territorio. Nei decenni successivi sciaguratamente questa politica del fare, bene e in tutta la penisola, è stata abbandonata per affidare l’Italia  “ al ricatto del Piano Marshall che, prendere o lasciare, ci ha lanciato nella logica del benessere basato sul consumo, lo spreco e il piacere della vita comoda di cui abbiamo goduto e che dovranno pagare le generazioni future“.

In questo strano Paese che si chiama Italia, capitalismo e democrazia sono  intesi come parole vuote  perchè ” la democrazia di cui parlo è quella della prevaricazione dei partiti che si spartiscono le teste anzichè dibattere le idee; che si fanno governare da minoranze in disaccordo che, tuttavia si accordano fra loro quando a loro personalmente conviene …Spesso sono uomini che non cambiano idee perchè non ne hanno. Essi piuttosto cambiano posizione per quella che, per il momento ritengono più sicura e conveniente”.  In questo bel saggio, l’autore  fa un’analisi rigorosa storica e anche dal punto di vista scientifico,  non a caso egli ha una laurea in Chimica industriale e per molti anni ha diretto uno stabilimento di produzione di gas tecnici; e l’analisi, dunque, che è una vera e propria anamnesi, entra nell’anima della Terra, sia quella del territorio che ci appartiene, cioè quella italiana, sia quella più vasta del nostro  pianeta.  L’aggettivo “nostra” , che accompagna la parola terra nel titolo non è, secondo me, messo lì a caso, ma indica il senso e   i sentimenti  che sottendono lo scritto  e che sono di amore sviscerato dell’autore  verso la Terra  intesa come risorsa del popolo e, quindi, da maneggiare con cura da parte di noi tutti. La nostra terra, quindi, come risorsa di ricchezza individuale e collettiva, da conoscere,  rispettare e amare dai singoli e dall’intera comunità. La lettura è scorrevole e piacevole, mai pesante, e spazia toccando, in maniera puntuale e serena, ampi periodi della storia d’Italia, come quelli del ventennio fascista, oggi considerati quasi tabù dalla pseudo-cultura accademica.

Lungi da me la pretesa  di toccare tutti gli aspetti importanti del libro in una sintesi di recensione necessariamente limitata,; sarebbe un esercizio improbo perchè, secondo me, il libro va letto e riletto  come un manuale da consultare nel quotidiano, soprattutto in un periodo storico come il nostro che vede il nostro bel Paese affogare in un pantano di confusione, magari ” per riconoscere come Patria la terra che ha dentro di sè la propria storia”.  Onore e merito, dunque, all’autore, il Dott. Bruno Tomasich, giovane ottuagenario, che nella pagina fb alla voce orientamento politico, scrive : fascista….e basta.

 

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L’ aforisma dal De rerum natura di Tito Lucrezio Caro che apre lo scritto racchiude in estrema sintesi il pensiero che l’autore sviluppa senza fare sconti a nessuno. La politica delle chiacchiere in sostituzione di quella fattuale da parte di governanti che trattano allegramente la cosa pubblica, la ormai secolare, con brevi periodi di distinguo,  sindrome di dipendenza che fa del nostro Paese un satellite-schiavo delle decisioni dello straniero di turno; la questione ambientale che con falsi miti e  fasulle teorie populiste  affascina buona parte di quella gente che schivando l’impegno di ricercare la verità aderisce senza se e senza ma alle linee di tendenza che spesso nascondono speculazioni finanziarie e commerciali. E, quindi, il ruolo delle multinazionali dell’effimero che imperano indisturbate in un sistema come quello occidentale che ha visto disperdere le identità dei popoli, diversi per cultura, genesi, usi e costumi, in nome di quel villaggio globale esaltato,  osannato e celebrato e  nel cui mito-feticcio parole come Patria, Nazione, Popolo, Territorio, Terra sono bandite e considerate quasi blasfeme. Eppure ci sono stati dei periodi in cui c’era da parte dei responsabili della politica una certa attenzione verso i problemi socio-economico-ambientali, se è vero, come lo è e come l’autore illustra documentando  con precisione estrema le sue argomentazioni, che negli  anni tra il 1920 e il 19440, sono stati realizzati, per esempio,  importanti  interventi di bonifica  ambientale strutturati in piani di provvedimenti nazionali di ampio respiro a tutela del territorio. Nei decenni successivi sciaguratamente questa politica del fare, bene e in tutta la penisola, è stata abbandonata per affidare l’Italia  ” al ricatto del Piano Marshall che, prendere o lasciare, ci ha lanciato nella logica del benessere basato sul consumo, lo spreco e il piacere della vita comoda di cui abbiamo goduto e che dovranno pagare le generazioni</em><em> future”.    </em></strong>Capitalismo e democrazia  intesi come parole vuote  perchè ” <em><strong>la democrazia di cui parlo è quella della prevaricazione dei partiti che si spartiscono le teste anzichè dibattere le idee; che si fanno governare da minoranze in disaccordo che, tuttavia si accordano fra loro quando a loro personalmente conviene …Spesso sono uomini che non cambiano idee perchè non ne hanno. Essi piuttosto cambiano posizione per quella che, per il momento ritengono più sicura e conveniente”. </strong></em>Questo scritto fa un’analisi rigorosa storica e anche dal punto di vista scientifico, e non a caso l’autore ha una laurea in Chimica industriale e per molti anni ha diretto uno stabilimento di produzione di gas tecnici, con la quale  entra nell’anima della Terra, sia quella del territorio che ci appartiene, cioè quella italiana, sia quella più vasta del nostro  pianeta.  L’aggettivo “<em><strong>nostra” , </strong></em>che accompagna la parola terra nel titola non è, secondo me, messo lì a caso, ma indica il senso, anzi  i sentimenti  che sottendono lo scritto  e che sono di amore sviscerato dell’autore  verso la Terra  intesa come risorsa del popolo e, quindi, da maneggiare con cura da parte di Noi tutti. La nostra terra come risorsa di ricchezza individuale e collettiva, da conoscere,  rispettare e amare.  La lettura è scorrevole e piacevole, mai pesante, e spazia toccando ampi periodi della storia d’Italia, come quelli del ventennio fascista, oggi considerati quasi tabù dalla pseudo-cultura accademica, in maniera puntuale e serena. Onore e merito, dunque, all’autore, il Dott. Bruno Tomasich, giovane ottuagenario, che nella pagina fb alla voce orientamento politico, scrive : <em><strong>fascista….e basta.</strong></em></div>

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Questo aforisma dal De rerum natura di Tito Lucrezio Caro che apre lo scritto racchiude in estrema sintesi il pensiero che l’autore svliluppa senza fare sconti a nessuno. La politica delle chiacchiere in sostituzione di quella fattuale da parte di governanti che trattano allegramente la cosa pubblica, la ormai secolare, con brevi periodi di distinguo, sindrome di dipendenza che fa del npstro Paese un satellite-schiavo delle decisioni dello straniero di turno; la questione ambientale che con falsi miti e fasulle teorie poluliste affascina buona parte di quella gente che schivando l’impegno di ricercare la verità aderisce senza se e senza ma alle linee di tendenza che spesso nascondono speculazioni finanziarie e commericlai. E, quindi, il ruolo delle multinazionali dell’effimero che imperano indisturbate in un sistema come quello occidentale che ha visto disperdere le identità dei popoli, diversi per cultura, genesi, usi e costumi, in nome di quel villaggio globale esaltato, osannato e celebrato e nel cui mito-feticcio parole come Patria, Nazione, Popolo, Territorio, Terra sono bandite e considerate quasi blasfeme. Eppure ci sono stati dei periodi in cui c’era da parte dei responsabili della politica una certa attenzione verso i problemi socio-economico-ambientali, se è vero, come lo è e come l’autore illustra documentando con precisione estrema le sue argomentazioni, che negli anni tra il 1920 e il 19440, sono stati realizzati, per esempio, importanti interventi di bonifica ambientale strutturati in piani di provvedimenti nazionali di ampio respiro a tutela del territorio. Nei decenni successivi sciaguratamente questa politica del fare, bene e in tutta la penisola, è stata abbandonata per affidare l’Italia ” al ricatto del Piano Marshall che, prendere o lasciare, ci ha lanciato nella logica del benessere basato sul consumo, lo spreco e il piacere della vita comoda di cui abbiamo goduto e che dovranno pagare le generazioni future”. Capitalismo e democrazia intesi come parole vuote perchè ” la democrazia di cui parlo è quella della prevaricazione dei partiti che si spartiscono le teste anzichè dibattere le idee; che si fanno governare da minoranze in disaccordo che, tuttavia si accordano fra loro quando a loro personalmente conviene …Spesso sono uomini che non cambiano idee perchè non ne hanno. Essi piuttosto cambiano posizione per quella che, per il momento ritengono più sicura e conveniente”. Questo scritto fa un’analisi rigorosa anche dal punto di vista scientifico, e non a caso l’autore ha una laurea in Chimica industriale e per molti anni ha diretto uno stabilimento di produzione di gas tecnici, con la quale entra nell’anima della Terra, sia quella del territorio che ci appartiene, cioè quella italiana, sia quella più vasta del nostro pianeta. L’aggettivo “nostra” , che accompagna la parola terra nel titola non è, secondo me, messa lì a caso, ma indica il senso, anzi i sentimenti che sottendono lo scritto e che sono di amore sviscerato dell’autore verso la Terra intesa come risorsa del popolo e, quindi, da maneggiare con cura. La nostra terra come risorsa di ricchezza individuale e collettiva, da conoscere, rispettare e amare. La lettura è scorrevole e piacevole, mai pesante, e spazia toccando ampi periodi della storia d’italia, come quelli del ventennio fascista, oggi considerati quasi tabù dalla pseudo-cultura accademica, in maniera puntuale e serena. Onore e merito, dunque, all’autore, il Dott. Bruno Tomasich, giovane ottuagenario, che nella pagina fb alla voce orientamento politico, scrive : fascista….e basta.

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Giovanni Guareschi

Pier Francesco Borgia- ilgiornale.it -Giovannino Guareschi è lo scrittore italiano in assoluto più ap­prezzato e più letto nel mondo: ol­tre 20 milioni di copie dei suoi libri sono stati venduti e si continuano a vendere, tradotti in decine di lin­gue, mentre i film su Don Camillo e Peppone, ispirati ai suoi roman­zi, continuano a spopolare ovun­que. Umorismo, ilarità, buon gu­sto, allegria sono le caratteristiche delle opere del grande scrittore emiliano. Ma la serenità non fu la cifra della sua vita. Prima vittima di una giustizia ingiusta, Guare­schi morì al suo secondo infarto, nel 1968, all’età di 60 anni, dopo avere superato il primo nel ’61.

Possiamo dire, oggi, che quel­la ingiusta condanna subita, quell’anno e passa di detenzio­ne trascorso nel carcere di San Francesco del Prato, a Parma, influì in maniera determinan­te sulla sua salute?
«Le rispondo con una mia frase: “Ho dovuto fare di tutto per soprav­vivere, tuttavia tutto è accaduto perché mi sono dedicato ad un pre­ciso programma che si può sinte­tizzare con uno slogan. Non muo­io neanche se mi ammazzano”».

Lei ebbe una giovinezza molto movimentata, non è così?
«Beh,sì,nel ’36,a 28 anni non an­­cora compiuti, ero già redattore ca­po, oltre che vignettista e illustrato­re, del Bertoldo , la rivista satirica di Rizzoli diretta prima da Cesare Za­vattini, poi da Giovanni Mosca. Ma i guai mi arrivarono addosso nel ’42, quando mi comunicarono la noti­zia- poiperfortunarivelatasinonve­ra- che mio fratello,militare nell’Ar­mir, era morto in Russia. Non ci vidi più ed esplosi in una serie di insulti nei confronti di Mussolini».

E cosa accadde?
«Che qualcuno tra i presenti corse a riferire alla polizia. Fui arrestato e condannato a tornare sotto le armi: artiglieria.Dopol’8settembre,all’or­dine di passare al servizio della Re­pubblica Sociale Italiana, risposi no. Nonmisognavoneppuredirinnega­re il giuramento di fedeltà al Re ».

Già, è vero, un monarchico co­me lei…
«È la verità. Quel mio no ai fascisti di Salò lo pagai con due anni di de­portazione nei Lager nazisti, prima in Polonia, poi in Germania. Ne rica­vai Diario clandestino , il mio primo libro di successo».

Al ritorno in Italia, fondò «Can­dido », sempre con Rizzoli, e diede inizio ad una durissima campagna per impedire che i comunisti conquistassero il potere. Indimenticabili e insu­perabili le sue vignette contro i «trinariciuti». A proposito, qual era la funzione del­la terza narice?
«Far defluire la materia cerebrale e fare entrare di­rettamente nel cervello le direttive del partito. Devo dire che non fu una battaglia persa. Molti storici hanno attribuito a Candido e alla sua campagna gran parte del meri­to della vittoria democristiana alle elezioni del ’48».

Ricordo il favoloso appello lan­ciato dalla copertina di «Candi­do »: «Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no».
«Non fu il solo. Lanciai un manife­sto, da me disegnato, con lo schele­tro di un soldato italiano ucciso in uncampodiprigioniasovieticodal­lacuiboccauscivanoquesteparole: “Mamma, cento­mila prigionieri italiani non sono tornati dalla Russia.

Votagli contro anche per me”».

Gli anni dal ’48 al ’54, quando scoppiò il «caso De Gasperi», furono quelli di maggior suc­cesso, per «Candido».
«Se continuavo a cercarmi dei guai, non era perché fossi ambizio­so o pazzo. Non perché avessi mire “politiche”. Ma perché, rinuncian­do io a parlare, avrei tolto la possibili­tàdiparlareatutti. Iniziaiapreoccu­parmi dopo la condanna per il “ca­so De Gasperi”. E non per me, ma per la libertà e la verità. Motivi di pre­occupazione che, a quanto vedo, non sono ancora venuti meno in Ita­lia ».

Parliamo adesso delle sue vi­cende giudiziarie.
«Non mi querelò solo il presiden­te del Consiglio, ma anche il presi­dentedellaRepubblica, LuigiEinau­di. Per una vignetta disegnata da Carletto Manzoni che riportava un’etichetta del vino Nebbiolo pro­dotto nelle terre della famiglia Ei­naudi, con la scritta “presidente”. Un “conflitto d’interessi”, si di­rebbe oggi. Al processo mi presentaiio, inquantodi­rettore responsabile di Candido , e mi af­fibbiarono 8 mesi di reclusione con la condizionale. Era il 1950».

Quattro anni dopo, la «bom­ba » De Gasperi…
«Tutto ebbe inizio quando Enri­co De Toma, un ex ufficiale della Rsi cheavevaricevutodaMussolinil’in­carico di mettere al s­icuro in Svizze­ra una copia del suo carteggio riser­vato, vendette quei documenti al­l’editoreRizzoli. Unoscoopcolossa­le. Ilsettimanale Oggi , direttodaEdi­lio Rusconi, iniziò a pubblicare le carte, ma, dopo solo tre settimane, la pubblicazione fu interrotta senza dare spiegazione. Volli ficcare il na­so in quegli incartamenti. Scoprii due lettere che De Gasperi aveva in­viato da Roma al colonnello inglese Bonham Carter, a Salerno, solleci­tandoilbo­mbardamentodellaperi­feria di Roma per spingere la popola­zione a ribellarsi ai tedeschi ».

E lei decise di pubblicarle. Per­ché?
«Perché De Gasperi, venendo me­no all’impegno preso nel ’48, stava aprendo ai socialisti di Nenni. Non potevo certo essere d’accordo. Da qui la mia decisione di pubblicare le due lettere».

Si disse (e la sentenza confer­mò questa opinione) che i do­cumenti di quel carteggio era­no dei falsi fabbricati durante la Rsi.
«Fui in grado di rendermi facil­mente conto che i documenti del carteggio erano autentici».

Il Tribunale di Milano rifiutò la perizia grafica. E lei fu condan­nato ad un anno di reclusione.
«In tutta quella faccenda tennero contodell’“alibi morale”di De Ga­speri e non ammisero neppure che iopotessipossedereilmio“alibimo­rale”. Me lo negarono. Negarono tutta la mia vita, tutto quello che io avevo fatto nella mia vita. Scriverò: “Mi avete condannato alla prigio­ne? Vado inprigione”».

Nel quale restò non un anno soltanto, ma ben 409 giorni, perché alla condanna del pro­cesso De Gasperi si aggiunse quella del processo Einaudi.
«Esatto.Piùaltriseimesidi“liber­tà vigilata”, ottenuta per “buona condotta”. Primo e unico giornali­sta italiano a scontare interamente in carcere una condanna per diffa­mazione a mezzo stampa.

Lo scopo era di tappare la bocca a Candido . E il potere giudiziario,ovvero il “terzo potere”,si prestò.Nel ’61, dopo che ebbi il mio primo infarto, Candido
cessò le pubblicazioni».

E il «quarto potere»?
«Ai miei funerali c’erano soltan­to due giornalisti: Nino Nutrizio, direttore de La Notte e mio grande amico, ed Enzo Biagi, emiliano co­me me ».

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Caro Pansa,

mi permetto di rivolgermi a lei in questi termini perché ormai la considero uno di famiglia; ho letto diversi suoi scritti, dei quali discuto con parenti e amici. Più di una volta sono stata tentata di scriverle, ma ora, dopo aver appena finito di leggere Il revisionista, la tentazione è diventata come un bisogno.Mi ritengo uno spirito libero, non ho mai avuto tessere di partito e mi sono sempre accostata a fatti e scritti con un ampio margine del beneficio del dubbio : posso dire, purtroppo, di essere nata disincantata, anche forse per il percorso movimentato del mio vissuto. A proposito di  verità nascoste anche un mio zio, fratello di mia madre, giovane italiano , 27 anni, maturità classica, di ritorno da Salò, mentre si recava dalla fidanzata sfollata ad Avellino,è stato denudato,torturato, violentato e barbaramente ucciso a Jesi nella cosiddetta resistenza partigiana. Apprezzo enormemente il suo coraggio e la sua onestà intellettuale e proprio riconoscendole queste rare doti sento la necessità di significarle alcune mie riflessioni. Leggendo i suoi scritti ho la sensazione come se lei sorvolasse su alcuni fatti dando per scontato opinioni abbastanza diffuse nell’immaginario collettivo e magari distorte e degne di un suo approfondimento, come dimostra di fare egregiamente per altri aspetti delle vicende politiche italiane. Mi riferisco, per esempio, al fatto che lei  definisca il fascismo come espressione di destra,  mentre sappiamo benissimo che Mussolini era socialista-marxista e che non ha mai sconfessato queste sue convinzioni. Sappiamo anche che prima di entrare in guerra ha chiesto il parere, tramite Togliatti, del Soviet di Mosca, il quale si è espresso favorevolmente all’alleanza italo-tedesca. I fatti di Piazzale Loreto,poi, sono una vergogna nazionale. In questo contesto sarebbe interessante rendere nota la corrispondenza epistolare tra Mussolini e Gramsci, tra i quali l’ amicizia è stata eterna..Continuando, lei definisce la politica di Berlusconi di destra; ma guarda caso il Cavaliere e la maggior parte del suo staff sono di sinistra Personalmente io mi sento politicamente liberale di destra, secondo i valori espressi dai liberisti inglesi, come Smith, Ricardo, Keynes e via dicendo e ho sperato che anche nel nostro Paese potesse finalmente nascere una forza di questo tipo, e un sistema bipartitico puro, anche se non amo fare paragoni, confronti o imitazioni con qualsiasi altro Stato, perché ognuno ha le proprie peculiarità. Certo avevo sperato che Fini potesse dare una mano a questa importante operazione, ma forse il clima politico della nostra penisola prevede soltanto tendenze “sinistre”, perché per quanti sforzi possa produrre, la mia mente non riesce ad intravedere sia nel passato che nel presente una realtà politica che possa essere definita di destra.

Altra considerazione che mi sollecita la lettura de Il revisionista è quella sui fatti di Reggio Calabria, fatti  a proposito dei  quali  lei, Dott. Pansa,afferma  che ” il MSI disponeva di una sua piazza violenta”. Ma lei ha parlato con Almirante  dei fatti di Reggio Calabria? Ho vissuto personalmente quei giorni e mi sento offesa e umiliata anche da lei : come mai da cronista corrispondente dell’epoca, lei così attento e minuzioso  dà un giudizio così approssimativo?  Mi sembra strano lei non sappia che tra i primi a scendere in piazza c’era un certo Perna, già comandante partigiano e sempre comunista di prima linea; mi sembra strano lei non sappia che un certo Ciccio Franco per il suo impegno in quei fatti  sia stato espulso dal suo partito, proprio quell’ MSI di Almirante, dichiaratamente quest’ultimo lontanissimo dalla rivolta reggina.. Tanto solo per dire che la rivolta era  di popolo, spontanea e sentita, ostacolata da tutti, dico tutti, i partiti, oscurata dai mezzi di informazione. Certo lei,erede di Cavour e di Garibaldi, servitori ossequiosi dello straniero anglo-francese, non può capire una simile ribellione per un “pennacchio”, senza cercare più a fondo. E’ difficile,peraltro, accettare che una colonia, piccola, marginale, trascurata, osasse ribellarsi alla Madre Patria.. perché di questo si tratta : mentre commemoriamo con orrore l’ occupazione di Praga dai carri armati sovietici, giustifichiamo anzi applaudiamo l’occupazione  con i mezzi cingolati  da parte del Governo e con l’ approvazione di tutte le forze politiche, indistintamente e in nome della democrazia , di Reggio Calabria, città che sin dal Primo Governo unitario è stata sfrattata, maltrattata e derubata del diritto-dovere di cittadinanza, peggio di una colonia. !… In merito ai fatti della mia città devo purtroppo sottolineare da parte sua un comportamento che a me appare ambiguo.

Al di là  di una certa presunzione, che peraltro non considero un difetto, perché senza di una buona dose di essa non si può fare il giornalista, io ho come l’ impressione che lei sia giustamente  indignato,  fino all’ossessione, soprattutto con le forze di sinistra e con la sua Repubblica, che non capiscono il bisogno di verità:  un forte esame di coscienza, riconoscere i fatti per quelli che sono stati e poi far rinascere la politica. Troppo chiaro ed evidente per essere capito dai complessati e spesso ottusi  politici italiani..

Mimma Suraci

Reggio Calabria,28 settembre 2009

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Era un uomo straordinario e di grande cultura, alla Montanelli. Non fu un dittatore spietato come Stalin»

Marcello Dell'Utri (Ansa)
Marcello Dell’Utri (Ansa)

ROMA – Benito Mussolini visto con gli occhi di Marcello Dell’Utri. Il senatore del Pdl, tra i fondatori di Forza Italia, ne parla a lungo in una intervista alla trasmissione web-tv Klauscondicio di Klaus Davi. «Mussolini – sostiene Dell’Utri – ha perso la guerra perché era troppo buono. Non era affatto un dittatore spietato e sanguinario come poteva essere Stalin. Leggendo i diari, giorno per giorno, per 5 anni dal ’35 al ’39, cioè alla vigilia della decisione di entrare in un conflitto mondiale già iniziato, le posso assicurare – spiega – che trovo Mussolini un uomo straordinario e di grande cultura. Un grande scrittore, alla Montanelli, i suoi diari sembrano cronache di un inviato speciale, con frasi brevi e aggettivazioni efficaci come raramente ho letto». «Non è colpa di Mussolini – aggiunge l’esponente azzurro – se il fascismo diventò un orrendo regime. Ci sono testimonianze autografe del duce in cui critica i suoi uomini che hanno falsato il fascismo, costruendosene uno a proprio modo, basato sul ricatto e sulla violenza. Il suo fascismo era di natura socialista». Secondo Dell’Utri «sono state le sanzioni a costringere Mussolini a trovare un accordo con la Germania di Hitler. Se non ci fossero state le sanzioni, probabilmente non si sarebbe mai alleato con Hitler che non stimava per niente, anzi temeva. Ci sono pagine inedite, scritte da Mussolini su questi anni, che faranno discutere molto e che dimostrano la disaffezione del duce nei confronti del Furher, tanto che definisce il suo Mein Kampf un rigurgitevole testo».

LE LEGGI RAZZIALI – Quanto alle leggi razziali, «nei suoi diari – afferma il parlamentare del centrodestra – Mussolini scrive che le leggi razziali devono essere blande. Tra gli Ebrei, il duce, spiega di avere i suoi più cari amici e si chiede perché seguire Hitler con le sue idee sulle razze ariane, razze pure che non esistono». «Non ho paura – dice ancora Dell’Utri – di diventare impopolare con queste rivelazioni, perseguo solo la ricerca della verità. Io non ho alcuna intenzione di fare apologia né del fascismo né di Mussolini. Ho scoperto nei diari di Mussolini la figura di un grande uomo. Ha commesso errori ed è già stato condannato dalla storia. Ma da questi scritti viene fuori una figura diversa da quella che ci è stata propinata dagli storici dei vincitori, non era un buffone, non era un ignorante e tantomeno un sanguinario. Era un uomo buono. Mussolini era solo una brava persona che ha fatto degli errori». Ultimo argomento al quale Dell’Utri dedica la sua attenzione, quelo del rapporto del dittatore con le donne: “A palazzo Venezia, con le donne il duce usava la tecnica musica e magia. Negli anni, dal ’35 al ’39 Mussolini non aveva amanti, ma solo fugaci incontri e faceva quello che oggi si riassume in: musica (tromba) e magia (sparisci). L’unica donna che lo colpì profondamente fu Claretta che viene descritta, in una pagina del 16 Ottobre del ’36, in maniera straordinaria e si capisce quanto Mussolini ne fosse innamorato».

REPUBBLICHINI PARTIGIANI – I repubblichini di Salò? «Erano al 100% partigiani di destra», ha risposto Dell’Utri a Klaus Davi. «Non è che fossero delle persone da cancellare dalla storia, perché hanno avuto la loro parte e credevano – sostiene l’esponente del Pdl – in alcuni valori. I repubblichini sbagliavano sicuramente, perché la Repubblica di Salò non è certo stata una gran bella cosa, però sono esseri umani che hanno lottato al pari degli altri per una loro idealità».

LA RAI – Ma durante l’intervista Marcello Dell’Utri ha risposto anche su altri temi. Ad esempio sulla Rai. «Occupare la Rai? Perché no, ma naturalmente speriamo di non doverla occupare». «La tv di Stato ha grandi professionalità, ma un po’ ha ragione Gasparri: è ancora in mano alla sinistra», ha spiegato, «non so come la Rai stia in piedi, non essendo un’azienda a tutto tondo, i presidenti, gli amministratori delegati, i direttori generali vengono scelti dalla politica e non dal mercato».

VELINE – Le veline? Per Marcello Dell’Ultri sono meglio di alcune giornaliste televisive. «Le veline laureate e preparate politicamente sono di gran lunga più apprezzabili di alcune tele giornaliste che non conoscono l’italiano. Spesso alcuni commenti dimostrano l’invidia degli altri», ha aggiunto, «noi del Pdl siamo sempre presi di mira su questo tema».

DI PIETRO – «Di Pietro non mi sembra un anti-utopista, ma esattamente l’opposto, un fanatico. Come politico- ha spiegato il senatore- lo metto insieme a tutte quelle persone fanatiche che non posso stimare. Fa proteste più che proposte».

il corriere 4 maggio 2009

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