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Posts Tagged ‘S. Stefano in Aspromonte’

est modus in rebus, sunt certi denique fines, 
quos ultra citraque nequit consistere rectum" ( Orazio )

La storia è bella e affascinante, e riguarda una intera comunità.

 

Tempo fa urgeva restaurare il portone della Chiesa parrocchiale di S. Stefano in Aspromonte, il paese che mi ha dato i natali e al quale sono affezionata aldilà di ogni mero interesse . Il restauro viene affidato ad una bottega artigiana del luogo specializzata in lavori di gran pregio, che attende all’opera con massima cura dei particolari. Il portone è monumentale e  costituito da quattro parti : due battenti principali grandi e due piccoli per le porte laterali; ognuna di queste parti poi si apre a libro con giochi di incastro minuziosi e sofisticati, che l’usura del tempo e infiltrazioni d’acqua  hanno danneggiato senza intaccare, per fortuna, l’opera originale che si evidenzia di vero cesello. Nella parte interna di una delle porte principali c’è un rettangolo di carta, che porta una scritta, ripetuta anche direttamente sul legno. “Giuseppe, Giovanni e Domenico Suraci realizzano e offrono il portone in memoria del proprio padre Domenico su espressa volontà della mamma Carmela 4 Agosto 1931. ”

 

A questo punto il giovane artigiano si pone alla ricerca per sapere qualcosa di più e, chiedi di qua, domanda di là, qualche persona anziana  individua finalmente nello scritto la famiglia Suraci, proprio la mia famiglia d’origine.

 

Quando mia sorella e io siamo state messe a conoscenza del fatto, ci siamo recate presso la  bottega e con grande stupore ed  emozione abbiamo ammirato l’importante e  raffinata opera   e il messaggio in essa custodito per essere tramandato ai posteri. A questo punto è stato facile ricostruire i fatti.

 

L’attuale Chiesa parrocchiale del Paese è stata costruita nei primissimi anni trenta del secolo scorso, il 1900, e la nonna Carmela Morabito ha voluto fare omaggio del portone attraverso i figli impegnati  all’epoca in un laboratorio di falegnameria conosciuto per la raffinatezza e il pregio delle opere grazie alla competenza del maetro Domenico, mio zio, che ha fatto scuola nel territorio ai numerosi discepoli che frequentavano il laboratorio, come dimostrano le molte opere realizzate compreso il portone, del quale stiamo qui narrando la storia.

 

 

La data 4 agosto, giorno in cui  la Chiesa cattolica ricordava San Domenico,  è significativa in quanto vuole evidenziare che l’opera è dedicata al marito Domenico, nonno Suraci, da poco deceduto. Il foglietto di carta con la scritta aveva urgente bisogno anch’esso di restauro e il Parroco, nella persona del signor Pasquale Geria se ne è assunto l’incarico; con il passare dei giorni venivano, però, fuori idee diverse e piuttosto aleatorie. Il documento, perché di questo si tratta, si deve restaurare, no; va conservato in archivio cosi com’è. Insomma si dice e non si dice.  Per approfondire la situazione, chiamo via telefono il prete e chiedo un appuntamento, perché preferisco parlare de visu e non per filo; il sacerdote  mi chiede l’argomento e mi risponde con prepotente arroganza che lui sa quello che c’è da fare, per cui è inutile incontrarsi; e mentre cerco, con estrema educazione, di farmi indicare data e orario per un eventuale confronto, mi chiude il telefono in faccia blaterando e imprecando frasi incomprensibili.  Dopo di che vado in Curia a cercare  Monsignor Arcivescovo, che è fuori sede, e mi informano che per parlare con Sua Eminenza bisogna prendere appuntamento con il Segretario, nella persona del Sacerdote Francesco Siclari. Evidentemente vige un modus vivendi, una prassi ufficiale nell’ambiente religioso, perché, raggiunto al telefono, sempre con estrema cortesia, prima   mi  chiede  l’argomento, poi il mio interlocutore, il segretario,  si inerpica in un’altra discussione inutile e arzigogolata, e percepisce che avrei voglia di abbassare  la cornetta, io questa volta, ma io sono educata e civile e non ho bisogno la tutela, la copertura,  delle guarentigie ecclesiatiche, e ne vado fiera.Godo e vado fiera  della mia libertà di pensiero e di espressione con rispetto ed educazione verso tutti, valori che contraddistinguono il mio stile di vita a prescindere, sempre e comunque. Il racconto dei fatti finisce qui.

 

 

Fosse stata una persona intelligente e saggia, il prete  avrebbe partecipato alla popolazione con gioia, attenzione e cura i fatti, condividendo una storia della quale gli stessi  autori, mio padre e i miei zii, hanno voluto lasciare testimonianza scritta. E comunque il foglio di carta con la scritta andava sicuramente e obbligatoriamente  restaurato e riposto con cura nel luogo dove gli autori l’avevano inserito. Come dire che il Signor Pasquale Geria ha commesso un abuso di potere, del quale deve dare conto a me a mia sorella e a tutta la comunità, perchè si tratta di fatti pubblici. C’è da dire, poi, che la Chiesa è un luogo pubblico che appartiene al territorio e a tutta la comunità, sicuramente non  al sacerdote, il quale si trova nel luogo di passaggio e dovrebbe gestire la cosa pubblica come un custode, come un  buon padre di famiglia. Altrochè. Tutti e due gli interlocutori in questa fattispecie, i Signori, si fa per dire, Sacerdoti  Geria e  Siclari, sono stati supponenti, villani, scostumati, arroganti e stupidi.  E dire che chiedevo solo, probabilmente con troppa educazione, solo un appuntamento !………

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Seuls les enfants savent aimer

 

 

Bruno Caliciuri, chi è costui?

Mimma Suraci-La vita ti riserva sempre delle sorprese, alcune belle, come questa. La storia di Bruno Caliciuri è infatti una piacevole e gradita risonanza che richiama sentimenti ed emozioni spesso trascurati dal frastuono  frenetico del quotidiano. Fermiamoci, dunque, per assaporare una delicata  pagina  di poesia.

Oggi, 8 gennaio 2018. L’Independant dedica un titolo in prima e una intera pagina al famoso  cantante  francese Calì, nome d’arte proprio di Bruno Caliciuri, il cui nonno, Giuseppe, fratello di Teresa, la mamma di mio marito, dal paese d’origine, S. Stefano in Aspromonte, dopo diverse peripezie in giro per il mondo, approda in Francia e si stabilisce con l’amata sposa spagnola, a Vernet les Bains in Occitania. In questi giorni ricorre il triste anniversario della morte della giovane mamma, che aveva appena compiuto 33 anni il 3 di gennaio, quando il piccolo Bruno aveva appena sei anni. Il bimbo porterà sempre nel cuore la ferita incisa dalla   perdita della mamma e adesso, affermato cantautore con ben 7 album pubblicati, ha voluto raccontare nel romanzo Seuls les enfants savent aimer , la sofferenza di lui bambino nei  terribili 8 mesi succedutisi alla morte della mamma.  Un racconto intenso e delicato che inizia, dunque, il 7 di gennaio, la data in cui la mamma viene sepolta. Quante cose avrebbe voluto dire alla mamma, quante volte avrebbe voluto rifugiarsi tra le sue braccia, quanti se, quanti ma, quante domande senza risposte!

Un cantautore genuino e profondo, idilliaco e spregiudicato, impegnato e sentimentale; nelle sue canzoni Bruno, con tratto leggero  e deciso, lontano da pietismi e vittimismi, tocca, canta, grida, urla, con sensibilità infinita e straordinaria  passione, inquietudini e turbamenti,malinconie e tenerezza,  gioie e felicità in una esplosione emotiva sofisticata  che va direttamente al cuore di chi ascolta che si sente coinvolto e protagonista.

Il libro è un inno alla mamma, sotteso dalla  colonna sonora della stessa delicata sensibilità di una intelligenza emotiva vivace e appassionata che accompagna tutte le sue canzoni.

Solo i bambini sanno amare: il romanzo di Bruno Caliciuri, in arte Calì,  dato alle stampe uscirà a giorni per i tipi di Cherche Midi e si annuncia già un successo

 

“L’enfance et ses blessures, sous la plume de Cali.

Seuls les enfants savent aimer.
Seuls les enfants aperçoivent l’amour au loin, qui arrive de toute sa lenteur, de toute sa douceur, pour venir nous consumer.
Seuls les enfants embrassent le désespoir vertigineux de la solitude quand l’amour s’en va.
Seuls les enfants meurent d’amour.
Seuls les enfants jouent leur coeur à chaque instant, à chaque souffle.
À chaque seconde le coeur d’un enfant explose.
Tu me manques à crever, maman.
Jusqu’à quand vas-tu mourir ?”

Avevo da pochi giorni festeggiato i miei 5 anni, quando quel maledetto mattino del 27 agosto in due ore si portò via il mio papà, sulle cui ginocchia la sera prima avevo giocato a cavalluccio. Rabbia e ribellione sono in me esplose contro il mondo intero, e la ferita sanguina tuttora. La mente razionale di un bambino non può capire l’evento misterioso della morte che va contro ogni logica umana e molte mie espressioni e comportamenti  nell’immediatezza successiva sono stati  un pericolo per me e  per le persone che mi stavano accanto. A poco a poco, crescendo ho dovuto accettare anch’io, gioco forza, la legge incomprensibile  della vita cercando e ricercando con coraggio, forza e saggezza  una certa serenità per elaborare il mio dolore. Condivido, dunque, con intensa partecipazione i sentimenti dell’autore. Bravo Bruno Caliciuri, narratore, poeta, cantore di sentimenti ed emozioni universali.

 

 

In conclusione mi piace richiamare la canzone che porta lo stesso titolo del libro. grazie Calì e ad majora semper

Seuls les enfants savent aimer
La neige est tombée cette nuit
La neige c’est l’or des tout petits
Et l’école sera fermée
Seuls les enfants savent aimer
À la fenêtre j’ai chaud au ventre
La neige n’a pas été touchée
Dehors la rue qui se tait
Seuls les enfants savent aimer
Je passerai te prendre
Nous irons emmitouflés
Marcher sur la neige les premiers
Seuls les enfants savent aimer
Nous marcherons main dans la main
Nous marcherons vers la forêt
Et mon gant sur ton gant de laine
Nous soufflerons de la fumée
Nous ne parlerons pas
La neige craquera sous nos pas
Tes joues roses tes lèvres gelées
Seuls les enfants savent aimer
Mon ventre brûlera de te serrer trop fort
De là-haut le village
Est une vieille dame qui dort
La neige est tombée cette nuit
La neige c’est l’or des tout petits
Et l’école sera fermée
Seuls les enfants savent aimer
Compositori: Bruno CALICIURI

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Mantieni i tuoi pensieri positivi,
perché i tuoi pensieri diventano parole.
Mantieni le tue parole positive,
perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti.
Mantieni i tuoi comportamenti positivi,
perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini.
Mantieni le tue abitudini positive,
perché le tue abitudini diventano i tuoi valori.
Mantieni i tuoi valori positivi,
perché i tuoi valori diventano il tuo destino.
(Mahatma Gandhi)

I principi morali esaltati da Gandhi, secondo me, raccontano bene lo stile di vita di Sonia Romeo, che proprio in questi giorni ha aggiunto un’altra stella al merito del suo percorso professionale, con il ruolo di Primario medico dell’INAIL, degno riconoscimento dei frutti della virtù e dell’ingegno che questa donna mette in tutto quello che fa. Figlia, con dedizione assoluta verso i genitori, sorella amorevole  e attenta sempre, moglie soave  senza riserve, madre tenera e premurosa con lieve tocco dolce; sempre affettuosa con chi le sta accanto. Medico competente in privato e sul campo di battaglia, appunto la sede Inail di Reggio Calabria, dove adesso ricopre il posto di primario. Impegnata nel sociale e nella politica del territorio, per il quale non ha esitato a mettersi in gioco, a buttarsi nella mischia: un altro aspetto che la caratterizza, infatti, è l’amore viscerale verso il suo luogo d’origine,  quel “nostro” paese unico che risponde al nome di S. Stefano in Aspromonte, fonte di gioie e dolori, come d’altra parte il rapporto con un amante sottende. La peculiarità fondamentale di Sonia sta nel fatto che a tutto quello che fa, alla sua eccezionalità, dà l’impronta della leggerezza, come se tutto fosse “naturale” : non si vanta, non si gonfia; bensì con coraggio e umiltà, camminando sulle proprie gambe, agguanta i suoi sogni, con raffinata intelligenza e sottile perspicacia. Eccellenza reggina, perla della nostra terra, che  tu, circondata dall’affetto dei tuoi cari, possa realizzarli tutti, carissima, perchè sono sicura che, lungi dal sentirti appagata, continuerai ad avanzare nella scalata al tuo Ventoux.

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uragano

Ciao Peppe, stamane alle 7,15, mentre percorrevo la S.P. 7 in prossimità della frazione Mannoli di S. Stefano ci siamo incontrati con “Gonzalo”, ad un certo punto mi è sembrato di entrare proprio a casa sua. Immerso tra le grigi nuvole, e illuminato dai suoi lampi, il suo ruggito era sempre più forte, ed ecco che scendeva giù quella grande goccia d’acqua freddissima che si frantumava sul mio parabrezza, istintivamente ho esclamato: heiiiiiiiiiiiii. Come se mi avesse dato ascolto, per qualche minuto silenzio e lampi tra il lontano grigiore, il grigio vicino sembrava ammutolito, e tra me e me sussurravo: e adesso che farai? Mi sono ritrovato a dialogare con esso, il suo ruggito sembrava soffocato, mi stava ascoltando? Giunto in prossimità di casa mia la goccia freddissima che si frantumava sul parabrezza, ha preso forma, era una grandinata, silenziosa e consistente, immerso tra le nubi grigio/nere, mi feci coraggio e scesi dalla macchina, apprestandomi ad aprire il cancello manualmente, sentivo che mi stava ascoltando e osservando, forse esagero nel mio racconto, ma questa è stata l’impressione. Aperto il cancello ed entrato con la macchina nel piazzale, riscendo dalla stessa e inserisco la chiave aprendo il portone, sono entrato dentro e socchiusa la porta, i ruggiti e le esplosioni erano insistenti e forti, mentre continuava a venire giù con violenza una grandinata di notevole intensità che in un batter d’occhio ha ricoperto l’intera automobile. Il tutto è durato 10 minuti, sentivo da dentro casa il suo allontanarsi in modo rapido. Riesco all’aria aperta dopo 20 minuti circa, e dietro il grigiore che si allontanava in direzione mare, compariva l’azzurro nitido e chiaro, il mio amico/nemico si stava allontanando in cerca di altre mete, tu sostieni che ritornerà, lo stesso e sarà sempre lui? “ Gonzalo”? Credimi, aspetto e seguo i tuoi studi, e le tue previsioni perché forse mi affascina la meteorologia. Volevo commentarlo nel tuo link che in questi giorni sto seguendo con molta attenzione, ma penso di inviartelo in chtt per evitare che qualcuno mi prenda per pazzo. Hahahahahaha Ciao xxxxx un abbraccio con stima e amicizia. Stefano Penna

24/10/2014

Casualmente sono venuta a conoscenza di questa bellissima pagina scritta ormai giusto un anno fa di questi giorni  quando sul nostro territorio, di Reggio Di Calabria e dintorni, imperversava l’ uragano Gonzalo Dal momento che la lettura mi ha emozionato, io la pubblico nel mio blog per poterla partecipare ad altri amici.  L’autore Stefano Penna l’ha indirizzata a Peppe Caridi

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Vox populi,  voce di una popolana qualunque.

pinoccio

Sono geneticamente una persona libera, o almeno cerco di esserlo in una società, come quella attuale, che ha fatto della manipolazione di massa la sua caratteristica, anzi la sua arma principale. Libera, curiosa e ribelle, cerco di oppormi ad ogni tipo di condizionamento e a ricercare sempre e comunque la verità, ad ogni costo,e la ricerca del vero, del giusto e del bello è stata sempre il filo conduttore della mia vita e mi ha accompagnato nelle scelte del quotidiano, secondo canoni personalissimi, cercando di sfuggire all’omologazione e alla massificazione sociale che vuole gli individui allineati e coperti, esseri amorfi da plasmare dai burattinai di turno a proprio uso e consumo. Proprio l’esigenza di libertà che ha sotteso tutta la mia vita e, nonostante i miei interessi verso diversi altri settori, mi ha stimolato a scegliere di  studiare Scienze Politiche, sia perchè sono anch’io un animale sociale, di aristotelica memoria, e sia perchè ritengo che la Politica, proprio quella però con la P maiuscola, sia la scienza preposta al vivere civile, nonostante spesso, molto spesso, la voglia di isolarmi in un qualche eremo del mio Aspromonte sia fortissima.Da giovane, insieme ad un gruppo di coetanei, in quel nostro bel paese che risponde al nome di S. Stefano in Aspromonte, peraltro ricco di storia, di cultura e di risorse spesso purtroppo trascurate, abbiamo formato un club,  con il quale ci proponevamo di portare avanti  i nostri ideali di vita  nel contesto del nostro territorio. Strada facendo, però, il disincanto ha spostato via via i miei punti di vista dovendo constatare, giorno dopo giorno, che  la scienza della politica è scomparsa per lasciare il posto alla chiacchiera di beceri ignoranti che spopolano in ogni dove spacciandosi per esperti della res publica con arroganza, prepotenza e sfacciataggine inaudite.E l’universalità dell’essere umano è sostituita dal solipsismo, per cui al singolo individuo tutto è consentito, tutto è lecito, secondo una morale tutta personale e comunque di parte  o di partito. Certo ti viene in mente il passato, quello, oggi celebrato, della polis, che poi tanto democratico non era,  quello  cantato da Dante, descritto da Machiavelli, narrato da Manzoni, giusto per fare qualche nome : perchè di questo si tratta. Quando lo Stato, che dovrebbe essere la tua massima espressione ti vessa continuamente e ti ghermisce come i tentacoli di una piovra rubando ai poveri per dare ai ricchi ( sono così ignoranti i governanti italiani che non hanno capito manco Robin Hood ), ti senti tradito e capisci che la vera mafia sta nel Palazzo.E per evadere e non rovinare il mio fegato evito adesso di partecipare in qualsiasi forma a riunioni, consessi, dibattiti, convegni e compagnia bella che trattino di politica, della quale si fa scempio a destra, a manca, e in qualsiasi direzione. Proprio Panfilo Gentile, già negli anni ’60 faceva in Democrazie Mafiose un’approfondita analisi sul sistema democratico italiano e giungeva alla conclusione che il suffragio universale con la conseguente formazione di diversi partiti politici,stimolava, giocoforza e di fatto, il voto si scambio secondo il principio del do ut des, da cui la corruzione mafiosa  dei praticanti politica e della politica tutta. Può capitare, in questo contesto, di incontrare casualmente qualche responsabile politico del governo della tua città, come è capitato a me poco tempo fa e allora ti devi convincere che non esiste alcuno spiraglio. Se, infatti, alle rimostranze di qualcuno  che si lamenta delle tante cose che non vanno nella nostra città il politico capovolge il problema scaricandosi delle responsabilità, che si è assunto candidandosi,  lamentandosi che, nonostante egli stesso abbia chiesto ripetutamente consigli  e proposte per la risoluzione dei disagi, non abbia ricevuto alcuna risposta in merito da alcuno e poi giù a disprezzare il popolo, volgo incapace e plebeo, come lo è stato sicuramente, aggiungo io, quando ha dato il voto a lui e a tutti quelli che pensano come lui e che sono tanti. Altro che cittadinanza attiva, con la quale si riempiono la bocca molti cosiddetti esperti per stimolare la partecipazione  alla vita sociale e politica. Attenzione, però che se e quando il popolo, quel volgo, rozzo e ignorante plebeo, così duramente calpestato, un giorno si sveglia  a fare  le barricate contro il comportamento mafioso dei politici, e l’uomo qualunque griderà la propria identità, allora saranno dolori. Perchè quando una persona si candida come amministratore della cosa pubblica, dovrebbe presentare un suo progetto sul quale essere giudicato, prima sull’idea  e dopo, una volta eletto, sullo stato dei luoghi., cioè sulla realizzazione di quelle proposte per le quali era stato eletto. Se invece il politico, abdicando, richiede al popolo, così ignorante da avergli dato il voto, la risoluzione dei problemi comuni e comunitari, deve  semplicemente andarsene a casa, dichiararsi fallito e incapace senza se e senza ma.Comunque personalmente qualche ideuzza voglio esprimerla.

1- Controllo dei prezzi. Reggio Calabria è una città carissima : molti generi di consumo quotidiano, alimentari e non, hanno prezzi spesso triplicati e quadruplicati rispetto ad altre città, come per esempio Roma. Un Comune che si rispetti dovrebbe badare a questo aspetto.

2- Rifiuti. Investire nei riciclo dei rifiuti coinvolgendo Comuni del circondario anche per produrre energia. Realizzare la differenziata stabilendo per legge che ogni fabbricato sia dotato di un locale  per la giacenza temporanea dei rifiuti e un calendario per il ritiro. Dai rifiuti ricavare energia

3-Utilizzare per Uffici della Pubblica Amministrazione solo locali di patrimonio pubblico e eliminare  affitti di immobili privati per ospitare uffici pubblici di qualsiasi settore

4- ripopolare i Borghi, che sono tanti e abbandonati

5- Scuola. Realizzare la cittadella degli studi fuori città con strutture residenziali nuove che riuniscano tutte le scuole di ogni ordine e grado e collegi annessi dove si curino anche attività alternative quali musica, sport, lingue. Imporre lo studio della storia del territorio in tutti i cicli scolastici. Eliminare tutti i progetti. Studiare e consultare come manuale il volume Asini calzati e vesti di Roberto Alonge

6- Trasporti. Curare la manutenzione delle strade esistenti realizzare altri Tapis roulant, che per la posizione della nostra città sono indispensabili, dotare la città di mezzi pubblici efficienti

7- Acqua. Depurare l’acqua della città anche con tappi di plastica come fanno in altre parti d’Italia, a costo zero

8- Toponomastica. Ripristinare la denominazione di Via Apollo nella strada che anticamente ospitava il tempio del dio greco ( oggi Via Musella ), e per le nuove titolazioni utilizzare le tante strade che ancora non hanno una denominazione.

9- Periferie. Sono in totale abbandono. La località turistica di Gambarie, vero e proprio gioiello della natura, che ricade in parte nel Comune di Reggio versa in uno stato penoso. E la Fontana di Tre Aie fa semplicemente schifo.

10- Turismo. Questo settore è completamente ignorato e invece dovrebbe essere una risorsa notevole e in merito le possibilità  sono infinite

11- Costi della politica. I politici non dovrebbero percepire alcuno stipendio dall’impegno nella cosa pubblica; in subordine il loro “lavoro” dovrebbe essere inquadrato nel  Contratto collettivo nazionale di lavoro, come tutte le altre categorie impiegatizie, eliminando i gettoni di presenza , i finanziamenti sotto qualsiasi forma e dicitura, i rimborsi spesa, le auto di servizio di qualsiasi colore. Essi politici per gli spostamenti sarebbe bene utilizzassero i mezzi pubblici, come qualsiasi altro mortale.

12- Tasse. Attuando alcune delle proposte prima esposte si possono ridurre notevolmente le tasse .

Questo giusto per dire qualcosa. Una riflessione completamente personale riguarda il codice etico. In un paese come il nostro con un potere giudiziario aleatorio, secondo me non ha senso invocare il codice etico o l’incandidabilità di chiunque. Considerando, poi, che i partiti agiscono secondo quella che a loro appare l’opportunità del momento, per cui spesso si contraddicono in modo scandaloso,che senso ha implorare un codice morale? Tutta  aria fritta.

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Alcuni di coloro che mi sono vicini dicono che di qualsiasi cosa io parli spesso comincio dalla preistoria e certamente è vero : per carattere , formazione e per il mio vissuto, mi sento obbligata ad approfondire, sviscerare, analizzare ogni fatto, atto, situazione, avvenimento e quant’altro, insomma, incrocio sulla mia strada.Inoltre il mio dire è costellato da immancabili digressioni, perchè saltare di palo in frasca è un altro mio vizietto. E’ un percorso faticoso per chi mi ascolta, ma ancor più laborioso per me stessa perchè mi costa riflessione attenta e puntigliosa, ma tant’è, ormai, giocoforza, mi sono accettata costi quel che costi. Nella fattispecie della quale qui voglio trattare, e cioè delle prossime elezioni comunali che a fine mese vedranno coinvolto pure il mio bel paesino, quel borgo bellissimo che risponde al nome di S. Stefano in Aspromonte, devo riandare agli anni settanta, quando, in occasione di una consultazione comunale, a me e a mia madre con la quale allora, io ragazza, vivevo, è stata trasferita d’ufficio la residenza anagrafica : pur essendo domiciliate a Reggio Calabria per motivi di lavoro, ci recavamo molto spesso in paese, anche facendo la spola e soggiornandovi per parecchio tempo dopo aver io stessa affrontato i disagi di studente pendolare per frequentare il liceo a Reggio e l’università a Messina, grazie all’incapacità dei nostri amministratori che in cento anni, e dico proprio un secolo, non sono riusciti a realizzare la strada a scorrimento veloce Gallico-Gambarie, una strada che io come Sonia e come tanti altri, troppi, cittadini della ridente Vallata, portiamo sulle spalle. Il trasferimento forzato della residenza aveva senza alcun dubbio un sapore politico, si trattava, infatti, di una vera e propria epurazione nei confronti di un buon numero di residenti decise su valutazioni aleatorie di questo o quel personaggio che cercava di accattare qualche consenso in maniera subdola. Nonostante l’illegittimità del provvedimento, tra l’altro impugnato con successo da alcuni compaesani che vivevano stabilmente nel lontano nord Italia, mia madre e io non ci siamo ribellate, pensando che -se il nostro Paese non ci vuole, significa che non ci merita-. Eh sì, perchè l’appartenenza ad un territorio, secondo me, va ben oltre il certificato elettorale e un documento anagrafico non incide sui miei sentimenti personali. Figuriamoci. Non ho mai fatto parte di alcuna parrocchia, non ho mai avuto una tessera di partito, non appartengo a questa o quella parte politica; cerco di mantenere il mio pensiero libero, libero dalle manipolazioni sociali, politiche, economiche, più o meno occulte, figuriamoci se un cambio di residenza potesse mai intaccare il rapporto con il mio paese, la cui terra che ho calcato sin da piccola a piedi nudi mi ha aiutato a crescere forte e corazzata nei confronti delle intemperie del quotidiano! Adesso, qui e ora, da qualche mese, si verifica lo stesso fenomeno all’incontrario, chiamiamole residenze di ritorno, e sì perchè ritornano, eccome; succede, però, che il 31 maggio prossimo a S. Stefano in Aspromonte si debba votare per il rinnovo del Consiglio Comunale e questo avvenimento ha fatto scoppiare l’amore di ritorno verso il luogo e molti sono tornati residenti !!! Che stranezze, vero? Io però ho un alto concetto della cosa pubblica e la politica, quella buona s’intende, dovrebbe impegnarsi e lavorare seriamente per il bene comune. Anche non votando nel mio paese, ne seguo le vicende con attenzione e partecipazione, perchè a me piace vivere quel posto come luogo della mia anima. Mah! capita che, proprio in un periodo come il nostro in cui la corruzione, il compromesso e la mala politica dilagano come un fiume esondato, a tutte le latitudini, la candidatura di Sonia Romeo apre il cuore alla speranza. Non perchè è la prima volta che a S. Stefano ci sia una donna candidata a Sindaco, non già, sarebbe riduttiva questa interpretazione nell’occasione, bensì per il significato della sua candidatura. Stefanita purosangue,colta e raffinata, funzionario medico in un Istituto pubblico con incarichi delicati, moglie e madre affettuosa e attenta di tre figli, Sonia è stata ed è tuttora in prima linea in tutte le attività del paese , nelle quali si spende con tutte le sue forze. Con lei, a cavallo degli anni che segnano il passaggio del millennio appena trascorso, ho condiviso un’avventura associativa, sempre nel nostro Paese, S. Stefano, nella quale entrambe avevamo creduto e ci eravamo tuffate con entusiasmo e che poi senza esitazioni e con grande sofferenza ho abbandonato indignata per comportamenti subdoli, falsi, sleali, ipocriti , ambigui, equivoci, di alcuni suoi rappresentanti. Capita anche, che nei miei soggiorni in paese il mio corpo subisca qualche aggressione velenosa da parte di insetti malevoli, e allora Sonia accorre anche in piena notte e, armata di bisturi e pazienza, con delicatezza estragga i pungiglioni. Disponibile con tutti e a qualsiasi ora, Sonia non si nega mai e affronta ogni situazione con il sorriso, con leggerezza; puntuale e allegra, senza alcun timore, accetta le sfide con impegno fresco ed energie instancabili. Tra me e Sonia c’è una amicizia a distanza, nel senso che, anche se il quotidiano non ci consente di frequentarci assiduamente, ci comprendiamo da lontano probabilmente perchè parliamo un linguaggio simile : e non azzardo citando le famose affinità elettive. Adesso, da stefanita di razza qual è, auguro a Sonia di volare sulle ali di sempre del vero, del giusto e del bello in modo da levare i pungiglioni velenosi dalla res publica, e da far emergere l’importante storia e le ricche risorse umane e territoriali ritrovando l’anima dei nostri luoghi. In bocca al lupo, mia cara, che il cielo ti sorrida sempre e pure questa volta, insieme ai tuoi collaboratori. Ad maiora.

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Anche questa volta Panebianco purtroppo non riesce ad essere obiettivamente critico.Tral’altro dà per scontato che il Nord fosse ricco e il Sud povero. Forse uno dei problemi fondamentali dell’anomalia Italia sta proprio qui. Perchè Panebiano,come molti altri, non sa che la situazione antirisorgimenale della penisola era perfettamente capovolta. Era il Sud ad essere ricco di industrie artigianali e meccaniche che coesistevano con un substrato culturale importante.Certo non era l’eldorado, lo so bene,ma il settentrione versava in condizioni pietose.E la colonizzazione, perchè di questo si è di fatto trattato,è  stata una questione tra Francia e Inghilterra attraverso il Piemonte che ha venduto i meridionali. E poi tra capetingi borbonici e napoleonidi  si poteva trattare di una questione specialmente francofona. Secondo me,inoltre, una volta giunti alla famosa unità si sarebbe dovuto scegliere l’organizzazione politica federalista auspicata non solo dal lombardo Cattaneo e dal pontificio Gioberti, ma anche da un certo Carlo Pisacane napoletano.E comunque c’è un aspetto economico che viene completamente ignorato anche da Panebianco.Nel Regno delle due Sicilie esistevano due Istituti di emissione, che sono stati affondati con l’unificazione: da 150 anni i risparmi dei meridionali hanno finanziato le industrie e le imprese del Nord nel contesto di un sistema bancario distorto.Certo anche molti politici hanno giocato un ruolo suicida, ma non solo al sud, ma io vorrei ricordare quanto diceva in proposito  Don Sturzo : “Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da noi, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere, trovare l’iniziativa dei rimedi ai nostri mali”.

Questo è il commento che avevo mandato al corriere.it a margine dell’articolo di Panebianco. Il mio commento, guarda caso, non è stato pubblicato, io però riporto ciò che dice Panebianco, per capire di cosa qui sto scrivendo.

A me viene da pensare che i corrieristi ritengono spesso di fare opinione nonostante più volte abbiano avuto importanti segnali contrari. Il fatto è che gli italiani sono più preparati dei loro politici e dei loro mezzi di informazione. Compito del giornalista dovrebbe essere sempre e comunque la ricerca della verità, anche se questa può risultare sofferta e in contrasto con le proprie idee. La storia, poi, è quella che è ; cioè la successione di fatti realmente accaduti. Non può essere cambiata. Andrebbe studiata con attenzione. Guardarsi indietro e celebrare un passato spesso costruito dall’immaginario più o meno  collettivo può essere devastante. Il mito di Orfeo e la biblica moglie di Lot insegnano che fermarsi sul passato significa suicidarsi.

Per essere più precisa in merito all’argomento trattato da Panebianco bisogna conoscere di cosa si tratta e in merito ci sarebbero da redigere interi trattati. Qui, però desidero mettere in evidenza la pagina di storia scritta da Stefano Romeo, medico chirurgo cittadino di S. Stefano in Aspromonte, patriota per molti anni in esilio in Turchia, da dove mandava denaro per sostenere i risorgimentalisti  e la cui famiglia ha pagato un grave tributo di sangue alla causa-patria. Eletto  due volte ai primi parlamenti repubblicani  nei primi giorni di febbraio del 1868  si dimette da deputato inviando al presidente della Camera la seguente lettera.

“Onorevole Sig. Presidente,

l’inefficacia dei voti parlamentari, il modo come è inteso e attuato il regime costituzionale in Italia dal 1861 in qua, mi consiglaino uscire dalla Camera. Prego, quindi, la Signoria Vostra presentare alla stessa le mie dimissioni e dichiarare vacante il Collegio di Reggio Calabria.”

Conoscere i fatti e darne contezza non significa però stare da una parte piuttosto che da un’altra; la storia va  contestualizzata e utilizzata per vivere meglio il nostro tempo.

Riportare nella giusta luce gli avvenimenti che portano all’unificazione dell’Italia non significa essere borbonici. Voglio dire che personalmente mi sento italiana, calabrese, reggina, stefanita di Santo Stefano in Aspromonte :  qui e ora con orgoglio e senza vittimismi, non appartengo ad alcuna parrocchia e sto fuori dal coro, dalla mia parte, la parte che cerca la verità; insomma sono in continua tensione verso la libertà anche se mi rendo cono conto che devo lottare quotidianamente per raggiungere questa sensazione tenuto conto che siamo tutti manipolati più o meno occultamente. Con buona pace, naturalmente, dei Panebianco di turno.  Secondo me noi dovremmo guardare al futuro, ma per farlo bisogna fare prima i conti, e pagarli,con la storia, quella vera. E dovremmo avere il coraggio di farlo da Sud a Nord e viceversa.

il sud contro il nord

L’altra secessione

il sud contro il nord

L’altra secessione

Possiamo pensare alla politica come a una torta a due strati: c’è uno strato superficiale e uno sottostante. Lo strato superficiale è quello della politica politicienne su cui si concentra l’attenzione dei media: crisi di governo? Elezioni? Governi tecnici? Nuove sorprese sul piano giudiziario? Nuovi gossip? Poi c’è lo strato sottostante che sta in profondità. Mentre lo strato superficiale è o può essere soggetto a repentini cambiamenti, nello strato profondo i cambiamenti, ammesso che avvengano, richiedono tempi lunghissimi. Tra i due livelli ci sono influenze asimmetriche, di differente intensità (è più forte l’influenza dello strato profondo su quello superficiale che il contrario). Appartiene allo strato profondo la divisione Nord/Sud. Ciò che accade in quello superficiale, di volta in volta, può disvelare aspetti diversi di quella storica divisione, e può anche, in certe fasi, esasperarla, ma non l’ha creata e non può eliminarla.

L’esasperazione della frattura Nord/Sud che sperimentiamo da un ventennio ha la sua causa nella fine della Dc e del sistema di scambi mutualmente soddisfacenti (ampiamente finanziato con l’indebitamente pubblico) che la Dc garantiva fra i diversi territori. Quel sistema aveva assicurato per molti anni una certa tranquillità di superficie ma nella pancia del Paese anche allora si celavano umori cattivi. Qualcuno ricorderà «radio bestemmia », un esperimento di Radio Radicale degli anni Ottanta (non c’era ancora all’orizzonte nessuna Lega a minacciare secessioni). Per tre giorni il microfono fu lasciato, senza controllo, in mano agli ascoltatori: si cominciò con risse e insulti fra tifoserie calcistiche e si finì con una grande esplosione di odio viscerale fra terroni e polentoni.

In questi anni siamo stati soprattutto colpiti dal fenomeno più appariscente: il vento del Nord, il leghismo, con il suo secessionismo culturale e, potenzialmente, politico. Non abbiamo prestato abbastanza attenzione al fenomeno opposto e simmetrico, ma più silenzioso, meno visibile: il secessionismo culturale del Sud. La voglia di bruciare il tricolore non appartiene solo ai più esagitati fra i leghisti: anche dal Sud vengono lanciati cerini accesi.

Che altro è se non voglia repressa di bruciare il tricolore la rappresentazione del Risorgimento come uno stupro di gruppo ai danni del Mezzogiorno da parte di un Nord violento e rapace? La leggenda nera sull’Italia unita nasce subito dopo l’unificazione nutrendosi di fatti veri (l’occupazione piemontese, la spietata guerra al brigantaggio, il peggioramento delle condizioni delle campagne, la grande migrazione verso le Americhe) ma letti piattamente, senza spirito critico, senza inserirli in una visione più ampia, nella quale la partita del dare e dell’avere fra le regioni ricche e quelle povere svelerebbe il proprio carattere autentico: quello di un complesso interscambio che ha portato, nel lungo periodo, più vantaggi che svantaggi all’intera comunità nazionale. A causa dell’esasperazione della divisione Nord/Sud degli ultimi vent’anni, l’antica leggenda nera viene ora riproposta con forza dagli appartenenti alle classi colte meridionali.

Si può leggere di tutto: puntigliose rivalutazioni del Regno delle Due Sicilie, invettive contro Cavour e i piemontesi, criminalizzazione del Nord di ieri e di oggi. Da tante lettere che arrivano quando si scrive di questi argomenti si ricava la sensazione che molti meridionali appartenenti alle classi colte siano sinceramente convinti di due cose. La prima è che, se non ci fosse stata la colonizzazione del Nord, il Sud sarebbe ora qualcosa di simile alla Svizzera o all’Olanda. La seconda è che le classi dirigenti del Sud non abbiano responsabilità dei mali in cui il Sud si dibatte. Nella versione meno spudorata, o meno irrealistica, si parla più prudentemente (come fa il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo) di complicità, di patti perversi fra Roma e le classi dirigenti meridionali.

Perché questa forma di secessionismo culturale danneggia il Sud (polemizzando con me, c’è caduto, sia pure da par suo, anche un finissimo osservatore come Ruggero Guarini su Il Foglio del 28 ottobre)? Perché giustifica e perpetua l’irresponsabilità delle classi dirigenti meridionali e garantisce in questo modo l’impossibilità di una svolta. Sembra che ci sia una sorta di «blocco sociale» composto da classi dirigenti che, spesso, hanno assai male amministrato e di classi colte che tengono loro bordone mal consigliando e mal giustificando.

È vero che ci sono anche segnali che vanno in una diversa direzione. C’è il fatto che il Sud (come il Nord) non è un blocco territoriale omogeneo: esiste anche un Sud produttivo e ben governato. Inoltre, anche in politica non tutto è sempre scontato: ad esempio, Gianfranco Micciché, tenendo a battesimo la sua costituenda Forza del Sud, ne ha parlato come di un movimento politico che deve spingere il Mezzogiorno a ritrovare il suo orgoglio, mettere al bando ogni sterile lamentela, impegnarsi per creare sviluppo e benessere. Si tratterà di vedere se alle intenzioni corrisponderanno i fatti e se le resistenze di quella consistente parte del Sud che non ne vuol sapere potranno essere superate.

Il secessionismo culturale del Sud, nonostante il suo successo e la sua diffusione, ha il fiato corto. A differenza di quello del Nord non può tradursi in secessionismo politico: non dispone dei soldi. Può però avere l’effetto di esasperare ulteriormente il secessionismo nordista. Infatti, anche il movimento leghista è a un bivio, spinto dai suoi stessi impulsi in direzioni diverse: la testa (la ragione) gli detta di cercare soluzioni federali; la pancia lo spinge verso la secessione: un esito che, se si realizzasse, abbasserebbe drasticamente il rango internazionale del Nord (per esempio, in Europa) con molte e pesanti ripercussioni negative.

Berlusconi, costruendo l’unico vero partito nazionale in circolazione (forte al Nord come al Sud) ha precariamente, avventurosamente, e provvisoriamente, surrogato il ruolo storico che era stato della Dc, tenendo di fatto insieme il Paese. Quando il suo partito si disferà (probabilmente ciò accadrà quando egli uscirà di scena), Nord e Sud si troveranno l’uno di fronte all’altro senza mediazioni, l’uno contro l’altro. E per l’unità d’Italia sarà l’ora della verità.

Però, forse, è imminente una crisi di governo, forse andremo presto a elezioni. Parlando di Nord e Sud ho divagato? Non mi pare. Perché, crisi o no, elezioni o no, è dallo strato profondo della torta che partono comunque gli impulsi più potenti. Da essi dipenderà, anche a breve, il futuro del Paese.

Angelo Panebianco

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