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Posts Tagged ‘Terroni’

 

 

 

Eh sì sono proprio razzista, senza se e senza ma. E sono pure orgogliosa di esserlo. Sono abituata per dna e per formazione a dare il giusto peso alle parole e ad usarle nel loro significato autentico lontano da luoghi comuni e frasi fatte, che spesso vengono proferite in automatico senza pensare e senza  capire manco ciò che si dice. Sono di carattere libero e ribelle alle imposizioni e alle manipolazioni e non appartengo a nessuna parrocchia, laica o religiosa che  sia. Mi è capitato di nascere  e vivere in un territorio splendido come è il mio Aspromonte Calabrese, che ha subito crimini pesantissimi dalla cosiddetta unificazione della penisola, che ha soppresso nel sangue il Regno Borbonico delle Due Sicilie , indiscussa potenza mondiale, depredato dai barbari ignoranti invidiosi che popolavano il settentrione del paese, che si sono arricchiti sulle spalle di noi terroni, i veri Italiani, perchè Italia si chiamò originariamente proprio la Calabria, in onore del Re Italo che ivi sbarcò proveniente dalla Grecia, come racconta anche Aristotele :”Divenne re dell’Enotria un certo Italo, dal quale si sarebbero chiamati, cambiando nome, Itali invece che Enotri. Dicono anche che questo Italo abbia trascinato gli enotri, da nomadi che erano, in agricoltori e che abbia anche dato ad essi altre leggi, e per primo istituito i sissizi. Per questa ragione ancora oggi alcune delle popolazioni che discendono da lui praticano i sissizi e osservano alcune sue leggi .” (     Politica ).

Per quanto mi riguarda considero l’appartenenza al mio territorio, la cui storia è stata ed è  continuamente stravolta, un valore aggiunto fondamentale,  e,  dunque, anche per questo sono razzista, ovvio.

Sono razzista anche nei confronti di un Paese, il mio, nel quale purtroppo non mi riconosco, perchè il mio Stato, quella Istituzione, massima espressione della Democrazia, lo Stato che dovrebbe tutelarmi, difendermi, fornirmi, in cambio delle tasse salatissime  che pago regolarmente, i servizi essenziali relativi alla Difesa, alla Salute e all’Istruzione, questo Stato, dunque è diventato oramai da troppo tempo la mia controparte dalla quale devo, o dovrei, difendermi. A questo proposito viene prepotentemente in mente Kafka, perchè io sono costretta a vivere il paradosso che il “mio” Stato è per me un vero e proprio campo di concentramento. E dunque io sono razzista nei confronti del mio Stato, i cui tentacoli mi ghermiscono ogni giorno come quelli di una piovra famelica.  Che ho scritto, campo di concentramento ? Ahimè quanto pesa il mio fardello! Tutti i giorni a destra e a manca  i colpi di un  martello pneumatico insistente e senza soluzione di continuità scandiscono calendari infiniti per celebrare il ricordo delle atrocità dell’olocausto, dei campi di concentramento, delle lotte cosiddette partigiane, e chi più ne ha più ne metta, naturalmente a senso unico.  Contemporaneamente,sotto gli occhi di tutti si sta svolgendo, orami da più di un decennio, un olocausto indegno, infame, peggiore dell’olocausto, perchè nei campi di concentramento il boia è il nemico, qui e mi riferisco all’ignobile tratta di persone mai raccontata dalla storia dell’umanità, qui, intorno al fenomeno dei cosiddetti migranti, il boia è l’amico, è l’amico che ti fa pagare a caro prezzo per andare verso il paradiso terrestre, che poi spesso è rappresentato dai fondali del Mediterraneo, quella parte del Mare Nostrum già nei secoli veicolo di comunicazione di risorse, merci  e cultura e oggi diventato Mare Mortuum.Io voglio bene all’essere umano di qualsiasi colore e a qualsiasi etnia appartenga, e proprio per questo ci si dovrebbe adoperare a dare alle popolazioni dei paesi di origine le giuste informazioni. perchè di fatto succede che le persone vengono illuse che nel famoso Occidente ci sia l’eldorado, per raggiungere il quale servono soldi; allora ci si procura il necessario a costo di vendere i propri beni, si pagano gli scafisti e si parte, chi ha la fortuna di arrivare in Libia, viene messo in carcere perchè il paese contempla il reato di clandestinità, ma se si paga si esce dal carcere. e allora spesso ci si deve rivolgere ancora ai parenti dalla madre patria per recuperare le somme necessarie, grazie alle quali,attraverso le imbarcazioni delle cosiddette ONG solidali, finanziate dal pubblico e dal privato, se non perisci annegato arrivi Italia. Qui vieni smistato nei vari centri di accoglienza, che, in cambio di laute sovvenzioni di denaro pubblico umiliano l’individuo con trattamenti indecorosi , per cui ci ritroviamo con esseri umani, privilegiati legalmente, che fanno la pipì e la cacca dove capita, laddove ai superstiti italiani (?) viene comminata una bella multa se il nostro cane fa la pipì per strada. E i cosiddetti italiani ? possono crepare, e  devono, per legge, essere solidali  Sono in molti a speculare su questa situazione con la complicità  dei Governi di turno e della Santa Chiesa Cattolica :la politica attraverso i canali istituzionali e la Chiesa Universale con i suoi missionari sparpagliati in tutto il mondo, dovrebbero operare nei paesi d’origine dei popoli dei migranti per informare sulla realtà e dissuaderli dal partire verso la sofferenza e spesso la morte. Se c’è bisogno, poi, l’aiuto va fatto in casa loro, spendendo molto meno, creando meno frustrazioni, evitando una tratta ignobile e criminosa, valorizzando quel che resta degli indigeni italiani. Per questo io sono razzista e cattiva.

 

 

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Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate e non pecore matte”……

 

Stanotte ho avuto gli incubi. Complice un insolente  raffreddore ho dormito poco e male mentre si alternavano al mio capezzale alcuni cantastorie che facevano di tutto per addormentarmi, senza riuscirvi, però, questa volta.

dante

Mi trovavo in un teatro seduta tra altri spettatori, quando sul palcoscenico bardato di rosso si presentano :  il

Primo Cantattore. Uno di questi figuri aveva le sembianze dell’attuale Presidente del Consiglio; essì che inizialmente avevo sperato che potesse essere l’uomo nuovo, libero dalla zavorra ideologica, ma già le premesse deponevano male. come fa a non sentirsi a disagio un rappresentante del popolo italiano autolegittimatosi  senza il consenso degli elettori ? la cosa puzzava già dall’inizio. Come una maschera fiorentina, discepolo del peggiore Machiavelli comincia, dunque, il prode Matteo, ad infilare una bugia dopo l’altra guadagnandosi, guarda guarda, l’appellativo del suo conterraneo Pinocchio. Aldilà di tutte le promesse svanite rapidamente  come neve al  solleone, il Nostro raggiunge lo zenit con la cosiddetta riforma costituzionale, fatta, secondo me, per prendere in giro primaditutto l’Europa, che chiede ripetutamente riforme strutturali e in seconda battuta il popolo italiano, verso il quale, è evidente, il fiorentino, nutre un totale disprezzo. perchè, di fatto, il pasticcio, che alcuni chiamano riforma, non cambia nulla, anzi peggiora la situazione già esistente: il senato rimane in maniera subdola e rimangono, stortura inaudita, i senatori a vita, che  il capo dello stato di turno usa e abusa a proprio piacimento in modo vergognoso. renziVistosi con l’acqua alla gola, il premier confessa l’errore di avere personalizzato il referendum, creando l’illusione di un ravvedimento anche se molto tardivo, e contemporaneamente gioca la carta del Ponte sullo Stretto per strappare un sì all’amico Salini. Mi dovrebbero spiegare tutti e due questi signori, cosa c’entra il Ponte con il referendum, cose da pazzi. Se Renzi volesse veramente realizzare quest’opera, dovrebbe solo fare, agire con fatti concreti, non le solite chiacchiere. e d’altra parte poi avrebbe una via dignitosa per uscire fuori dall’impasse nella quale si è cacciato, trovando il coraggio di mandare a casa la ministra Boschi, firmataria della cosiddetta riforma, nonchè menbro discutibilissimo del governo attuale, con tutte le cartacce relative alla riforma, che dovrebbe essere affidata per una nuova stesura a costituzionalisti affermati e al di sopra di ogni sospetto. Per il Ponte, diventato mobile e utilizzato alla bisogna per prendere in giro tutti, non solo i tanti favorevoli, noi, quelli del Sud, di Terronia, i veri Italiani, dovremmo insorgere, andare a legarci davanti palazzo Chigi, indipendentemente dalla propria opinione, solo e solamente per il fatto, che il Presidente del Consiglio si permette di prendere in giro la “sua”, si fa per dire naturalmente, gente.grillo

Secondo Cantattore. Accanto a lui, dunque, nella mia visione, si udivano schiamazzi e, da una criniera selvaggia, si sentiva il frinire urlato di un Grillo proprio insolente, un cantastorie ligure, che novello Garibaldi, cosa fa ?. ma sì va in Sicilia con i suoi Mille. e , mentre critica l’operato del genovese di risorgimentalista memoria, lui arringa il popolo imitando il condottiero ottocentesco con l’obiettivo di fare ancora oggi, una colonizzazione. Siamo proprio impazziti; sì perchè noi, i terroni, i veri italiani, dovremmo rimandarlo indietro a calci nel didietro invece di applaudirlo, come se fosse il salvatore della patria. Sì perchè la storia non dovrebbe essere un mero esercizio  didattico, tra l’altro in una scuola in stato comatoso, ma dovrebbe  aiutarci a non ripetere gli errori già commessi. Abituato a cambiare opinione frequentemente, i suoi proseliti accettano supinamente atteggiamenti e situazioni grottesche, secondo il principio  ” tutto va bien madama la marchesa”.

Terzo Cantattore. Per non smentire il detto ” non c’è due senza tre” tra i due sento uno sghignazzare indecente, perchè non poteva mancare il giullare di corte, un cosiddetto comico fiorentino , che mentre strapazza la Divina Commedia in maniera ignominiosa, è chiamato a prestare soccorso al conterraneo Presidente, per cui non esita a sconfessare se stesso con una faccia tosta da impudente imbroglione, ligio ai servigi del “suo ” principe, in cambio di soldini, o meglio, soldoni fumanti. Raggiunge l’apice poi il signor Benigni quando afferma che col no è peggio della  Brexit. evidentemente nella sua ignoranza non sa quello che dice, perchè l’Inghilterra dopo Brexit sta sicuramente meglio di prima. Basta imbonire le masse buttando lì a casaccio quello che capita. Chi mi conosce sa bene che a me Benigni non è mai piaciuto: non mi piace la sua “cosiddetta” comicità volgare e basata sul turpiloquio, non mi piace l’uso che fa dell’opera di Dante, che ha bisogno di rispetto e dignità, mentre il cantastorie usurpa il pensiero del Sommo Vate. E poi, proprio lui dovrebbe fare tesoro degli stimoli danteschi quando il Sommo, per bocca di Beatrice nel V canto del Paradiso, ammonisce 

“Apri la mente a quel ch’io ti paleso

e fermalvi entro; perchè non fa scienza,

sanza lo ritenere avere inteso…”

 

“…Se mala cupidigia altro vi grida,

uomini siate, e non pecore matte,

sì che ‘i Giudeo di voi tra voi non rida !….”

 

A questo punto i tre civettano con la platea frastornata che li guarda attonita e intanto   il palco si popola di figuranti, comparse e seguaci, che, tra spintoni e sgomitate cercano di guadagnare il contato con il proprio eroe e tutti insieme,  in un barlume evanescente,  sulle note  del pezzo “Libera me, Domine” dalla Messa da Requiem di Verdi, imbastiscono una danza dedicata all’Italia.

A questo punto apro gli occhi e realizzo che si era trattato solo di brutti incubi, complice la condizione precaria in cui mi trovo.

Oppure no ?

 

 

 

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Il Sig. Salvatore Armando Santoro ci regala questo scritto

DESIDERO CONDIVIDERE  ALCUNE RIFLESSIONI CON  TUTTI I MERIDIONALI CHE LA STORIA LA CONOSCONO DAVVERO. ORMAI L’ITALIA E’ FATTA ED E’ STUPIDO DIVIDERLA COME VORREBBERO GLI SCIACALLI DELLA LEGA. ANCHE LORO HANNO USUFRUITO DELLA FAMOSA CASSA DEPOSITI E PRESTITI ALIMENTATA DALLE RIMESSE DEI MERIDIONALI ALL’ESTERO CHE SONO SERVITI SOLO PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE DEL NORD. ALTRO CHE MERIDIONALI POPOLO DI PARASSITI! CHE STRONZI INCIVILI ED ANALFABETI! OGGI QUESTA ITALIA BISOGNA RENDERLA PIU’ GIUSTA E PIU’ RICONOSCENTE VERSO I TANTI MERIDIONALI CHE SI SONO SACRIFICATI PER FARLA CRESCERE (O CHE SONO STATI SACRIFICATI NELLE TRINCEE DEL CARSO NELLA GUERRA DEL 1915-18 PER COSTRUIRLA).
Salvatore Armando Santoro
http://www.circoloculturaleluzi.net
http://www.poetare.it/santoro.html

EVVIVA GARIBALDI

Evviva Garibaldi il grande seduttore
del mezzogiorno un dì liberatore

con suoi soldati male equipaggiati
che Rubattino a Quarto ha foraggiati

Non penso fosse sponsor naturale
forse qualcuno s’è informato male.

Infatti, anche Vittorio Emanuele
già sapeva del furto delle vele,

visto che Farini già era informato
che Rubattino voleva esser pagato!

Insomma il via da Quarto genovese
era come il segreto del marchese

che aveva scritto anche sulla scala
che i Mille andavano a Marsala.

In gran silenzio insomma son partiti
mentre gli inglesi stampavano gli inviti:

“A giorni spettacolo dei pupi
prendere posto in spiaggia sui dirupi”.

“Per vedere arrivare gli invasori
con Garibaldi e i suoi liberatori”.

Arrivati laggiù, è facile intuire,
che i Borboni dovessero fuggire.

Invero come accade molte volte
è uno scherzo far riuscire le rivolte.

Difatti se i comandanti son pagati
e facile poi dire: “son scappati!”.

A parte qualche finta scaramuccia
a Palermo si trovò soltanto “ciuccia” (*)

per la felicità dei giovani invasori,
accolti dalla mafia e dai signori

al suono della banda e dei tromboni
agitando le drappelle ed i blasoni.

Così poi si concluse l’invasione
finita in sesso e grande libagione.

Ma appena Garibaldi salpò via
riprese la manfrina e cosi sia.

L’arruolamento divenne obbligatorio
e il contadino messo in purgatorio

con quasi trenta tasse da pagare,
le industrie della seta da smontare

e coi soldati fedeli a “Franceschielle”
da farsi massacrare a Fenestrelle.

Davvero un bell’inzio siciliano
e a tanti scassò non solo l’ano.

Della strage del Bronte sorvoliamo
ma a investigare bene vi invitiamo

come sarebbe da guardare a fondo
la lotta dei braccianti al latifondo.

La verità la sa il liberatore:
ma fu un eroe oppure un predatore?

Salvatore Armando Santoro
(Boccheggiano 18.1.2011 – 21.25)

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No, non mi piace proprio la festa dell’ipocrita cazzimma delle istituzioni, del chiacchiericcio  confuso e virtuale. Si tratta di festeggiamenti forzati, estemporanei e in buona parte non sentiti, organizzati solo e solamente per contrastare le politiche territoriali della Lega Nord. Io, piuttosto, vorrei festeggiare la secessione dell’Italia, quella vera, la meridionale, dal resto dello stivale perchè questa festa è intrisa di retorica, che da originaria arte del dire si tramuta qui e ora, e molto spesso comunque, nell’arte del fare…il nulla, per la quale si sciupano molte risorse che si potrebbero impiegare diversamente e certamente in maniera utile. Dietro questa retorica si nascondono i crimini commessi dal Nord nei confronti del Mezzogiorno spoliato e ridotto a colonia; crimini che si  perpetuano con cinismo  e inganno perchè quando una piccola colonia osa ribellarsi al malcostume e ai torti subiti con menzogne e inganni , lo Stato democratico reagisce okkupandola con i carri armati, come succede nei Fatti di Reggio Calabria del 1970; crimini che si perpetuano con una informazione che censura fatti realmente accaduti, allora come ora, trascurando e ignorando, esaltando e celebrando o piuttosto denigrando, secondo la convenienza di parte. Si tratta, di fatto, di una operazione al massacro tuttora in corso, come conferma, qualora ce ne fosse bisogno, la censura su alcuni film che ricercano la verità e che non trovano adeguata diffusione perchè considerati scomodi, e mi riferisco a E li chiamarono briganti di Pasquale Squitieri oppure a Liberarsi di Salvatore Romano, due registi coraggiosi e bravi, che cercano di sfuggire all’omologazione di massa che manipola cervelli e coscienze, e per questo  oscurati.  E in questo contesto anche  il riconoscimento imperdonabilmente tardivo di un diritto, come per esempio la realizzazione della SSV Gallico- Gambarie, viene considerata una grazia per la quale prostrarsi da qualche parte.Perchè bisogna essere di parte : tutti, sempre e comunque; e viene considerato bugiardo chi sostiene di appartenere alla propria parte secondo il proprio pensiero libero da orpelli e infingimenti o tornaconti che dir si voglia. Fin quando non si saranno riconosciuti quei reati, fino a quando non si sarà fatta giustizia recitando il mea culpa, chiedendo scusa e riconoscendo gli abusi e i reati commessi nei confronti del Sud della penisola, fino a quando non si cambierà tendenza rendendo conto e chiudendo con il passato ingannevole e omertoso resterà sempre un grosso nodo da sciogliere e  un focolaio pronto a sprigionare fiamme vive.

Detto questo, come si fa ad esaltare l’unificazione della penisola quando certi, molti esponenti politici nazionali si affannano all’estero a  dir male a prescindere del proprio Paese, dell’Italia dunque,  solo per denigrare  l’avversario interno?  Come si fa ad esaltare una soltanto presunta unità mentre si rinunzia a tutelare la dignità di nazione in mome di un malinteso sentimento di solidarietà e di accoglienza ?

E’ proprio squallida una festa del genere, che poi si denomina dell’Unità, un richiamo comunque sinistro, perchè simbolo della subalternità  di certa politica a  pesanti domini stranieri.

A questo punto sento forte il bisogno di richiamare il pensiero e le parole  di Don Luigi Sturzo, sacerdote siciliano e politico di razza estintache io considero il mio manifesto e che, secondo me, dovremmo, noi terroni, abitanti dell’Italia Terronia, quella vera, appunto, perchè ci hanno rubato pure il nome, tenere sempre presente :

Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da soli, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere la responsabilità delle nostre opere, trovare l’ iniziativa dei rimedi ai nostri mali; non siamo pupilli, non abbiamo bisogno della tutela interessata del nord; e uniti nell’ affetto di fratelli e nell’ unità del regime, non nella uniformità dell’ amministrazione, seguiremo ognuno la nostra via economica , amministrativa e morale nell’ esplicazione della nostra vita”.

Che fatica, fare l’Italia… I sentimenti dei patrioti, i progetti dei politici, gli interessi dei potenti

Patrizia Zangla

Il 17 marzo 1861 il Regno d’Italia è proclamato. Il sovrano è Vittorio Emanuele II di Savoia, Re d’Italia «per grazia di Dio e volontà della nazione», formula che unisce la tradizione dei re di diritto divino e l’espressione della volontà popolare. 17 marzo 2011 il Risorgimento è ritenuto una storia stantia con i suoi eroi e i suoi martiri. Distrattamente i nomi riecheggiano nella toponomastica: Largo Mazzini, Via Cavour, Piazza Garibaldi. Come suggeriva Croce, la storia è sempre contemporanea, sono i nostri occhi a deformare i tratti di una storia di giovani, di coraggio e di lealtà.

Il lungo evento-Risorgimento, in cui rintracciare un’origine intellettuale che vede l’incipit nell’Illuminismo riformista e nell’abbattimento dell’Ancien régime (e per cui forzato sarebbe porre la premessa teorica nelle riflessioni di Dante, Guicciardini e Machiavelli, poiché l’Italia cui essi si riferiscono è un’espressione letteraria e non uno Stato indipendente e sovrano), è un percorso politicamente e ideologicamente complesso. Un evento accidentato e drammatico non privo di chiaroscuri, di colpe, di errori. Dietro e dentro queste questioni si celano i patrioti coi loro sentimenti, gli ideologi e i politici coi loro progetti, la monarchia sabauda, la Chiesa, il Papa e gli Stati europei coi loro interessi. È la spinta dei patrioti democratici come Pilo, Crispi, Mazzini che porta Garibaldi a pensare all’impresa dei Mille, per eliminare la reggenza di Francesco II Borbone e di risalire verso Napoli o forse verso Roma. Un evento a cui prendono parte anche le donne. Nobili, borghesi, madri, amanti, sorelle che sostengono la causa rivoluzionaria. Un’esigenza di ideale e di rivoluzione che prosegue fino alla Resistenza, quando il nuovo impeto della Liberazione nazionale antinazista si riannoda alla determinazione dei patrioti delle “Cinque giornate” di Milano.
Fra gli storici la visione non è concorde. Due possono considerarsi le tendenze interpretative, che Pécout racchiude nell’espressione “due Risorgimenti”: una attiene all’epica risorgimentale classica, l’altra muove dall’ala liberale democratica, per spiegare il Risorgimento come una rivoluzione popolare, sia pure interpretabile come «passiva» o «fallita». I sabaudisti enfatizzano l’alta idealità della missione monarchica, altri, come Salvemini e Salvatorelli, ritengono la proclamazione del regno «un’ingenua rappresentazione del Risorgimento» al servizio di Casa Savoia. Croce la ritiene positiva poiché contributo al cambiamento, di contro a Gobetti e Gramsci, che usano il termine di «fallita» per il carattere «insoluto» data la mancanza di un’azione popolare e di «passiva» per l’incapacità dei democratici di coinvolgere le masse. La conseguenza è la formazione di uno Stato unito ma non popolare con una classe reggente reazionaria.
Un unico percorso lega il connubio di Cavour-Rattazzi, inaugurazione delle coalizioni governative per il raggiungimento della maggioranza parlamentare, al trasformismo di Depretis e al parlamentarismo di Giolitti. Una degradazione etica della prassi politica che si è riprodotta su scala regionale e locale. Tuttavia, «la storia scavalca la storiografia»: mentre Cavour, cinicamente, tesse la trama delle relazioni internazionali e pensa a un’Italia unita sotto lo scettro sabaudo, Mazzini, rivoluzionario leale, vede nella Repubblica la costruzione della volontà democratica popolare, «l’Italia una, unita e repubblicana», un ideale divenuto reale nella Costituzione e Garibaldi fa convivere democrazia e monarchia.
Grida, spari, sangue accompagnano lo sfondamento garibaldino fino all’ingresso di Palermo in cui patrioti gridano: «Siamo italiani! Viva l’Italia!». E D’Azeglio scrive: «Per la ragione che gl’Italiani hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina… l’Italia non potrà divenir nazione». Il senso di quest’espressione supera il «Vanno fatti gli italiani», che gli è erroneamente addebitato, poiché egli rileva la difformità fra i risultati raggiunti dall’unità e l’arretratezza socio-culturale del Paese. L’Italia è regionalista, il tessuto sociale nasce disomogeneo. La differenza fra Nord e Sud rivela disuguaglianza e corruzione dei costumi, nata dalla connivenza tra autorità e classi alte. La chiusa de “Il Gattopardo” lo evidenzia. L’interminabile ballo è metafora paradigmatica della scomparsa dell’endemica nobiltà parassita che realizza un’operazione trasformista: abbandona i Borboni per i Piemontesi, a tutela dei propri privilegi e a conferma di un cambiamento istituzionale.
Inizialmente Garibaldi ha l’appoggio spontaneo dei “villani” e gli interessi delle parti, patrioti e contadini, convergono e contribuiscono alla riuscita dell’impresa, il fine comune è eliminare la reggenza borbonica, ma la “rivoluzione agraria” non rientra in questo fine. Come intuito da Pisacane la democrazia mazziniana tarda a comprendere la centralità del “problema della terra” . A chi legge con acribia i fatti appare evidente che il punto focale è la liberazione-unificazione, sottovalutato è il problema economico-amministrativo. Il fraintendimento siciliano si alimenta col desiderio del possesso della terra già nella fase che precede la spedizione, a seguito di congiunture precise: tra le misure messe a punto dalla neo segreteria di Stato garibaldina vi è il ripristino delle misure attuate con la legge rivoluzionaria del ’49, fra cui la divisione delle terre nobiliari ai cittadini del Comune d’appartenenza. Nell’editto di Salemi si fa riferimento alla richiesta del servizio militare obbligatorio, su cui conta Garibaldi per formare un “Esercito meridionale”, ma le sue aspettative sono deluse perché i siciliani mantengono la loro ostilità alla leva. Il sistema dispotico borbonico nega al Sud ogni ammodernamento e innesca un sistema contraddittorio: all’arretratezza delle istituzioni corrisponde una forte pressione fiscale. Tuttavia, nell’intricata situazione postunitaria l’estensione nazionale delle leggi piemontesi comporta un aggravio della tassazione che, assieme alla richiesta di leva obbligatoria, innesca una bomba. Il brigantaggio, interpretabile come episodio di lotta di classe, è la risposta popolare. Il sovrano deposto e il Papa lo fomentano in funzione antigovernativa. Il neo governo nazionale risponde con un’azione militare e giuridica, e non sociale come avrebbe dovuto.
Valutando da più prospettive sembra non esista reale alternativa al processo unitario, così come compiuto. Il tema nutre un cattivo revisionismo storico a prevalente carattere ideologico, fra neo-meridionalisti che stigmatizzano la “conquista regia” contro il Sud e nordisti antiunitari. Criticato è Garibaldi, da eroe a malandrino. La sua biografia conferma lo spirito di un condottiero spartano e le maldicenze sulla sottrazione di denaro, nate in tempo reale, si possono fugare con una ricostruzione della sua vita. Analogamente all’accusa di relazione con la Massoneria, non giova decontestualizzare.
Il Risorgimento, infine, è un evento realizzato con un concorso di elementi e di forze differenti, per sentimenti, principi ideologici, metodi e mezzi ma orientati per un fine comune, l’Italia.
Gazzetta del Sud


L’Unità e i dubbi degli scrittori siciliani

Melo Freni

Se dagli inizi dello Stato unitario il problema emergente è stato quello del Sud, la «questione meridionale» come denunciata da sociologi e politici, ad esso si è aggiunto il problema del Nord, che fa del decisionismo l’arma vincente della propria intransigenza. Alla luce di questo sorge spontanea la domanda se per caso non abbiano avuto ragione, e non ne abbiano ancora, quegli scrittori siciliani che, pur nell’atmosfera trionfale della meta raggiunta, non si fecero scrupolo di annotare con tempismo gli scricchiolii della nascente unità.Nel «Gattopardo» il principe Fabrizio annota che l’Unità è nata male in una sciroccosa giornata di Donnafugata, quando era stata «uccisa la buona fede», riferendosi ai brogli elettorali del plebiscito, quando don Ciccio Tumeo, che aveva votato contro l’Unità, allo spoglio dei voti aveva dovuto constatare che il consenso era stato unanime e il suo «no» se lo erano mangiato. Ma ancora prima c’era stato il Pirandello de «I vecchi e i giovani» dove il patriota Giovanni Mortara viene ucciso a Favara dallo stesso esercito sabaudo che lui, legalista in quei giorni di tumulti, era accorso a difendere: «Ma chi abbiamo ucciso?». Domanda inquietante non solo di quei giorni. Sarebbe cambiato tutto per non cambiare niente?Nel romanzo «I viceré» Federico De Roberto metteva l’accento sulla repentina vocazione popolare di don Consalvo Uzeda, da far dire all’anziana principessa che quando c’erano i Borboni la loro famiglia era stata quella dei Viceré, quindi, sopravvenuta l’Unità, era diventata quella dei deputati al Parlamento: un potere vale l’altro!Tutti e sempre i soliti giochi di potere (ma importante è averlo capito, dice Pirandello), con la solita aristocrazia preponderante. Non solo, come prima, aristocrazia del sangue (dal gattopardo Tancredi all’onorevole Uzeda) ma anche del censo (vedi il senatore don Calogero Sedara). E tutto, e sempre, volto ad annullare i sogni di una giustizia lungamente attesa da un popolo rimasto sempre a cullare sogni oltre le illusioni: leggi i moti di Alcara descritti da Vincenzo Consolo nel «Sorriso dell’antico marinaio», leggi il racconto «Il 48» di Sciascia, e ancora sul massacro di Bronte, leggiamo i cronisti locali dei fatti che qua e là insanguinarono, dal 1860 al ’62, decine e decine di paesi siciliani.E valga ricordare, per una rapida conclusione, «Qualcuno ha ucciso il generale» di Matteo Collura, sulla sorte dell’ex generale Giovanni Corrao, ucciso ad Unità sancita per la paura che potesse ancora rinfocolare di ardore garibaldino una Palermo ormai sedata.Celebriamo l’Italia, dunque, celebriamo l’Unità, ma diamo atto a tanta letteratura siciliana della sua presenza critica, non già per separare ma per offrire una visione disincantata di una storia dove l’Italia si riconosca e migliori.

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Anche questa volta Panebianco purtroppo non riesce ad essere obiettivamente critico.Tral’altro dà per scontato che il Nord fosse ricco e il Sud povero. Forse uno dei problemi fondamentali dell’anomalia Italia sta proprio qui. Perchè Panebiano,come molti altri, non sa che la situazione antirisorgimenale della penisola era perfettamente capovolta. Era il Sud ad essere ricco di industrie artigianali e meccaniche che coesistevano con un substrato culturale importante.Certo non era l’eldorado, lo so bene,ma il settentrione versava in condizioni pietose.E la colonizzazione, perchè di questo si è di fatto trattato,è  stata una questione tra Francia e Inghilterra attraverso il Piemonte che ha venduto i meridionali. E poi tra capetingi borbonici e napoleonidi  si poteva trattare di una questione specialmente francofona. Secondo me,inoltre, una volta giunti alla famosa unità si sarebbe dovuto scegliere l’organizzazione politica federalista auspicata non solo dal lombardo Cattaneo e dal pontificio Gioberti, ma anche da un certo Carlo Pisacane napoletano.E comunque c’è un aspetto economico che viene completamente ignorato anche da Panebianco.Nel Regno delle due Sicilie esistevano due Istituti di emissione, che sono stati affondati con l’unificazione: da 150 anni i risparmi dei meridionali hanno finanziato le industrie e le imprese del Nord nel contesto di un sistema bancario distorto.Certo anche molti politici hanno giocato un ruolo suicida, ma non solo al sud, ma io vorrei ricordare quanto diceva in proposito  Don Sturzo : “Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da noi, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere, trovare l’iniziativa dei rimedi ai nostri mali”.

Questo è il commento che avevo mandato al corriere.it a margine dell’articolo di Panebianco. Il mio commento, guarda caso, non è stato pubblicato, io però riporto ciò che dice Panebianco, per capire di cosa qui sto scrivendo.

A me viene da pensare che i corrieristi ritengono spesso di fare opinione nonostante più volte abbiano avuto importanti segnali contrari. Il fatto è che gli italiani sono più preparati dei loro politici e dei loro mezzi di informazione. Compito del giornalista dovrebbe essere sempre e comunque la ricerca della verità, anche se questa può risultare sofferta e in contrasto con le proprie idee. La storia, poi, è quella che è ; cioè la successione di fatti realmente accaduti. Non può essere cambiata. Andrebbe studiata con attenzione. Guardarsi indietro e celebrare un passato spesso costruito dall’immaginario più o meno  collettivo può essere devastante. Il mito di Orfeo e la biblica moglie di Lot insegnano che fermarsi sul passato significa suicidarsi.

Per essere più precisa in merito all’argomento trattato da Panebianco bisogna conoscere di cosa si tratta e in merito ci sarebbero da redigere interi trattati. Qui, però desidero mettere in evidenza la pagina di storia scritta da Stefano Romeo, medico chirurgo cittadino di S. Stefano in Aspromonte, patriota per molti anni in esilio in Turchia, da dove mandava denaro per sostenere i risorgimentalisti  e la cui famiglia ha pagato un grave tributo di sangue alla causa-patria. Eletto  due volte ai primi parlamenti repubblicani  nei primi giorni di febbraio del 1868  si dimette da deputato inviando al presidente della Camera la seguente lettera.

“Onorevole Sig. Presidente,

l’inefficacia dei voti parlamentari, il modo come è inteso e attuato il regime costituzionale in Italia dal 1861 in qua, mi consiglaino uscire dalla Camera. Prego, quindi, la Signoria Vostra presentare alla stessa le mie dimissioni e dichiarare vacante il Collegio di Reggio Calabria.”

Conoscere i fatti e darne contezza non significa però stare da una parte piuttosto che da un’altra; la storia va  contestualizzata e utilizzata per vivere meglio il nostro tempo.

Riportare nella giusta luce gli avvenimenti che portano all’unificazione dell’Italia non significa essere borbonici. Voglio dire che personalmente mi sento italiana, calabrese, reggina, stefanita di Santo Stefano in Aspromonte :  qui e ora con orgoglio e senza vittimismi, non appartengo ad alcuna parrocchia e sto fuori dal coro, dalla mia parte, la parte che cerca la verità; insomma sono in continua tensione verso la libertà anche se mi rendo cono conto che devo lottare quotidianamente per raggiungere questa sensazione tenuto conto che siamo tutti manipolati più o meno occultamente. Con buona pace, naturalmente, dei Panebianco di turno.  Secondo me noi dovremmo guardare al futuro, ma per farlo bisogna fare prima i conti, e pagarli,con la storia, quella vera. E dovremmo avere il coraggio di farlo da Sud a Nord e viceversa.

il sud contro il nord

L’altra secessione

il sud contro il nord

L’altra secessione

Possiamo pensare alla politica come a una torta a due strati: c’è uno strato superficiale e uno sottostante. Lo strato superficiale è quello della politica politicienne su cui si concentra l’attenzione dei media: crisi di governo? Elezioni? Governi tecnici? Nuove sorprese sul piano giudiziario? Nuovi gossip? Poi c’è lo strato sottostante che sta in profondità. Mentre lo strato superficiale è o può essere soggetto a repentini cambiamenti, nello strato profondo i cambiamenti, ammesso che avvengano, richiedono tempi lunghissimi. Tra i due livelli ci sono influenze asimmetriche, di differente intensità (è più forte l’influenza dello strato profondo su quello superficiale che il contrario). Appartiene allo strato profondo la divisione Nord/Sud. Ciò che accade in quello superficiale, di volta in volta, può disvelare aspetti diversi di quella storica divisione, e può anche, in certe fasi, esasperarla, ma non l’ha creata e non può eliminarla.

L’esasperazione della frattura Nord/Sud che sperimentiamo da un ventennio ha la sua causa nella fine della Dc e del sistema di scambi mutualmente soddisfacenti (ampiamente finanziato con l’indebitamente pubblico) che la Dc garantiva fra i diversi territori. Quel sistema aveva assicurato per molti anni una certa tranquillità di superficie ma nella pancia del Paese anche allora si celavano umori cattivi. Qualcuno ricorderà «radio bestemmia », un esperimento di Radio Radicale degli anni Ottanta (non c’era ancora all’orizzonte nessuna Lega a minacciare secessioni). Per tre giorni il microfono fu lasciato, senza controllo, in mano agli ascoltatori: si cominciò con risse e insulti fra tifoserie calcistiche e si finì con una grande esplosione di odio viscerale fra terroni e polentoni.

In questi anni siamo stati soprattutto colpiti dal fenomeno più appariscente: il vento del Nord, il leghismo, con il suo secessionismo culturale e, potenzialmente, politico. Non abbiamo prestato abbastanza attenzione al fenomeno opposto e simmetrico, ma più silenzioso, meno visibile: il secessionismo culturale del Sud. La voglia di bruciare il tricolore non appartiene solo ai più esagitati fra i leghisti: anche dal Sud vengono lanciati cerini accesi.

Che altro è se non voglia repressa di bruciare il tricolore la rappresentazione del Risorgimento come uno stupro di gruppo ai danni del Mezzogiorno da parte di un Nord violento e rapace? La leggenda nera sull’Italia unita nasce subito dopo l’unificazione nutrendosi di fatti veri (l’occupazione piemontese, la spietata guerra al brigantaggio, il peggioramento delle condizioni delle campagne, la grande migrazione verso le Americhe) ma letti piattamente, senza spirito critico, senza inserirli in una visione più ampia, nella quale la partita del dare e dell’avere fra le regioni ricche e quelle povere svelerebbe il proprio carattere autentico: quello di un complesso interscambio che ha portato, nel lungo periodo, più vantaggi che svantaggi all’intera comunità nazionale. A causa dell’esasperazione della divisione Nord/Sud degli ultimi vent’anni, l’antica leggenda nera viene ora riproposta con forza dagli appartenenti alle classi colte meridionali.

Si può leggere di tutto: puntigliose rivalutazioni del Regno delle Due Sicilie, invettive contro Cavour e i piemontesi, criminalizzazione del Nord di ieri e di oggi. Da tante lettere che arrivano quando si scrive di questi argomenti si ricava la sensazione che molti meridionali appartenenti alle classi colte siano sinceramente convinti di due cose. La prima è che, se non ci fosse stata la colonizzazione del Nord, il Sud sarebbe ora qualcosa di simile alla Svizzera o all’Olanda. La seconda è che le classi dirigenti del Sud non abbiano responsabilità dei mali in cui il Sud si dibatte. Nella versione meno spudorata, o meno irrealistica, si parla più prudentemente (come fa il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo) di complicità, di patti perversi fra Roma e le classi dirigenti meridionali.

Perché questa forma di secessionismo culturale danneggia il Sud (polemizzando con me, c’è caduto, sia pure da par suo, anche un finissimo osservatore come Ruggero Guarini su Il Foglio del 28 ottobre)? Perché giustifica e perpetua l’irresponsabilità delle classi dirigenti meridionali e garantisce in questo modo l’impossibilità di una svolta. Sembra che ci sia una sorta di «blocco sociale» composto da classi dirigenti che, spesso, hanno assai male amministrato e di classi colte che tengono loro bordone mal consigliando e mal giustificando.

È vero che ci sono anche segnali che vanno in una diversa direzione. C’è il fatto che il Sud (come il Nord) non è un blocco territoriale omogeneo: esiste anche un Sud produttivo e ben governato. Inoltre, anche in politica non tutto è sempre scontato: ad esempio, Gianfranco Micciché, tenendo a battesimo la sua costituenda Forza del Sud, ne ha parlato come di un movimento politico che deve spingere il Mezzogiorno a ritrovare il suo orgoglio, mettere al bando ogni sterile lamentela, impegnarsi per creare sviluppo e benessere. Si tratterà di vedere se alle intenzioni corrisponderanno i fatti e se le resistenze di quella consistente parte del Sud che non ne vuol sapere potranno essere superate.

Il secessionismo culturale del Sud, nonostante il suo successo e la sua diffusione, ha il fiato corto. A differenza di quello del Nord non può tradursi in secessionismo politico: non dispone dei soldi. Può però avere l’effetto di esasperare ulteriormente il secessionismo nordista. Infatti, anche il movimento leghista è a un bivio, spinto dai suoi stessi impulsi in direzioni diverse: la testa (la ragione) gli detta di cercare soluzioni federali; la pancia lo spinge verso la secessione: un esito che, se si realizzasse, abbasserebbe drasticamente il rango internazionale del Nord (per esempio, in Europa) con molte e pesanti ripercussioni negative.

Berlusconi, costruendo l’unico vero partito nazionale in circolazione (forte al Nord come al Sud) ha precariamente, avventurosamente, e provvisoriamente, surrogato il ruolo storico che era stato della Dc, tenendo di fatto insieme il Paese. Quando il suo partito si disferà (probabilmente ciò accadrà quando egli uscirà di scena), Nord e Sud si troveranno l’uno di fronte all’altro senza mediazioni, l’uno contro l’altro. E per l’unità d’Italia sarà l’ora della verità.

Però, forse, è imminente una crisi di governo, forse andremo presto a elezioni. Parlando di Nord e Sud ho divagato? Non mi pare. Perché, crisi o no, elezioni o no, è dallo strato profondo della torta che partono comunque gli impulsi più potenti. Da essi dipenderà, anche a breve, il futuro del Paese.

Angelo Panebianco

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Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da soli, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere la responsabilità delle nostre opere, trovare l’ iniziativa dei rimedi ai nostri mali; non siamo pupilli, non abbiamo bisogno della tutela interessata del nord; e uniti nell’ affetto di fratelli e nell’ unità del regime, non nella uniformità dell’ amministrazione, seguiremo ognuno la nostra via economica , amministrativa e morale nell’ esplicazione della nostra vita”.

Luigi Sturzo

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“Io sarei vissuto onesto, se mi avessero lasciato in pace”.

Questa affermazione è di Pasquale Cavalcante, brigante di Corleto Perticara, in Provincia di Potenza; pronunciata l’ 1 di agosto del 1863, prima di essere giustiziato dall’esercito della guardia risorgimentale. Il suo reato, quello di  essere stato sergente di Francesco II, il Borbone, per il quale è stato deriso, ingiuriato, maltrattato, sputato, lacerato …prima di essere ucciso.

Leggere l’ultima fatica di Pino Aprile ,” Terroni”, edizioni Piemme-2010, è come ricevere un forte pugno nello stomaco : rimani stordita. Per la verità devo dire che, forse per una dote o un vizio di natura, forse per la formazione ricevuta prima e poi cercata con insistente e  spesso scomoda ostinazione, personalmente mi sono ben presto convinta di avere subito un oltraggio vigliacco, di essere stata scippata selvaggiamente, di essere stata abusata nel mio sacro diritto alla libertà vera da coloro che qualcuno mi aveva insegnato  a chiamare fratelli, i fratelli del Nord per capirci. Il mio disagio vive e si nutre nel passato e si alimenta con nuova linfa sempre fresca e fertile nel presente, qui e ora , mentre vivo una condizione nella quale la rabbia maggiore proviene dagli insulti che  quotidianamente attentano il mio vivere come i tentacoli di una piovra e che mi inducono a percepire lo Stato come la mia controparte dalla quale mi devo difendere, quando piuttosto esso, lo Stato appunto, dovrebbe essere la mia massima espressione e preposto alla mia sicurezza e alla mia difesa. Uno Stato nemico che non appena una città accenna una protesta sacrosanta non sa fare altro di meglio che mandare i carri armati, come succede a Reggio Calabria nel 1970.  Non potevo però immaginare quanti e quali reati siano stati  perpetrati e commessi con incredibile crudeltà e ferocia da quei miei fratelli; reati, naturalmente impuniti, perchè legalizzati da abusi di potere istituzionalizzati. Pino Aprile scrive che i crimini compiuti dagli eserciti risorgimantalisti per conquistare la penisola all’Unità sono stati  stermini di massa di proporzioni superiori a quelle dell’Olocausto voluti per arricchire il povero e depresso Nord con l’impoverimento del Sud. Quei crimini delittuosi e quelle stragi sono continuati ininterrottamente sia con l’operato infausto di tutti gli addetti alla cura della cosa pubblica, sia settentrionali che meridionali, sia con la mistificazione dei testi scolastici che raccontano una storia completamente inventata avallata da docenti altrettanto ipocriti e ignoranti. Non mi  dilungo sui contenuti perchè il libro va certamente letto; voglio soltanto mettere l’accento su alcuni aspetti che ritengo particolarmente importanti e che andrebbero approfonditi.

L’autore fa una lunga dissertazione sulla mafia e sui delitti da essa compiuti, tra cui quelli di Falcone e Borsellino. Fermo restando che mafia e comportamenti mafiosi, ormai purtroppo diffusi a tutte le latitudini del nostro pianeta, sono da condannare senza se e senza ma, bisogna avere l’onestà di  cercare  aldilà dell’ovvietà ed è abbastanza facile intuire che anche se la mafia è stata ed è lo strumento finale di molti reati, spesso i mandanti possono far parte di realtà istituzionali.  E non è un caso che molti crimini e molte, troppe stragi rimangano nel nostro Paese avvolte nel mistero. La realtà si conosce, tutti sanno, magari ce la raccontano con romanzi e film, ma di ufficiale niente; ogni tanto, come in questi giorni, viene fuori qualche affermazione più decisa, da parte degli addetti, e riemergono le ” famose menti raffinate” ,  ma poi tutto si infrange contro il muro di omertà legalizzato.

Altro aspetto da sollineare il riferimento costante alle politiche antimeridionaliste dei politici attuali, in primo piano Tremonti, Gelmini e La Lega : io non voglio giustificare nessuno perchè secondo un principio giurisprudenziale ” ignorantia non excusat”, ma questa ultima generazione porta sulle spalle tutti gli errori del passato e ci vorrebbe un’ Illuminazione soprannaturale per farli ragionare .

Un discorso a parte, poi, bisognerebbe fare per il settore bancario, alimentato dalla raccolta cospicua  operata  nel meridione per  realizzare investimenti e speculazioni al nord. Questa è una realtà forse fin troppo evidente per essere vista. Una realtà esattamente capovolta rispetto a quanto predica Bossi e che nessuno, proprio nessuno, osa ribattere. Forse per non commettere un reato di lesa maestà  e continuare nella sopraffazione ed espoliazione economico -finanziaria ?

Sul pregiudizio del Nord progredito e del Sud arretrato e sporco, avrei molto da dire; sono presuntuosamente convinta che la nostra innegabile superiorità culturale  faccia paura a quelli del settentrione, che  vendono bene la propria immagine, salvo poi a ritrovarti in locali offerti come ristoranti nella civilissima Valle d’Aosta, vere e proprie cloache, dove il puzzo si sente a un chilometro e  preferisci digiunare. Sfido chiunque a trovare un luogo simile da Napoli in giù.

Altro tasto dolente, la giustizia ; un settore, a mio avviso, trascurato da Aprile, e che è responsabile della maggior parte dei disastri del nostro Paese. Circa un secolo fa uno straniero, tale Norman Douglas nel suo libro Vecchia Calabria  fa una dissertazione spregiudicata ed approfondita  sul settore giudiziario, calabrese e italiano che definisce una burla e una farsa : che però fanno piangere ! Come dire di un male endemico difficile da curare.

Io sono nata, cresciuta e vissuta nel Sud;  impegno e serietà sono state  sempre le linee guida sia nella mia vita privata che in quella lavorativa. Non sono mai scesa a compromessi, ho lottato sempre da sola contro abusi ed ingiustizie e penso che dovremmo rompere ogni indugio, svegliarci dall’anestesia con la quale ci hanno cloroformizzato, prendere come modello magari quella Grande Anima di Gandhi  e separarci. Proprio così : io penso che noi dovremmo secedere, riprenderci la nostra Italia, quella vera siamo noi, e con le nostre risorse, sulle nostre gambe, realizzare con l’ ostinazione e la testardaggine che ci sono proprie,  i nostri sogni, che appartengono alla nostra tradizione e fanno parte della nostra storia migliore, quella vera, appunto.

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