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Posts Tagged ‘unità d’Italia’

Il Sig. Salvatore Armando Santoro ci regala questo scritto

DESIDERO CONDIVIDERE  ALCUNE RIFLESSIONI CON  TUTTI I MERIDIONALI CHE LA STORIA LA CONOSCONO DAVVERO. ORMAI L’ITALIA E’ FATTA ED E’ STUPIDO DIVIDERLA COME VORREBBERO GLI SCIACALLI DELLA LEGA. ANCHE LORO HANNO USUFRUITO DELLA FAMOSA CASSA DEPOSITI E PRESTITI ALIMENTATA DALLE RIMESSE DEI MERIDIONALI ALL’ESTERO CHE SONO SERVITI SOLO PER SVILUPPARE LE INDUSTRIE DEL NORD. ALTRO CHE MERIDIONALI POPOLO DI PARASSITI! CHE STRONZI INCIVILI ED ANALFABETI! OGGI QUESTA ITALIA BISOGNA RENDERLA PIU’ GIUSTA E PIU’ RICONOSCENTE VERSO I TANTI MERIDIONALI CHE SI SONO SACRIFICATI PER FARLA CRESCERE (O CHE SONO STATI SACRIFICATI NELLE TRINCEE DEL CARSO NELLA GUERRA DEL 1915-18 PER COSTRUIRLA).
Salvatore Armando Santoro
http://www.circoloculturaleluzi.net
http://www.poetare.it/santoro.html

EVVIVA GARIBALDI

Evviva Garibaldi il grande seduttore
del mezzogiorno un dì liberatore

con suoi soldati male equipaggiati
che Rubattino a Quarto ha foraggiati

Non penso fosse sponsor naturale
forse qualcuno s’è informato male.

Infatti, anche Vittorio Emanuele
già sapeva del furto delle vele,

visto che Farini già era informato
che Rubattino voleva esser pagato!

Insomma il via da Quarto genovese
era come il segreto del marchese

che aveva scritto anche sulla scala
che i Mille andavano a Marsala.

In gran silenzio insomma son partiti
mentre gli inglesi stampavano gli inviti:

“A giorni spettacolo dei pupi
prendere posto in spiaggia sui dirupi”.

“Per vedere arrivare gli invasori
con Garibaldi e i suoi liberatori”.

Arrivati laggiù, è facile intuire,
che i Borboni dovessero fuggire.

Invero come accade molte volte
è uno scherzo far riuscire le rivolte.

Difatti se i comandanti son pagati
e facile poi dire: “son scappati!”.

A parte qualche finta scaramuccia
a Palermo si trovò soltanto “ciuccia” (*)

per la felicità dei giovani invasori,
accolti dalla mafia e dai signori

al suono della banda e dei tromboni
agitando le drappelle ed i blasoni.

Così poi si concluse l’invasione
finita in sesso e grande libagione.

Ma appena Garibaldi salpò via
riprese la manfrina e cosi sia.

L’arruolamento divenne obbligatorio
e il contadino messo in purgatorio

con quasi trenta tasse da pagare,
le industrie della seta da smontare

e coi soldati fedeli a “Franceschielle”
da farsi massacrare a Fenestrelle.

Davvero un bell’inzio siciliano
e a tanti scassò non solo l’ano.

Della strage del Bronte sorvoliamo
ma a investigare bene vi invitiamo

come sarebbe da guardare a fondo
la lotta dei braccianti al latifondo.

La verità la sa il liberatore:
ma fu un eroe oppure un predatore?

Salvatore Armando Santoro
(Boccheggiano 18.1.2011 – 21.25)

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Quel filoborbonico di Giuseppe Verdi PDF Stampa E-mail
Scritto da dechristen
L’inno delle polemiche
Quel filoborbonico
di Giuseppe Verdi
Sergio Bello
Quando fu
deputato, Verdi
si batté in
Parlamento per il diritto d’autore:
fu il suo modo di combattere i plagi che lo avevano
colpito durante
tutta la sua vita.
Fa scalpore un inedito di Giuseppe Verdi. Soprattutto perché si tratta di un “Inno nazionale” dedicato a Ferdinando II di Borbone, ritrovato negli archivi del Conservatorio napoletano di San Pietro a Majella. Autore del testo, Michele Cucciniello. Spartito stampato dall’editore Girare, nel 1848, a Napoli. Ritrovamento ad opera del maestro Roberto De Simone. Frontespizio dello spartito definito «inedito». E immediate reazioni: Verdi non è stato forse il simbolo dell’Italia mazziniana e unita sotto i Savoia?
Eppure, nell’Inno il Borbone è salutato come “re della patria”. Per questo e per altri motivi, non tutti concordano con l’attribuzione dell’Inno (che ha la stessa musica dell’Ernani, e più precisamente del motivo “Si ridesti il Leon di Castiglia”) al compositore di Busseto. In ogni caso, c’è chi si dichiara possibilista: è il caso dello storico Giuseppe Galasso, per il quale la firma di Verdi sotto l’inno borbonico è plausibile, perché il clima dell’epoca era tale da far sì che i liberali guardassero con speranza ora all’uno ora all’altro dei sovrani italiani. Del resto, Ferdinando II proprio in quel 1848 fu il primo monarca della Penisola a concedere la Costituzione sotto la spinta dei moti siciliani. Ma fu una breve meteora, e l’esperienza si concluse ancora una volta con l’uso della forza.

Sulla stessa linea, anche se da una prospettiva del tutto diversa, è Roberto Selvaggi, curatore della manifestazione “Viaggio nella memoria” alla riscoperta dei Borbone: «L’inno di Verdi? Lo conoscevo già, ne avevo sentito parlare in Puglia. Ed è un’altra prova che i Borbone non erano poi così cattivi come li si dipinge. Forse Verdi avrà lavorato su committenza per Ferdinando II, un re che concesse la Costituzione con convinzione. Poi è successo quel che sappiamo, ma non fu colpa sua».
Ma qual è l’opinione degli storici della musica? E perché parlare di un “inedito”, quando si tratta di uno spartito canto e piano stampato? Opere simultaneamente “stampate” e “inedite” rappresenterebbero una novità assoluta nella storia dell’editoria, non soltanto musicale: lo sottolinea con una certa ironia Orazio Mula, docente al Conservatorio di Cuneo e autore di un libro su Giuseppe Verdi, edito dal Mulino, uno dei saggi più completi e aggiornati dedicati al cigno di Busseto: «L’Ernani», ha dichiarato lo studioso all’indomani della scoperta, «è nota come opera delle contraffazioni, che sorgevano spontaneamente. Che Verdi sia direttamente responsabile dell’inno borbonico mi sento di escluderlo». In altre parole, era consolidata la prassi piratesca di pubblicare melodie di successo in un’epoca nella quale il melodramma costituiva la musica di consumo popolare. Chiunque, senza conseguenze, poteva parodiare l’opera musicale altrui, sostituendovi un testo diverso.
Con motivazioni analoghe è sceso in campo anche l’Istituto nazionale di studi verdini, di Parma. Sulla presunta scoperta di De Simone il prestigioso ente taglia corto: si tratta di un plagio consumato all’insaputa dell’autore. Il motivo di un giudizio così tranciante? La mancanza di comunicazione, all’epoca, tra Regno delle Due Sicilie e resto d’Italia.
A questo punto è intervenuto lo stesso De Simone, il quale ha innanzitutto precisato di non aver mai parlato di “inedito”: «Si tratta di un brano stampato nel 1848, che in quel tempo evidentemente tutti conoscevano, ma oggi è stato dimenticato. Nel 1973, però, ci fu una segnalazione da parte della bibliotecaria Anna Mondolfi, che ne parlò al filologo Cecil Hopkinson, il quale pubblicò la notizia, a New York, in un suo lavoro bibliografico su Giuseppe Verdi. Dopo di che, non se ne è più parlato. Ma a Napoli, nell’epoca in cui venne scritto, di sicuro lo conoscevano tutti. Probabilmente era eseguito nei salotti buoni della città, tra patrioti e liberali».
Verdi, allora, sapeva che la sua musica era utilizzata per rendere omaggio a Ferdinando II? «Non ho prove, ma mi sembra probabile che il Maestro abbia conosciuto l’inno, anche per i suoi frequenti contatti con la città di Napoli e con il San Carlo». E come metterla con quanto affermato dall’Istituto verdiano di Parma, secondo il quale non c’era comunicazione tra il Nord e il Sud d’Italia? «Si sbagliano di grosso. In particolare, Verdi aveva stretto amicizia con Francesco Florimo, che era il bibliotecario di San Pietro a Majella. Se l’inno fosse stato un apocrifo, Verdi lo avrebbe disconosciuto nella sua fitta corrispondenza col bibliotecario. Invece lo spartito non fu mai oggetto di contestazione da parte di Verdi. Il Maestro era un patriota e anche lui avrà guardato con speranza al Regno meridionale, che era molto più europeo di quello dei Savoia. Il Sud, lo sappiamo bene, è stato vittima dell’Unità, non doveva diventare, come poi è stato, la coda d’Italia e finire in accattonaggio». Forse, ipotizza ancora De Simone, a qualcuno oggi dispiace pensare che Verdi abbia potuto salutare un monarca napoletano come futuro re d’Italia.
Una questione politica? Mula non è d’accordo. Alla replica di De Simone, lo studioso di origine meridionale controribatte: «Non c’era bisogno di scomodare Verdi per operare queste falsificazioni che avvenivano in tutta Italia: circolavano anche le versioni del Leon di Caprera e del Leon di San Marco su quella stessa musica. Quando fu deputato, Verdi si batté in Parlamento per il diritto d’autore: fu il suo modo di combattere i plagi che lo avevano colpito durante tutta la sua vita».
E le polemiche proseguono. Senza che sulla vicenda sia stata posta la parola fine.

 

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Anche questa volta Panebianco purtroppo non riesce ad essere obiettivamente critico.Tral’altro dà per scontato che il Nord fosse ricco e il Sud povero. Forse uno dei problemi fondamentali dell’anomalia Italia sta proprio qui. Perchè Panebiano,come molti altri, non sa che la situazione antirisorgimenale della penisola era perfettamente capovolta. Era il Sud ad essere ricco di industrie artigianali e meccaniche che coesistevano con un substrato culturale importante.Certo non era l’eldorado, lo so bene,ma il settentrione versava in condizioni pietose.E la colonizzazione, perchè di questo si è di fatto trattato,è  stata una questione tra Francia e Inghilterra attraverso il Piemonte che ha venduto i meridionali. E poi tra capetingi borbonici e napoleonidi  si poteva trattare di una questione specialmente francofona. Secondo me,inoltre, una volta giunti alla famosa unità si sarebbe dovuto scegliere l’organizzazione politica federalista auspicata non solo dal lombardo Cattaneo e dal pontificio Gioberti, ma anche da un certo Carlo Pisacane napoletano.E comunque c’è un aspetto economico che viene completamente ignorato anche da Panebianco.Nel Regno delle due Sicilie esistevano due Istituti di emissione, che sono stati affondati con l’unificazione: da 150 anni i risparmi dei meridionali hanno finanziato le industrie e le imprese del Nord nel contesto di un sistema bancario distorto.Certo anche molti politici hanno giocato un ruolo suicida, ma non solo al sud, ma io vorrei ricordare quanto diceva in proposito  Don Sturzo : “Lasciate che noi del meridione possiamo amministrarci da noi, da noi designare il nostro indirizzo finanziario, distribuire i nostri tributi, assumere le responsabilità delle nostre opere, trovare l’iniziativa dei rimedi ai nostri mali”.

Questo è il commento che avevo mandato al corriere.it a margine dell’articolo di Panebianco. Il mio commento, guarda caso, non è stato pubblicato, io però riporto ciò che dice Panebianco, per capire di cosa qui sto scrivendo.

A me viene da pensare che i corrieristi ritengono spesso di fare opinione nonostante più volte abbiano avuto importanti segnali contrari. Il fatto è che gli italiani sono più preparati dei loro politici e dei loro mezzi di informazione. Compito del giornalista dovrebbe essere sempre e comunque la ricerca della verità, anche se questa può risultare sofferta e in contrasto con le proprie idee. La storia, poi, è quella che è ; cioè la successione di fatti realmente accaduti. Non può essere cambiata. Andrebbe studiata con attenzione. Guardarsi indietro e celebrare un passato spesso costruito dall’immaginario più o meno  collettivo può essere devastante. Il mito di Orfeo e la biblica moglie di Lot insegnano che fermarsi sul passato significa suicidarsi.

Per essere più precisa in merito all’argomento trattato da Panebianco bisogna conoscere di cosa si tratta e in merito ci sarebbero da redigere interi trattati. Qui, però desidero mettere in evidenza la pagina di storia scritta da Stefano Romeo, medico chirurgo cittadino di S. Stefano in Aspromonte, patriota per molti anni in esilio in Turchia, da dove mandava denaro per sostenere i risorgimentalisti  e la cui famiglia ha pagato un grave tributo di sangue alla causa-patria. Eletto  due volte ai primi parlamenti repubblicani  nei primi giorni di febbraio del 1868  si dimette da deputato inviando al presidente della Camera la seguente lettera.

“Onorevole Sig. Presidente,

l’inefficacia dei voti parlamentari, il modo come è inteso e attuato il regime costituzionale in Italia dal 1861 in qua, mi consiglaino uscire dalla Camera. Prego, quindi, la Signoria Vostra presentare alla stessa le mie dimissioni e dichiarare vacante il Collegio di Reggio Calabria.”

Conoscere i fatti e darne contezza non significa però stare da una parte piuttosto che da un’altra; la storia va  contestualizzata e utilizzata per vivere meglio il nostro tempo.

Riportare nella giusta luce gli avvenimenti che portano all’unificazione dell’Italia non significa essere borbonici. Voglio dire che personalmente mi sento italiana, calabrese, reggina, stefanita di Santo Stefano in Aspromonte :  qui e ora con orgoglio e senza vittimismi, non appartengo ad alcuna parrocchia e sto fuori dal coro, dalla mia parte, la parte che cerca la verità; insomma sono in continua tensione verso la libertà anche se mi rendo cono conto che devo lottare quotidianamente per raggiungere questa sensazione tenuto conto che siamo tutti manipolati più o meno occultamente. Con buona pace, naturalmente, dei Panebianco di turno.  Secondo me noi dovremmo guardare al futuro, ma per farlo bisogna fare prima i conti, e pagarli,con la storia, quella vera. E dovremmo avere il coraggio di farlo da Sud a Nord e viceversa.

il sud contro il nord

L’altra secessione

il sud contro il nord

L’altra secessione

Possiamo pensare alla politica come a una torta a due strati: c’è uno strato superficiale e uno sottostante. Lo strato superficiale è quello della politica politicienne su cui si concentra l’attenzione dei media: crisi di governo? Elezioni? Governi tecnici? Nuove sorprese sul piano giudiziario? Nuovi gossip? Poi c’è lo strato sottostante che sta in profondità. Mentre lo strato superficiale è o può essere soggetto a repentini cambiamenti, nello strato profondo i cambiamenti, ammesso che avvengano, richiedono tempi lunghissimi. Tra i due livelli ci sono influenze asimmetriche, di differente intensità (è più forte l’influenza dello strato profondo su quello superficiale che il contrario). Appartiene allo strato profondo la divisione Nord/Sud. Ciò che accade in quello superficiale, di volta in volta, può disvelare aspetti diversi di quella storica divisione, e può anche, in certe fasi, esasperarla, ma non l’ha creata e non può eliminarla.

L’esasperazione della frattura Nord/Sud che sperimentiamo da un ventennio ha la sua causa nella fine della Dc e del sistema di scambi mutualmente soddisfacenti (ampiamente finanziato con l’indebitamente pubblico) che la Dc garantiva fra i diversi territori. Quel sistema aveva assicurato per molti anni una certa tranquillità di superficie ma nella pancia del Paese anche allora si celavano umori cattivi. Qualcuno ricorderà «radio bestemmia », un esperimento di Radio Radicale degli anni Ottanta (non c’era ancora all’orizzonte nessuna Lega a minacciare secessioni). Per tre giorni il microfono fu lasciato, senza controllo, in mano agli ascoltatori: si cominciò con risse e insulti fra tifoserie calcistiche e si finì con una grande esplosione di odio viscerale fra terroni e polentoni.

In questi anni siamo stati soprattutto colpiti dal fenomeno più appariscente: il vento del Nord, il leghismo, con il suo secessionismo culturale e, potenzialmente, politico. Non abbiamo prestato abbastanza attenzione al fenomeno opposto e simmetrico, ma più silenzioso, meno visibile: il secessionismo culturale del Sud. La voglia di bruciare il tricolore non appartiene solo ai più esagitati fra i leghisti: anche dal Sud vengono lanciati cerini accesi.

Che altro è se non voglia repressa di bruciare il tricolore la rappresentazione del Risorgimento come uno stupro di gruppo ai danni del Mezzogiorno da parte di un Nord violento e rapace? La leggenda nera sull’Italia unita nasce subito dopo l’unificazione nutrendosi di fatti veri (l’occupazione piemontese, la spietata guerra al brigantaggio, il peggioramento delle condizioni delle campagne, la grande migrazione verso le Americhe) ma letti piattamente, senza spirito critico, senza inserirli in una visione più ampia, nella quale la partita del dare e dell’avere fra le regioni ricche e quelle povere svelerebbe il proprio carattere autentico: quello di un complesso interscambio che ha portato, nel lungo periodo, più vantaggi che svantaggi all’intera comunità nazionale. A causa dell’esasperazione della divisione Nord/Sud degli ultimi vent’anni, l’antica leggenda nera viene ora riproposta con forza dagli appartenenti alle classi colte meridionali.

Si può leggere di tutto: puntigliose rivalutazioni del Regno delle Due Sicilie, invettive contro Cavour e i piemontesi, criminalizzazione del Nord di ieri e di oggi. Da tante lettere che arrivano quando si scrive di questi argomenti si ricava la sensazione che molti meridionali appartenenti alle classi colte siano sinceramente convinti di due cose. La prima è che, se non ci fosse stata la colonizzazione del Nord, il Sud sarebbe ora qualcosa di simile alla Svizzera o all’Olanda. La seconda è che le classi dirigenti del Sud non abbiano responsabilità dei mali in cui il Sud si dibatte. Nella versione meno spudorata, o meno irrealistica, si parla più prudentemente (come fa il presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo) di complicità, di patti perversi fra Roma e le classi dirigenti meridionali.

Perché questa forma di secessionismo culturale danneggia il Sud (polemizzando con me, c’è caduto, sia pure da par suo, anche un finissimo osservatore come Ruggero Guarini su Il Foglio del 28 ottobre)? Perché giustifica e perpetua l’irresponsabilità delle classi dirigenti meridionali e garantisce in questo modo l’impossibilità di una svolta. Sembra che ci sia una sorta di «blocco sociale» composto da classi dirigenti che, spesso, hanno assai male amministrato e di classi colte che tengono loro bordone mal consigliando e mal giustificando.

È vero che ci sono anche segnali che vanno in una diversa direzione. C’è il fatto che il Sud (come il Nord) non è un blocco territoriale omogeneo: esiste anche un Sud produttivo e ben governato. Inoltre, anche in politica non tutto è sempre scontato: ad esempio, Gianfranco Micciché, tenendo a battesimo la sua costituenda Forza del Sud, ne ha parlato come di un movimento politico che deve spingere il Mezzogiorno a ritrovare il suo orgoglio, mettere al bando ogni sterile lamentela, impegnarsi per creare sviluppo e benessere. Si tratterà di vedere se alle intenzioni corrisponderanno i fatti e se le resistenze di quella consistente parte del Sud che non ne vuol sapere potranno essere superate.

Il secessionismo culturale del Sud, nonostante il suo successo e la sua diffusione, ha il fiato corto. A differenza di quello del Nord non può tradursi in secessionismo politico: non dispone dei soldi. Può però avere l’effetto di esasperare ulteriormente il secessionismo nordista. Infatti, anche il movimento leghista è a un bivio, spinto dai suoi stessi impulsi in direzioni diverse: la testa (la ragione) gli detta di cercare soluzioni federali; la pancia lo spinge verso la secessione: un esito che, se si realizzasse, abbasserebbe drasticamente il rango internazionale del Nord (per esempio, in Europa) con molte e pesanti ripercussioni negative.

Berlusconi, costruendo l’unico vero partito nazionale in circolazione (forte al Nord come al Sud) ha precariamente, avventurosamente, e provvisoriamente, surrogato il ruolo storico che era stato della Dc, tenendo di fatto insieme il Paese. Quando il suo partito si disferà (probabilmente ciò accadrà quando egli uscirà di scena), Nord e Sud si troveranno l’uno di fronte all’altro senza mediazioni, l’uno contro l’altro. E per l’unità d’Italia sarà l’ora della verità.

Però, forse, è imminente una crisi di governo, forse andremo presto a elezioni. Parlando di Nord e Sud ho divagato? Non mi pare. Perché, crisi o no, elezioni o no, è dallo strato profondo della torta che partono comunque gli impulsi più potenti. Da essi dipenderà, anche a breve, il futuro del Paese.

Angelo Panebianco

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https://i0.wp.com/giotto.ibs.it/cop/copj13.asp

“Io sarei vissuto onesto, se mi avessero lasciato in pace”.

Questa affermazione è di Pasquale Cavalcante, brigante di Corleto Perticara, in Provincia di Potenza; pronunciata l’ 1 di agosto del 1863, prima di essere giustiziato dall’esercito della guardia risorgimentale. Il suo reato, quello di  essere stato sergente di Francesco II, il Borbone, per il quale è stato deriso, ingiuriato, maltrattato, sputato, lacerato …prima di essere ucciso.

Leggere l’ultima fatica di Pino Aprile ,” Terroni”, edizioni Piemme-2010, è come ricevere un forte pugno nello stomaco : rimani stordita. Per la verità devo dire che, forse per una dote o un vizio di natura, forse per la formazione ricevuta prima e poi cercata con insistente e  spesso scomoda ostinazione, personalmente mi sono ben presto convinta di avere subito un oltraggio vigliacco, di essere stata scippata selvaggiamente, di essere stata abusata nel mio sacro diritto alla libertà vera da coloro che qualcuno mi aveva insegnato  a chiamare fratelli, i fratelli del Nord per capirci. Il mio disagio vive e si nutre nel passato e si alimenta con nuova linfa sempre fresca e fertile nel presente, qui e ora , mentre vivo una condizione nella quale la rabbia maggiore proviene dagli insulti che  quotidianamente attentano il mio vivere come i tentacoli di una piovra e che mi inducono a percepire lo Stato come la mia controparte dalla quale mi devo difendere, quando piuttosto esso, lo Stato appunto, dovrebbe essere la mia massima espressione e preposto alla mia sicurezza e alla mia difesa. Uno Stato nemico che non appena una città accenna una protesta sacrosanta non sa fare altro di meglio che mandare i carri armati, come succede a Reggio Calabria nel 1970.  Non potevo però immaginare quanti e quali reati siano stati  perpetrati e commessi con incredibile crudeltà e ferocia da quei miei fratelli; reati, naturalmente impuniti, perchè legalizzati da abusi di potere istituzionalizzati. Pino Aprile scrive che i crimini compiuti dagli eserciti risorgimantalisti per conquistare la penisola all’Unità sono stati  stermini di massa di proporzioni superiori a quelle dell’Olocausto voluti per arricchire il povero e depresso Nord con l’impoverimento del Sud. Quei crimini delittuosi e quelle stragi sono continuati ininterrottamente sia con l’operato infausto di tutti gli addetti alla cura della cosa pubblica, sia settentrionali che meridionali, sia con la mistificazione dei testi scolastici che raccontano una storia completamente inventata avallata da docenti altrettanto ipocriti e ignoranti. Non mi  dilungo sui contenuti perchè il libro va certamente letto; voglio soltanto mettere l’accento su alcuni aspetti che ritengo particolarmente importanti e che andrebbero approfonditi.

L’autore fa una lunga dissertazione sulla mafia e sui delitti da essa compiuti, tra cui quelli di Falcone e Borsellino. Fermo restando che mafia e comportamenti mafiosi, ormai purtroppo diffusi a tutte le latitudini del nostro pianeta, sono da condannare senza se e senza ma, bisogna avere l’onestà di  cercare  aldilà dell’ovvietà ed è abbastanza facile intuire che anche se la mafia è stata ed è lo strumento finale di molti reati, spesso i mandanti possono far parte di realtà istituzionali.  E non è un caso che molti crimini e molte, troppe stragi rimangano nel nostro Paese avvolte nel mistero. La realtà si conosce, tutti sanno, magari ce la raccontano con romanzi e film, ma di ufficiale niente; ogni tanto, come in questi giorni, viene fuori qualche affermazione più decisa, da parte degli addetti, e riemergono le ” famose menti raffinate” ,  ma poi tutto si infrange contro il muro di omertà legalizzato.

Altro aspetto da sollineare il riferimento costante alle politiche antimeridionaliste dei politici attuali, in primo piano Tremonti, Gelmini e La Lega : io non voglio giustificare nessuno perchè secondo un principio giurisprudenziale ” ignorantia non excusat”, ma questa ultima generazione porta sulle spalle tutti gli errori del passato e ci vorrebbe un’ Illuminazione soprannaturale per farli ragionare .

Un discorso a parte, poi, bisognerebbe fare per il settore bancario, alimentato dalla raccolta cospicua  operata  nel meridione per  realizzare investimenti e speculazioni al nord. Questa è una realtà forse fin troppo evidente per essere vista. Una realtà esattamente capovolta rispetto a quanto predica Bossi e che nessuno, proprio nessuno, osa ribattere. Forse per non commettere un reato di lesa maestà  e continuare nella sopraffazione ed espoliazione economico -finanziaria ?

Sul pregiudizio del Nord progredito e del Sud arretrato e sporco, avrei molto da dire; sono presuntuosamente convinta che la nostra innegabile superiorità culturale  faccia paura a quelli del settentrione, che  vendono bene la propria immagine, salvo poi a ritrovarti in locali offerti come ristoranti nella civilissima Valle d’Aosta, vere e proprie cloache, dove il puzzo si sente a un chilometro e  preferisci digiunare. Sfido chiunque a trovare un luogo simile da Napoli in giù.

Altro tasto dolente, la giustizia ; un settore, a mio avviso, trascurato da Aprile, e che è responsabile della maggior parte dei disastri del nostro Paese. Circa un secolo fa uno straniero, tale Norman Douglas nel suo libro Vecchia Calabria  fa una dissertazione spregiudicata ed approfondita  sul settore giudiziario, calabrese e italiano che definisce una burla e una farsa : che però fanno piangere ! Come dire di un male endemico difficile da curare.

Io sono nata, cresciuta e vissuta nel Sud;  impegno e serietà sono state  sempre le linee guida sia nella mia vita privata che in quella lavorativa. Non sono mai scesa a compromessi, ho lottato sempre da sola contro abusi ed ingiustizie e penso che dovremmo rompere ogni indugio, svegliarci dall’anestesia con la quale ci hanno cloroformizzato, prendere come modello magari quella Grande Anima di Gandhi  e separarci. Proprio così : io penso che noi dovremmo secedere, riprenderci la nostra Italia, quella vera siamo noi, e con le nostre risorse, sulle nostre gambe, realizzare con l’ ostinazione e la testardaggine che ci sono proprie,  i nostri sogni, che appartengono alla nostra tradizione e fanno parte della nostra storia migliore, quella vera, appunto.

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Vincenzo Guerrazzi , artista poliedrico

di Vincenzo Guerrazzi

Caro Garibaldi, sono seduto ai piedi del tuo monumento e guardo il mare. Sento l’orologio che suona da una vicina chiesa. Mi giro e vedo una coppietta. Sono abbracciati stretti e i loro occhi fissano la tua faccia coperta dalla polvere e corrosa dal salino. Ingannasti i meridionali quando partisti da questo scoglio al servizio degli interessi inglesi contro quelli francesi per il dominio del Mediterraneo. Il padrone, caro Garibaldi, non ha nazionalità, per cui francese, inglese o subaudo, “il selvaggio” è costretto a vivere sempre una vita di stenti e ad essere bastonato, angariato e rapinato.
Vedi, caro Garibaldi, i meridionali erano convinti che andassi a liberarli. Da chi, e perchè? Loro non sapevano e non sanno nulla dei giochi, di questi giochi. Comunque, la spedizione se non l’avessi fatta tu di certo l’avrebbe fatta un altro. Volevi, volevate l’unità del Paese. Ma quale unità? Il Sud, tutti i Sud del mondo, di questo cazzo di mondo, non è stato mai riconosciuto, non sono stai mai riconosciuti, se non per spolparli, massacrarli di lavoro e poi umiliarli come uomini nani.
II paradosso è che i depositi bancari meridionali, voglio dire, le varie casse rurali, banche di Sicilia e di Napoli, Cassa del Mezzogiorno, ecc., hanno fi­nanziato lo sviluppo e l’industrializzazione del Nord. La primavera dell’unità d’Italia ha portato al meridionale un sor­riso atroce, di stenti e di mise­ria, di massacri, di nobili più arroganti e di mafie più potenti. Questo il popolo leghista lo sa?
Tu sei un Eroe Nazionale perché hai ser­vito la borghesia nazionale, la quale, per riconoscenza ti ha mandato in pensione a Ca­prera, e memore dei servizi che gli hai reso ti mandava ogni tanto fanciullette a trastullarti.
Ora sei qui, sullo scoglio di Quarto, guardi il mare e non ti lamenti. A Caprera ti la­mentavi spesso, scrivevi lettere indignate ai prefetti, ma solo perché le fanciulle (oggi chiamate escort come la vecchia automobile degli Sessanta), non erano di tuo gra­dimento. Amore senile e ancel­lare, mio povero eroe. Da coerente puttaniere quale sei sempre stato ti scopavi le contadinelle da Teano in giù. Il tuo uccello l’hai saziato. Tutti i potenti e anche gli eroi hanno il chiodo fisso: saziare questo cazzo di uccello. Lasciamo andare perché il discorso diventerebbe molto difficile.
Vedi, caro Garibaldi, non pensare che ti dico queste cose per offenderti, non è nella mia inten­zione, ma non voglio nemmeno venerarti: te le dico perché sono cose vere che pochi conoscono e le nascondono perché non hanno il coraggio… anche i rivoluzionari del Sessantanove che per ipocrisia lo chiamano Sessantotto. Sono quei vecchi ex giovani che hanno fatto la Guerra di Crimea, insomma
I militonti. L’eroe non può avere macchie, mio caro Garibaldi.
Mi guardi dall’alto come una montagna guarda un piccolo ruscello che scorre ai suoi piedi. Ho l’impressione di sentire la tua voce con un accento insolito. Hai forse nostalgia dei passati amori o è forse un senso di pentimento? Qui, d’estate, in questa piccola spiaggia sotto i tuoi piedi, vengono a bagnarsi molti meridionali del mondo. Nessuno ti guarda più, ci hanno fotto l’abitudine anche quelli dalla pelle colorata. Qui, in questa città con lo scoglio di Quarto di meridionali del mondo ce ne sono tanti, ed ancora più nella città di Cavour. E gente che vorrebbe tornare dov’è nata. Partirebbe anche d’inverno con il freddo e il mare grosso. Ma non può perché nel Sud del mondo l’aria non è più calda come lo era un tempo. La temperatura del meridione del pianeta si è abbassata.
Caro Garibaldi, il nostro mondo oggi è pieno di cose grandi e sublimi e fare una scelta è tanto difficile. Vedessi quante cose ci sono e quante contadinelle con le tette che si chiamano escort. E poi quanti teatri e macchine volanti ma il Sud è sempre quello. L’unità del Paese per la gente del Sud è stata solo fenomeno nervoso, del tutto privo di contenuti, per niente chiaro. La morte nel meridione si aggira ancora adesso, specie nei bambini, con gli stessi abiti del tuo tempo: stracci multicolori. Vedo che continui a fissarmi con il viso alterato non è il caso, io cerco solo parlarti, dire le cose che nessuno ti ha mai detto.
Ma a cosa serve parlare a un monumento?
Sei qui in piedi, col tuo sguardo impo­nente e un po’ mitico. Vedo che taci e non rispondi. Ti chiedo solo la chiave. La chiave del­l’unità. Se me la dai la porto al Presidente e al popolo della Lega. Vedo ancora che non ri­spondi, che sciocco! Tu non hai aperto con la chiare, tu hai sfondato la porta e hai rotto la serratura. Sono centocinquat’anni che i meridionali cercano un falegname per ripararla. Non ne hanno ancora trovato uno.

Genova, 5 maggio 2010

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