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Archive for maggio 2009

https://i1.wp.com/www.meteoweb.it/images/giordano.jpgdi MARIO GIORDANO – da Il Messaggero – «IERI sono andata in motorino nel paese di Papa Coso…»
«Papa Coso?» «Ma sì, quel Papa lì». «Che Papa?» «Non me lo ricordo». «Come si chiama il paese?» «Sotto il Monte». «Stai parlando di Papa Giovanni XXIII?» «Forse». «Ma sai chi è?» «No». «Il Papa Buono…» «Boh».
Mia figlia Alice ha 16 anni compiuti. Frequenta la terza liceo scientifico a Monza, con ottimi risultati. È una delle più brave della classe. E non sa chi è Papa Giovanni XXIII. Ignora completamente l’esistenza di un evento chiamato Concilio Vaticano II. Possibile? Possibile. Me ne accorgo un giorno di primavera, quasi per caso. Decido di approfondire. «Ma tu conosci i nomi degli ultimi Papi?» «No». «C’è stato Paolo VI». «Mai sentito nominare». «Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II… Non ricordi le dirette Tv quand’è morto?» «Sì, qualcosa. C’era del fumo bianco e del fumo nero…» «Oddio santo: sì, le fumate del Conclave. E chi è stato eletto in quell’occasione?» «Un altro Papa». Esatto: morto un Papa se ne fa un altro. «Ma come si chiama quello che c’è adesso?» «Fammi pensare». «Concentrati». «Innocenzo?» «Alice, per favore, mi stai uccidendo». «Non è Innocenzo?» «No». «Mi puoi dire almeno come comincia?» «Con la B. E se mi dici Bartolomeo mi ammazzo». «Ci sono: Benedetto». «Ottimo, ma non basta. Benedetto cosa?» «Benedetto XIII?» Benedetta ragazza… (altro…)

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L’etrusca, la meroitica, la zapoteca e il Rongo Rongo: ecco i linguaggi che restano tuttora dei grandi misteri

La stele di Rosetta, conservata al British Museum di Londra (Ap)
La stele di Rosetta, conservata al British Museum di Londra (Ap)

MILANO – Da quando è comparso sulla Terra l’uomo ha sempre sentito l’esigenza di trasmettere alle generazioni successive le conoscenze e l’esperienza acquisita nel tempo. La scrittura è certamente l’invenzione più importante per tramandare la storia. Senza la decifrazione dei linguaggi antichi oggi l’umanità avrebbe una cognizione molto limitata delle civiltà del passato. Secondo gli storici la prima scrittura a comparire sulla Terra è quella cuneiforme usata dai Sumeri: incise su tavolette di argilla le prime testimonianze risalgono al 3.000 a.C. Successivamente forme di scrittura apparvero in Egitto, quindi in Europa e via di seguito in Cina e in America del Sud. Benché molte scritture del passato siano state decifrate dagli storici, esistono ancora oggi linguaggi oscuri. Proprio a queste scritture ancora da decifrare la rivista inglese New Scientist dedica un lungo reportage individuando otto importanti grafie che restano ancora sconosciute all’umanità.

IL METODO UTILIZZATO – Per interpretare una scrittura del passato lo studioso deve poter contare sempre su due requisiti minimi: un’abbondanza di testi e reperti archeologi che aiutino a interpretare i linguaggi sconosciuti. L’umanità non avrebbe mai decifrato i geroglifici egiziani senza l’aiuto della Stele di Rosetta, la lastra in granito scuro scoperta nel 1822 in Egitto. Su questo reperto archeologico è incisa un’iscrizione in tre differenti grafie: geroglifico, demotico e greco antico. Attraverso la comparazione con il greco antico, idioma ben conosciuto dagli studiosi, questi riuscirono a comprendere le regole e i significati dei geroglifici egiziani. Oggi le scritture antiche ancora da decifrare si possono dividere in tre categorie: le scritture il cui alfabeto è stato decifrato ma non si è compresa la lingua; le scritture il cui alfabeto è incomprensibile ma di cui si conosce la lingua; scritture i cui alfabeto e linguaggio sono entrambi incomprensibili.

L’ETRUSCO E IL MEROITICO – La prima scrittura ancora da decifrare elencata dal New Scientist è quella etrusca. L’alfabeto è stato quasi completamente decifrato assieme a importanti aspetti della grammatica, ma l’interpretazione del linguaggio ancora oggi appare complessa e spesso incomprensibile. Ciò accade anche perché la maggior parte delle numerose iscrizione etrusche arrivate fino a noi (circa 10mila) sono per lo più scritti funerari e generalmente molto brevi. Inoltre, sebbene la scrittura assomigli molto al greco antico, vi sono sostanziali differenze. Prima di tutto le lettere etrusche si scrivono da destra a sinistra, nella direzione opposta a quella greca. Poi l’etrusco è una lingua che non deriva dall’indoeuropeo, ma proprio come l’odierna lingua basca non ha alcun legame con le grandi famiglie linguistiche dell’antichità. Stesso discorso per la seconda scrittura dell’elenco: l’alfabeto meroitico. Usato dagli abitanti del regno di Kush, civiltà che fiorì intorno all’800 a.C. nel Nord Africa, tra il sud dell’Egitto moderno e la parte settentrionale del Sudan, gli studiosi ne hanno decifrato l’alfabeto, ma non il linguaggio. Per quanto riguarda la scrittura, come per la lingua antica egiziana conosciamo due forme di grafia: la geroglifica, usata per lo più sui monumenti, e quella corsiva, usata nel commercio e nelle faccende quotidiane. Entrambe le forme di scrittura sono dotate di 23 segni che furono decifrati nel 1911 dall’egittologo e professore di Oxford Francis Llewellyn Griffith. Tuttavia il significato delle parole continua a essere sconosciuto e non ha alcuna somiglianza con nessuna delle lingue parlate nell’Africa subsahariana.

LINGUAGGI PRECOLOMBIANI – Tra le scritture ancora da decifrare elencate dal New Scientist compaiono anche un gruppo di grafie usate da civiltà precolombiane: l’olmeca, la zapoteca e la epi-olmeca. La prima scrittura fu usata dall’omonima civiltà vissuta tra il 1.500 A.C. e il 400 d.C. nell’odierno Messico centro-meridionale, a est dell’istmo di Tehuantepec. Fino a pochi anni fa si pensava che questa popolazione antica fosse analfabeta, ma nel 1990 è stato scoperto un blocco di pietra su cui compaiono iscrizioni che risalgono al 900 a.C. In tutto sono presenti circa 60 simboli, fino ad oggi non decifrati: secondo gli studiosi finché non saranno ritrovati altri reperti archeologici con gli stessi simboli sarà davvero difficile interpretare questi segni. Qualcosa in più sappiamo invece del linguaggio usato dalla civiltà zapoteca: questa fiorì nella Valla di Oaxaca circa 2.600 anni fa. Gli zapotechi usavano un tipo di scrittura a ideogrammi sillabici e le prime iscrizioni ritrovate risalgono al 600 a.C. e sono presenti su pareti dipinte, ma anche su vasi, ossa e gusci. Questa popolazione parlava un linguaggio che ancora oggi è usato da sparute popolazioni che vivono nel Centro America. Tuttavia gli studiosi non sono riusciti a ricostruire l’alfabeto usato da questa civiltà anche a causa delle estreme confusione e complessità dei linguaggi parlati dalle moderne popolazioni zapoteche. Infine vi è la grafia epi-olmeca. La prima traccia di questa scrittura risale al 1902, quando fu scoperta la statuetta di Tuxtla, una figura in nefrite risalente al II secolo d.C. La lingua parlata dalla popolazione che ideò questa scrittura è probabilmente una versione arcaica dello Zoche, idioma ancora oggi usato nell’Istmo di Tehuantepec. John Justeson e Terrence Kaufman, due studiosi americani, hanno proposto una decifrazione frammentaria di questa scrittura, ma finché non saranno trovati nuovi reperti sarà molto difficile avere un’interpretazione chiara.

DALLA LINEARE AL DISCO DI FESTO – Tra le scritture antiche ancora da decifrare una delle più famose è la “Lineare A”. Scoperta insieme a un’altra scrittura antica, la Lineare B (decifrata nel 1952), dal celebre archeologo britannico Arthur Evans durante gli scavi a Creta nel 1900, questo alfabeto era usato sull’isola greca dalla civiltà micenea nel II millennio a.C. Composta da segni che vanno da sinistra verso destra e presente su diverse tavolette d’argilla, questa scrittura è tuttora indecifrata e poco comprensibile, sebbene abbia molti simboli in comune con la Lineare B. Segue la scrittura Rongo-Rongo (significa “canti”) usata già dai primi abitanti dell’isola di Pasqua: essi sbarcarono sull’isola dell’Oceano Pacifico intorno al 300 d.C. Questa lingua antica è molto simile al Rapanui, l’odierno idioma parlato sull’isola di Pasqua, ma la scrittura è incomprensibile e complessa (si tratta di una grafia “bustrofedica”, ovvero un sistema di segni che non ha una direzione fissa, ma che cambia senso continuamente). Sono arrivati fino a noi solo 25 iscrizioni in Rongo Rongo: la maggior parte di questi scritti sono incisi su pezzi di legno. Un’altra scrittura incomprensibile è quella “Indus”, usata dalla civiltà che visse nella Valle dell’Indo tra il 2.500 e il 1.900 a.C. Purtroppo ci restano poche iscrizioni, presenti per lo più su vasi di ceramica e non vanno oltre i 5 caratteri. I segni conosciuti sono circa 400 e a causa della brevità delle iscrizioni non è stato possibile ancora decifrare questa scrittura. Le ultime due grafie storiche ancora da decifrare sono quella proto-elamica e la scrittura presente sul Disco di Festo. La prima è la più antica scrittura non-decifrata al mondo. Essa si sviluppò intorno al 3.000 a.C. assieme alla scrittura sumerica. Quest’ultima visse diversi secoli ed è stata in parte decifrata, mentre la scrittura proto-elamica si estinse dopo appena 150 anni dalla sua comparsa nella regione di Elam, antico nome biblico dato al territorio che oggi corrisponde alla parte sud-occidentale dell’Iran. Sappiamo davvero poco delle popolazioni che usavano questa scrittura. Ancora oggi restano oscuri sia i caratteri sia la lingua delle iscrizioni. La scrittura presente sul Disco di Festo è un insieme di simboli impressi con stampini incisi su entrambe le facciate del reperto archeologico. Scoperto nel 1908 dagli italiani Luigi Pernier e Federico Halbherr, mentre stavano scavando a Creta nel palazzo minoico di Festo, questo magnifico reperto risale al 1.700 a.C. ed è composto da 241 simboli: tutti i segni non sono stati ancora decifrati e non hanno nessuna somiglianza con le scritture conosciute del tempo.

Francesco Tortora
28 maggio 2009

corriere.it


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La vergognosa retrocessione da poco passata agli archivi, impone alcune
considerazioni a chi, come noi, la faccia continua a metterla da ben 27 anni, al di là di ogni categoria, al di là dei più grandi  trionfi o delle più
cocenti sconfitte.
Lo scempio consumatosi quest’anno, non può e non deve lasciare indifferente
chiunque si definisca tifoso della Reggina, quella Reggina intesa non come
azienda o business del momento, ma bensì come simbolo di una città, come quel
baluardo da difendere ed onorare. Ebbene, quel simbolo, il nostro simbolo,
quest’anno è stato letteralmente infangato e calpestato! Qui non si tratta di
non sapere accettare una sconfitta (ricordiamoci dello spareggio col Verona,
quando 28.000 persone applaudirono tra le lacrime una squadra appena
retrocessa…) ma di costruire le basi affinchè in futuro la città di Reggio
Calabria non venga più offesa e presa in giro.
Caro Presidente, i suoi meriti inerenti la storia del calcio reggino sono
innegabili, così com’è innegabile  la riconoscenza che lei merita, per il sogno
fatto vivere a questa gente. Allo stesso modo però, ai nostri occhi lei è non
il principale,  bensì l’UNICO responsabile del ritorno in serie B.
Certo, i “piccoli uomini” scesi in campo (salvo pochissime eccezioni) altro
non hanno fatto che rubare stipendi a fine mese, infischiandosene della maglia
che indossavano e dimostrando di non meritarla. L’assoluta verità però, è che
questa squadra oltre che carente di orgoglio, era ed è palesemente inadeguata
dal punto di vista tecnico, in quanto costruita pensando solo ed esclusivamente
all’aspetto aziendale, ma senza un briciolo di programmazione. Lo stesso
“aspetto aziendale” che, probabilmente, ha fatto si che 200 ultras catanesi
prendessero posto nella tribuna del Granillo, spaventando famiglie e bambini,
mentre contro il Milan alcuni Ultras reggini venivano lasciati fuori dai
cancelli…
Basta cercare alibi, basta spostare il centro del  vero problema: la perdita
(ci auguriamo momentanea…) di questa serie A, è stata da lei FIRMATA a Gennaio,
quando ha deciso di abbandonare la sua squadra e di girare le spalle alla sua
città nel mercato di riparazione.  Speriamo vivamente che si renda conto della
gravità della cosa e ne faccia tesoro per gli anni a venire, senza parole di
comodo o interventi in cui vanno in scena dichiarazioni trite e ritrite, delle
quali, scusi la franchezza, non ne possiamo veramente più.
Come vede, Caro Presidente, la guida tecnica non l’abbiamo neanche
menzionata, perché qui l’unico aggettivo da usare sarebbe “imbarazzante” . Ma
meglio non andare oltre, per rispetto dell’intelligenza di chi leggerà questo
comunicato, nonché per rispetto della dignità dello stesso sig. Nevio Orlandi…
Chiarita la nostra posizione, vogliamo adesso accogliere il suo invito, e
cioè gettarci alle spalle, per la prossima stagione, la farsa targata 2008-
2009. Per ripartire tutti quanti insieme, per fare quadrato, è necessario che
lei,Caro Presidente, lanci un segnale forte, deciso, concreto. Anzitutto, nella
sua conferenza stampa di sabato apprendiamo con piacere che, una società
immobilizzata a Gennaio da “difficoltà oggettive” (forse le esorbitanti cifre
spese per acquistare in questi 2 anni i vari Tullberg, Stadsgaard, Joelson
etc., avevano pesato troppo sul bilancio…), adesso è nelle condizioni di
puntare subito al ritorno in A. Bene, vogliamo crederle, siamo pronti a fare la
nostra parte. Prima però, lei faccia la sua!. Perché per tornare in A,
occorrono FATTI immediati. E giusto per restare in tema, il “puntare sui
giovani” deve essere un fatto secondario. Perché, caro Presidente, è sotto gli
occhi di tutti che se i giovani dai quali lei intende ripartire non vengono
inseriti in una squadra RINFORZATA da elementi di qualità, per i quali occorre
mettere MANI AL PORTAFOGLIO, l’unico obiettivo può essere quello di evitare il
ritorno in…C1.
Il nostro sostegno ci sarà sempre e comunque. Per la prima volta in  assoluto
però, aspettiamo che sia lei a muoversi per primo, a riconquistare la stima e
la considerazione della tifoseria.
Caro Presidente, nel calcio come nella vita si può perdere o vincere, ma
bisogna farlo da uomini.
Ci creda, quest’anno di uomini ne abbiamo visti veramente POCHI…
La invitiamo dunque a restituire a  Reggio Calabria una squadra degna di tal
nome, forte e battagliera, che al di là di tutto sappia LOTTARE E SOFFRIRE così
come lottiamo e soffriamo noi. Noi che siamo andati sia al Comunale di Giarre
che al S.Siro di Milano, con la stessa passione e lo stesso senso di
appartenenza….
CUCN REGGINA 1982

strill.it

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E. A. Mario pseudonimo di Giovanni Gaeta napoletano.

Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio
dei primi fanti il ventiquattro maggio;
l’esercito marciava per raggiunger la frontiera
per far contro il nemico una barriera!
Muti passaron quella notte i fanti,
tacere bisognava andare avanti.
S’udiva intanto dalle amate sponde
sommesso e lieve il tripudiar de l’onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.
il Piave mormorò: Non passa lo straniero!
Ma in una notte triste si parlò di un fosco evento
e il Piave udiva l’ira e lo sgomento.
Ahi, quanta gente ha visto venir giù, lasciare il tetto,
poiché il nemico irruppe a Caporetto.
Profughi ovunque dai lontani monti,
venivano a gremir tutti i suoi ponti.
S’udiva allor dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio de l’onde.
Come un singhiozzo in quell’autunno nero
il Piave mormorò: Ritorna lo straniero!
E ritornò il nemico per l’orgoglio e per la fame
volea sfogare tutte le sue brame,
vedeva il piano aprico di lassù: voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora!
No, disse il Piave, no, dissero i fanti,
mai più il nemico faccia un passo avanti!
Si vide il Piave rigonfiar le sponde
e come i fanti combattevan l’onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
il Piave comandò: Indietro va, o straniero!
Indietreggiò il nemico fino a Trieste fino a Trento
e la Vittoria sciolse l’ali al vento!
Fu sacro il patto antico, tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro e Battisti!
Infranse alfin l’italico valore
le forche e l’armi dell’Impiccatore!
Sicure l’Alpi, libere le sponde,
e tacque il Piave, si placaron l’onde.
Sul patrio suolo vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò né oppressi, né stranieri!

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Tabù e riforme

Il Messaggero

Sabato 23 maggio 2009

Tra le riforme che sono richieste con sempre maggior insistenza dalla parte più consapevole della pubblica opinione rientra anche quella dell’istruzione universitaria: difficilmente infatti un paese può tollerare che il suo sistema di istruzione superiore sia seppellito, come sta avvenendo, sotto una montagna di sospetti per nepotismi, scarsa efficienza e distribuzione a pioggia di titoli di studio di dubbio significato.
Vari governi hanno cercato di far qualcosa in questo campo, con risultati sin qui poco brillanti: è molto difficile sfondare il muro di gomma degli interessi a mantenere una situazione confusa in cui se non tutti, molti possono ritagliarsi spazi per fare un po’ quel che vogliono.
Adesso ci dovrebbe provare il ministro Gelmini che da qualche tempo fa circolare una bozza di disegno di legge sulla riforma dell’università che contiene non pochi elementi nuovi sia sul fronte dei meccanismi di reclutamento della docenza, che su quello dell’organizzazione degli Atenei. In un contesto molto compromesso come quello attuale non è semplice esprimere giudizi su un disegno che incontrerà anche lui, a cominciare dalle aule parlamentari, l’ostacolo del muro di gomma degli interessi e della palude dell’immobilismo, per cui non è possibile ragionare solo sulla plausibilità in astratto di quanto si propone.
Recentemente accanto a questi temi, che appassionano poco il grande pubblico a cui non si riesce a far vedere subito le ricadute non piccole che avranno queste innovazioni, si è aggiunta l’ipotesi di affrontare un tabù storico: il valore legale dei titoli di studio.
Diciamo subito che in parte la discussione su questo tema è avvelenata da una falsa presunzione: che il cosiddetto “valore legale”, cioè il fatto che formalmente ogni laurea rilasciata da un ateneo statale o equiparato ha lo stesso valore, sia una realtà effettiva. Nei fatti ciò esiste solo in termini molto relativi: questa “eguaglianza” dei titoli non serve per esercitare una professione, ma solo per accedere a degli esami o dei passaggi di selezione che sono gli unici ad “abilitare”. Non si diventa insomma medici, farmacisti, ingegneri, avvocati, notai, psicologi, commercialisti o quant’altro perché si ha la laurea corrispondente, ma solo se in possesso di questa si supera un esame di stato abilitante.
Lo stesso avviene per le carriere pubbliche come il magistrato, il professore, ecc. Certamente questo sistema delle “abilitazioni professionali” è a sua volta un sistema un po’ opaco, in mano ad ordini professionali che spesso hanno più interessi corporativi da difendere che vocazione ad esercitare ruoli pubblici di garanzia. Anche per l’abolizione di questi passaggi c’è oggi un certo movimento in concomitanza col dibattito sulle liberalizzazioni e soprattutto in vista di aperture europee all’esercizio di queste professioni fuori della nazione di appartenenza.
Al di là di questo però resta il fatto che l’abolizione del valore legale della laurea avrebbe un forte significato simbolico: toglierebbe l’alibi, davvero inaccettabile in una società fondata sul riconoscimento del merito e dunque sulla competizione virtuosa, per cui tutti gli Atenei sono eguali. Si aggiunga che oggi, con la relativa liberalizzazione dei piani studi e della creazione dei corsi di laurea, anche l’omogeneità formale fra le vecchie lauree è andata a farsi benedire.
Ben venga dunque una norma che obbliga gli utenti, studenti e loro famiglie, a “guardare dentro” al prodotto che comprano, senza cullarsi nell’illusione che l’importante sia avere il fatidico “pezzo di carta”, tanto tutti contano eguale. Facciamo poi notare che l’abolizione del valore legale andrebbe a beneficio della mobilità sociale, perché troppo spesso filiere professionali di famiglia sono facilitate dalla possibilità di acquisire lauree di scarso contenuto e valore, ma sufficienti, in nome della formale eguaglianza, a dare titolo al rampollo della dinastia ad inserirsi senza pagare scotto nella corporazione dei genitori.
Per evitare però che manchi una qualsiasi bussola per orientarsi nel labirinto delle offerte universitarie sembra che giustamente ci si preoccupi di individuare un sistema nazionale di valutazione: una agenzia apposita dovrebbe dire quale “valore” ha ogni titolo di studio in rapporto a quanto offerto sul mercato. Questo è il punto più delicato dell’intera operazione. Innanzitutto perché per mettere a regime un sistema di questo tipo ci vogliono molti anni, e intanto quelli che si laureano finiscono in un limbo in cui il vecchio sistema è definitivamente screditato e il nuovo non c’è ancora. In secondo luogo perché abbiamo il più che fondato timore che nel nostro paese alla fine fra ricorsi ai vari TAR, buoni uffici delle diverse lobby parlamentari ed accademiche, rivolte dei vari localismi del Nord, del Centro e del Sud, si finirebbe per giudicare come minimo con criteri molto larghi ed accomodanti.
Non che questa sia una giustificazione per astenersi da una riforma che è importante, urgente e capace di introdurre innovazione, ma certo sarebbe colpevolmente ingenuo avviarsi su questa strada senza valutare le strategie opportune per attraversare le molte sabbie mobili che si troveranno sul cammino.

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Docenti e ricercatori del Dipartimento di Meccanica e Materiali dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria hanno effettuato le verifiche di agibilità nell’ambito di ReLUIS (Rete dei Laboratori Universitari di Ingegneria Sismica).

Tre gruppi, composti ciascuno da un caposquadra e da altri membri, hanno svolto i sopralluoghi ed eseguito le valutazioni di agibilità sismica per conto del Dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Le squadre composte dal prof. Adolfo Santini preside della facoltà di ingegneria della Mediterranea (caposquadra) dal prof. Angelo Di Chio e dall’ing. Maria Grazia Santoro, dal prof. Enzo D’Amore (caposquadra) e dall’ing. Carmen Amaddeo, dal prof. Francesco Nucera (caposquadra) dall’ing. Alfredo Cundari e dall’ing. Concetta Tripepi, hanno esaminato numerosi edifici pubblici, edifici adibiti ad attività industriali ed a civile abitazione.
L’ing. Francesco Nucera, docente di Meccanica Computazionale delle Strutture presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università Mediterranea, spiega che durante l’emergenza post-sismica vengono effettuate con metodo speditivo le valutazioni di agibilità su larga scala. Si tratta effettuare dei sopralluoghi finalizzati alla valutazione dell’entità del danneggiamento che interessa le parti strutturali e non strutturali che costituiscono ciascun edificio, compilare la scheda AeDES (Agibilità e Danno nell’Emergenza Sismica), e fornire un giudizio di agibilità.
Abbiamo osservato, prosegue l’ing. Nucera, danni su edifici storici realizzati con materiali aventi scarse resistenze che spesso però hanno messo inesorabilmente in luce interventi di ristrutturazione effettuati in epoche diverse e che hanno innescato o favorito il collasso di uno o più elementi strutturali. Altri danni osservati su edifici in muratura sono già ampiamente documentati nella letteratura tecnica. Collassi di primo modo della pannelli murari e rotture per taglio e/o taglio compressione. Danni causati da solai in cemento armato o travi in cemento armato (realizzati all’interno di edifici in muratura) che hanno decretato il collasso o hanno pesantemente compromesso la sicurezza strutturale di edifici in muratura. Collassi di pareti fuori dal proprio piani causati da coperture spingenti.
Il terremoto potrebbe essere interpretato come un grande laboratorio nel quale tutte le strutture vengono sottoposte ad un test. Per gli edifici realizzati in epoca più recente ed aventi struttura portante in calcestruzzo armato sono stati osservati danni di notevole entità o collassi che hanno interessato parti significative dell’edificio. In particolare, la scarsa resistenza del calcestruzzo associata a carenza di dettagli costruttivi sono due elementi che rientrano tra le principali cause di danno. A questo bisogna aggiungere che alcuni edifici presentano “cause intrinseche” di vulnerabilità derivanti da una non adeguata progettazione e concezione strutturale. Ad esempio, abbiamo analizzato una costruzione che presentava un piano “soffice” con pilastri circolari irrimediabilmente danneggiati a causa delle grandi sollecitazioni che gli stessi hanno dovuto fronteggiare durante l’evento sismico; ancora, sei edifici aventi stessa tipologia per i quali si è tristemente verificato il collasso di un intero piano a carico di due di essi. Molti altri edifici con struttura portante in calcestruzzo armato invece non hanno subito il collasso strutturale grazie al “miracolo” operato dalle tamponature che hanno offerto in taluni casi un notevole contributo di resistenza alle azioni orizzontali.
Proteggersi dal terremoto oggi è possibile grazie alle conoscenze ormai acquisite dall’ingegneria sismica. Quindi grande attenzione deve essere rivolta, nelle zone ad elevata sismicità come ad esempio l’area dello stretto, alla riduzione della vulnerabilità sismica del costruito. Le costruzioni realizzate nella seconda metà del secolo scorso nella nostra città spesso presentano carenze sia nella concezione strutturale sia nei dettagli costruttivi che nelle resistenze dei materiali. La conoscenza di una costruzione insieme alla diagnostica strutturale ed alla verifica di vulnerabilità sismica sono gli elementi attraverso i quali, un ingegnere specialista nel settore, può esprimere un giudizio sulla sicurezza strutturale e calibrare un eventuale intervento di miglioramento o adeguamento antisismico.
Per le nuove costruzioni devono trovare sempre crescente applicazione le moderne strategie di protezione antisismica (isolamento, dissipazione supplementare, ecc…). L’applicazione delle nuove tecnologie antisismiche appare forse più costosa rispetto alle tradizionali tecniche costruttive. Ma il costo deve essere commisurato ai benefici offerti dall’applicazione di una tecnologia moderna di protezione dal sisma nell’arco della vita utile di una costruzione. Infatti, per le strutture realizzate con tecnica tradizionale, è insito nel concetto di duttilità il fatto che le strutture stesse si danneggino durante un evento sismico di elevata intensità; ciò avviene per consentire la dissipazione dell’energia sismica immessa nella struttura. Questo, ad esempio, non avviene per strutture che sono state realizzate con isolamento sismico alla base. Questa strategia consente di raggiungere la “protezione sismica totale” di una costruzione garantendone l’operatività e la fruibilità anche durante il verificarsi dell’evento sismico.

la pagina di Peppe Caridi

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La Chiesa cerchi una soluzione al problema Anche il Mostra immagine a dimensione interacelibato dei preti si può discutere

https://i0.wp.com/3.bp.blogspot.com/_T_feYO871N0/R-YX-GNWXxI/AAAAAAAAAF8/g0IYl_afWqw/s320/don%2Bverze.JPGCarlo Maria Martini — Non so se sono sveglio o sto sognando. So che mi trovo completamente al buio, mentre un lento sciabordio mi fa pensare che sono su una barca che scivola via sull’acqua. Cerco a tastoni di stabilire meglio il luogo in cui mi trovo emi accorgo che vicino ame vi è un albero, forse l’albero maestro dell’imbarcazione. A poco a poco mi avvicino così da potermi aggrappare a esso con le mani, per avere un po’ di sicurezza e di stabilità nei sempre più frequenti moti della barca sulle onde. In questo tentativo incontro qualcosa che mi sembra come una mano d’uomo. Forse è un altro passeggero che sta cercando anche lui di appoggiarsi all’albero maestro. Non so chi sia, come non so io stesso come mi sia trovato su questa barca. Ma il tocco di quella mano mi dà fiducia: mi spingo avanti così da poterla stringere ed esprimere la mia solidarietà con qualcuno in quell’oscurità che mette i brividi. Vorrei anche tentare di dire qualcosa, pur non sapendo se il mio compagno di barca capisce l’italiano.

Ma nel frattempo lui inizia a farmi qualche breve domanda, a cui sono lieto di rispondere. Si tratta di una persona che non conoscevo, ma di cui avevo sentito parlare. Mi colpiva il suo interesse per me in quel momento difficile, in cui ciascuno avrebbe voglia di pensare solo a se stesso. Dialogando così nella notte fonda, in quel momento di incertezza e anche di pericolo si videro a poco a poco spuntare le prime luci dell’alba. Riconobbi il luogo in cui mi trovavo: eravamo noi due soli in barca. E usando alcuni remi che trovammo in fondo a essa, ci mettemmo a remare verso la riva, fermandoci ogni tanto per assaporare la tranquillità del lago. Ci siamo detti molte cose in quelle ore. È venuto chiaramente alla luce durante la conversazione che eravamo tanto diversi l’uno dall’altro. Ma ci rispettavamo come persone e ci amavamo come figli di Dio. Anche il fatto di trovarci sulla stessa barca ci permetteva di comprenderci e di accoglierci, così come eravamo. Tra le prime cose che ci siamo detti c’è naturalmente un poco di autopresentazione. Così ho appreso che il mio interlocutore aveva nientemeno che ottantanove anni, mentre io ne avevo ottantadue. Don Luigi Verzé (tale appresi poi essere il nome di colui che viaggiava con me) presentava la sua vita come quella di uno che aveva vissuto sessantuno anni di sacerdozio. (…)

Luigi Maria Verzé — Quanto è cambiata ora la valutazione etica ecclesiastica, rispetto a quella imposta ai tempi della mia infanzia. D’altra parte, poiché la moralità è imperativo categorico, la gente si fa una propria etica laica e la Chiesa resta con un’etica cristiana incongruente perché incondivisa dagli stessi devoti. Ricordo, per esempio, che nella mia visita alle favelas del Brasile frequentemente mi incontravo con povere donne senza marito con un bimbo in seno, un altro in braccio e una sfilza di altri che le seguivano, tutti prodotti di diversi mariti. Era giocoforza concludere che la pillola anticoncezionale andava consigliata e fornita. Il Brasile, totalmente cattolico fino agli anni Ottanta, ora è disseminato di chiese e chiesuole semicristiane, organizzate però sui bisogni anche spiccioli della gente. La Chiesa cattolica è troppo lontana dalla realtà, e le fiumane di gente, quando arriva il Papa, hanno più o meno il valore delle carnevalate e delle feste per la dea Iemanjà, l’antica Venere cui tutti, compreso il prefetto cristiano, gettano tributi floreali. La Chiesa, più che vivere, sopravvive sulle ossa degli eroici primi missionari. E poiché siamo in tema di morale pratica, che cosa dice, Eminente Padre, della negazione dei sacramenti a devotissimi divorziati? Io penso che anche ai sacerdoti dovrebbe essere presto tolto l’obbligo del celibato, poiché temo che per molti il celibato sia una finzione. E non sarebbe più vantaggioso che la consacrazione dei vescovi avvenisse su acclamazione del popolo di Dio, oggi così estraneo ai fatti della Chiesa? Forse non si è ancora maturi per tutto questo, ma Lei non crede che siano temi ai quali si dovrebbe pensare pregando lo Spirito?

Carlo Maria Martini — Oggi ci sono non poche prescrizioni e norme che non sempre vengono capite dal semplice fedele. Per questo, la Chiesa appare un po’ troppo lontana dalla realtà. Purtroppo sono d’accordo che le fiumane di gente che vanno a manifestazioni religiose non sempre le vivono con profondità. Occorre prepararle, e occorre dopo dare un seguito di riflessione nell’ambito della parrocchia o del gruppo. Non credo, però, che si possa dire che in Paesi come il Brasile, la Chiesa non vive ma sopravvive soltanto sulle ossa dei primi eroici missionari. La Chiesa vive là anche su gente semplice, umile, che fa il proprio dovere, che ama, che sa comprendere e perdonare. È questa la ricchezza delle nostre comunità. Tanti laici di queste nazioni e anche tanti laici vicino a noi sono seri e impegnati. Lei mi chiede che cosa penso della negazione dei sacramenti a devotissimi divorziati. Io mi so no rallegrato per la bontà con cui il Santo Padre ha tolto la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani. Penso, però, con tanti altri, che ci sono moltissime persone nella Chiesa che soffrono perché si sentono emarginate e che bisognerebbe pensare anche a loro. E mi riferisco, in particolare, ai divorziati risposati. Non a tutti, perché non dobbiamo favorire la leggerezza e la superficialità, ma promuovere la fedeltà e la perseveranza.

Ma vi sono alcuni che oggi sono in stato irreversibile e incolpevole. Hanno magari assunto dei nuovi doveri verso i figli avuti dal secondo matrimonio, mentre non c’è nessun motivo per tornare indietro; anzi, non si troverebbe saggio questo comportamento. Ritengo che la Chiesa debba trovare soluzioni per queste persone. Ho detto spesso, e ripeto ai preti, che essi sono formati per costruire l’uomo nuovo secondo il Vangelo. Ma in realtà debbono poi occuparsi anche di mettere a posto ossa rotte e di salvare i naufraghi. Sono contento che la Chiesa mostri in alcuni casi benevolenza e mitezza, ma ritengo che dovrebbe averla verso tutte le persone che veramente la meritano. Sono, però, problemi che non può risolvere un semplice sacerdote e neppure un vescovo. Bisogna che tutta la Chiesa si metta a riflettere su questi casi e, guidata dal Papa, trovi una via di uscita. Dopo di ciò Lei affronta un problema molto importante, dicendo che ai sacerdoti andrebbe tolto l’obbligo del celibato. È una questione delicatissima. Io credo che il celibato sia un grande valore, che rimarrà sempre nella Chiesa: è un grande segno evangelico. Non per questo è necessario imporlo a tutti, e già nelle chiese orientali cattoliche non viene chiesto a tutti i sacerdoti. Vedo che alcuni vescovi propongono di dare il ministero presbiterale a uomini sposati che abbiano già una certa esperienza e maturità (viri probati). Non sarebbe, però, opportuno che fossero responsabili di una parrocchia, per evitare un ulteriore accrescimento del clericalismo. Mi pare molto più opportuno fare di questi preti legati alla parrocchia come un gruppo che opera a rotazione. Si tratta in ogni caso di un problema grave.

E credo che quando la Chiesa lo affronterà avrà davanti anni davvero difficili. Non mancheranno coloro che diranno di aver accettato il celibato unicamente per arrivare al sacerdozio. D’altra parte, sono certo che ci saranno sempre molti che sceglieranno la via celibataria. Perché i giovani sono idealisti e generosi. Inoltre ci sono nel mondo alcune situazioni particolarmente difficili, in alcuni continenti in particolare. Penso però che tocchi ai vescovi di quei Paesi fare presente queste situazioni e trovarne le soluzioni. Lei si domanda anche se non sarebbe più vantaggioso che la consacrazione dei vescovi avvenisse su acclamazione del popolo di Dio. L’elezione dei vescovi è sempre stato un problema difficile nella Chiesa. Nelle situazioni antiche in cui partecipava maggiormente il popolo, si verificavano litigi e molte divisioni. Oggi forse è stata portata troppo in alto loco. Mi ricordo che un canonista cardinale intervenne in una riunione per dire che non era giusto che la Santa Sede facesse due processi per la stessa persona: uno dovrebbe essere fatto in loco e il secondo dal Nunzio. Quanto alla partecipazione della gente, vi sono alcune diocesi in Svizzera e in Germania che lo fanno, ma è difficile dire che le cose vadano senz’altro meglio. In conclusione, si tratta di una realtà molto complessa. Però l’attuale modo di eleggere i vescovi deve essere migliorato. Sono temi sui quali si dovrebbe riflettere molto, e parlare anche di più. Nei sinodi qualcosa emergeva, ma poi non veniva mai approfondito. Il problema, però, esiste e deve potersi fare una discussione pubblica a questo proposito.

CARLO MARIA MARTINI e
LUIGI MARIA VERZÉ

19 maggio 2009

corriere.it

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