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Archive for dicembre 2012

 

dire e non dire

 

Ho letto il libro scritto a quattro mani dal magistrato antimafia  Nicola Gratteri e dallo storico esperto di crimine Antonio Nicaso. Il saggio descrive le regole principali che sottendono le organizzazioni di ‘ndrangheta, quasi fossero i dieci comandamenti che gli affiliati sono tenuti a osservare previo giuramento delle formule all’uopo predisposte. Il lavoro pregevole che ha sicuramente richiesto un notevole impegno di ricerca mi ha lasciato un forte senso di amaro in bocca, perchè la lucida e precisa  analisi non lascia spazio alla speranza. L’ultimo comandamento “E’ stato sempre così e sarà così per sempre”, esprime in maniera efficace il concetto dell’eternità della malavita organizzata, che sfugge ad ogni tentativo di ragionamento logico. Il contenuto del libro è sintetizzato perfettamente dal pensiero di Sciascia, ripreso in anteprima «Ho tentato di raccontare qualcosa della vita di un paese che amo, e spero di aver dato il senso di quanto lontana sia questa vita dalla libertà e dalla giustizia, cioè dalla ragione». Senza speranza, dunque ? In questo contesto impervio quale il ruolo della magistratura? Cosa possono e devono fare i giudici? Cosa la ragione ?

Ritengo questo libro un tassello importante per divulgare e far capire linguaggi e comportamenti  del mondo del crimine, anche se rimane sempre l’incognita dell’imponderabile come dimostra il fatto che, il libro fresco di stampa, viene fuori con l’operazione Saggezza la presenza di una sovrastruttura di ‘ndrangheta denominata Corona, della quale  il Procuratore DDA Gratteri autore di Dire e non dire  afferma “E’ la prima volta che sentiamo parlare di Corona

Gli autori non sono nuovi nell’ambito della scrittura relativa alla ‘ndrangheta, tanto che il loro primo lavoro “Fratelli  di sangue” viene spesso citato da collaboratori di giustizia  per giustificare alcune loro frasi intercettate.

A me personalmente Gratteri piace come si pone: è diretto e cordiale dal linguaggio semplice e comprensibile; di fatto però devo aggiungere che quelle che nel libro vengono desctitte come regole del codice di ‘ndrangheta costituiscono una specie di luoghi comuni utilizzati da tuttim fanno cioè parte del patrimonio linguisticodi tutti noi. Non capisco, quindi, dove sta la novità.

Per quanto mi riguarda più da vicino devo dire che ho fatto degli studi sulla storia del territorio nel quale vivo e molti aspetti del mondo di cui il libro tratta mi erano già noti e, in proposito mi suona strano definire boss il brigante Giuseppe Musolino, sul quale ho ricercato parecchio anche perchè questo individuo ha sparato pure a mio nonno Stefano Romeo per fortuna solo ferendolo. Certamente affiliato come picciotto, Musolino non ha vissuto i privilegi dell’appartenenza alla criminalità organizzata. Delinquente criminale, assassino spietato,  è di fatto solo come un cane sciolto e va avanti con espedienti. L’interesse che suscita, tra il popolo e nel mondo culturale, soprattutto durante il processo di Lucca è dovuto al suo modo di porsi trasgressivo che ne fa una specie di comunicatore, direi ante-litteram, che lo porta a discutere e  a controbattere  con i magistrati che lo devono giudicare., come dire la fascinazione del brigante.  Non è un caso se Pascoli e Totò gli dedicano dei versi, non è un caso se un musicista famoso come Giacomo Puccini vuole assistere ad alcune udienze presso il tribunale di Lucca; non è un caso se anche il Corriere della Sera acquista poesie scritte dallo stesso Musolino, che vengono comprate anche dal quotidiano Il mattino. Un personaggio che intriga ma che, a quanto risulta dalle approfondite ricerche da me condotte, non ha goduto di coperture particolari. Ridurre Nusolino ad un fantoccio di ‘ndrangheta è fare un torto alla storia.

E prendendo spunto proprio dalla storia di Musolino, Norman Douglas in Vecchia Calabria, pubblicato la prima volta nel  1915, fa un’analisi spietata della giustizia italiana. Questo eclettico signore straniero amava l’Italia e particolarmente la Calabria, che ha visitato diverse volte tra  il 1907 e il 1911, proprio negli anni in cui si svolge la vicenda del brigante d’Aspromonte, al quale titola il capitolo “Musolino e la legge”. Douglas, dunque, è persona  al di sopra di ogni sospetto di appartenenze di parte e di politica, ma attento osservatore della realtà del quotidiano.

Leggiamone  qualche stralcio ; “..Che i giudici debbano essre dei signori pagati bene, e consapevoli dei propri doveri verso la società; che i carabinieri ed altri rappresentanti dell’ordine debbano essere civilmente responsabili dei danni recati al pubblico; che una legge di habeas corpus potrebbe essere vantaggiosa qui come fra certi selvaggi del nord; che il sistema orientale dei rinvii porti alla corruzione di funzionari pagati male e di testimoni ( per non parlare dei giudici )- insomma che il metodo seguito laggiù sia fatto apposta per generare piuttosto che per reprimere il delitto, sono verità troppo elementari per entrar nella testa dei retori megalomeni che controllano il destino del paese……L’istituto del domicilio coatto è in verità una di quelle cose che sarebbero incredibili se non esistessero. E’ una scuola, una scuola sotto egida statale, per la coltivazione della delinquenza. Ma che cosa aspettarsi di diverso?  Dove i giudici singhiozzano come bambini  e i giurati svengono per eccesso di sentimentalismo; dove fiumi di retorica tengono il posto degli interrogatori con contraddittorio e degli affidaviti debitamente giurati; dove la menzogna è un fallo umanamente veniale e quasi lodevole. La retorica, solo la retorica, decide di una causa in tribunale…..E il codice italiano che suona come una bella fiaba e agisce come una furia, è il peggiore che l’ingegno umano possa partorire…..Da un lato v’è un diluvio di disquisizioni sottili sulla giurisprudenza, la responsabilità personale e così via; dall’altra quella sinistra idiozia chiamata legge, sinonimo di chiacchiera, corruzione, idee paleolitiche sulla natura delle prove testimoniali, e una procedura che fa pensare nell’ipotesi migliore a Gilbert e a Sullivan…..Ho parlato della buffoneria della giustizia italiana; avrei potuto chiamarla una farsa.

Non soffrono dell’usura del tempo queste considerazioni e potrebbero essere scritte pari pari oggi, qui e ora.

Quale il  ruolo della giustizia, dunque?

In un Paese  retto da un sistema democratico con la suddivisione dei tre poteri, quello giudiziario dovrebbe essere il potere nobile, che dovrebbe sovrintendere gli altri due,  il legislativo e l’esecutivo, per garantire proprio la democrazia.

Premesso che in Italia ci sono troppe leggi, che come diceva un certo Platone sono un danno enorme per la democrazia, personalmente sono stupefatta perchè molto ma molto raramente la verità di un atto criminoso viene fuori da un processo. E dopo anni e anni di indagini, spesso il giudice alza bandiera bianca e fa outing dichiarandosi incapace di giungere ad una soluzione giudiziaria delegando ai giornalisti la ricerca della verità. Ustica, Falcone e Borsellino sono solo, purtroppo, alcune dolorose tragedie insolute. Di fatto molti crimini ci vengono raccontati attraverso romanzi o film, mentre i colpevoli sono  sempre immuni.

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Melissa Bassi

Melissa Bassi

 

 

 

 

 

 

Mi chiamo Melissa, cosa succede?

il cielo oggi piange :

una scheggia impazzita

ha ucciso una stella

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solstizio d'inverno

In questi giorni  del ciclo annuale accade qualcosa di straordinario e di magico accade, un evento cosmico che assumeva un alto valore simbolico in tutte le forme assunte dalla Tradizione Primordiale. Questo  scritto è mirato proprio a precisare il suddetto aspetto tradizionale, compenetrandolo in una visione organica, che liberi il campo da integralismi e settarismi d’ogni tipo, esplicitando il senso universale di quello che è comunemente conosciuto come il Solstizio d’Inverno, appartenente, in forme giustamente diverse, alla spiritualità di tutte le religioni del mondo. “Non dimentichiamo, infatti, che quell’avvenimento iniziò ad essere celebrato dai nostri antenati, ad esempio presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge, in Gran Bretagna, di Newgrange, Knowth e Dowth, in Irlanda o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan, in Iran, e della Val Camonica, in Italia, già in epoca preistorica e protostorica. Esso, inoltre, ispirò il “frammento 66” dell’opera di Eraclito di Efeso (560/480 a.C) e fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide). Quello stesso fenomeno, fu invariabilmente atteso e magnificato dall’insieme delle popolazioni indoeuropee: i Gallo-Celti lo denominarono “Alban Arthuan” (“rinascita del dio Sole”); i Germani, “Yulè” (la “ruota dell’anno”); gli Scandinavi “Jul” (“ruota solare”); i Finnici “July” (“tempesta di neve”); i Lapponi “Juvla”; i Russi “Karatciun” (il “giorno più corto”)”. (1)

Pochi sanno, infatti, che, intorno alla data del 25 Dicembre, quasi tutti i popoli hanno sempre celebrato la nascita dei loro esseri divini o soprannaturali: in Egitto si festeggiava la nascita del dio Horo e il padre, Osiride, si credeva fosse nato nello stesso periodo; nel Messico pre-colombiano nasceva il dio Quetzalcoath e l’azteco Huitzilopochtli; Bacab nello Yucatan; il dio Bacco in Grecia, nonché Ercole e Adone o Adonis; il dio Freyr, figlio di Odino e di Freya, era festeggiato dalle genti del Nord; Zaratustra in Azerbaigian; Buddha, in Oriente; Krishna, in India; Scing-Shin in Cina; in Persia, si celebrava il dio guerriero Mithra, detto il Salvatore ed a Babilonia vedeva la luce il dio Tammuz, “Unico Figlio” della dea Istar, rappresentata col figlio divino fra le braccia e con, intorno al capo, un’aureola di dodici stelle. “Nel giorno del Natale il Sole, che, nel suo moto annuo lungo l’eclittica – il cerchio massimo sulla sfera celeste che corrisponde al percorso apparente del Sole durante l’anno -, viene a trovarsi alla sua minima declinazione nel punto più meridionale dell’orizzonte Est della Terra, che culmina a mezzogiorno alla sua altezza minima (a quell’ora, cioè, è allo Zenit del tropico del Capricorno) e manifesta la sua durata minima di luce (all’incirca, 8 ore e 50/55 minuti)” (2); raggiunto il punto più meridionale della sua orbita e facendo registrare il giorno più corto dell’anno, riprende, da questo momento, il suo cammino ascendente. “Nella Romanità, in una data compresa tra il 21 e il 25 dicembre, si celebrava solennemente la rinascita del Sole, il Dies Natalis Solis Invicti, il giorno del Natale del Sole Invitto, dopo l’introduzione, sotto l’Imperatore Aureliano, del culto del dio indo-iraniano Mithra nelle tradizioni religiose romane e l’edificazione del suo tempio nel campus Agrippae, l’attuale piazza San Silvestro a Roma, che era praticamente incluso all’interno di un più vasto ciclo di festività che i Romani chiamavano Saturnalia, festività dedicate a Saturno, Re dell’Età dell’Oro, che, a partire dal 217 a .C. e dopo le successive riforme introdotte da Cesare e da Caligola, si prolungavano dal 17 al 25 Dicembre e finivano con le Larentalia o festa dei Lari, le divinità tutelari incaricate di proteggere i raccolti, le strade, le città, la famiglia.” (3)

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Il mito romano narra che il misterioso Giano, il dio italico, regnava sul Lazio quando dal mare vi giunse Saturno, che potrebbe essere inteso come la manifestazione divina che crea e ricrea il cosmo a ogni ciclo, colui che attraversa le acque, ovvero la notte e la confusione-caos successiva alla dissoluzione del vecchio cosmo, per approdare alla nuova sponda, ovvero alla luce del nuovo cosmo, del nuovo creato; come sostiene René Guénon (4), vi è una qualche analogia, fra il dio romano e il vedico Satyavrata, testimoniata dalla comune radice sat, che in sanscrito significa l’Uno. “Nel Lazio, inoltre, nel corso del mese di Dicembre, il dio Conso era festeggiato il 15 Dicembre, nel corso delle Consualia, le feste dedicate alla “conclusione sacrale del vecchio anno” : segnaliamo come dal latino, “condere”, indica l’azione del “nascondere” e/o del “concludere”. Il già citato Giano, associato a Conso, poi, era l’antica divinità latina dalle “due facce”, “dio del tempo” e, specificamente, “dell’anno” ed il cui tempietto, a Roma, consisteva in un corridoio con due porte, chiuse in tempo di pace e aperte in tempo di guerra che, sulla base della sua ancestrale accezione, designa “l’andare” e , più particolarmente, la “fase iniziale del camminare” e del “mettersi in marcia”: regolava e coordinava l’inizio del nuovo anno, da cui Ianuarius, il mese di Gennaio”. (5) Come ci conferma Franz Altheim (6) “Ianus e Consus, nella realtà religiosa romana, si riferivano all’inizio ed alla fine di un’azione” e facevano ugualmente riferimento (… ) “ad eventi fissati nel tempo, ma che si ripetevano periodicamente”, quelli dell’eterno ritorno della luce a discapito delle tenebre. Non dimentichiamo, quindi, come la tradizione romana della festa del dies solis novi affondava le sue radici, sia nel passato preistorico delle genti indoeuropee, a cui i Romani e la maggior parte delle genti Italiche appartenevano, che in quello delle sue stesse basi cultuali: Julius Evola ci ricorda come “Sol, la divinità solare, appare già fra i dii indigetes, cioè fra le divinità delle origini romane, ricevute da ancor più lontani cicli di civiltà” (7). E’ fondamentale a questo punto comprendere come tale rinascita solare rappresenti “solo” il simbolo di una rigenerazione cosmica, in cui il Sole e la Luce sono associati all’idea d’immortalità dell’uomo, che opera la sua seconda nascita spirituale, sviluppando e superando il proprio stato sottile, nella notte del solstizio d’inverno, quando è possibile accedere al deva-yana o “via degli dei” della tradizione indù, alla contrada ascendente e divina in cui l’uomo, restaurando in sé l’Adamo Primordiale, può intraprendere la strada dello sviluppo sovraindividuale.

Questo è il momento in cui, quando la notte diviene padrona e il buio totale, è necessario mantenere accesa la fiamma della Fede, che al mattino, con l’alba, diverrà trionfante. Nei tarocchi ciò che meglio identifica tale rinascita di Luce è la lama del Bagatto, che simboleggia la vera essenza dell’uomo, la cui missione è conseguire l’unione fra spirito e materia. Il Bagatto ha già davanti a sé tutti i simboli del potere materiale ed è il personaggio che intraprende l’Opera alchemica, lavorando con i tre principi e i quattro elementi (i tre piedi e i quattro angoli del tavolo), grazie alla quale ogni uomo è un metallo, che portato alla sua perfezione, viene chiamato Oro. Il senso più alto della carta è dato dal suo numero, che è l’uno e che indica il motore immobile, il Principio di tutte le cose, anche se il suo cappello a forma di otto allungato simboleggia il movimento d’elevazione spirituale che conduce alla quadratura del cerchio. Uscendo dalla Caverna Cosmica, con il Solstizio d’Inverno, perciò, si passa dal nulla all’unità, geometricamente cioè, dal divenire sensibile, rappresentato dal simbolo della circonferenza, si passa all’eterno presente, che nell’uno e nel centro si esplicita perfettamente. Significativo è, inoltre, il passo evangelico in cui Giovanni Battista, nato nel giorno del Solstizio d’estate, rivolgendosi a Gesù, nato nel Solstizio d’Inverno, si pronunci in tal modo: “Bisogna che egli cresca e che io diminuisca”. Parimenti è la rappresentazione classica del dio iranico Mithra, raffigurato mentre uccide un toro, con due dadofori ai suoi fianchi, che simboleggiano il corso del Sole: Cautes con la torcia verso l’alto (21 Giugno) e Cautopates con la torcia verso il basso (21 Dicembre). Ecco il simbolismo tradizionale delle porte solstiziali, che corrispondono rispettivamente all’entrata e all’uscita dalla Caverna Cosmica: la prima porta, quella “degli uomini”, corrisponde al Solstizio d’Estate, cioè all’entrata del Sole nel segno zodiacale del Cancro, la seconda, quella “degli dei”, al Solstizio d’Inverno, cioè all’entrata del Sole nel segno zodiacale del Capricorno. Dal punto di vista iniziatico la caverna, per via del suo carattere di luogo nascosto e chiuso, rappresenta un momento di totale interiorizzazione dell’essere, vale a dire il luogo dove avviene, accedendovi, la seconda nascita dell’iniziato.

La seconda nascita, corrispondente nel significato ai Piccoli Misteri, si differenzia dalla terza nascita, in uscita dalla porta solstiziale d’inverno, corrispondente, invece, ai Grandi Misteri. La seconda nascita si realizza sul piano psichico, definendosi come rigenerazione psichica; la terza nascita, invece, opera direttamente nell’ordine spirituale e non più psichico, in quanto l’iniziato deve a quel punto aver risolto la sua individualità, trovando così libero accesso alla sfera di possibilità della comprensione sovraindividuale. Qui l’iniziato rivive le tre tappe del processo alchemico: le tenebre s’infittiscono, l’alba s’imbianca, la fiamma risplende. In prospettiva macrocosmica, tutto ciò è simboleggiato dall’ingresso del Sole nel segno zodiacale del Cancro, con il Solstizio d’Estate. Il Solstizio d’Inverno corrisponde, invece, in senso microcosmico, alla presa di coscienza della vera spiritualità, in quanto uscita nella luce. Durante questo processo la comprensione esoterica può essere visualizzata come un’illuminazione riflessa che rischiara il buio della caverna: un fascio di luce che penetra da un’apertura nel tetto della caverna e che genera quell’illuminazione di riflesso, descritta anche dal mito della caverna sacra di Platone e la cui fonte è il “Sole Intelleggibile”. Nell’ordine microcosmico, per quanto concerne l’organismo sottile individuale, tale apertura corrisponde al centro energetico che si trova sulla sommità del capo: il chakra della corona, il kether della Sefiroth. Esso rappresenta il settimo livello del sistema dei chakra e corrisponde a ciò che nella Cristianità viene indicato come il settimo cielo. E’ lo stato di consapevolezza della libertà assoluta, la sede del Creatore. Secondo gli indù al chakra della corona si fondono la Prakriti , la sostanza primordiale, e il Purusha, lo spirito, l’essenza. Nel percorso rettilineo tra la seconda e la terza nascita, all’interno della Caverna Cosmica, tra le due porte solstiziali, l’illuminazione, dunque, penetra in noi dalla sommità del cranio, come, secondo i rituali operativi massonici, sulla sommità del cranio di ogni uomo è sospeso il filo a piombo del Grande Architetto, quello che segna la direzione dell’Asse del Mondo. Concludiamo questo nostro scritto col ricordare che la rigenerazione cosmica, di cui si è scritto, è sempre concepita con la discesa e con l’aiuto di un avatara, di cui il Cristo Redentore è l’ultimo e più splendente esempio:”Il Sole ritorna sempre, e con lui la vita. Soffia sulla brace ed il fuoco rinascerà”.

Luca Valentini

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Oggi, ! dicembre,  inizia il tempo dell’Avvento

stella

Avvento , dal latino  adventus,   significa venuta, arrivo. La  parola, di origine profana, indicava l’arrivo annuale della divinità pagana  al tempio per fare visita ai suoi adoratori. Si credeva che il dio, a cui era dedicato quel tempio, rimanesse tra i suoi fedeli  durante la solennità.

Nel linguaggio laico, il termine “Avvento”  denominava anche la prima visita ufficiale di un personaggio importante, una volta assunto un alto incarico.

Così, alcune monete di Corinto perpetuano il ricordo dell’adventus augusti, ed un cronista dell’epoca qualifica con l’espressione adventus divi il giorno dell’arrivo dell’Imperatore Costantino. Nelle opere cristiane dei primi tempi della Chiesa, specialmente nella Vulgata, adventus si trasformò nel termine classico per designare la venuta di Cristo sulla terra, ossia, l’Incarnazione, inaugurando l’era messianica e, dopo, la sua venuta gloriosa alla fine dei tempi.

Le prime tracce dell’esistenza di un periodo di preparazione al Natale appaiono nel V secolo, quando San Perpetuo, Vescovo di Tours, stabilì un digiuno di tre giorni, prima della nascita del Signore. È sempre della fine di questo secolo la “Quaresima di San Martino”, che consisteva in un digiuno di 40 giorni, a partire dal giorno dopo la festa di San Martino., che si celebra l’11 novembre. San Gregorio Magno (590- 604) fu il primo Papa a redigere un ufficio per l’Avvento e il Sacramentario Gregoriano è il più antico nel predisporre messe specifiche per le domeniche di questo tempo liturgico.

Nel secolo IX, la durata dell’Avvento si ridusse a quattro settimane, come si legge in una lettera del Papa San Nicola I (858-867) ai bulgari. Nel XII secolo il digiuno era già stato sostituito da una semplice astinenza. Malgrado il carattere penitenziale del digiuno o astinenza, l’intenzione dei papi, nell’alto Medioevo, era quella di provocare nei fedeli una grande aspettativa per la venuta del Salvatore pantocrator, l’Onnipotente, orientandoli in vista del suo ritorno glorioso alla fine dei tempi, la venuta escatologica, parusia.

avvento

L’Avvento nelle Chiese dell’Oriente

Nei diversi riti orientali, il ciclo di preparazione per il grande giorno della nascita di Gesù si è formato con caratteristiche accentuatamente ascetiche; nella liturgia bizantina si distingue, nella Domenica precedente al Natale, la commemorazione di tutti i patriarchi, da Adamo a Giuseppe, sposo della Santissima Vergine Maria. Nel rito siriaco, le settimane che precedono il Natale si chiamano “settimane delle annunciazioni”. Esse evocano l’annuncio fatto a Zaccaria, l’Annunciazione dell’Angelo a Maria, seguita dalla Visitazione, la nascita di Giovanni Battista e l’annuncio a Giuseppe.

L’Avvento nella Chiesa Latina

È nella liturgia romana che l’Avvento assume il suo significato più ampio. Molto differente dal bambino povero e indifeso della grotta di Betlemme, ci appare Cristo, nella prima Domenica, pieno di gloria e splendore, potere e maestà, attorniato dai suoi Angeli, per giudicare i vivi e i morti e proclamare il suo Regno eterno, dopo gli avvenimenti che precederanno questo trionfo. La Chiesa  invita alla penitenza e alla conversione e , nella seconda Domenica,  indica la grande figura di San Giovanni Battista, il cui messaggio aiuta a mettere in risalto il carattere penitenziale dell’Avvento. La terza è la Domenica Gaudete. Essendo ormai prossimo l’arrivo dell’Uomo- Dio, la Chiesa chiede che “la bontà del Signore sia conosciuta da tutti gli uomini”.

Nella quarta Domenica, Maria, la stella del mattino, annuncia l’arrivo del vero Sole di Giustizia, per illuminare tutti gli uomini. Chi, meglio di Lei, per condurci a Gesù? La Santissima Vergine, riconcilia i peccatori con Dio, addolcisce i dolori e santifica le  gioie. È Maria la più sublime preparazione al Natale.

Alle funzioni religiosi in preparazione del Grande Evento si sffiancano quelle sociali, diverse secondo secondo usi e tradizioni dei tempi e dei paesi.

Nel mondo occidentale da alcuni decenni  si è diffusa l’usanza di significare il tempo dell’avvento con manifestazioni appariscenti per cui le strade diventano sfavillanti le vetrine dei negozi vengono addobbate con paillettes e luccichii tra presepi e alberi dalle multiformi fantasie creative. Lo scopo principale di queste espressioni è stimolare gli acquisti, quindi i consumi, soprattutto di prodotti relativi alla ricorrenza natalizia. In questo sfavillio di luci e di colori spesso il motivo principale, cioè l’attesa per la nascita di un Bimbo, di Quel Bimbo che ha segnato la storia dell’umanità, viene offuscato, trascurato, se non ignorato completamente e sostituito da ciò che avrebbe dovuto essere il mezzo, lo strumento, il modo, per la sua celebrazione, cioè la corsa agli acquisti…, che deve essere sempre più anticipata.  Già dai primi giorni di novembre addobbi e decorazioni invadono le strade di borghi e città facendo decadere il gusto di vivere l’attesa con partecipazione consapevole giorno dopo giorno; rischiando, così facendo che il 25 dicembre, natale di Gesù Cristo,  la stella cometa sia  spenta e la stella di Natale appassita..

http://www.filastrocche.it/auguridinatale/calendario/i_cale.asp

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