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Archive for the ‘Di tutto un pò’ Category

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra le brume

evanescenti

di un mattino

rorido di rugiada iridescente,

zampilla allegro

e ruggente svanisce

accarezzando 

l’aria sfacciata

con frizzanti fragranze screziate

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Ὦ Ξεῖν’, εἰ τύ γε πλεῖς ποτὶ καλλίχορον Μιτυλάναν
τᾶν Σαπφοῦς χαρίτων ἄνθος ἐωαυσόμενος,
εἰπειν, ὡς Μούσαισι φίλαν τήνα τε Λοκρὶς γᾶ
τίκτε μ’ ἴσαν χὤς μοι τοὔνομα Νοσσίς, ἴθι.

Straniero, se navigando ti recherai a Mitilene dai bei cori,
per cogliervi il fior fiore delle grazie di Saffo,
dì che fui cara alle Muse, e la terra Locrese mi generò.
Il mio nome, ricordalo, è Nosside. Ora va’!

Da “I 12 Epigrammi di Nosside

 

Locri Epizefiri è una ridente  località in provincia di Reggio Calabria, nucleo importante della cultura magnogreca, della quale custodisce importanti vestigia, testimoni di quella cultura classica e umanistica, nel significato più profondo di questo termine, che abbraccia  tutte le scienze che concorrono alla formazione e ai saperi dell’uomo, dalla letteratura all’astronomia, dalle scienze matematiche e fisiche alla filosofia,  che sono tuttora  orgoglio della cittadina e dei suoi indigeni. Nonostante il sito sia trascurato dai circuiti del settore turistico, intenditori e appassionati di nicchia amano respirare l’aura magica di questo luogo, che emana il respiro universale di un’anima  senza tempo.

Ora avviene che Locri assurge alla prima pagina della  cronaca di tutti i media per una scritta,  apparsa su alcuni muri perimetrali di fabbricati  significativi in quanto sedi di organismi istituzionali, che descrive Don Ciotti come SBIRRO. Parola offensiva ? pare di sì se  subito si invoca la ‘ndrangheta in un coro unanime che implora inchieste, indagini, processi per identificare i mafiosi di turno ai quali comminare punizioni esemplari. E naturalmente non si perde l’occasione per  allestire l’ennesima manifestazione.  Mentre invece sarebbe imperativo categorico cogliere il grido, l’urlo disperato di un popolo civile, quel popolo veramente “per bene” che chiede giustizia e legalità aldilà dei luoghi comuni e dei preconcetti e degli stereotipi. È proprio la società civile, quella 2 per bene ” che grida e che urla a chi invece è sordo e cieco. A chi è sordo per esempio come il Presidente Mattarella, che invece di fare, chiacchiera con discorsi retorici che ormai non incantano più; a chi è sordo e cieco come Don Ciotti, il quale, a parte i suoi scheletri nell’armadio  come si può leggere qui di seguito,      http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/1379573/-Non-lavoro-piu-in-nero-per-te—Don-Ciotti-lo-prende-a-ceffoni.html             http://www.liberoquotidiano.it/gallery/1379572/La-lettera-di-scuse-di-Don-Ciotti-al-ragazzo-che-ha-picchiato.html,

non dovrebbe mettere piede dalle nostre parti , lui che ha definito Reggio Calabria e Messina due cloache; un prete, che, eretto a paladino antimafia, rappresenta, invece, quanto di peggio la società possa offrire al giorno d’oggi. Cosa fa l’antimafia ? magari forse persegue le persone oneste e indifese e tutela con complicità e collusione  i grossi delinquenti. E a delinquere ormai da tempo sono proprio le Istituzioni, è proprio lo Stato, l’organismo che dovrebbe tutelare, proteggere, curare il proprio popolo, del quale è, o meglio, dovrebbe essere la massima espressione, che invece aggredisce come i tentacoli di una piovra inferocita con vessazioni di ogni tipo; e, per questo, viene percepito, esso Stato,  come la controparte dalla quale bisogna difendersi. La mafia per eccellenza, oggi, dunque, è proprio lo Stato, il Caino dal quale non ci si può salvare. È proprio triste che a dire queste cose con la sua solita enfasi e vivacità sia un personaggio come Vittorio Sgarbi, che, più calabrese di tanti locresi, a Linea Notte di lunedi 20 marzo ha fatto sentire la sua voce fuori dal coro omogeneizzato degli accademici di turno che cercavano di surclassarlo con malcelata stizza e atteggiamenti ironici, che nascondono l’incapacità di discutere nel merito.

 

Da segnalare nella stessa trasmissione l’esperto di turno che facendo riferimento all’Inghilterra afferma che questo paese   con la Brexit ha abbandonato l’euro: il poveraccio non sa neppure che l’Inghilterra l’euro non l’ha mai adottato. L’ignoranza impera in lungo e in largo soprattutto nella scatola tonta televisiva che con buona pace di tutti i benpensanti, continua a manipolare l’opinione pubblica, con presunzione, aggressività e tracotanza inaudite.

 

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Solo una camicia rosa. Volevo comprare solo una camicia rosa e, mamma mia, mi sono sentita come un E.T., come fossi un extraterrestre. Ora, che io mi senta aliena nella società nella quale mi è capitato di vivere la mia esperienza in  questo mondo, è un dato di fatto incontrovertibile; come è altrettanto vero  che io sia sempre fuori dal coro e che mi piaccia  andare controvento come è scritto nel mio genoma. Questa è però un’altra storia, perchè io volevo solo comprare una camicia rosa. Sì da uomo; mio marito ha sempre in dotazione almeno due camicie rosa, una a manica corta e una a manica lunga, che stanno benissimo con qualsiasi colore di giacca, nera, blu o marrone, insomma è un colore portabile.

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Negli anni scorsi non abbiamo avuto alcun problema per l’acquisto di questo capo, anzi ne siamo stati accompagnati  proprio dai  negozianti di turno, che ne erano comunque forniti normalmente.Giusto per rinfrescare il guardaroba, poco tempo fa, avevo pensato di comprarne una nuova e ho cominciato a guardare  tra il mio gironzolare in città, tenuto conto del fatto che la nuova  camicia rosa non rientrava in un bisogno più o meno circoscritto nel tempo. Guardando qui e là però la camicia rosa non si vedeva più ; e allora ho cominciato a cercare con curiosità e a poco a poco, credo di avere chiesto in tutti i negozi di Reggio Calabria : ” Non si usa, non la chiede nessuno, lei è la prima persona a chiedere la camicia rosa ”   senza dire che alcuni negozianti alla mia richiesta mi guardavano storto, come fossi un’ aliena, e via di questo passo fino a che l’acquisto di questa camicia è diventato per me  di fatto una vera necessità. E’ diventato, infatti, un bisogno indotto dalla difficoltà a reperire l’oggetto.Non riuscivo e non riesco a capire  quale sia il motivo da non prevedere tra gli articoli da proporre per la vendita anche la Camicia Rosa, per uomo, normalmente, in modo naturale come qualsiasi altro capo. L’ostacolo pare sia il colore, che risulterebbe poco maschio !!???  A questo punto, se vogliamo approfondire il discorso dei colori dobbiamo raccontarci la loro storia.

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Proprio sul colore rosa la narrazione è quantomai interessante e sulla sua declinazione attuale al femminile contrapposta al celeste/blu mascolino  è stato scritto pure qualche libro come “Pink and blue” di Jo.B. Paoletti,  e nel 2014 a Boston, presso il Museum of Fine Arts è stata allestita addirittura una mostra per illustrarne la storia.   Per concludere, alla fine della fiera, che la distinzione attuale tra rosa/donna e azzurro/uomo, rientra in un’ennesima operazione di marketing che ha capovolto gli usi precedenti e si è affermata intorno alla metà del secolo scorso. Infatti precedentemente  proprio il rosa era considerato un colore maschio, perchè espressione di forza e virilità, mentre il blu, ritenuto un colore calmo, sarebbe  più indicato per le bimbe.Ahimè.Io, però, volevo comprare solo una camicia rosa. Da uomo. In un negozio qualsiasi.

Rosa, la storia del colore che fino agli anni ’40 rappresentava forza e mascolinità

Il “pink” possiede un significato sociale e una forte associazione di genere più di ogni altro colore

di SDWWG 


Dall’ottobre 2013 al maggio 2014, al Museum of Fine Arts di Boston si è tenuta la mostra Think Pink, un’esposizione per esplorare la storia e l’impatto sociale del colore rosa. La curatrice, Michelle Finamore, ha raccontato di come in passato il colore non fosse associato ad alcun genere, portando ad esempio uno dei quadri esposti. Si tratta di un dipinto nel XVIII secolo che ritrae due bambini che indossano vestitini femminili, uno rosa e uno giallo: “Sopra portano un grembiule — spiega Finamore — e non è possibile dire se siano maschi o femmine”.

La parola “pink” comparve per la prima volta verso la fine del 1700. Come dicevamo, allora il termine non era legato a un genere come lo è oggi, che lo vede fortemente associato alla femminilità. Erano tempi, quelli, in cui anche gli uomini indossavano il rosa e lo utilizzavano addirittura, in combinazione al bianco, per gli interni delle proprie abitazioni.

Basti pensare al celebre “pink suit”, l’abito rosa indossato da Jay Gatsby nel Il grande Gatsby, il capolavoro di F. Scott Fitzgerald del 1925. Il colore era infatti considerato simbolo di passione e mascolinità, una versione del rosso più adatta alla vita sociale, che si allontanava dall’accezione “bellicosa” a cui quest’ultimo era legato.

Leonardo Di Caprio nel ruolo di Jay Gatsby (“The Great Gatsby” di Baz Luhrmann, 2013) indossa il celebre abito rosa.

Si pensi che il rosa non solo veniva indossato dagli uomini, ma alle bambine era perfino consigliato il colore blu. In un’edizione del 1918 di Earnshaw’s Infants’ Department si legge:

La regola generalmente accettata è rosa per i maschi e blu per le femmine. La ragione sta nel fatto che il rosa, essendo un colore più deciso e forte, risulta più adatto al maschio, mentre il blu, che è più delicato e grazioso, risulta migliore per le femmine.

Bambino in rosa, American school of painting (circa 1840)

Ma come si è arrivati a trasformare il rosa nel colore che più di ogni altro possiede un significato sociale e una forte associazione di genere? A partire dagli anni ’40, le aziende di abbigliamento iniziarono a produrre indumenti femminili in rosa e indumenti maschili in blu, senza ragione alcuna. O meglio, sembrerebbe che l’unico motivo fosse la certezza che i due sessi preferissero il nuovo colore che gli era stato assegnato.

In realtà, alcuni studi condotti sull’argomento hanno rivelato che non è affatto realistica la credenza secondo cui le persone di sesso maschile preferiscano il blu e quelle di sesso femminile amino il rosa. Piuttosto, le ricerche hanno mostrato come il rosa, tra gli adulti, sia uno dei colori tra i meno amati.

Nonostante gli sforzi del Movimento di Liberazione delle Donne, che durante gli anni ’60 e ’70 (e tra le innumerevoli altri azioni) ha tentato di abolire questa assurda differenziazione, spingendo per l’uso di colori neutri che non venissero associati ad alcun genere, le aziende di abbigliamento hanno trovato il modo di calcare la mano sulla distinzione, facendo leva sui bisogni dei futuri genitori.

Da allora, il costume si è radicato nella società occidentale e solo in tempi recenti si sta assistendo a un embrione di rivolta per sorpassare questa associazione colore-genere una volta per tutte.

Proprio nella storia particolare del rosa risiede il significato di scegliere il “pink” come colore distintivo della nostra agenzia. Una storia che lo ha visto come unico protagonista di una diatriba durata decenni: uomo o donna? maschio o femmina? A chi appartiene il rosa? Perché come diceva Virginia Woolf:

In ognuno di noi presiedono due poteri, uno maschile, uno femminile. La mente androgina è risonante e porosa, naturalmente creativa, incandescente e completa.

Ecco perché abbiamo scelto il rosa, perché la più creativa delle menti è quella che sa essere sia maschile che femminile, e quale colore meglio del rosa, con la sua storia, può rappresentare la creatività?


SDWWG è un’agenzia specializzata nello sviluppo di strategie di comunicazione complesse. Nasce a Milano nel 1983 ed è caratterizzata da un approccio multidisciplinare, crossmediale e strategico. Le competenze dell’agenzia variano dal web design all’advertising, dal digital marketing alla marketing automation, dal content marketing allo sviluppo di piattaforme di e-commerce

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L’Emmaus di Peppina : storia vera

Piedi nudi

Un giorno come tanti altri. Peppina sente un leggero tocco alla porta sempre aperta della sua casetta  in campagna dove vive  con le due bimbe dopo la morte improvvisa di Giovanni. Sbarca il lunario a fatica con i pochi proventi della terra, e con grande dignità vuole che le sue figlie crescano senza privazioni. Si affaccia al corridoio d’ingresso e vede sulla soglia un viandante che le chiede qualcosa, qualsiasi cosa. Peppina non si meraviglia, spesso capitano da quelle parti zingari o pellegrini in cerca di cibarie  e lei risponde generosamente con quello che ha. Adesso dispone solo di olio di produzione propria, lo dice al viandante e guardandolo nota che la persona che ha di fronte ha i piedi scalzi pulitissimi e ne rimane sorpresa ; per arrivare alla porta di casa bisogna comunque fare un tratto di strada sterrata con erbe varie il cui calpestio  deve giocoforza lasciare un segno sui piedi nudi. Va a prendere la bottiglia di olio e quando torna, sulla soglia non c’è più nessuno e chiama, cerca, fa un pezzo di strada, nulla; chiede ai vicini se un viandante in cerca è passato anche da loro, come sempre capita, ma nulla.Razionale e pratica, Peppina non gioca con la fantasia, una vita costellata da mille difficoltà sempre vissute con grande semplicità e concretezza, deve fare i conti con un  quotidiano che non lascia spazio a digressioni e fronzoli di sorta. Credente non praticante, lontana da bigottismi e ipocrisie, è consapevole che quel giorno Cristo è andato a trovarla e ne sentirà per sempre la vicinanza speciale.

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imprimaturHo letto un libro, due, anzi  tre

“Chi intraprende la scalata verso la verità, la intraprende da solo”

Sono curiosa, per natura e per scelta; la mia fame  di conoscenza è insaziabile e con essa la ricerca della verità sempre e comunque, che è accompagnata inevitabilmente dal beneficio del dubbio. Il mio spirito critico mi impone di avvicinarmi a qualsiasi argomento e situazione con estrema cautela tenendo conto che anche gli avvenimenti storici sono raccontati secondo l’interpretazione del narratore. Ragion per cui sono portata a cercare il pelo nell’uovo in maniera dissacrante, analizzando, scomponendo, scindendo, indagando. La mia smodata curiosità mi induce  dunque ad essere anche un topo da biblioteca. In questi ultimi mesi le mie letture sono state sollecitate dal cosiddetto “caso imprimatur”, che riguarda una serie di libri di due autori italiani, Monaldi e Sorti, che, dopo una storia travagliata per cui ne era stata impedita la pubblicazione in Italia, adesso vengono editi anche nel nostro paese. E come resistere al fascino del proibito ?  A leggere, quindi, tutto d’un fiato Imprimatur e Secretum, che non è impegno leggero, perchè si tratta di complessive 1502 pagine. Ambientata nella Roma dei Papi tra la seconda metà del seicento e i primissimi anni  del settecento, la storia ruota intorno alle vicissitudini di certo Atto Melani, personaggio realmente esistito e racconta intrecci e intrighi a livello internazionale tra la Chiesa e le più importanti case regnanti europee, prime tra tutte quelle di Francia e Austria. La maggior parte degli avvenimenti si svolgono nottetempo nella Roma sotterranea, teatro di vicissitudini le più impensabili che coinvolgono molti personaggi storici. Le figure inventate sono poche e servono da cornice per la trama, che riporta con dovizia di prove documentali rigorosamente consultate e annotate fatti ed eventi realmente accaduti. Elezioni di papi e di re, compromessi tra omicidi insospettabili  e morti più o meno misteriose e chi più ne ha più ne metta. Sarebbe troppo lungo e tedioso fare  una pur stretta sintesi dei fatti narrati, chi ha interesse legga pure; per quanto mi riguarda ho trovato molto interessanti i riferimenti alla storia urbana della  Roma dell’epoca e sicuramente oggi  mi avvicinerò a quei siti archeologici  in una diversa dimensione; come ho trovato degni di attenzione i riferimenti gastronomici e l’uso di alcune spezie. Gli intrighi ecclesiastico-politici non mi hanno di fatto impressionato. Vuoi perchè sono giunta ormai all’età del disincanto, vuoi perchè avevo già accumulato molte informazioni sul tema; in proposito, solo per citare qualcosa,è piucchesufficiente ricordare Manlio Simonetti, uno dei massimi esperti del Cristianesimo in italia, il quale, nel volume “Il Vangelo e la Storia” del 2010  sottolinea come alla ricerca affannosa e spregiudicata del  potere temporale  la Chiesa abbia  tradito il messaggio cristiano sin dalle origini .” Nonostante il suo sistematico rifarsi alla tradizione apostolica, quanto in essa  ( Chiesa ) continua a vivere del messaggio evangelico ? ” : la frase conclusiva del lavoro minuzioso e certosino di Simonetti compendia quanto descrive nel suo scritto. Per non dire dei fatti di recente attualità che riportano alla ribalta vizi umani e ataviche virtù, dei quali chiesa e clero  ne hanno da raccontare, a parte i crimini mai risolti come, per esempio la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella  Gregori, scomparse nel buco nero cattolico apostolico.

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Tornando alla coppia Monaldi- Sorti mi viene difficile capire perchè i loro scritti siano stati messi all’ “indice” in Italia mentre hanno trovato largo spazio in diversi  altri paesi, in molti dei quali sono tra i libri più letti. Mi viene difficile capire perchè mai questa coppia sia  stata “costretta” all’esilio; mi viene difficile, appunto, capire per quale motivo i lavori di Sorti e Monaldi abbiano fatto parlare  di  caso letterario, al quale Simone Berni, cacciatore di libri proibiti, ha addirittura dedicato un volumetto ( Il caso Imprimatur- biblohaus-2008 ). Proprio Simone Berni , secondo me, rende giustizia ai due ricercatori e narratori italiani , al quale i due autori, consapevoli che, come dice Pirandello,nessuno vede se stesso vivere”  affidano il commento conclusivo di Imprimatur. E Berni risponde riprendendo San Paolo quando dice  nella Seconda lettera a Timoteo ” ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede” ;  e poi mette in evidenza la solitudine di chi cerca e ricerca ostinatamente il vero citando un verso  del poeta tedesco  Morgenstern , ” Chi intraprende la scalata verso la verità, la intraprende da solo “. La storia d’Italia purtroppo è piena di censure e di divieti e di scomuniche e il nocciolo della questione sta, secondo me, nella presenza ingombrante della Chiesa nella società e nella vita politica e quotidiana  del nostro paese, con ingerenze sempre inopportune. Il principio Libera Chiesa in Libero Stato dovrebbe essere, infatti, un principio inalienabile di ogni convivenza civile : ragion per cui dovrebbero essere aboliti i Patti lateranensi e  lo Stato  Vaticano , e  il  Papa dovrebbe risiedere a  Gerusalemme.

Bravi comunque i nostri due autori anche se pur essi non sfuggono ad un luogo comune diffuso e quantomai falso: a pagina 788 di Secretum  si legge ” Quel foglio con sole tre parole yo el Rey, avrebbe cambiato la storia del mondo”. Qualcuno ancora mi dovrebbe spiegare come sia possibile cambiare la storia. Se essa è, o comunque dovrebbe essere, la narrazione di una successione di fatti, eventi, avvenimenti, già accaduti nel tempo e nello spazio, quindi, in ogni caso, sempre raccontata a posteriori, come si fa a cambiarla ? vorrebbe dire che la storia sia già stata scritta e che venga deviata, e allora che storia sarebbe ? Autori come i Nostri dei quali sto dicendo dovrebbero fare grande attenzione quando scrivono, perchè i loro scritti fanno testo e alimentano frasi fatte e stereotipi che vengono ripetuti in maniera automatica e superficiale diventando di uso comune e magari verità.

Sic transit gloria mundi.

 

 

 

 

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faroDico subito che a me non piace fare auguri a prescindere e non so spiegare bene il perchè manco a me stessa. Forse li sento generalmente stonati e densi di ipocrita formalità e di buonismo. Forse. Forse perchè ci si limita a ricordarsi del Natale il 25 dicembre di ogni anno, quando il Natale dovrebbe festeggiarsi ad ogni nuovo vagito di neonato, cioè tutti i giorni. Forse. Forse perchè l’ipocrita buonista società dei politicamente corretti piange lacrime di coccodrillo di fronte all’immagine di un bimbo morto ammazzato su una spiaggia turca, ignorando che tutti i giorni muoiono bimbi nel travaso di popoli che risponde ad una tratta di schiavi sedotti e abbandonati che ormai da qualche decennio semina la morte nel mare mediterraneo, quel mare dove nasce la nostra civiltà, ormai da noi evoluti ominidi morta ammazzata e rinnegata con brutale cecità socio-politico-culturale. Forse. Forse anche perchè il mio carattere inquieto si ribella al fatto che le ricorrenze natalizie debbano essere curate da una istituzione come quella ecclesiastica che nasconde nelle sue stanze crimini efferati e misteri dolorosissimi. Forse. Forse perchè il bene non fa notizia e quando apprendi qualcosa di edificante ti si allarga il cuore aldilà di ogni beneficio del  dubbio e senza se e senza ma sei capace di meravigliarti ancora. Forse. Forse quando inaspettatamente ti raggiunge una luce che ti fa rimettere ancora e sempre tutto in discussione. La luce questa volta giunge da un’amicizia sul mio network di riferimento attraverso una pagina bellissima di Bruno Tomasich, che per non contaminare riproduco integralmente. Un uomo colto, combattivo, eclettico, testimone di buona parte del cosiddetto secolo breve, del quale con instancabile fecondità ci racconta la storia, quella vera, nei suoi numerosi scritti e nel contempo lettore  attento e critico perspicace degli accadimenti attuali. Un uomo di valore indiscusso che si dedica con amore sconfinato ai suoi affetti più cari anche quando sono intrisi di dolore e sofferenza indicibili. E allora forse ti riconcili un pò con te stessa e pensi che finchè esistono persone come Bruno, perchè certamente ce ne sono, allora quella luce della quale il mio amico narra anche con precisi riferimenti scientifici, sarà come i Fasci di un  faro che rischiarano la notte e indicano la rotta. E allora ti viene spontaneo augurare che il futuro sia bello e buono.

Per un momento rimango in casa mia, dove sono rinchiuso da quattro anni, e anziché guardare fuori al mondo che vive e si uccide, ritraggo lo sguardo per “Vivere l’Alzheimer la prigione dell’anima“: Una storia che sta finendo

Ci siamo conosciuti a Verona quando avevamo venti anni. Un’amica comune, Fiorenza Ferrini, in un occasionale incontro nel “liston” di piazza Brà ci ha presentati e da quel giorno è cominciata la nostra storia durata una vita. A ottobre sono sessantadue anni; a ottobre ci siamo sposati. Un triste giorno di ottobre, era il 2003, abbiamo salutato, per sempre, nostra figlia Rossella. Da quel momento ogni ricordo bello si è oscurato nella nostra mente. Sembra che sia sempre freddo, che il sole non scaldi più e la luce non serva poiché non ci fa vedere chi vorremmo vedere, sentire e toccare.
Non posso continuare nella rievocazione di questo mio ricordo perchè non mi riesce di sopportarne il peso, da vile che sono diventato. Forse a Giuliana non è mancato quel coraggio, forte di una fede che riteneva fosse superiore ad ogni cosa, e ha guardato diritto a quel dolore e ne è rimasta accecata. Tanto esso era forte, da piegare ogni fede; e tanto più forte se vissuto nella propria solitudine.
La fotografia, questa mirabile arte di scrivere con la luce, è uno dei modi per tener viva la memoria del malato d’Alzheimer. Essa ha fissato i ricordi nel tempo ed ha valore per il malato se rievoca avvenimenti, non interessa quanto importanti in sé, ma se chi li propone ne conosce il valore che può avere nella sua memoria. Senza questa intermediazione del familiare si potrebbero avere risultati negativi.
Per l’estrema sensibilità del malato occorre una presenza discreta e continua che ne studi ogni mossa e sappia interpretarla correttamente, adeguando i toni di voce ed i gesti. Questo è possibile solo a chi con il malato abbia condiviso i momenti felici e tristi della vita e, avendolo giurato, sa che la propria vita non può avere valore se non vive assieme le sofferenze dell’altro.
Così ho fatto la mia scelta, che non mi pesa affatto, di vivere con Giuliana il nostro Alzheimer, per quello che a lei debbo, per tutto quello che lei ha fatto per me.
Così i comuni ricordi fotografici, sfogliati assieme dall’album di famiglia, rinverdiscono gli antichi ricordi che talvolta Giuliana rivive prontamente e talaltra fa fatica a rievocare. Ma certamente questa è la migliore ginnastica della mente assieme all’ascolto delle canzoni del suo tempo al cui suono ritornano in mente le parole nella loro interezza. E le canta con voce sussurrata ma sicura.
Il rievocare momenti passati attraverso la vecchia magia fotografica, magari in bianco e nero, ci fa riprendere il coraggio di guardare indietro lungo una strada che é diventata una via crucis per me, ma che debbo assolutamente riportare alla sua memoria per mantenerla viva.
E così scorrono davanti a noi tanti momenti felici che sono ancora tali per lei perché il dolore più forte, quello che ha cancellato la sua memoria scavando nel suo cervello, se n’è andato con quei pezzi mancanti. Riconosce sempre i suoi figli e li chiama per nome anche se qualche volta a fatica.
Non riconosce il volto della sua figlia adorata, Rossella, la cui foto guarda con curiosa attenzione chiedendomi chi sia quella bella ragazza. Ne è ammirata e la guarda con amore, si vede, ma non sa trovarle posto rovistando nel cassetto disordinato della sua memoria. Ne sono quasi deluso ed irritato, ma non mi resta che concludere che, in fondo, è bene che sia così.
La sua mente non potrebbe certo resistere a quella rinnovata tortura.
E’ una storia che sta finendo. Malgrado la guerra, i bombardamenti, le difficoltà di persecuzioni rancorose, abbiamo potuto incontrarci a Verona dove la mia famiglia, che aveva superato le stesse difficoltà della sua, aveva trovato ospitalità e possibilità di lavoro. Il destino, questa volta lo evoco, ha voluto il nostro incontro. Ed è stato a lungo un incontro felice.
Avevamo insieme superato ogni difficoltà e costruito una vita felice, nell’attesa della mia laurea, l’abbandono della ricerca nell’Università per l’industria ed il consolidamento della posizione professionale. E poi la costruzione di una bella famiglia con sei figli e la continuazione della nostra vita felice che, come tutte, non poteva durare in eterno.
Per me ora è quasi più difficile evocare i tanti momenti belli della vita della nostra famiglia che, talvolta, ricordo perfino con rabbia, quasi volessi incolpare loro di avermi abbandonato così presto, pur essendo durati tanto a lungo. Non pensate a contraddizioni in questi termini; d’altra parte sapete benissimo voi stessi che se il tempo fisico è implacabilmente sempre uguale a sé stesso, i tempi dell’anima sono deformati dalla misura e dalla profondità dei sentimenti.
Ho già raccontato la tragedia della nostra vita che ha sconvolto i nostri pensieri fino a raggiungere la mente di Giuliana e soffocarne ogni anelito.
Ovunque si legga dell’Alzheimer, la definizione è la stessa, quasi una fotocopia di un originale immodificato e immodificabile: “è una malattia degenerativa invalidante ad esordio prevalentemente senile a prognosi infausta”.
L’umanità sembra aver preso atto dell’inevitabilità del male, anche se nel chiuso del suo laboratorio c’è chi rincorre il gioco delle molecole per scoprirne ogni segreto.
Vi è un altro segreto che si può scoprire e questo lo può fare solo la persona che vive con il malato la sua malattia ed impara a riconoscerne i bisogni e le difficoltà. Quello che io racconto è la storia di un percorso tutto personale; non so quanto esso possa essere comune agli altri.
Nel caso di Giuliana ho constatato come il disagio fisico, qualunque esso sia, influisca sul suo umore. Il riposo di un breve sonno ristoratore non fallisce quasi mai. Quale sia la condizione in cui prende sonno il risveglio avviene di norma con un sorriso indice di un buon umore purtroppo passeggero.
Quando apre gli occhi, il riconoscimento delle persone che l’attorniano é accompagnato da una calorosa espressione di gratitudine per la loro presenza. E’ un’altra persona che vive una sua semplice normalità.
Non è una condizione che dura a lungo ma essa consente un momento di tranquillità a lei e a chi le sta vicino. Poi segue un alternarsi di stati d’animo più o meno lunghi ed una agitazione che non lascia tregua.
Le giornate piovose e tristi fanno sentire tutto il loro peso. Il calare della luce diurna aumenta il disagio; fa crescere l’ansia e aumenta le paure e le allucinazioni. Sono le ore più brutte della giornata in cui non può stare assolutamente sola e per sola s’intende anche soggiornare nella stessa stanza ma non stringerle la mano, senza lasciarla un solo istante.
Per fortuna la mettiamo a letto presto. Il suo sonno notturno è inizialmente tormentato. Prima di addormentarsi vuole essere rassicurata della mia presenza tanto da non poter allontanarmi senza produrre in lei una forte agitazione. Non le sembro mai vicino abbastanza. E’ rassicurata solo dal contatto fisico, dalla carezza, dal sentirsi stringere la mano, non forte ché altrimenti sente dolore. Il modo di comunicare con lei deve essere attento, rassicurante e talvolta può essere anche severo purché rispettoso della sua sensibilità che è quella di una pelle scoperta e sottile che ha le piaghe cui la scarsa mobilità del corpo condanna.
Tremante di paura rischia di cadere dal letto quasi per sfuggire alla sua immobilità. Spenta la luce, rassicurata dalla mia vicinanza, le rimane infine facile abbandonarsi ad un sonno profondo. E’ un sonno che posso interrompere per parlarle e sentirmi rispondere con una lucidità sorprendente. Non so se questo sia un atteggiamento consueto per la malattia ma esso potrebbe testimoniare dell’importanza di un sonno ristoratore anche in una mente sconvolta da una così grave malattia. Come se anche l’anima, e penso che sia così, sentisse il bisogno di riposo come il cervello.
Questa perfetta sintonia d’intenti fra sonno e cervello nel rimettere in ordine i pensieri è importante e merita di essere approfondita dal punto di vista neuroscientifico, cosa che, per la verità, oggi sta puntualmente avvenendo.
L’attività del cervello che abbiamo semplificato in una trasmissione elettrica degli impulsi in realtà è anche un laboratorio chimico che, in quanto tale, oltre l’energia produce le sue scorie inquinanti che debbono essere allontanate.
Così la legna bruciando ci riscalda e, abbandonando i suoi fumi alle nuvole, si riduce ad un pugno di cenere destinata a disperdersi sulla terra ove tutto cambia e finisce, malgrado la testardaggine di una filosofia che è finita nel momento stesso che, celebrando la sua immortalità, ha negato il divenire.
La polemica immeritata va sempre nella direzione del filosofo dagli esempi sbagliati, come quello della legna che arde senza che la sua idea innata si disperda. Parlo della mia ossessione verso una filosofia che sembra volermi turlupinare e che non varrebbe la pena di essere giudicata se non mi dicessero che è importante.
L’dea della pianta non sarebbe mai nata senza che l’uomo sapesse formularla con il suo cervello e ciò molto tempo dopo che le terre erano emerse e le piante erano nate senza che nessuno ancora potesse né vederle né descriverle. E quando il sole non invierà più i suoi raggi benefici che strapperanno l’ossigeno dall’acqua con l’aiuto della verde clorofilla delle foglie, le piante e l’uomo, l’unico capace di raccontarle, finiranno con lui. E con il sole scomparirà, inghiottito nel sempre più freddo universo, anche il mondo della verità non più eterna. A meno che…
Chiedo scusa all’eventuale fedele lettore che sia riuscito a seguirmi fin qui, malgrado le irruzioni impertinenti di idee balzane che chiamano filosofiche.
Per ora, fino a che, e per me ancora per poco, il cervello, con le sue sinapsi che lo tengono vivo, continuerà ad essere, cercherò di trarne profitto per conoscere meglio me stesso attraverso la sua stessa conoscenza.
Le sinapsi sono il punto in cui il segnale elettrico si trasforma in chimico per tornare a divenire elettrico ed è il punto di maggiore formazione delle scorie che finiscono con l’ostacolare la trasmissione del segnale e fra gli altri anche quello del pensiero.
A chi pensa che questa mia sia una concezione riduzionistica della vita obbietto che essa è solo una constatazione del fatti con l’unico mezzo che posseggo. Essa non potrebbe essere diversa sia che si creda o non si creda.
Una cosa per me è certa: volere negare la necessità provata dall’esistenza di leggi inalienabili e riferire il tutto a eventi casuali, escludendo la causa mentre se ne osserva l’effetto, è cosa priva di senso.
Quando si scrive si ha bisogno di farne rilettura per eliminare gli errori e ripulire la frase, per il matematico occorre scartare le soluzioni indimostrate, il contadino deve fare la potatura annuale; allo stesso modo il cervello, come la buona massaia riordina la casa, deve mettere ordine alle idee formulate scartando quelle inutili o non funzionali. Il sonno fa pulizia e rimette ordine, ma proprio per la necessità di usare i mezzi sensibili e biologici che ci appartengono, si abbandona all’omeostasi cioè a quel processo naturale con cui ogni cellula provvede al proprio ordine interno.
Quando i neuroni attivano il loro contatto attraverso la migrazione di vescicole cariche di migliaia di molecole che vengono riversate nel canale sinaptico, si verifica un accumulo di proteine nei punti di contatto fra le membrane. Prima di essere eccitati, i neuroni erano mantenuti in vita, e perciò eccitabili, da un continuo passaggio attraverso le membrane di singole molecole a costituire il necessario rumore di fondo.
Quanto più l’attività cerebrale è intensa tanto più il ripristino delle condizioni di riposo cellulare è necessario. Il sonno è ristoratore perché aiuta i muscoli, le membra e l’intero corpo, e con esso il cervello, ad eliminare le tossine ed a ben funzionare.
Cartesio aveva individuato nel residuo del terzo occhio, ridotto a ghiandola pineale o epifisi, il punto d’accesso dell’anima al corpo. Le neuroscienze, dopo che Damasio ha ridimensionato il dualismo Cartesiano riportando l’anima nella sua sede originaria, hanno individuato nella epifisi l’orologio biologico caricato dall’alternarsi della luce al buio.
La melatonina, prodotta con il favore dell’oscurità prevale sul cortisolo favorito dalla luce e fa rallentare i processi corporei ed abbassare la temperatura. Ma il sonno non è tutto uguale. Esso ha un andamento ritmico molto conosciuto negli eventi e nelle loro periodiche e regolari successioni, ma non completamente ancora nella loro intrinseca finalità.
Le variazioni dei cicli del sonno si alternano in stadi di rallentamento progressivo delle attività fino a raggiungere la fase di sonno leggero e poi profondo e profondo effettivo. Ad interrompere il quarto stadio interviene il sonno paradosso o REM contraddistinto da rapidi movimenti oculari e da intenso afflusso di sogni e di sangue al cervello. Questa fase, mentre continua il riposo del corpo, corrisponderebbe ad un necessario ripristino di energia e ossigenazione del cervello che è il motore di ogni attività e pertanto ha bisogno di periodiche ricariche. In questa fase il cervello seleziona le informazioni consolidando la memoria di quelle utili ripulendole da ciò che non serve.
La PET indica, durante il sonno REM, un aumento del tasso di utilizzazione cerebrale di glucosio soprattutto per i distretti dopaminergici anteriori. Come s’attiva l’utilizzazione del glucosio, altrettanto avviene con l’accelerazione del respiro e irregolarità della frequenza cardiaca onde portare al cervello glucosio ed ossigeno per l’aumentato metabolismo cerebrale mentre i muscoli corporei volontari sono immobilizzati. In questa fase l’attività motoria del cervello appare paralizzata mentre gli impulsi serotoninergici ascendenti proveniente dal RAFE modulano la VTA, aumentandone l’attività dopaminergica sull’accumbens dello striato dorsale e sui circuiti dopaminergici frontali. Per contro resterebbe impercorsa la via che dai neuroni dopaminergici della substantia nigra portano allo striato ventrale e ai gangli della base da cui originano i movimenti volontari.
Questo semplicemente perché l’attività modulatoria della dopamina non è richiesta per assenza di stimoli glutammatergici che provengano dalle aree motorie della corteccia. Anche il sonno ha, nella sua apparente semplicità, del miracoloso. Per questo il cervello rimprovera il filosofo illustre che lo riduce ad un produttore di eventi statistico-probabilistici o il fisico-matematico che lo assimila ad un computer cui malgrado ogni sforzo non potrà mai dare un’anima.
La mia descrizione superficiale e limitata sottintende una articolata e sorprendente attività che da sola è capace di gettare nel cestino dei rifiuti ogni supposizione relativistica che voglia far pensare che un congegno così delicato sia stato determinato, ed è già una contraddizione in termini, dal caso.
Per semplificare ulteriormente la descrizione, la riassumo dicendo che l’attivazione delle strutture pontine, che presiedono al sonno ed alla veglia producendo serotonina e adrenalina, sollecitano i circuiti dopaminergici dell’area prefrontale del cervello attraverso le loro proiezioni sul prosencefalo ed il sistema limbico.
Le strutture coinvolte in questo circuito che riordina e fissa le informazioni apprese sono ippocampo, amigdala, talamo e corteccia prefrontale.
Il sonno dunque nelle sue fasi necessarie fa riposare il corpo e rimette ordine al cervello ed è questa ultima funzione la più importante perché, se al corpo è sufficiente un semplice rilassamento, è al cervello che servono le fasi che si alternano nel sonno. Se non abbiamo dormito bene e al risveglio sentiamo le membra stanche non è perché queste non hanno riposato abbastanza ma è semplicemente perché il cervello non ha recuperato a sufficienza per far riprendere a loro il movimento.
E’ opinione che fra le tante cause dell’Alzheimer vi possa essere l’insonnia essendosi osservato che nei topi in cui questa sia provocata compare precocemente la formazione delle placche amiloidi caratteristiche dell’AD.
Questo concorda con quanto affermato in precedenza sulla necessità di un sonno regolare che, attraverso le sue fasi, fa pulizia dei detriti proteici e ripristina la regolare attività del cervello. Naturalmente è una regolarità relativa ma molto importante per un cervello povero e pieno di detriti come quello di un malato d Alzheimer.
E’ certamente un cervello che ha più bisogno di ogni altro per recuperare la sua capacità, anche se limitata.
L’importanza del sonno che, per fortuna non manca a Giuliana, è una conferma di quanto sopra descritto. Una interruzione della giornata anche con un breve sonno ripristina in lei quella breve normalità di pensiero di cui ho fatto cenno.
Il suo sonno, per fortuna quasi mai agitato, rappresenta una eccezionale momento di relax per entrambi. Esso da fiducia a me stesso e allontana ogni tristezza, quasi che l’incubo per qualche tempo potesse essere tenuto lontano.
Comunque questo, fra i tanti guai, è un importante elemento di ristoro per Giuliana, tanto più importante in quanto l’insonnia notoriamente rappresenta una delle maggiori manifestazioni dell’AD.
Purtroppo il comportamento altalenante di Giuliana ha i suoi ritmi giornalieri e ai momenti di serenità succedono fatalmente momenti di estrema ansia e di agitazione psicomotoria la cui maggiore componente è una irragionevole paura.
Ho già raccontato i motivi molteplici di questa condizione che possono derivare da un qualunque disagio corporale, oppure da visioni o rumori disturbanti od anche una interpretazione deviata di un discorso o di un comportamento. Le condizioni metereologiche o una inadatta illuminazione dei locali del soggiorno possono essere motivo del malessere. L’incapacità di camminare e di compiere semplici movimenti della quotidianità influiscono fortemente sul suo comportamento e le fanno immaginare di nemici che l’abbiano legata alla poltrona oppure le abbiano tagliato le gambe.
La difficoltà di muoversi e quindi di poter sottrarsi ad immaginari pericoli incombenti aumenta le sue paure trasformandole in incubi che se perseveranti divengono difficili da allontanare per cui occorre in ogni modo escogitare difficili ed improbabili diversivi.
Il suo desiderio di scuotersi dalla costrizione del movimenti che non percepisce, la fa scivolare pericolosamente dalla poltrona o dal letto cui abbiamo dovuto applicare una robusta sponda. .

 

 

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S

Il mio pensiero per Valeria, per le vittime di Parigi e per tutte quelle dell’ISIS

 

 

valeria

 

I.… nfinite

S….cintille    che

I…..lluminano    il mio

S….ogno     di pace

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