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Archive for the ‘Di tutto un pò’ Category

Caro Gesù Bambino,

tu che sei tanto buono,

lascia una volta il cielo, ,e vieni a giocare,

a giocare con me.

 

 

Così alcuni versi di una suggestiva canzone. In effetti, nel mese in cui la Chiesa ricorda la tua nascita, io vorrei che venissi a trovarmi veramente, perchè vorrei farti delle domande de visu e vorrei delle risposte dirette, senza fronzoli.

Sono cresciuta in un Paese come l’Italia, dove la religione di Stato è quella cattolica apostolica romana, che fonda le sue basi, o almeno dovrebbe, sul  messaggio cristiano, cioè di Cristo, e, dunque, anche mio malgrado, sono intrisa di cultura cristiana, o pseudo-tale.

Avevo appena compiuto cinque anni quella sera del 26 agosto e giocavo con il mio papà, bello, sano e forte, a cavalluccio sulle sue ginocchia, nell’ingresso della casetta in campagna. La mattina dopo, in un batter d’occhio il mio papà, bello-sano e forte, ha accusato mal di testa  ed è morto senza saper manco  come. Il mio carattere, ribelle di natura, non poteva accettare questa ingiustizia, e ho dato libero sfogo alle mie intemperanze, complicando la vita di mia madre, rimasta sola con due bimbe e impegnata a fare  salti mortali per sbarcare il lunario e consentirci di vivere dignitosamente.
Crescendo, sono stata sempre assillata dalle domande esistenziali e per cercare qualche risposta ho letto fiumi di libri, senza naturalmente trovare risposte; mi sono spesso confrontata con uomini di cultura, alcuni con la tonaca, che ho incontrato lungo il mio cammino di vita,nei quali molto spesso ho trovato il conforto di condividere la mia stessa inquietudine.

Anche tra mille domande  e centomila dubbi, sono andata  avanti nello slalom della vita facendomi, gioco forza, una qualche ragione del perchè si nasca e del perchè si muoia : un mistero per ora imprescrutabile, purtroppo. Accantonati questi perchè, ne irrompono con prepotenza altri :  se venissi a trovarmi, caro Gesù ti vorrei chiedere qualcosa sulla sofferenza fisica. Ho visto soffrire troppe persone : dal marito di mia sorella, qualche anno fa, a Loredana, a Nino, a  Cecè : hanno lottato tutti come leoni a sconfiggere il male che li ha falciati nel fiore dell’esistenza, insieme a tanti e tanti altri, bambini , giovani, adulti, che soffrono pene indicibili. Perchè? Perchè tanta sofferenza ? dimmi Gesù.

E poi quanta crudeltà, quanta cattiveria, quanto odio gratuito, quanti crimini contro l’umanità; quante vite innocenti ammazzate con ferocia, quanta ipocrisia, quanta corruzione, stragi e quanti disastri naturali! Cosa mi dici, caro Gesù ?

E della tua cosiddetta  Chiesa, poi, in balia di predatori di corpi, di anime e di denari, cosa mi dici ?

Il catechismo della tua Chiesa mi ha insegnato che tu sei figlio di Dio e che Dio, tuo padre appunto, è un essere buono e misericordioso : mi dici allora come può permettere tante storture ? Mi hanno detto che è pure onnisciente, cioè che  sa e vede tutto: come può consentire tanti sfaceli ? Mi hanno detto e predicato che Dio, sempre di Tuo padre sto dicendo, sia pure tanto misericordioso : e allora che mi dici della sofferenza fisica, delle malattie lunghe e incurabili, dei calvari di dolore che gli uomini devono sopportare ? A proposito di calvario, mi è stato pure detto e predicato dalla tua Chiesa che tuo padre ha mandato te sulla terra per riscattare i peccati dell’umanità e per questo hai portato la croce lungo il calvario e ti sei immolato e fatto crocifiggere : è stato tutto un imbroglio forse ? da che cosa ci hai riscattato ? Ti vorrei chiedere anche questo. Qual è, insomma il senso della vita, me lo dici caro Gesù ?

Qualcuno dice che Dio è morto. Sarà vero ?  Il tuo sacrificio però non aveva un limite temporale, mi hanno detto e predicato che sarebbe stato  valido al di là di tempo e spazio, due dimensioni terrene, mentre tu sei eterno.

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Ogni tanto devo scrivere pure di cucina anche perchè senza il pane quotidiano, è difficile sopravvivere. Devo premettere che io non ho la preoccupazione del cibo o di cosa cucinare, in famiglia usiamo dire che si mangia “quello che c’è”. Sono stata abituata così sin da piccola, e questo modus vivendi mi è tornato utile durante gli impegni professionali. E pure adesso che non ho vincoli obbligatori  extra, questa dimensione mi fa affrontare il cibo con una certa nonchalance. Però, però io amo cercare e sperimentare anche in cucina e spesso mi sbizzarrisco a provare pietanze le più diverse per soddisfare la mia curiosità, che deve essere  evidentemente  un vizio di famiglia se, come spesso accade, Rita, mia figlia, ogni tanto mi segnala delle pietanze nuove, giusto per allargare il mio repertorio. Poi ci metto del mio, lavorando di fantasia, anche perchè non sono molto legata alla cosiddetta tradizione, che, secondo me, è un processo dinamico, evolutivo, che si forma e varia strada facendo con contaminazioni e modifiche continue. A onor del vero, non solo Rita,  anche Gianni, il mio secondogenito, mi stuzzica con prodotti e cibi dell’altro mondo, alla lettera, perchè lui è sempre in giro in paesi diversi e  spesso mi trasmette ricette insolite , che mi piace sperimentare. Fatte queste doverose premesse, vengo al nocciolo della questione.

Qualche giorno fa, dunque, Rita mi segnala la ricetta, pescata casualmente in rete, di una pasta al pesto di barbabietola. Mi potevo esimermi dal cimentarmi in questa esperienza? Giammai. Prima di tutto mi devo procurare l’ingrediente principale, la barbabietola appunto. ragion per cui domenica di buon mattino vado a Piazza Carmine, al mercatino di Campagna Amica ( una iniziativa lodevole), organizzato dalla  Coldiretti. Non ci sono barbabietole : lì per lì rimango male, ma poi vado nel rifugio, il negozietto aderente alla stessa iniziativa e sempre aperto e lì trovo gli ultimi tre tuberi. Tornata a casa preparo la pasta al pesto di barbabietola, che abbiamo gustato e degustato con piacere domenica a pranzo. Esperimento riuscito, posso inserire, così, la pietanza nel mio ricettario. Di seguito descrivo la ricetta, tra l’altro, semplicissima, casomai qualcuno fosse interessato.

 

Ingredienti

Barbabietole

Basilico tritato, preferibilmente a mano con il coltello e dal marito, o dall’uomo di casa

Noci o pinoli o mandorle tritate

Pistacchi, ridotti in granella

Parmigiano

Succo di limone

Panna  ( opzionale)

Aglio   ( io ne ho fatto a  meno )

Sale

Olio

Pepe  (opzionale)

Erbe aromatiche a piacere

Pasta, formato a piacere, corta o lunga, normale, di farro, integrale va bene uguale

Preparazione

Prima di tutto bisogna preparare le barbabietole, che ho lessato  per circa mezz’ora; poi le ho sbucciate e ridotte in poltiglia, quindi ho aggiunto  tutti gli altri ingredienti

Cotta la pasta ho aggiunto il pesto, e guarnito con la granella di pistacchi

Il pranzo è servito.

Facile no ?

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Phral ki ni pusti, xadde ki vuare pusti

                       Amicizia in una tasca, soldi nell'altra tasca.
  
                                        ( da "detti di zingari" )

 

Continuo a sentirmi fuori posto : è una condizione che mi porto addosso da molto tempo e sono consapevole che appartiene all’uomo in quanto tale e al suo essere sociale. Come racconta la storia, il disagio dell’essere umano è stato osservato, studiato, narrato, approfondito, analizzato, da filosofi, letterati, poeti,psicologi, teorici della politica e dell’economia, tutti e ognuno in relazione con il proprio vissuto. Io però, nonostante questa coscienza, non riesco a rassegnarmi : non capisco perchè, nel terzo millennio che consideriamo così evoluto, non riusciamo a fare tesoro delle esperienze del passato rifiutandoci di vivere nel presente. Come se la società italiana fosse narcotizzata e incartata rifiutandosi di leggere il presente, rifiutandosi di accettare il dinamismo della natura. E andiamo avanti con pregiudizi e preconcetti, magari confezionati da chi per noi; preferiamo celebrare con manifestazioni roboanti, e con impiego notevole di risorse umane ed economiche, fatti del passato commemorando lutti e morti, invece di cantare la vita. In questo senso valga per tutti l’esempio delle cerimonie-sfilate-spettacoli in ricordo dell’olocausto del cosiddetto secolo breve, mentre contemporaneamente ci rendiamo complici di una tratta di persone vergognosa e scandalosamente inaudita,  sulla quale, da decenni, speculano politici ed ecclesiastici lucrando loschi guadagni,  da spietati criminali. Vengono strappati, a suon di denari, popoli di persone ai loro luoghi d’origine con false illusioni e, quando, queste persone, si salvano dall’ecatombe nel Mar Mediterraneo, il mare Nostrum già ricco di cultura e civiltà, ridotto adesso a fossa comune di esseri senza nome e senza volto, quando si salvano, dunque, vengono abbandonate all’addiaccio, senza alcun rispetto per la dignità della persona umana. Dal 2008, sono ormai 10 anni che scrivo di queste cose e adesso che qualcuno cerca di porre in qualche modo rimedio viene additato come il carnefice. Essì, in questa società spesso il carnefice diventa vittima e la vittima carnefice. Molti poi in proposito implorano, a sostegno della cosiddetta accoglienza, l’emigrazione italiana verso l’altrove. In merito prendo in considerazione l’emigrazione verso gli USA, la più numerosa. Come premessa c’è da dire che il nuovo mondo aveva una  densità di popolazione bassissima e bisognava di risorse umane in tutti i campi, sia di manodopera in molti settori che intellettuale. Serviva, prima di tutto, il famoso “atto di richiamo”, cioè qualcuno, privato o rappresentante istituzionale che facesse richiesta personalizzata; quindi le persone in partenza si munivano di passaporto regolare e partivano, pagando solo le spese di viaggio. Giunte oltre oceano, venivano fatte sbarcare nell’isolotto di Ellis Island, dove venivano identificate, controllate, schedate, tenute in quarantena, se del caso rimandate indietro con la stessa nave. All’interno dei locali degli edifici dell’isola ci sono sempre le foto  di tutti coloro  che sono da lì  transitati. Senza dire di casi in cui sono stati rimandati in Italia mamme con il  bimbo, che, pur nato in America, manifestava qualche patologia per la quale non poteva essere considerato una forza lavoro potenziale.

Razzisti sono tutti coloro che speculano su questo sporco commercio

 

Viene poi alla ribalta in questi giorni un altro problema, quello degli zingari. Quando ero piccola nel mio paese aspromontano ogni tanto si accampavano, gli zingari. Cercavano beni di prima necessità e materiale di riciclo; con il ferro facevano strumenti per curare il fuoco, del camino e del forno, e ancora in casa mia resiste qualcosa. Sostavano qualche mese e poi andavano via secondo il loro stile di vita. A Reggio Di Calabria, negli anni intorno al 1980 l’amministrazione comunale del tempo ha data casa a cinque famiglie di zingari: una sola ha gradito, le altre quattro hanno cercato subito di venderle.  Perchè non si possono chiamare “zingari “, mica è una parola offensiva, anzi è un termine aulico nella sua accezione originaria. Se gli zingari sono per DNA nomadi, perchè si stanziano in maniera stabile sul territorio italiano, usufruendo di privilegi fiscali ed economici e vivendo di espedienti, trascurando l’indigenza e  la sporcizia ?  Perchè non si possono censire? A noi, i pochi superstiti cosiddetti italiani, viene razionata pure l’aria che respiriamo e siamo contati e ricontati mille volte, e perchè si grida contro se viene proposto un censimento per gli zingari, che sono comunque stanziali, tra l’altro ? Cosa c’entra poi il razzismo con tutto questo ? Perchè non si possono  pronunziare più le parole italiane  razza, etnia, negro  senza venire insultati di razzismo ? Perchè ? Mica sono insulti, oltraggi, offese.

 

Ah sì, a proposito, sono razzista e cattiva: sono razzista perchè, in caso di effettivo bisogno, preferisco aiutare le persone a casa loro e non lucrerei mai loschi guadagni per vedere morire esseri umani ammazzati, comunque, come accade adesso, da comportamenti mafiosi anche di personaggi politici e cattolici. Sono cattiva, senza alcun dubbio, perchè ho la cosiddetta “faccia tosta”, nel senso che non guardo in faccia nessuno, nel senso che considero sempre innanzi tutto e come premessa di ogni mio agire come valore fondamentale il rispetto dell’altro, chiunque sia, e, quindi, di me stessa; e in nome proprio del rispetto, che per me è disciplina di vita, sono, all’occorrenza, spregiudicata.  

A cornice di questi due grossi problemi attuali c’è il coro unanime dei mezzi di informazione omertosi, allineati e coperti sotto il segno del buonismo bigotto e ipocrita di una società massificata; quei mezzi di informazione che Maria Giovanna Maglie chiama, con intuizione geniale, “comunicatore unico”.

Ci diciamo orgogliosi di vivere in un Paese democratico e poi siamo sempre gli uni contro gli altri armati con offese, vituperi, oltraggi e contumelie di ogni genere : se abbiamo in qualche modo voluto questo sistema di Stato e di Governo, rispettiamo la volontà popolare, anche se non rispecchia le nostre idee e critichiamo con eleganza, senza scadere nell’infamia e nell’ignominia, spesso gratuite; in questo contesto, poi, nei confronti degli altri paesi, dovremmo essere e dimostrarci fieramente coesi sulla nostra identità nazionale con dignità e serietà, quando invece sembriamo un branco di mercenari al servizio di questo e/o quello.

Questi due problemi-faccende sociali andrebbero affrontati aldilà di ogni appartenenza di parte e di partito, perchè se si rimane incollati alla propria partigianeria non si risolveranno mai, confermando quanto disse il Sommo “Ahi serva Italia, di dolore ostello”….con tutto quel che segue.

Di seguito qualche  altro mio scritto a proposito di immigrazione dal 2008 in poi

 

Sedotti e abbandonati

Ormai non ho più parole; la mia indignazione e la mia rabbia davanti ad una continua ecatombe di esseri umani non può essere espressa. L’ipocrisia buonista di tutti ( o quasi ) i Governi Italiani che specula sul commercio di popoli grida vendetta al cospetto di Dio e di ogni coscienza, altro che solidarietà, un vocabolo, questo, che non mi piace affatto, che serve solo a coprire un crimine efferato, come quello della tratta di persone vive, e ad ingannare manipolando la buona fede di quanti non si rendono conto che il fenomeno degli immigrati è di fatto un affare sporco, anzi sporchissimo, lurido, indecente, sudicio, schifoso. Con grande sdegno e sommo rammarico riedito alcuni scritti pubblicati in questo blog sin dal 2008 con la triste convinzione che allora, come ora, si preferisce fare chiacchiera inutile invece di affrontare il problema all’origine, un modo per il quale  centinaia di migliaia di persone, sedotte e abbandonate, si sarebbero potute salvare dalla strage.

 

La strage degli innocenti

Non ci voleva barcone una mente eccelsa o un oracolo o un indovino per capire che la tragedia era annunciata da tempo e si poteva evitare.

Io ho fatto dei migranti un problema personale e la mia rabbia aumenta quando penso all’inettitudine dei vari personaggi che sono chiamati a tutela della Res Publica che invece si prostituiscono senza pudore.

Di seguito trascrivo tre articoli miei e di altri autori  che la dicono lunga sulla tratta degli immigrati. Gli scritti portano date ormai passate alla storia : 2008/ 2009/2010. Siamo nel 2013 e ancora il civilissimo e avanzato mondo occidentale permette che questa sporca storia continui. Tutti siamo responsabili e colpevoli: tutte le istituzioni erano chiamate ad intervenire: i  politici, invece di chiacchierare a vuoto e la Chiesa invece di predicare pace e perdono e accoglienza e solidarietà. Bisognava intervenire energicamente nei paesi d’origine ad informare le genti perchè non si facessero abbindolare con falsi miraggi da criminali delinquenti senza scrupoli che lucrano sulle disgrazie  sociali. Adesso siamo tutti addolorati, ma, extrema ratio, se avessimo rimandato indietro i clandestini, avremmo evitato questo scempio. E invece, con tanta ipocrisia e buonismo, non vogliamo guardare aldilà del nostro naso per riempirci la bocca di carità. Personalmente,poi,  avrei preferito, e l’ho detto da subito, che il Papa prima che a Lampedusa, si fosse recato nei paesi d’origine  della gente che parte per cercare di spiegare la verità in modo da arginare il commercio di esseri umani indifesi, ed evitare queste terribili stragi. E  invece preferiamo, sempre e comunque,  piangere i morti invece di cantare la vita. Che  rabbia e quanta tristezza!

Esame di coscienza

luglio 29, 2008 di mimmasuraci | Modifica

http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/naufragio-6giu/naufragio-6giu/stor_8773729_49590.jpgGiunge in queste ore l’ ennesima notizia di tragedia nel mare di un barcone di clandestini. Come si fa a restare indifferenti di fronte ad una vera e propria deportazione di esseri umani , che vengono strappati ai loro luoghi per finire in fondo al mare, le cui acque sono dense e sporche di chiacchiere e teoremi socio-clericali ? Sin da piccola mi hanno insegnato di fare ogni sera l’ esame di coscienza secondo i precetti della dottrina cristiano-cattolica. Ragion per cui ho sempre pensato che i tutori della nostra religione fossero i primi a sottoporsi all’ autoanalisi serale quotidiana. Ora, qui, però, c’è qualcosa di stonato. Quando nei giorni scorsi il Vaticano ha levato la propria voce per chiedere comprensione verso gli immigrati, ho avuto un moto di stizza : come mai la Chiesa non si adopera con tutte le proprie forze per arginare questo fenomeno nei paesi d’ origine ? come mai la Chiesa, che si dice Universale, non grida contro questi crimini efferati ? e come mai la Chiesa ripetutamente invita l’ italia e il suo Governo a tollerare ed accogliere ? Dunque, mi è venuto spontaneo pensare e commentare con gli amici sia questo aspetto, sia un altro intervento temporaneo che la Chiesa, a mio avviso, potrebbe e dovrebbe fare, cioè aprire le porte delle chiese agli immigrati. Dopo qualche giorno, guarda caso, si verificano i fatti di Napoli, con l’ “occupazione” del Duomo da parte degli immigrati; e cosa succede ? Senti, senti; il Cardinale Sepe chiede l’ intervento delle forze dell’ ordine per liberare la Cattedrale. Anche la Chiesa,dunque, si trova in uno stato confusionale e pratica la filosofia dei Padre Zapata , cioè predica in un modo e razzola in un altro . Come dire non ha oer caso dimenticato di fare l’ esame di coscienza prescritto dai suoi precetti ?

Un consiglio capovolto

Il Consiglio d’ Europa va in ordine sparso per assecondare alcuni Paesi,piuttosto che applicare le regole in maniera obiettiva.A mio avviso, poi, questi poveri disperati che si imbarcano senza sostegno non possono essere assimilati ai rifugiati politici. Queste popolazioni andrebbero tutelate nei luoghi d’origine soprattutto con istruzione e informazioni concrete sullo stato reale delle situazioni cui vanno incontro abbandonando il proprio territorio.I viaggi della disperazione, si sa, sono gestiti da affari vergognosi di sfruttamento degli emarginati ed è proprio in questa direzione che la UE dovrebbe intervenire con decisione e fermezza, insieme alla Chiesa, la quale si limita a chiacchierare implorando il rispetto dei diritti della dignità della persona umana senza vedere che tali diritti sono violati proprio dai falsi miraggi con cui viene illusa molta povera gente che paga profumatamente per andare incontro alla morte e a disagi enormi, causando, inoltre, grave nocumento ai Paesi di destinazione. Lo stato italiano, come tutti gli altri, dovrebbe avere riconosciuto e tutelato il diritto di poter richiedere mano d’opera da paesi stranieri in relazione alle proprie esigenze e ai propri bisogni e la clandestinità dovrebbe essere riconosciuta e condannata come reato dal diritto internazionale.Di fatto pare di vivere in una società capovolta dove il carnefice diventa vittima e la vittima carnefice.

Sepolti vivi nel deserto

martedì 23 febbraio 2010

Conoscere l’Africa 5: Libia, l’inferno dei migranti

African Market di Kufra, sudest della Libia, a poco più di mille chilometri da Bengasi. Il confine con l’Egitto e il Sudan è molto vicino. E’ qui uno dei punti preferiti dai trafficanti che contrattano con i migranti che cercano di lasciare il paese libico nel tentativo di approdare in Italia. L’obiettivo prescelto è la costa del nostro Paese. Malta, con il rischio di diciotto mesi di permanenza in attesa di decisioni, è vista come fumo negli occhi. All’isola dei cavalieri preferiscono la Sicilia, con i suoi punti d’approdo più caldi: Lampedusa, Pozzallo o Portopalo di Capo Passero, poco importa. Kufra è uno dei punti più sensibili per lo smistamento dei clandestini. Questa zona, in passato, ha rappresentato uno snodo importante per le carovane di mercanti che arrivavano dal Ciad, da Borkou o da Ouaddai, intenzionate a raggiungere la costa mediterranea.

A Kufra giungono soprattutto i migranti irregolari che partono dai paesi del Corno d’Africa, Somalia soprattutto, ma c’è anche un consistente afflusso di etiopi ed eritrei. A fare da apripista ai mezzi carichi di clandestini sono spesso i poliziotti libici, come si evince dalle testimonianze rese alle autorità italiane da alcuni somali sbarcati di recente in Sicilia. “Spesso, al fine di evitare problemi con i componenti delle organizzazioni criminali che lucrano sul traffico dei clandestini – afferma un cittadino di Asmara – sono i poliziotti a scortare i mezzi con la gente a bordo e questo dietro una dazione di denaro. E non è detto che tutto fili liscio”.

La struttura di Kufra è già stata oggetto di varie ispezioni, condotte da delegazioni dell’Unione Europea. Il centro di smistamento è stato definito “un punto di partenza al di sopra delle leggi ed in cui si concretizzano i primi contatti tra le organizzazioni criminali che fanno affari d’oro sui viaggi della speranza”.

Il sistema libico di detenzione degli irregolari

Le forze di polizia italiane hanno individuato tutti i passaggi e le strategie della holding criminale che agisce dietro il traffico di esseri umani da immettere sopra le imbarcazioni dirette verso le coste della Sicilia. Quando i camion, carichi fino all’inverosimile di persone, vengono fermati in un posto di blocco, le possibilità sono due: o accordarsi immediatamente con le forze di polizia locali, dietro pagamento di una tangente per il lasciapassare, oppure il camion fa inversione di marcia tornando verso il confine sudanese in attesa che i riottosi si convincano a sborsare il denaro.

Tra l’altro, se l’autista del camion decidesse di scaricare tutti nel deserto, il rischio di morire di sete sarebbe molto elevato poiché spesso si scelgono tragitti in cui per centinaia di chilometri non si trova che sabbia. Una strategia per indurre tutti i migranti a pagare senza battere ciglio. Chi non ha pagato prima, alla minaccia di essere riportato in Sudan, paga dopo. E chi non ha i soldi viene arruolato nel mercato del lavoro nero oppure nella prostituzione, con la speranza di raggiungere la cifra utile a pagarsi il posto in barca.

Nel centro di Kufra i metodi sono degni della peggiore “macelleria argentina”. Ci sono testimonianze agghiaccianti, di persone transitate da questo luogo infernale. Un somalo poco più che ventenne parla di Kufra come di “un luogo di morte, dove guardare in faccia chi opera all’interno del centro può scatenare una reazione bestiale fino a riempirti di botte”. Il rancio quotidiano è da Kolyma siberiana: venti grammi di riso in bianco, se vuoi il pane devi pagare a parte. Ed il riso viene servito molto caldo così da far scottare le mani mentre i carcerieri osservano compiaciuti. E’ un sistema per provocare ulteriore umiliazione. E quando entrano le “squadre della morte”, stupri e violenze diventano all’ordine del giorno. Un ex soldato eritreo, scappato dal suo paese, ha raccontato il modo in cui venivano stuprate le donne davanti ai rispettivi mariti, mentre all’interno delle celle la puzza di umido ed escrementi rendeva l’aria irrespirabile. Kufra, tuttavia, non è l’unico centro di detenzione per immigrati irregolari.

In Niger c’è Dirkou ma si potrebbero citare anche Oujda (in Marocco), Nouadhibou (Mauritania) e l’algerino Tinzouatine, definiti “i posti della tratta umana e dello sfruttamento della condizione di migranti clandestini lungo le rotte del Sahara”. Alcune organizzazioni umanitarie hanno stimato questo business in circa venti milioni di euro l’anno, cifra che comprende anche le estorsioni e le razzie. Tolta la parte spettante ai passeurs ed ai militari, il resto va in tasca alle organizzazioni criminali operative nel Nord Africa.

“Se non hai soldi e non ti danno un lavoro, resti bloccato per mesi e mesi rischiando di impazzire”, afferma un somalo approdato a Portopalo di Capo Passero (Siracusa) nei mesi scorsi. Il gruppo criminale più attivo al momento è quello libico, comprendente anche componenti sudanesi ed un supporto di soggetti egiziani, impegnati soprattutto nella parte finale della filiera, quella della traversata del Canale di Sicilia.

Per raggiungere la somma necessaria a pagarsi il “posto” nella carretta del mare, le donne lavorano come domestiche (quando sono fortunate), gli uomini invece trovano da fare come meccanici o muratori. Più che altro si tratta di lavori di trasporto sabbia o di costruzione di mattoni che vengono pagati pochi spiccioli a fronte di tanta fatica e a patto che il lavoratore stesso rimedi una carriola, altrimenti niente da fare.

In Libia c’è anche un sistema di carceri mascherati da centri di permanenza. Ankar è quello situato all’interno dell’oasi di Kufra. A volte, il camion che trasporta i detenuti si ferma per diverse ore sotto il sole, senza alcun motivo. L’aria all’interno del mezzo si fa presto irrespirabile, il caldo diventa subito soffocante. E più la gente grida più i libici prolungano la sosta mentre la puzza di escrementi e sudore si fa sempre più forte di minuto in minuto.

Parecchie persone vengono arrestate a Bengasi o a Misurata. Qui, quando qualcuno scappa, la reazione della polizia è immediata. Le retate successive portano nel centro di detenzione un numero nettamente superiore di persone rispetto a quelle che si sono date alla fuga. E poco importa se tra coloro che vengono fermati vi siano quelli effettivamente fuggiti. Gli aguzzini sono imperterriti: giorno per giorno vengono allestite squadre di detenuti impegnate nella costruzione di altre strutture interne al campo di detenzione.

Chi non ce la fa, viene dislocato al lavaggio delle macchine dei poliziotti. Terminata la detenzione a Misurata, il migrante pensa di essere pronto per l’imbarco in uno dei tanti natanti pronti a prendere il largo, facendo rotta per l’Italia. “Ed invece – dichiara un cittadino eritreo – le autorità libiche decidono di riportarti a Kufra perché sei stato accusato di immigrazione clandestina e quindi sei passibile di espulsione. In realtà, c’è già l’accordo per venderti a qualche mediatore che, dopo aver incassato la somma stabilita ti rispedisce a Bengasi”.

Così, avanti ed indietro tra Bengasi, Tripoli e Kufra per dissanguare economicamente chi spera di partire via mare, perché ad ogni nuovo arresto si deve pagare. Del resto, dopo il petrolio, lo sfruttamento dei clandestini è una voce molto florida per l’economia libica e il migrante irregolare è considerato come “una quantità di dollari in movimento”. La vendita ai contrabbandieri dei detenuti, da parte delle forze dei polizia, avviene direttamente dal carcere. Gli acquirenti possono anche essere sudanesi. Se “l’acquistato” non ha i soldi, lavora come schiavo fino ad estinguere il debito. I più fortunati, a volte, giungono a Tripoli in uno sgangherato taxi dove si va in cinque o sei, sfruttando anche il bagagliaio. Nel quartiere dei mercanti di uomini avviene la contrattazione. Di notte la polizia mette in atto le retate e i clandestini sono sempre pronti a darsi alla fuga.

Chi ha bisogno di andare in ospedale, per non correre il rischio di essere denunciato, deve trovare un libico che, dietro pagamento, ti presta la sua identità. E per chi è affetto da malaria o, peggio ancora, da Hiv c’è il rischio di un’iniezione letale. “In Libia, l’immigrato irregolare deve guardarsi da tutti, – ci dice Mahmoud, giovane proveniente da un villaggio sudanese – se riesci ad evitare le retate dei poliziotti, spesso finisci picchiato e derubato dalla gente del posto che ti pedina sistematicamente appena capisce che sei un irregolare e che hai dei soldi”.

Superata la fase della detenzione, scampato alle retate e alle aggressioni, racimolata la cifra per pagare l’imbarco su un barcone, il migrante irregolare contatta gli intermediari che molto spesso sono etiopi o eritrei che lavorano per un trafficante locale. Il passaggio dall’inferno libico non è ancora finito, la disperazione è pari alle sofferenze e con la consapevolezza che, pur sopravvivendo al viaggio, non sei niente, solo un immigrato irregolare.

“Questo è peggio della prigionia nel tuo paese ma si parte perché non hai alternative, perché nel mio paese, la Somalia, l’inferno ha una faccia ancora peggiore”. Nella parole di Mahmoud sembra di intravedere la realtà descritta magistralmente da Varlam Salamov ne “I racconti della Kolyma”, libro che nei primi anni Ottanta ha fatto conoscere al mondo l’orrore del sistema concentrazionario sovietico. Le angherie delle guardie, la denutrizione, l’assoluta mancanza di umanità, l’essere quasi in un mondo a parte, le persone ridotte a cose, schiavizzate, vendute e rivendute, senza diritti e solo con obblighi per evitare maltrattamenti e percosse.

In uno dei racconti di Salamov, intitolato “La carriola”, l’autore evoca l’orrore e l’oppressione del lavoro in miniera dove la carriola è un simbolo, come per i migranti irregolari che in Libia cercano questo attrezzo per poter lavorare come muratori e sperare di racimolare il necessario per ottenere un posto in barca e partire per l’Italia.

Le organizzazioni criminali

Gli investigatori italiani ipotizzano una riorganizzazione a breve della componente criminale libanese molto attiva nel traffico di immigrazione clandestina. Questi trafficanti di uomini si sono spostati da un pezzo verso Grecia e Cipro ma potrebbero tornare a guardare alle coste nordafricane. Dalla seconda metà del 2009, in seguito agli accordi del governo italiano con Gheddafi, gli sbarchi hanno registrato un calo. Il leader libico, del resto, continua ad usare il tema immigrazione come una pistola puntata nei confronti dell’Europa e dei paesi del bacino mediterraneo in particolare.

Le rotte cambiano

Per evitare il dispositivo di controllo congiunto italo-libico, i trafficanti hanno modificato le rotte della traversata. Uno dei punti preferiti, da un po’ di tempo a questa parte, è Zliten, non molto distante da Tripoli. Si punta verso il confine egiziano e la navigazione avviene più ad est, verso le coste greche, per poi virare in direzione della Sicilia allungando il tempo e i rischi della navigazione. Questo cambio di strategia trova conferma nelle riserve di carburante che le forze dell’ordine italiane trovano a bordo dei barconi appena sbarcati, cresciuti da 5-6 contenitori a 10-12 taniche di gasolio. “Abbiamo notato, dalla metà del 2009 in avanti, – afferma Carlo Parini, sostituto commissario e responsabile del Gruppo interforze di contrasto dell’immigrazione della Procura di Siracusa – che il numero di sbarchi si è drasticamente ridotto. E’ cresciuto, però, il numero delle persone caricate sulle imbarcazioni. Di recente, in provincia di Siracusa, abbiamo avuto arrivi di oltre duecento migranti in un solo sbarco”.

A conferma di questo, va rilevato il caso del barcone con 250 migranti, tra cui parecchie donne e bambini, rimasto a lungo a fare la spola nel mare in tempesta tra il 24 e il 26 di ottobre scorso, a largo delle coste siciliane, assistito da una nave petroliera che ha lanciato viveri ed acqua a bordo, non potendosi avvicinare per paura di speronamenti, considerate le avverse condizioni meteo-marine.

Anche in questa occasione, si è registrato il comportamento “pilatesco” di Malta che avrebbe addirittura autorizzato le forze libiche ad effettuare il prelevamento dell’imbarcazione. Intervento, poi non concretizzatosi, che poteva rappresentare un precedente in grado di andare ben oltre le soglie del “respingimento”, non tralasciando la circostanza riguardante la presenza a bordo di eritrei e somali, sicuramente dei potenziali richiedenti asilo. Tra l’altro, tornare in Libia dopo il respingimento equivale, per chi incappa nelle maglie del dispositivo di pattugliamento, a ricevere un biglietto di ritorno verso l’inferno.

Il viaggio di Adam

Tra i tanti che sono transitati dalla Libia dopo aver attraversato il deserto, vedendo la morte in faccia, c’è Adam, un giovane ivoriano di 26 anni. Lo incontriamo in Sicilia, in una struttura per richiedenti asilo. La maglietta del Bayern Monaco è quasi una seconda pelle. Attende lo status di rifugiato, che gli permetterà di cercarsi un lavoro, assistito da un avvocato siciliano che gli ha assicurato il patrocinio legale in modo del tutto gratuito. La sua storia è simile a quella di tanti africani che, dopo aver attraversato il Sahara e il tratto di mare che separa l’Africa dalla Sicilia, giungono in Italia con l’intenzione di costruirsi un futuro.

«Ho fatto studi di perito meccanico, puntavo a laurearmi ma la guerra nel mio paese mi ha costretto a scappare. Mio padre è morto e io non avevo altre possibilità: o fuggire o finire arruolato. Ho scelto la prima opzione». Adam racconta il suo passaggio del deserto. «Un primo tratto lo abbiamo fatto con un furgone poi, quando la sabbia si è fatta più profonda, siamo stati scaricati e da lì in avanti abbiamo proseguito a piedi. Con me avevo solo un litro d’acqua che avrei dovuto far bastare per circa una settimana, tanto era il tempo stimato per l’attraversamento della zona desertica». Alcuni suoi compagni di viaggio non ce l’hanno fatta. «Due li ho visti morire e li ho dovuti abbandonare lì, nell’immensa distesa di sabbia. Dovevo proseguire, cercare di giungere al più presto in Libia dove sarebbe cominciata la seconda fase del mio viaggio verso l’Italia ».

Nel paese libico, Adam ha dovuto rinnegare la sua religione per poter trovare un lavoro. «Io sono un cattolico ma in Libia ho dovuto dire di essere un musulmano altrimenti non ti davano nemmeno il diritto di parlare. Ho incontrato gente talmente priva di umanità da non sembrare nemmeno umana». Con altri 27, dopo alcuni mesi di duro lavoro, Adam è stato caricato in una piccola imbarcazione diretta verso le coste italiane.

«Il mare fa meno paura del deserto. Se hai superato il Sahara rimanendo vivo, è già una grande cosa. Prendere il largo a bordo di una qualsiasi imbarcazione è il segnale che stai per farcela, che il peggio è ormai alle spalle, che ti sei lasciato l’inferno libico». Il passaggio in mare non è certo una agevole. Sei costretto a bere acqua salata, l’esposizione continua al sole ti sfianca, gli schizzi di carburante sul corpo sono strali acuminati. L’approdo è sinonimo di salvezza. Adam guarda la piccola imbarcazione che lo ha condotto in Sicilia. «Da sei mesi e mezzo mia madre non ha notizia di me. – aggiunge Adam con una punta di commozione – Le ho inviato una lettera, spero la riceva. Vorrei rimanere in Sicilia, lavorare, avere tanti amici e studiare la costituzione italiana e le leggi del vostro paese. Così posso diventare un buon cittadino. Intanto, ringrazio Dio per avermi fatto superare tante difficoltà».

Il suo è lo sguardo di chi, nonostante tutto, spera nel futuro. Sua madre non sa ancora che il figlio si trova in Sicilia dopo aver attraversato l’inferno della crudeltà e dell’assoluta mancanza di scrupoli, dove l’uomo diventa il peggior nemico dei suoi simili. Come scrisse uno scrittore, nel commentare una delle tante traversate della speranza nel Mediterraneo, “abbiamo, se l’abbiamo, la sopravvivenza ad una catastrofe, lo scampo ad un naufragio. L’esito non è mai una salvezza realizzata”.

Gli investigatori italiani: “Il nostro ruolo è anche garantire alti livelli di soccorso e accoglienza”

Parla Carlo Parini, responsabile del Gruppo interforze di contrasto all’immigrazione clandestina della Procura di Siracusa.

Quattro magistrati e sette esperti in tema di immigrazione. Questi i numeri del “Gruppo interforze di contrasto dell’immigrazione clandestina”, costituito nell’ottobre del 2006 dalla Procura di Siracusa, retta dal procuratore Ugo Rossi, unica realtà di questo tipo operativa in Italia. Un pool proveniente da diverse istituzioni dello Stato, coordinati dal sostituto commissario di polizia Carlo Parini, funzionario con una vasta esperienza internazionale. “Nel nostro lavoro investigativo non manca l’aspetto del soccorso. Anzi, spesso siamo impegnati a fianco dei volontari siciliani che assicurano la prima accoglienza e soccorso dei migranti che approdano da queste parti. Un impegno che, per quanto mi riguarda, considero superiore a quello che viene assicurato in altri paesi, ad esempio, come la Spagna”. Il gruppo rappresenta il fiore all’occhiello nelle investigazioni sull’imponente traffico di clandestini nel Mediterraneo. Tra i successi riportati, l’aver sgominato una complessa organizzazione criminale che aveva organizzato il traffico di clandestini cingalesi, attraverso il canale di Suez, poi introdotti in Sicilia e su tutto il territorio nazionale. Interpreti di lingua araba ed una vasta rete di informatori collaborano con questa struttura. Il lavoro del gruppo interforze continua anche dopo gli sbarchi, bisogna identificare e inserire nel data-base tutti gli immigrati, la Procura di Siracusa è così un vero punto di riferimento in Italia, la memoria storica. Parini ha contribuito a riconoscere soggetti che erano già stati identificati ed espulsi, che tornano con il sistema degli alias (utilizzo di altri nomi).

Sergio Taccone, in “Popoli e Missione”, gennaio 2010

Sergio Taccone, giornalista, scrive per il quotidiano La Sicilia e per il mensile delle Opere Missionarie Popoli&Missione. Dal 2001 segue gli sbarchi di migranti nella Sicilia sud-orientale. Nel 2009 ha vinto il Premio Internazionale di Giornalismo “Maria Grazia Cutuli”. Autore di un libro inchiesta (Dossier Portopalo, il naufragio fantasma) sulla più grave tragedia nel Mediterraneo del secondo dopoguerra: il naufragio del Natale ’96 in cui persero la vita quasi 300 migranti cingalesi, indiani e pakistani. Dal libro di Taccone è stato tratto anche il documentario Il viaggio di Adamo, realizzato nel 2009.

  • Reportage di Oggi. Le immagini che mostrano come si muore nel deserto della Libia

L’inferno dei migranti

Un testimone racconta cosa succede dove i clandestini sono solo una merce. Anche da buttare, se serve

Un cimitero senza lapidi. E’ il deserto della Libia, attraversato dalle rotte dei migranti. Qui «sono i morti che cercano i vivi» scrive Gianni Passavini, in un reportage che esce mercoledì sul settimanale Oggi. «Li trovi senza cercarli. Passi col tuo fuoristrada e lì, dove tutto è sabbia color ocra, vedi spuntare una camicia azzurra, un lembo che sventola, quasi a voler segnalare una presenza». E’ quella di un ragazzo nero disteso nella sabbia. Uno dei tanti che hanno perso la vita, non solo la speranza di cambiarla. Molti sono anche quelli che tentano di ritornare al loro paese, dopo essere stati intercettati in mare da qualche nave militare e riconsegnati al loro destino africano, che ripassa per forza dal deserto dalla Libia. Sempre che riescano a sfuggire ai centri di detenzione predisposti da Gheddafi.

Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migrantiIl deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti

I VIAGGI DI RITORNO – Da quando nello scorso marzo è stato firmato l’accordo tra Italia e Libia per il via ai respingimenti in mare, il flusso di ritorno è aumentato. Soprattutto di quelli che arrivano da paesi in guerra, che prima confidavano di ottenere lo status di rifugiati. Oggi ha raccolto la testimonianza di un italiano che si trova spesso ad attraversare il “cimitero senza lapidi”. E’ lui a spiegare come questo obitorio senza confini assorba un numero di morti che nessuno conosce. Dopo qualche giorno la sabbia seppellisce gli uomini neri senza nome. Ma se uno arriva in tempo, prima che il deserto nasconda per sempre queste tracce, vede “i morti che cercano i vivi”. E, se la fortuna ha pietà, è anche possibile salvarne anche qualcuno. «Il camion su cui viaggiavano si è rotto – spiega il testimone – l’abbiamo anche visto. C’è sempre una macchina che segue i camion di clandestini, con tutta probabilità ha caricato gli autisti, abbandonando gli altri al loro destino». Ci sono anche le immagini di un video girato sul posto, a “illustrare” il racconto. I migranti non erano morti da molto tempo. «Due di loro erano ancora vivi – spiega il testimone italiano – ma completamente disidratati. Li abbiamo trasportati ad Al Gutrun e li abbiamo salvati». Sono tantissimi gli incidenti che coinvolgono i camion di clandestini. Ma quasi mai nessuno lo viene a sapere. Sono stracarichi di cose e persone, oltre ogni logica e contro ogni equolibrio: basta una buca o un dosso e il viaggio della speranza, o della fuga, si trasforma in morte sicura.

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LA FEROCIA DEI TRAFFICANTI – Chi gestisce questi flussi di dannati ha il senso degli affari, e solo quello. Gli introiti dei viaggi della speranza sono una miniera di soldi e non si può sgarrare. Se qualcuno cerca di fregare questi trafficanti è finito. In altre immagini pubblicate dal settimanale si vedono due ragazzi presi a bastonate, cosparsi di benzina e bruciati vivi. Loro non sono nemmeno arrivati a morire sotto la sabbia.

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Le chiamano di corallo, forse perchè è un animale duro e rosso, forse, perciò, ad indicare la, diciamo così, durata e l’amore, la passione. Forse anche perchè è duro trascorrere insieme 35 anni. Ebbene sì, si tratta proprio di questo, oggi, 11 giugno dell’anno di grazia 2018, mio marito, Gaetano Caridi, e io raggiungiamo la tappa chiamata “nozze di corallo”; e  mai, fu formulata  definizione  più appropriata al vissuto  della nostra coppia. Strane coincidenze, chissà !……

 

 

 

E fu subito amore, fin dai primi di …….un settembre/Solo poche parole, sembra ieri pensandoci/Strani giochi del cuore, tu compagno di giochi/adoravi le lady, mi hai detto guardandomi

Dice la canzone. Di fatto è quasi impossibile, certo difficile vivere insieme  per due che come noi hanno un carattere forte e presuntuoso. Io cattiva, nel vero senso della parola, ribelle dalla nascita, e pure da prima, leale, anticonformista, pure irriverente, femminile, non femminista, in una società sempre purtroppo maschilista, anche e soprattutto per il comportamento della donna, che faccio fatica a combattere nonostante dispieghi tutte le mie forze. Lui, mio marito, buono,deciso, coraggioso, altruista, generoso, onesto, amico impareggiabile, padre amorevole dei gioielli di famiglia, i nostri tre  fan-ta-sti-ci figli,  partner talvolta piuttosto distratto, un pò, solo un pò, polemico e  permalosetto, rispettoso delle convenzioni sociali, portatore, spesso forse  inconsapevole, dell’impronta ” maschile”. Valore fondamentale insito nella natura di entrambi  quel principio di libertà individuale e universale che ognuno di noi  esprime e manifesta con mille sfaccettature diversificate.  Cosa poteva mai conciliare  due caratteri così diversi ? Conciliare è un termine improprio : per uno dei soliti strani giochi del destino, del caso, non so, ci siamo incontrati e innamorati aldilà di ogni ragionevole dubbio. Abbiamo vissuto una lunghissima storia, per poi incontrarci di nuovo e sempre più innamorati: per quanto mi riguarda come fosse quella strana  malattia che prende il cuore , si cronicizza e non riesci a trattare, tra  alti e bassi   Nuvole nere/nell’urlo del vento/cominci a pensare/che un fuoco si e’ spento/ma la paura che senti/lo sai che cos’e’ /E’ l’amore/e’ l’amore/tutto il freddo/tutto il caldo/che hai nel cuore/E’ l’amore/e’ l’amore/solo amore.

La risposta soffia nel vento, come dice Bob Dylan, e ti ritrovi nel vortice anche tu, insieme e talvolta soli.

Come dice la canzone

Solitudine in due e cent’anni son pochi/Se vivessi di nuovo, io te sempre risceglierei/Ed io lo rivivrei,/anch’io lo rivivrei/Ed io lo rivivrei, ed io lo rivivrei/Anch’io lo rivivrei

Spesso nelle canzoni ritrovi la scansione di alcuni momenti e sentimenti della tua vita e il ritornello ti torna in mente con prepotente forza sempre attuale. Amore canaglia,forse, che ti assale anche quando non vuoi; amore burrascoso, tempestoso e, anche per questo, animato e sempre acceso. Io insisto, sempre e comunque nel rispetto, (ovvio no ? ) delle individualità personali per quanti  anni  ancora ? cosa dici Gaetano Caridi ?

Adesso basta altrimenti sai che stress.

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est modus in rebus, sunt certi denique fines, 
quos ultra citraque nequit consistere rectum" ( Orazio )

La storia è bella e affascinante, e riguarda una intera comunità.

 

Tempo fa urgeva restaurare il portone della Chiesa parrocchiale di S. Stefano in Aspromonte, il paese che mi ha dato i natali e al quale sono affezionata aldilà di ogni mero interesse . Il restauro viene affidato ad una bottega artigiana del luogo specializzata in lavori di gran pregio, che attende all’opera con massima cura dei particolari. Il portone è monumentale e  costituito da quattro parti : due battenti principali grandi e due piccoli per le porte laterali; ognuna di queste parti poi si apre a libro con giochi di incastro minuziosi e sofisticati, che l’usura del tempo e infiltrazioni d’acqua  hanno danneggiato senza intaccare, per fortuna, l’opera originale che si evidenzia di vero cesello. Nella parte interna di una delle porte principali c’è un rettangolo di carta, che porta una scritta, ripetuta anche direttamente sul legno. “Giuseppe, Giovanni e Domenico Suraci realizzano e offrono il portone in memoria del proprio padre Domenico su espressa volontà della mamma Carmela 4 Agosto 1931. ”

 

A questo punto il giovane artigiano si pone alla ricerca per sapere qualcosa di più e, chiedi di qua, domanda di là, qualche persona anziana  individua finalmente nello scritto la famiglia Suraci, proprio la mia famiglia d’origine.

 

Quando mia sorella e io siamo state messe a conoscenza del fatto, ci siamo recate presso la  bottega e con grande stupore ed  emozione abbiamo ammirato l’importante e  raffinata opera   e il messaggio in essa custodito per essere tramandato ai posteri. A questo punto è stato facile ricostruire i fatti.

 

L’attuale Chiesa parrocchiale del Paese è stata costruita nei primissimi anni trenta del secolo scorso, il 1900, e la nonna Carmela Morabito ha voluto fare omaggio del portone attraverso i figli impegnati  all’epoca in un laboratorio di falegnameria conosciuto per la raffinatezza e il pregio delle opere grazie alla competenza del maetro Domenico, mio zio, che ha fatto scuola nel territorio ai numerosi discepoli che frequentavano il laboratorio, come dimostrano le molte opere realizzate compreso il portone, del quale stiamo qui narrando la storia.

 

 

La data 4 agosto, giorno in cui  la Chiesa cattolica ricordava San Domenico,  è significativa in quanto vuole evidenziare che l’opera è dedicata al marito Domenico, nonno Suraci, da poco deceduto. Il foglietto di carta con la scritta aveva urgente bisogno anch’esso di restauro e il Parroco, nella persona del signor Pasquale Geria se ne è assunto l’incarico; con il passare dei giorni venivano, però, fuori idee diverse e piuttosto aleatorie. Il documento, perché di questo si tratta, si deve restaurare, no; va conservato in archivio cosi com’è. Insomma si dice e non si dice.  Per approfondire la situazione, chiamo via telefono il prete e chiedo un appuntamento, perché preferisco parlare de visu e non per filo; il sacerdote  mi chiede l’argomento e mi risponde con prepotente arroganza che lui sa quello che c’è da fare, per cui è inutile incontrarsi; e mentre cerco, con estrema educazione, di farmi indicare data e orario per un eventuale confronto, mi chiude il telefono in faccia blaterando e imprecando frasi incomprensibili.  Dopo di che vado in Curia a cercare  Monsignor Arcivescovo, che è fuori sede, e mi informano che per parlare con Sua Eminenza bisogna prendere appuntamento con il Segretario, nella persona del Sacerdote Francesco Siclari. Evidentemente vige un modus vivendi, una prassi ufficiale nell’ambiente religioso, perché, raggiunto al telefono, sempre con estrema cortesia, prima   mi  chiede  l’argomento, poi il mio interlocutore, il segretario,  si inerpica in un’altra discussione inutile e arzigogolata, e percepisce che avrei voglia di abbassare  la cornetta, io questa volta, ma io sono educata e civile e non ho bisogno la tutela, la copertura,  delle guarentigie ecclesiatiche, e ne vado fiera.Godo e vado fiera  della mia libertà di pensiero e di espressione con rispetto ed educazione verso tutti, valori che contraddistinguono il mio stile di vita a prescindere, sempre e comunque. Il racconto dei fatti finisce qui.

 

 

Fosse stata una persona intelligente e saggia, il prete  avrebbe partecipato alla popolazione con gioia, attenzione e cura i fatti, condividendo una storia della quale gli stessi  autori, mio padre e i miei zii, hanno voluto lasciare testimonianza scritta. E comunque il foglio di carta con la scritta andava sicuramente e obbligatoriamente  restaurato e riposto con cura nel luogo dove gli autori l’avevano inserito. Come dire che il Signor Pasquale Geria ha commesso un abuso di potere, del quale deve dare conto a me a mia sorella e a tutta la comunità, perchè si tratta di fatti pubblici. C’è da dire, poi, che la Chiesa è un luogo pubblico che appartiene al territorio e a tutta la comunità, sicuramente non  al sacerdote, il quale si trova nel luogo di passaggio e dovrebbe gestire la cosa pubblica come un custode, come un  buon padre di famiglia. Altrochè. Tutti e due gli interlocutori in questa fattispecie, i Signori, si fa per dire, Sacerdoti  Geria e  Siclari, sono stati supponenti, villani, scostumati, arroganti e stupidi.  E dire che chiedevo solo, probabilmente con troppa educazione, solo un appuntamento !………

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Seuls les enfants savent aimer

 

 

Bruno Caliciuri, chi è costui?

Mimma Suraci-La vita ti riserva sempre delle sorprese, alcune belle, come questa. La storia di Bruno Caliciuri è infatti una piacevole e gradita risonanza che richiama sentimenti ed emozioni spesso trascurati dal frastuono  frenetico del quotidiano. Fermiamoci, dunque, per assaporare una delicata  pagina  di poesia.

Oggi, 8 gennaio 2018. L’Independant dedica un titolo in prima e una intera pagina al famoso  cantante  francese Calì, nome d’arte proprio di Bruno Caliciuri, il cui nonno, Giuseppe, fratello di Teresa, la mamma di mio marito, dal paese d’origine, S. Stefano in Aspromonte, dopo diverse peripezie in giro per il mondo, approda in Francia e si stabilisce con l’amata sposa spagnola, a Vernet les Bains in Occitania. In questi giorni ricorre il triste anniversario della morte della giovane mamma, che aveva appena compiuto 33 anni il 3 di gennaio, quando il piccolo Bruno aveva appena sei anni. Il bimbo porterà sempre nel cuore la ferita incisa dalla   perdita della mamma e adesso, affermato cantautore con ben 7 album pubblicati, ha voluto raccontare nel romanzo Seuls les enfants savent aimer , la sofferenza di lui bambino nei  terribili 8 mesi succedutisi alla morte della mamma.  Un racconto intenso e delicato che inizia, dunque, il 7 di gennaio, la data in cui la mamma viene sepolta. Quante cose avrebbe voluto dire alla mamma, quante volte avrebbe voluto rifugiarsi tra le sue braccia, quanti se, quanti ma, quante domande senza risposte!

Un cantautore genuino e profondo, idilliaco e spregiudicato, impegnato e sentimentale; nelle sue canzoni Bruno, con tratto leggero  e deciso, lontano da pietismi e vittimismi, tocca, canta, grida, urla, con sensibilità infinita e straordinaria  passione, inquietudini e turbamenti,malinconie e tenerezza,  gioie e felicità in una esplosione emotiva sofisticata  che va direttamente al cuore di chi ascolta che si sente coinvolto e protagonista.

Il libro è un inno alla mamma, sotteso dalla  colonna sonora della stessa delicata sensibilità di una intelligenza emotiva vivace e appassionata che accompagna tutte le sue canzoni.

Solo i bambini sanno amare: il romanzo di Bruno Caliciuri, in arte Calì,  dato alle stampe uscirà a giorni per i tipi di Cherche Midi e si annuncia già un successo

 

“L’enfance et ses blessures, sous la plume de Cali.

Seuls les enfants savent aimer.
Seuls les enfants aperçoivent l’amour au loin, qui arrive de toute sa lenteur, de toute sa douceur, pour venir nous consumer.
Seuls les enfants embrassent le désespoir vertigineux de la solitude quand l’amour s’en va.
Seuls les enfants meurent d’amour.
Seuls les enfants jouent leur coeur à chaque instant, à chaque souffle.
À chaque seconde le coeur d’un enfant explose.
Tu me manques à crever, maman.
Jusqu’à quand vas-tu mourir ?”

Avevo da pochi giorni festeggiato i miei 5 anni, quando quel maledetto mattino del 27 agosto in due ore si portò via il mio papà, sulle cui ginocchia la sera prima avevo giocato a cavalluccio. Rabbia e ribellione sono in me esplose contro il mondo intero, e la ferita sanguina tuttora. La mente razionale di un bambino non può capire l’evento misterioso della morte che va contro ogni logica umana e molte mie espressioni e comportamenti  nell’immediatezza successiva sono stati  un pericolo per me e  per le persone che mi stavano accanto. A poco a poco, crescendo ho dovuto accettare anch’io, gioco forza, la legge incomprensibile  della vita cercando e ricercando con coraggio, forza e saggezza  una certa serenità per elaborare il mio dolore. Condivido, dunque, con intensa partecipazione i sentimenti dell’autore. Bravo Bruno Caliciuri, narratore, poeta, cantore di sentimenti ed emozioni universali.

 

 

In conclusione mi piace richiamare la canzone che porta lo stesso titolo del libro. grazie Calì e ad majora semper

Seuls les enfants savent aimer
La neige est tombée cette nuit
La neige c’est l’or des tout petits
Et l’école sera fermée
Seuls les enfants savent aimer
À la fenêtre j’ai chaud au ventre
La neige n’a pas été touchée
Dehors la rue qui se tait
Seuls les enfants savent aimer
Je passerai te prendre
Nous irons emmitouflés
Marcher sur la neige les premiers
Seuls les enfants savent aimer
Nous marcherons main dans la main
Nous marcherons vers la forêt
Et mon gant sur ton gant de laine
Nous soufflerons de la fumée
Nous ne parlerons pas
La neige craquera sous nos pas
Tes joues roses tes lèvres gelées
Seuls les enfants savent aimer
Mon ventre brûlera de te serrer trop fort
De là-haut le village
Est une vieille dame qui dort
La neige est tombée cette nuit
La neige c’est l’or des tout petits
Et l’école sera fermée
Seuls les enfants savent aimer
Compositori: Bruno CALICIURI

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Scrivevo cuore con la q quaderno con la g quand’ero piccolino così

 

 

 

 

Cantava Celentano qualche decennio fa; adesso, anzi ormai da qualche tempo,  quel “piccolino” è cresciuto, si è laureato e insegna. Insegna? Beh , vediamo un pò cosa.

Il mio primo figlio si era assentato qualche giorno da scuola, terza elementare, per l’intervento di appendicite, e al rientro, mi aveva sollecitato ad aiutarlo a prendere i compiti assegnati durante la sua assenza e io, diligentemente, appoggiata al davanzale della finestra del corridoio adiacente l’aula,  stavo copiando gli esercizi dal quaderno di un suo compagno, quindi sentivo la lezione della maestra di italiano  : ” ragazzi adesso io scrivo alla lavagna alcune parole, delle quali voi dovete fare l’accrescitivo, facendo attenzione che una di queste parole fa l’accrescitivo in forma irregolare”. la classe si mette al lavoro e, concluso l’esercizio, si procede alla sua correzione. Tra le parole indicate dall’insegnante c’era pure “stella”, sulla quale la maestra si sofferma, spiegando che l’accrescitivo fa “stellone” e non stellona, come era stato scritto dagli alunni. Pomeriggio, a casa, guardo il quaderno di mio figlio , dove c’è la correzione da stellona a stellone e cerco di fargli capire che pure gli insegnanti possono sbagliare e che quella sua maestra doveva pure avere un grande “stellone” per essere considerata una tra i migliori insegnati dell’Istituto: e figuriamoci gli altri allora!….

 

Qualche anno dopo l’insegnante di quinta elementare della mia terzogenita corregge il libro dove era stato scritto che l’auto della polizia procedeva a sirene “spiegate”  in “spietate”: Proprio spietata questa insegnate, pur bravissima anch’ella, naturalmente.

Per arrivare in terza liceo classico, dove la titolatissima insegnate di greco invita la classe a fare un riepilogo dei pronomi di greco e  sollecita i suoi studenti a dire a quale pronome corrisponde il vocabolo “es” che era semplicemente l’indicazione di “esempio” per la frase successiva.

 

Sono solo alcune delle, purtroppo, tantissime perle,  esperienze dirette mie, sulle quali potrei scrivere un libro; i miei figli adesso viaggiano intorno ai trenta o giù di lì, quindi questi episodi risalgono all’incirca ad alcuni decenni fa.

“Una zebra a pois
me l’ha data tempo fa
uno strano marajah
vecchio amico di papà
una zebra a pois”

la  zebra del maragià, resa famosa  da Mina era a pois,

adesso ne  arriva agli onori della cronaca un’altra, la  zeb(b)ra, solo perchè qualcuno ha reso noto l’errore di una insegnate che corregge l’alunno, il quale aveva scritto bene, zebra appunto,  errore che, tra l’altro, il dirigente ha cercato di giustificare come peccato veniale.  Per dire che purtroppo l’ignoranza a scuola dilaga  straripando; spesso poi la classe docente è supponente e arrogante, chiusa al dialogo con la famiglia, quando poi a promuovere e a bocciare sono proprio, spesso, i genitori come risulta da molte ricerche effettuate negli anni da Confindustria. Quella degli insegnanti è una vera e propria casta che si ritiene depositaria della verità esercitando un potere abusivo; naturalmente con le debite eccezioni.

Quello dell’insegnante che dovrebbe essere una vera e propria missione, un mestiere nobile, efficace, per trasmettere  saperi alle generazioni future, insieme a modelli di vita e di virtù,  è diventato spesso un’accozzaglia di gente ignorante in parcheggi abusivi, senza alcun controllo e sotto tutela sindacale a prescindere.

Lode, onore  e gloria ai miei insegnanti di liceo,a cavallo degli anni sessanta del secolo scorso, severi, competenti  e bravissimi.

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