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Archive for the ‘Area dello Stretto’ Category

est modus in rebus, sunt certi denique fines, 
quos ultra citraque nequit consistere rectum" ( Orazio )

La storia è bella e affascinante, e riguarda una intera comunità.

 

Tempo fa urgeva restaurare il portone della Chiesa parrocchiale di S. Stefano in Aspromonte, il paese che mi ha dato i natali e al quale sono affezionata aldilà di ogni mero interesse . Il restauro viene affidato ad una bottega artigiana del luogo specializzata in lavori di gran pregio, che attende all’opera con massima cura dei particolari. Il portone è monumentale e  costituito da quattro parti : due battenti principali grandi e due piccoli per le porte laterali; ognuna di queste parti poi si apre a libro con giochi di incastro minuziosi e sofisticati, che l’usura del tempo e infiltrazioni d’acqua  hanno danneggiato senza intaccare, per fortuna, l’opera originale che si evidenzia di vero cesello. Nella parte interna di una delle porte principali c’è un rettangolo di carta, che porta una scritta, ripetuta anche direttamente sul legno. “Giuseppe, Giovanni e Domenico Suraci realizzano e offrono il portone in memoria del proprio padre Domenico su espressa volontà della mamma Carmela 4 Agosto 1931. ”

 

A questo punto il giovane artigiano si pone alla ricerca per sapere qualcosa di più e, chiedi di qua, domanda di là, qualche persona anziana  individua finalmente nello scritto la famiglia Suraci, proprio la mia famiglia d’origine.

 

Quando mia sorella e io siamo state messe a conoscenza del fatto, ci siamo recate presso la  bottega e con grande stupore ed  emozione abbiamo ammirato l’importante e  raffinata opera   e il messaggio in essa custodito per essere tramandato ai posteri. A questo punto è stato facile ricostruire i fatti.

 

L’attuale Chiesa parrocchiale del Paese è stata costruita nei primissimi anni trenta del secolo scorso, il 1900, e la nonna Carmela Morabito ha voluto fare omaggio del portone attraverso i figli impegnati  all’epoca in un laboratorio di falegnameria conosciuto per la raffinatezza e il pregio delle opere grazie alla competenza del maetro Domenico, mio zio, che ha fatto scuola nel territorio ai numerosi discepoli che frequentavano il laboratorio, come dimostrano le molte opere realizzate compreso il portone, del quale stiamo qui narrando la storia.

 

 

La data 4 agosto, giorno in cui  la Chiesa cattolica ricordava San Domenico,  è significativa in quanto vuole evidenziare che l’opera è dedicata al marito Domenico, nonno Suraci, da poco deceduto. Il foglietto di carta con la scritta aveva urgente bisogno anch’esso di restauro e il Parroco, nella persona del signor Pasquale Geria se ne è assunto l’incarico; con il passare dei giorni venivano, però, fuori idee diverse e piuttosto aleatorie. Il documento, perché di questo si tratta, si deve restaurare, no; va conservato in archivio cosi com’è. Insomma si dice e non si dice.  Per approfondire la situazione, chiamo via telefono il prete e chiedo un appuntamento, perché preferisco parlare de visu e non per filo; il sacerdote  mi chiede l’argomento e mi risponde con prepotente arroganza che lui sa quello che c’è da fare, per cui è inutile incontrarsi; e mentre cerco, con estrema educazione, di farmi indicare data e orario per un eventuale confronto, mi chiude il telefono in faccia blaterando e imprecando frasi incomprensibili.  Dopo di che vado in Curia a cercare  Monsignor Arcivescovo, che è fuori sede, e mi informano che per parlare con Sua Eminenza bisogna prendere appuntamento con il Segretario, nella persona del Sacerdote Francesco Siclari. Evidentemente vige un modus vivendi, una prassi ufficiale nell’ambiente religioso, perché, raggiunto al telefono, sempre con estrema cortesia, prima   mi  chiede  l’argomento, poi il mio interlocutore, il segretario,  si inerpica in un’altra discussione inutile e arzigogolata, e percepisce che avrei voglia di abbassare  la cornetta, io questa volta, ma io sono educata e civile e non ho bisogno la tutela, la copertura,  delle guarentigie ecclesiatiche, e ne vado fiera.Godo e vado fiera  della mia libertà di pensiero e di espressione con rispetto ed educazione verso tutti, valori che contraddistinguono il mio stile di vita a prescindere, sempre e comunque. Il racconto dei fatti finisce qui.

 

 

Fosse stata una persona intelligente e saggia, il prete  avrebbe partecipato alla popolazione con gioia, attenzione e cura i fatti, condividendo una storia della quale gli stessi  autori, mio padre e i miei zii, hanno voluto lasciare testimonianza scritta. E comunque il foglio di carta con la scritta andava sicuramente e obbligatoriamente  restaurato e riposto con cura nel luogo dove gli autori l’avevano inserito. Come dire che il Signor Pasquale Geria ha commesso un abuso di potere, del quale deve dare conto a me a mia sorella e a tutta la comunità, perchè si tratta di fatti pubblici. C’è da dire, poi, che la Chiesa è un luogo pubblico che appartiene al territorio e a tutta la comunità, sicuramente non  al sacerdote, il quale si trova nel luogo di passaggio e dovrebbe gestire la cosa pubblica come un custode, come un  buon padre di famiglia. Altrochè. Tutti e due gli interlocutori in questa fattispecie, i Signori, si fa per dire, Sacerdoti  Geria e  Siclari, sono stati supponenti, villani, scostumati, arroganti e stupidi.  E dire che chiedevo solo, probabilmente con troppa educazione, solo un appuntamento !………

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Si presenta puntualissimo, alle 21 come da programma, sera di giovedi 15 marzo, inizia infilando un motivo dopo l’altro e il Palazzetto trema sin da subito, la febbre sale ; sentimenti ed emozioni si susseguono senza soluzione di continuità. Ci si sente rapiti, ipnotizzati da una forza irresistibile che l’eterno ragazzo della canzone italiana trasmette con energia e passione. Gianni Morandi incanta, rapisce, seduce il numeroso pubblico attento e partecipe che canta all’unisono con lui, e con la sua band, un gruppo di artisti tutti bravissimi: Mattia Bigi al basso, Lele Leonardi e Elia Garutti alla chitarra, Alessandro Magri alle tastiere, Simone D’Eusanio al violino, Francesco Montisano al sax, Lisa Manara, Augusta Trebeschi e Moris Pradella ai cori,  e l’impressionante batterista Alberto Paderni che ha diffuso percussioni fantastiche; un insieme armonioso in una  cornice scenografica suggestiva grazie all’impegno pregevole  dei tecnici di suono e luci.

Corre da maratoneta,  quale d’altronde è non solo in senso figurato, anche sul palcoscenico, senza risparmiarsi , con grande rispetto del variegato  pubblico, trasversale testimone di diverse generazioni, che apprezza e ricambia, e il cuore e l’anima che mette nel suo cantare arrivano al cuore e all’anima senza se e senza ma, in un susseguirsi di motivi che hanno segnato molti momenti della tua vita e canzoni nuove altrettanto belle e dense di significato.

Canta  Gianni, senza una pausa, senza un attimo di respiro, decine e decine di pezzi, oltre quaranta;  xcanta l’amore e  canta anche la guerra  sulle note dell’ormai celeberrima  C’era un ragazzo che come me…, canta il quotidiano con le note di Uno su mille, canta il sociale con Si può dare di più.  Canta l’amore, dunque, argomento per antonomasia : da La Fisarmonica, a Ritornerò in ginocchio da te, da Scende la pioggia a Un grande prato verde, da Occhi di ragazza a Innamorato, da Grazie perchè a Dobbiamo fare luce e tanto tanto altro. Rende onore e merito, Gianni, agli autori che si sono spesi per lui : da Elisa a Fossati, da Ligabue a Sangiorgi passando per Meta, che insieme ad altri artisti importanti hanno collaborato al suo ultimo recente album ” D’amore e d’autore”. Non si ferma un istante, e,  in barba a chi a 70 anni si sente vecchio, il Morandi da Monghidoro grida a pieni polmoni il suo amore per la vita

 

innamorato 
come forse tu ancora non lo sai 
innamorato della vita 
di questa avventura 
così vorrei che non finisse mai 
che non finisse mai…

e poi, ancora, questo bolognese che canta Napoli con  Caruso di  Dalla, rende omaggio alla città che lo ospita attaccando  Calabrisella mia, naturalmente in dialetto originale

e l’incantesimo che coinvolge artista e  pubblico è magico e vorresti non uscirne mai.

Grazie Gianni, Reggio Calabria ti saluta con affetto, continua così, alla prossima.

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Reggio Calabria, commosso ricordo dei piccoli angeli Bruno e Rebecca morti nell’inferno degli Ospedali Riuniti tra il vituperio  del popolo social

Reggio Calabria, una testimonianza commovente e drammatica dopo le morti agli Ospedali Riuniti nel reparto di Ostetricia e Ginecologia

 

ospedale mediciScrivo queste parole dopo aver dato l’ultimo saluto alla piccola Rebecca, l’ennesima vittima dell’Ospedale Riuniti di Reggio Calabria, un piccolo angelo innocente che non ha avuto nemmeno l’opportunità di emettere il suo primo vagito per urlare al mondo “eccomi, sono arrivata!”.

Il mio è un racconto di dolore e sofferenza, che vorrei condividere con tutti i miei concittadini, soprattutto con chi ha il coraggio di commentare “i neonati muoiono, facciamocene una ragione, punto”. Perché nel 2018 io, giovane donna, ritengo che non sia affatto così e che nessuno debba poterlo neanche lontanamente pensare: i bambini hanno il diritto di vivere, di sorridere, di piangere, di conoscere tutto ciò che il mondo può offrirgli, di poter scoprire la cattiveria che ci circonda e imparare a lottare per combatterla quotidianamente. Così come i loro genitori hanno il diritto di poter festeggiare per la loro venuta al mondo anziché dover piangere e soffrire a vederli morti ancor prima di emettere un solo respiro.

Era il 24 dicembre, pomeriggio, quando il mio telefono ha iniziato a squillare. Una voce rotta mi ha informata: “Rita, Bruno non c’è più”. In pochi secondi mi sono riaffiorati nella mente tutti quei dolci e simpatici ricordi a lui legati. Le divertenti liti tra i genitori per il nome “chiamiamolo Glauco, ha tanti bei significati, vuol dire verde azzurro e deriva dalla storia di un pescatore diventato divinità del mare”, troppi però i dissensi per un nome così bello quanto insolito. “E se poi lo prendono in giro? Chiamiamolo Bruno!”. Le carezze al pancione, le tenere prese in giro: “non gli dite così che vi sente anche da là dentro e poi quando nasce riconosce le vostre voci e vi odia”. Per non parlare dei tanti sogni dei genitori, che non vedevano l’ora di conoscerlo, di toccarlo e coccolarlo e di offrirgli tutto il loro amore. Sogni però infranti.

Mentre tutti si trovavano alle prese con gli ultimi preparativi per il cenone di vigilia di Natale, io indossavo i primi jeans trovati nell’armadio e mi recavo in ospedale. Difficile trasmettere a tutti voi le sensazioni provate osservando il dolore di amici e parenti, la rabbia, la sofferenza. Il padre del piccolo Bruno che, solo dopo qualche ora dall’accaduto, ti abbraccia e afferma: “Rita, ho finito tutte le lacrime”. La sofferenza della madre, dal carattere forte e coraggioso, talmente tanto da cercare con tutte le sue forze di trattenere quelle lacrime di dolore, impossibili da fermare. Una madre che non ha nessuna colpa, ma che inevitabilmente se ne assume fin troppe: “e se avessi fatto questa cosa, se avessi fatto quest’altra”. Un dolore col quale dovranno convivere per il resto della loro vita, con un angioletto in cielo che li aiuterà ad andare avanti. Ma è anche di quello scricciolo di angelo che devo parlare, amatissimo e ben voluto, e che nessuno ha voluto lasciare solo, in quella triste e gelida camera mortuaria. Un bimbo perfetto, con quel dolce musetto e quelle guanciotte tutte da strapazzare. Un bimbo che sarebbe stato sicuramente forte e coraggioso come la mamma e altruista e genuino come il papà, un bimbo che sarebbe stato viziato da nonni e zii e che si sarebbe fatto sicuramente una marea di pianti, ma anche tantissime risate, insieme agli ‘zii acquisiti’, quegli amici speciali che diventano una seconda famiglia, amici cazzoni, dispettosi e giocherelloni. Bruno ha avuto al suo fianco tante persone speciali che lo porteranno sempre nel cuore e che ogni sera pregano per lui. E a chi dice che i bimbi muoiono e basta, vorrei raccontare il dolore provato nel dover dire ad una mamma che ha perso suo figlio, costretta a rimanere a letto a causa del brutto intervento d’urgenza al quale è stata sottoposta e durante il quale ha anche rischiato la vita, alla quale è stato quindi impedito di poter vedere suo figlio, ‘stai tranquilla, lui sa che non potevi andare. C’eravamo noi vicino a lui, non era solo. Gli abbiamo messo anche un piccolo pesciolino da portare con sé’.

Un detto recita che ‘sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico’. E sembra proprio di parlare di diavolerie: nemmeno due mesi dopo dalla morte del piccolo Bruno, la storia si ripete. Questa volta, il 14 febbraio, mentre la gente comune pensa ai regali da scambiarsi per San Valentino, la piccola Rebecca è volata in cielo ancor prima di aprire gli occhi. Questa volta tutto è iniziato con un messaggino carico d’entusiasmo e di gioia: “Rita, zia sta partorendo”, poco dopo un audio Whatsapp “Rita, sto salendo in ospedale, non so cosa è successo, la bimba è morta!”. Gelo, ghiaccio: questa volta nessuna lacrima è riuscita a rigare il mio volto, forse perché ormai il cuore si è come pietrificato ed è sempre pronto al peggio, come prevenuto, pronto a risvegliarsi e a battere di gioia solo dopo una bella notizia, quasi incredulo che qualcosa di bello possa accadere. La storia si ripete, le persone sono diverse, ma il dolore è identico. Lacrime e sofferenza, ancora una volta. Invece di mangiare confetti rosa e festeggiare per la nascita di Rebecca, ci si ritrova tutti uniti nel dolore, indaffarati tra denunce e procedure da seguire. Il padre è una roccia e ha cercato di rimanere sempre forte e non crollare mai soprattutto al fianco di sua moglie, consapevole che per lei, che ha portato in grembo la piccola figlia per 9 mesi, il dolore è ancora più forte. La madre ha lo sguardo perso nel vuoto e un dolore nel cuore inspiegabile. La piccola Rebecca è tornata tra le braccia dei suoi amati dopo 8 giorni, perché è stata sottoposta ad autopsia: anche lei, come Bruno, è un tenerissimo angioletto, col naso del papà e quel vestito bianco principesco voluto dalla madre. Un incontro, quello tra madre e figlia, al quale tutti i medici avrebbero dovuto assistere. Un incontro durante il quale la mamma spiegava alla sua “Principessa” che non è stata colpa sua, ma di scusarla ugualmente, che ha provato a proteggerla. Una madre che ha voluto cantare la ninna nanna alla sua dolce figlia per accompagnarla nel suo sonno. Una mamma che adesso deve trovare la forza per lottare ogni giorno per rendere giustizia alla sua principessa. Oggi, l’ultimo saluto alla piccola Rebecca. Una chiesa colma di dolore e di persone che ormai non riescono più a sperare e sognare (ammesso che partorire un bambino debba essere considerato un “sogno”, ma in questa città ormai…)

Il mio racconto non è un messaggio di pietà, né un gesto di egoismo per mettere in evidenza il brutto periodo vissuto, anche perché io, seppur col cuore a pezzi, ho continuato a vivere la mia vita, seppur col pensiero fisso a queste due coppie di genitori. Il loro dolore non è minimamente immaginabile. La mia decisione di scrivere questa lettera scaturisce dall’incredibile cattiveria che ci circonda, dagli incredibili commenti letti sui social network sotto gli articoli di StrettoWeb. Probabilmente solo chi vive esperienze del genere riesce a capire cosa si prova, ma questo vorrebbe dire augurare il male a qualcuno, e non è mia abitudine farlo nemmeno con i peggiori nemici, figuriamoci con sconosciuti leoni da tastiera. A volte anche dando retta ad una 28enne qualsiasi che ha sempre sognato una famiglia numerosa e che adesso ha una fottutissima paura anche della normalità, si può provare a mettersi solo per qualche secondo nei panni degli altri e, seppur non riuscendo a provare lo stesso dolore, capire che effettivamente è accaduta una cosa grave. Molto grave.

Durante l’ultimo saluto a Rebecca, oggi, il prete ha affermato che “Reggio è una città malvagia e siamo noi a volerla così”. Non posso far altro che dire che ha pienamente ragione! Io però sono una sognatrice nata, sono una di quelle persone che, nonostante tutto il male che le circonda, crede sempre nelle favole a lieto fine. Chissà, magari un giorno i nostri figli potranno vivere in un posto meno malvagio? Chissà. Il problema reale è che prima di tutto bisogna vedere se riusciremo a metterli al mondo…

Per approfondire http://www.strettoweb.com/2018/02/reggio-calabria-ospedali-riuniti-2/662450/#eyMxQpzvCmTYZdJy.99

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A lezione da Sofia : tutti in piedi 

 

Ho trascorso questa  notte in bianco, di proposito, per vedere la discesa libera delle Olimpiadi in Corea. Sono, almeno mentalmente oramai, sportiva e mi piacciono le competizioni sane, ragion per cui, quando posso guardo e partecipo. Mi poteva sfuggire, dunque, un’occasione ghiotta come quella della notte scorsa ?   anche perchè ero in buona compagnia, tenuto conto che mia figlia doveva seguire la gara per lavoro .

Le gare di Sofia, Goggia naturalmente, sono sempre imprevedibili e, perciò, al cardiopalma, perchè quando è in pista dà tutta se stessa seguendo il suo istinto. Nella discesa di stanotte ha lavorato di cesello con tecnica indiscutibile, cuore e  passione, da vero fenomeno, aldilà di ogni ragionevole dubbio, costruendo un’impresa colossale, mai prima riuscita ad una sciatrice italiana.  Ho vissuto la competizione con brividi , con una tensione emotiva enorme che mi trascinava nell’altrove, fuori dal tempo e dallo spazio. Sofia Goggia è una ragazza giovane, bella, spontanea, che esprime senza remore e con estrema lucidità i propri sentimenti, le proprie sensazioni,  che partecipa ai suoi intelocutori e ai suoi fans con analisi puntuali della sua corsa e dei suoi stati d’animo. Stupisce molti, poi, il rapporto amicale tra Sofia e la brava sciatrice statunitense, altro comportamento esemplare perchè essere sportivi significa proprio questo : essere rivali non significa essere nemici. A farlo, in maniera disarmante una giovane ragazza di 25 anni, altrochè! Da brividi. Grazie Sofia, sei fantastica.

Stamattina, il secondo appuntamento con Sofia, per la premiazione: che gioia, che emozione : guardava e riguardava la medaglia d’oro pesante, pesantissimo, che le avvevano messo al collo, come a voler imprimerla bene nella memoria in ogni suo angolino mentre lacrime di emozione le bagnavano il viso pulito. Quelle lacrime, che ai primi accordi, diventano parole, per cantare a squarciagola, l’inno, senza mancare una sillaba. Da brivido. Grazie Sofia, sei fantastica.

Lungi da me l’idea di contaminare Sofia e la sua impresa, con un accostamento improprio, ma il mio tuffo nella quotidianità , mio malgrado, mi ha sollecitato delle considerazioni. Mentre Sofia nella lontana Corea corre, rischiando di rompersi l’osso del collo, per raggiungere la gloria personale e per regalare all’Italia un oro mai visto, in quella stessa Italia , in contemporanea quindi, i teatranti della politica fanno a gara nel  blaterare parole senza senso . I parlamentari cosiddetti italiani, conoscono l’inno del proprio Paese, ne conoscono le parole, che Sofia  canta  con orgoglio davanti al mondo intero? Quei politici, nominati in qualche modo, spesso abusivo, rappresentanti del popolo, cosiddetto sovrano, sentono anche una  pur minima percentuale dell’orgoglio di Sofia di essere italiani? non dovrebbero dimostrare questo orgoglio lavorando con fierezza e impegno nel proprio ruolo? non dovrebbero aprire ogni incontro cantando a squarciagola, come Sofia, l’Inno Nazionale, del quale, sono sicura, la maggior parte di loro, non conosce le parole ? Da brividi, di rabbia questa volta, e di scoramento. Dalle stelle di Sofia alle stalle di una politica-mangiatoia petulante, ciarlona, menzognera, spesso delinquenziale e criminale. Eh sì che me lo avevano detto e scritto e cantato in tutte le salse, da Dante a Machiavelli, da Manzoni a Panfilo Gentile, giusto per fare solo qualche nome tra tanti e tanti che nel tempo hanno fotografato i malesseri endemici di questo bel paese, ma vivere i gravi disagi e constatare le porcherie di una classe dirigente ( ? ) inadeguata e incompetente sulla propria pelle è diverso, anche perchè ti fa prendere consapevolezza che la storia è un mero esercizio mnemonico -didattico e non va attualizzata, non sia mai signori, vuoi per ignoranza, vuoi per scelta suicida.

Grazie ancora Sofia, per la lezione di impegno, pulizia, coraggio e orgoglio italiano che hai dato a chi si erge a tutore della res publica, anche, se come dice il proverbio, “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”

 

 

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Peppe Caridi-Reggio Calabria, le terribili immagini foto e video dell’incendio di stamattina a San Ferdinando: una giovane nigeriana è morta carbonizzata, altri feriti gravi

incendio tendopoli san ferdinando (4)

E c’è chi ancora ci parla di “integrazione”, nel “Giorno della Memoria” in cui dovremmo ricordare le vittime dell’Olocausto affinchè qualcosa del genere non si verifichi mai più. Almeno Hitler, nella sua follia assassina e criminale, era coerente e non mascherava le sue intenzioni dietro ipocriti annunci sul multiculturalismo, sull’integrazione e sulla solidarietà.

Quello che è successo stamattina nella tendopoli di San Ferdinando è grave, gravissimo. Perchè era già successo tra 2016 e 2017, due volte, che il fuoco divampasse tra le baracche della Piana provocando diversi feriti. E stavolta c’è scappato anche il morto, una donna nigeriana di appena 30 anni. Si chiamava Amine, il cadavere è stato ritrovato carbonizzato in una delle baracche ridotte in cenere dal fuoco. Amine si trovava lì per raccogliere agrumi e guadagnarsi qualche euro necessario alla sopravvivenza. Era venuta in Italia sognando un futuro migliore, attratta con l’inganno. Certamente non sapeva di andare incontro ad un destino così crudele. Non sapeva di trovare ghetti e campi di concentramento in un Paese come l’Italia. Altre due donne sono gravemente ferite con pesantissime ustioni, ricoverate all’Ospedale di Polistena. In questi momenti staranno sognando la loro casa, rimpiangendo la scelta di aver mollato tutto inseguendo false speranze.

E molte ore dopo il rogo nella baraccopoli si può ancora sentire l’odore acre della plastica bruciata, osserviamo pali di legno carbonizzati, pezzi di lamiera ancora fumanti. L’incendio ha cancellato oltre 200 baracche, e senza l’immediato intervento di Vigili del Fuoco e Carabinieri sarebbe andata molto molto peggio. Ma a San Ferdinando passano gli anni, passano gli incendi e nulla cambia. A San Ferdinando oggi, per l’ennesima volta, è fallita la politica dell’accoglienza che in Calabria ha trovato il pieno supporto dei governi locali, dal Presidente Regionale Mario Oliverio al Sindaco di Reggio Calabria, che è anche Sindaco della Città Metropolitana (di cui San Ferdinando fa parte), Giuseppe Falcomatà. Miopi. Silenti. Assenti. Che almeno per oggi non ci prendano in giro parlando di Auschwitz, della “Memoria”, dell’Olocausto. Perchè San Ferdinando è la nuova Auschwitz e in Calabria si sta consumando la Shoah del terzo millennio, frutto di un’altra aberrazione ideologica di governanti certamente più democratici rispetto alle dittature nazi-fasciste, ma evidentemente altrettanto miopi rispetto a ciò che stavano provocando a livello sociale e umanitario. Con l’aggravante di ergersi a paladini della solidarietà, dell’integrazione e del multiculturalismo. In realtà è il fallimento più totale di una politica aberrante e cieca. Le immagini di stamattina a San Ferdinando sono terribili, sembra un film dell’orrore che purtroppo è realtà. Oggi a Reggio Calabria nel “Giorno della Memoria”.

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Seuls les enfants savent aimer

 

 

Bruno Caliciuri, chi è costui?

Mimma Suraci-La vita ti riserva sempre delle sorprese, alcune belle, come questa. La storia di Bruno Caliciuri è infatti una piacevole e gradita risonanza che richiama sentimenti ed emozioni spesso trascurati dal frastuono  frenetico del quotidiano. Fermiamoci, dunque, per assaporare una delicata  pagina  di poesia.

Oggi, 8 gennaio 2018. L’Independant dedica un titolo in prima e una intera pagina al famoso  cantante  francese Calì, nome d’arte proprio di Bruno Caliciuri, il cui nonno, Giuseppe, fratello di Teresa, la mamma di mio marito, dal paese d’origine, S. Stefano in Aspromonte, dopo diverse peripezie in giro per il mondo, approda in Francia e si stabilisce con l’amata sposa spagnola, a Vernet les Bains in Occitania. In questi giorni ricorre il triste anniversario della morte della giovane mamma, che aveva appena compiuto 33 anni il 3 di gennaio, quando il piccolo Bruno aveva appena sei anni. Il bimbo porterà sempre nel cuore la ferita incisa dalla   perdita della mamma e adesso, affermato cantautore con ben 7 album pubblicati, ha voluto raccontare nel romanzo Seuls les enfants savent aimer , la sofferenza di lui bambino nei  terribili 8 mesi succedutisi alla morte della mamma.  Un racconto intenso e delicato che inizia, dunque, il 7 di gennaio, la data in cui la mamma viene sepolta. Quante cose avrebbe voluto dire alla mamma, quante volte avrebbe voluto rifugiarsi tra le sue braccia, quanti se, quanti ma, quante domande senza risposte!

Un cantautore genuino e profondo, idilliaco e spregiudicato, impegnato e sentimentale; nelle sue canzoni Bruno, con tratto leggero  e deciso, lontano da pietismi e vittimismi, tocca, canta, grida, urla, con sensibilità infinita e straordinaria  passione, inquietudini e turbamenti,malinconie e tenerezza,  gioie e felicità in una esplosione emotiva sofisticata  che va direttamente al cuore di chi ascolta che si sente coinvolto e protagonista.

Il libro è un inno alla mamma, sotteso dalla  colonna sonora della stessa delicata sensibilità di una intelligenza emotiva vivace e appassionata che accompagna tutte le sue canzoni.

Solo i bambini sanno amare: il romanzo di Bruno Caliciuri, in arte Calì,  dato alle stampe uscirà a giorni per i tipi di Cherche Midi e si annuncia già un successo

 

“L’enfance et ses blessures, sous la plume de Cali.

Seuls les enfants savent aimer.
Seuls les enfants aperçoivent l’amour au loin, qui arrive de toute sa lenteur, de toute sa douceur, pour venir nous consumer.
Seuls les enfants embrassent le désespoir vertigineux de la solitude quand l’amour s’en va.
Seuls les enfants meurent d’amour.
Seuls les enfants jouent leur coeur à chaque instant, à chaque souffle.
À chaque seconde le coeur d’un enfant explose.
Tu me manques à crever, maman.
Jusqu’à quand vas-tu mourir ?”

Avevo da pochi giorni festeggiato i miei 5 anni, quando quel maledetto mattino del 27 agosto in due ore si portò via il mio papà, sulle cui ginocchia la sera prima avevo giocato a cavalluccio. Rabbia e ribellione sono in me esplose contro il mondo intero, e la ferita sanguina tuttora. La mente razionale di un bambino non può capire l’evento misterioso della morte che va contro ogni logica umana e molte mie espressioni e comportamenti  nell’immediatezza successiva sono stati  un pericolo per me e  per le persone che mi stavano accanto. A poco a poco, crescendo ho dovuto accettare anch’io, gioco forza, la legge incomprensibile  della vita cercando e ricercando con coraggio, forza e saggezza  una certa serenità per elaborare il mio dolore. Condivido, dunque, con intensa partecipazione i sentimenti dell’autore. Bravo Bruno Caliciuri, narratore, poeta, cantore di sentimenti ed emozioni universali.

 

 

In conclusione mi piace richiamare la canzone che porta lo stesso titolo del libro. grazie Calì e ad majora semper

Seuls les enfants savent aimer
La neige est tombée cette nuit
La neige c’est l’or des tout petits
Et l’école sera fermée
Seuls les enfants savent aimer
À la fenêtre j’ai chaud au ventre
La neige n’a pas été touchée
Dehors la rue qui se tait
Seuls les enfants savent aimer
Je passerai te prendre
Nous irons emmitouflés
Marcher sur la neige les premiers
Seuls les enfants savent aimer
Nous marcherons main dans la main
Nous marcherons vers la forêt
Et mon gant sur ton gant de laine
Nous soufflerons de la fumée
Nous ne parlerons pas
La neige craquera sous nos pas
Tes joues roses tes lèvres gelées
Seuls les enfants savent aimer
Mon ventre brûlera de te serrer trop fort
De là-haut le village
Est une vieille dame qui dort
La neige est tombée cette nuit
La neige c’est l’or des tout petits
Et l’école sera fermée
Seuls les enfants savent aimer
Compositori: Bruno CALICIURI

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Mantieni i tuoi pensieri positivi,
perché i tuoi pensieri diventano parole.
Mantieni le tue parole positive,
perché le tue parole diventano i tuoi comportamenti.
Mantieni i tuoi comportamenti positivi,
perché i tuoi comportamenti diventano le tue abitudini.
Mantieni le tue abitudini positive,
perché le tue abitudini diventano i tuoi valori.
Mantieni i tuoi valori positivi,
perché i tuoi valori diventano il tuo destino.
(Mahatma Gandhi)

I principi morali esaltati da Gandhi, secondo me, raccontano bene lo stile di vita di Sonia Romeo, che proprio in questi giorni ha aggiunto un’altra stella al merito del suo percorso professionale, con il ruolo di Primario medico dell’INAIL, degno riconoscimento dei frutti della virtù e dell’ingegno che questa donna mette in tutto quello che fa. Figlia, con dedizione assoluta verso i genitori, sorella amorevole  e attenta sempre, moglie soave  senza riserve, madre tenera e premurosa con lieve tocco dolce; sempre affettuosa con chi le sta accanto. Medico competente in privato e sul campo di battaglia, appunto la sede Inail di Reggio Calabria, dove adesso ricopre il posto di primario. Impegnata nel sociale e nella politica del territorio, per il quale non ha esitato a mettersi in gioco, a buttarsi nella mischia: un altro aspetto che la caratterizza, infatti, è l’amore viscerale verso il suo luogo d’origine,  quel “nostro” paese unico che risponde al nome di S. Stefano in Aspromonte, fonte di gioie e dolori, come d’altra parte il rapporto con un amante sottende. La peculiarità fondamentale di Sonia sta nel fatto che a tutto quello che fa, alla sua eccezionalità, dà l’impronta della leggerezza, come se tutto fosse “naturale” : non si vanta, non si gonfia; bensì con coraggio e umiltà, camminando sulle proprie gambe, agguanta i suoi sogni, con raffinata intelligenza e sottile perspicacia. Eccellenza reggina, perla della nostra terra, che  tu, circondata dall’affetto dei tuoi cari, possa realizzarli tutti, carissima, perchè sono sicura che, lungi dal sentirti appagata, continuerai ad avanzare nella scalata al tuo Ventoux.

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