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Archive for luglio 2016

Nel giorno in cui il Tour De France scala il Monte Ventoso, mi piace ricordare la famosa lettera scritta da Francesco Petrarca all’amico Dionigi, un pezzo di letteratura che per me è stato, ed è tuttora, fonte di stimolo e forza e coraggio perchè le conquiste ottenute con fatica e sudore sono durature e aiutano a conoscere meglio se stessi 
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A DIONIGI DA BORGO SAN SEPOLCRO,
DELL’ORDINE DI SANT’AGOSTINO, PROFESSORE DELLA SACRA PAGINA.
SUI PROPRI AFFANNI.
Oggi, spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso [1]. Da molti anni mi ero proposto questa gita; come sai, infatti, per quel destino che regola le vicende degli uomini, ho abitato in questi luoghi sino dall’infanzia e questo monte, che a bell’agio si può ammirare da ogni parte, mi è stato quasi sempre negli occhi. […]
Partimmo da casa il giorno stabilito e a sera eravamo giunti a Malaucena [2], alle falde del monte, verso settentrione. Qui ci fermammo un giorno ed oggi, finalmente, con un servo ciascuno, abbiamo cominciato la salita, e molto a stento. La mole del monte, infatti, tutta sassi, è assai scoscesa e quasi inaccessibile, ma ben disse il poeta che “l’ostinata fatica vince ogni cosa”. [3] Il giorno lungo, l’aria mite, l’entusiasmo, il vigore, l’agilità del corpo e tutto il resto ci favorivano nella salita; ci ostacolava soltanto la natura del luogo. In una valletta del monte incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima, preso dal nostro stesso entusiasmo giovanile, era salito fino sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le vesti lacerati dai sassi e dai pruni, e che non aveva mai sentito dire che altri, prima o dopo di lui, avesse ripetuto il tentativo. Ma mentre ci gridava queste cose, a noi – così sono i giovani, restii ad ogni consiglio – il desiderio cresceva per il divieto. Allora il vecchio, accortosi dell’inutilità dei suoi sforzi, inoltrandosi un bel po’ tra le rocce, ci mostrò col dito un sentiero tutto erto, dandoci molti avvertimenti e ripetendocene altri alle spalle, che già eravamo lontani. Lasciate presso di lui le vesti e gli oggetti che ci potevano essere d’impaccio, tutti soli ci accingiamo a salire e ci incamminiamo alacremente. Ma come spesso avviene, a un grosso sforzo segue rapidamente la stanchezza, ed eccoci a sostare su una rupe non lontana. Rimessici in marcia, avanziamo di nuovo, ma con più lentezza; io soprattutto, che mi arrampicavo per la montagna con passo più faticoso, mentre mio fratello, per una scorciatoia lungo il crinale del monte, saliva sempre più in alto. Io, più fiacco, scendevo giù, e a lui che mi richiamava e mi indicava il cammino più diritto, rispondevo che speravo di trovare un sentiero più agevole dall’altra parte del monte e che non mi dispiaceva di fare una strada più lunga, ma più piana. Pretendevo così di scusare la mia pigrizia e mentre i miei compagni erano già in alto, io vagavo tra le valli, senza scorgere da nessuna parte un sentiero più dolce; la via, invece, cresceva, e l’inutile fatica mi stancava. Annoiatomi e pentito oramai di questo girovagare, decisi di puntare direttamente verso l’alto e quando, stanco e ansimante, riuscii a raggiungere mio fratello, che si era intanto rinfrancato con un lungo riposo, per un poco procedemmo insieme. Avevamo appena lasciato quel colle che già io, dimentico del primo errabondare, sono di nuovo trascinato verso il basso, e mentre attraverso la vallata vado di nuovo alla ricerca di un sentiero pianeggiante, ecco che ricado in gravi difficoltà. Volevo differire la fatica del salire, ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l’altezza discendendo. Insomma, in poco tempo, tra le risa di mio fratello e nel mio avvilimento, ciò mi accadde tre volte o più. […]petrarca
C’è una cima più alta di tutte, che i montanari chiamano il “Figliuolo”; perché non so dirti; se non forse per antifrasi, come talora si fa: sembra infatti il padre di tutti i monti vicini. Sulla sua cima c’è un piccolo pianoro e qui, stanchi, riposammo. […] Ma ecco entrare in me un nuovo pensiero che dai luoghi mi portò ai tempi. “Oggi – mi dicevo – si compie il decimo anno da quando, lasciati gli studi giovanili, hai abbandonato Bologna [4]: Dio immortale, eterna Saggezza, quanti e quali sono stati nel frattempo i cambiamenti della tua vita! Così tanti che non ne parlo; del resto non sono ancora così sicuro in porto da rievocare le trascorse tempeste. Verrà forse un giorno in cui potrò enumerarle nell’ordine stesso in cui sono avvenute, premettendovi le parole di Agostino: ‘Voglio ricordare le mie passate turpitudini, le carnali corruzioni dell’anima mia, non perché le ami, ma per amare te, Dio mio’. [5] Troppi sono ancora gli interessi che mi producono incertezza ed impaccio. Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza. In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta [6]: ‘Ti odierò, se posso; se no, t’amerò contro voglia’. […]
Questi ed altri simili erano i pensieri, padre mio, che mi ricorrevano nella mente. Gioivo dei miei progressi, piangevo sulle mie imperfezioni, commiseravo la comune instabilità delle azioni umane; e già mi pareva d’aver dimenticato il luogo dove mi trovavo e perché vi ero venuto, quando, lasciate queste riflessioni che altrove sarebbero state più opportune, mi volgo indietro, verso occidente, per guardare ed ammirare ciò che ero venuto a vedere: m’ero accorto infatti, stupito, che era ormai tempo di levarsi, che già il sole declinava e l’ombra del monte s’allungava. […] Mentre ammiravo questo spettacolo in ogni suo aspetto ed ora pensavo a cose terrene ed ora, invece, come avevo fatto con il corpo, levavo più in alto l’anima, credetti giusto dare uno sguardo alle Confessioni di Agostino, dono del tuo affetto, libro che in memoria dell’autore e di chi me l’ha donato io porto sempre con me: libretto di piccola mole ma d’infinita dolcezza. Lo apro per leggere quello che mi cadesse sott’occhio: quale pagina poteva capitarmi che non fosse pia e devota? Era il decimo libro. Mio fratello, che attendeva per mia bocca di udire una parola di Agostino, era attentissimo. Lo chiamo con Dio a testimonio che dove dapprima gettai lo sguardo, vi lessi: “e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi”. [7] Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me stesso dell’ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già da tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da ammirare tranne l’anima, di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di grande.

Francesco Petrarca

[Traduzione a cura di G. Bellini e G. Mazzoni, Laterza]

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Il 5 luglio ha compiuto 63 anni di vita sacerdotale, e il 6 luglio ha lasciato la vita terrena Don Nicola Ferrante

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Essenziale.

Pensando a Don Nicola Ferrante, mi viene in mente questo etimo : essenziale come vero, senza fronzoli. L’ho conosciuto alla scuola media nel ruolo di insegnante di religione e sin da subito ho percepito, anche se ancora nel mio subconscio, la forza interiore  e la fame di cultura che in qualche modo hanno contribuito alla mia formazione. Dire degli incarichi che via via ha ricoperto onorandoli con acume e sottile intelligenza, sarebbe un lavoro lungo e complesso, perchè Don Nicola ha spaziato in lungo e in largo nella Diocesi di Reggio Bova, sempre attento e perspicace, anticipando spesso i tempi senza ipocrisie e bigottismi. Storico del territorio con varie pubblicazioni al riguardo, e cultore degli archivi è stato un punto di riferimento fondamentale per tutti coloro che, giovani e/o adulti, fossero in qualche modo interessati a notizie del passato, che lui attualizzava sempre con spirito innovativo. Dagli studi sui santi Italo_Greci- Bizantini al recupero della famosa Chiesa della Graziella, lascia un patrimonio storico importantissimo . Come non ricordare  le conversazioni nei locali dell’Archivio Arcivescovile i martedi mattina, quando la storia diventava presente guardando al futuro sempre con ottimismo!   Giovane tra i giovani, ai quali ha dato sempre grandi spazi, adulto e vecchio tra i vecchi, che stimolava ad impegni nel sociale aldilà delle difficoltà quotidiane. Mai sopra le righe, sempre sorridente, si poneva con  comprensione e rispetto verso tutti,vero testimone dell’importanza della cultura, e con la  Parola adeguata ad ogni situazione e ad ogni persona, mai banale o formale. E già decenni fa,quando capitava qualcuno che gli diceva di volersi legare sentimentalmente ad una persona divorziata, il Don gli ricordava semplicemente, prima di inoltrasi nella storia, di riflettere sul fatto di  essere comunque la seconda scelta.Mai clericale, mai invadente, lontano dalle autocelebrazioni , dall’enfasi, ha fatto della discrezione il suo stile di vita sempre con dignità, semplicità e modestia, senza mai fare sfoggio della sua enorme cultura; direi  un Monsignore secolare: secondo me  Don Ferrante ha incarnato lo spirito della Carità raccontato da San Paolo nella lettera ai Corinzi,

“La carità è paziente,è benigna la carità;la carità non invidia, non si vanta,non si gonfia, non manca di rispetto,non cerca il proprio interesse, non si adira,non tiene conto del male ricevuto,ma si compiace della verità.tutto tollera, tutto crede,tutto spera, tutto sopporta.La carità non verrà mai meno………

Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità;
ma la più grande di esse è la carità”.

Mi ritengo personalmente fortunata per averlo incontrato nella mia strada.

 

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