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Il tutto è il falso  ( Minima Moralia di Thodor Adorno)

 

 

 

E’ iniziata, dunque, la stagione delle “finzioni” di Canale 5, precedute, come si conviene in questi casi,  da anticipazioni e pubblicità martellanti. Mi riferisco qui a Le tre rose di Eva (4 ) e a Rosy Abate, ( la Serie- 9 stagione ) che riunisco nel commentare perchè entrambe le serie hanno in comune alcuni aspetti fondamentali nelle rispettive storie. Le protagoniste, Eva e Rosy sono immortali , anche dopo morte, anche dopo i funerali riappaiono e tornano in scena più forti e decise  che mai, spinte, sollecitate, armate, questa volta, dall’amore materno. Filo conduttore delle due storie è, infatti, il recupero del rapporto con i propri figli, per il quale le due eroine sono disposte a tutto. Aurora, resuscitata a furor di popolo, combatte sia per la bimba, la piccola Eva, e sia  per difendere i vigneti di famiglia, tra mille intrighi passionali ed economici in una storia tutta italiana. Rosy, che aveva cercato l’anonimato per rifarsi una vita normale sotto il nome di Claudia, ritorna sulla scena per amore del suo piccolo Leonardo, per la cui morte era uscita di senno, che invece è vivo; e per ritrovare il figlio non esita a rituffarsi in traffici internazionali di droga cedendo al ricatto di mafiosi e sacrificando con estrema spregiudicatezza  nel sangue l’ amore genuino e pulito di Francesco, l’uomo che l’aveva conosciuta come Claudia e con lei avrebbe voluto metter su famiglia.

 

 

Personalmente non amo i “seguiti”, le continuazioni. Nell’immaginario collettivo attuale però queste storie, come tante altre che si svolgono sul piccolo, e anche sul grande, schermo, rappresentano un fatto di costume e spesso lo spettatore è portato ad interagire , quasi potesse interferire con i comportamenti dei personaggi della finzione. D’altra parte, è pure vero che spesso queste storie raccontano spaccati di realtà, che emergono a stento e con estrema difficoltà dalle cronache del quotidiano e forse è proprio questo che spiega il successo di Eva e Rosy apprezzate e richieste  in molti paesi esteri.

Quand’ero ragazza, negli anni del collegio,  molte mie coetanee leggevano di nascosto le storie fumettose di Grand Hotel e Bolero, due riviste specializzate nel genere dei fotoromanzi, che poi diventavano, le vicende appunto,argomento di conversazione e pettegolezzo nella vita reale. Non partecipavo mai a questa giostra perchè quel genere di narrazione non ha mai attirato la mia pur infinita curiosità, e i miei interessi erano altrove. Oggi alla carta stampata si è sostituito il video, che ha amplificato la risonanza della narrazione coinvolgendo intere generazioni. Capita, così, sovente, che i personaggi diventino eroi, modelli da imitare, da emulare nel bene e nel male, ragion per cui per raggiungere il proprio scopo si è pronti a sacrificare e a rinnegare molti valori di riferimento nei quali ci si era formati e che si consideravano punti saldi di comportamento del proprio vissuto.

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Prendi tre giovani donne laureate in farmacia e con un impegno lavorativo importante in terra calabra che decidono di esportare la loro esperienza. La decisione non è semplice, ma le nostre vogliono tentare un’avventura sui generis e il rischio per loro rappresenta una sfida, un valore aggiunto sul quale fare riferimento per realizzare l’affascinante sogno. Avviati i motori, dunque, si mettono in movimento e, dopo attente analisi territoriali e sociali decidono di realizzare una farmacia in una zona particolarmente degradata che risponde alle coordinate geografiche di Zingonia di Verdellino, territorio in provincia di Bergamo, cioè nel profondo nord. Una zona particolarmente difficile, definita da qualcuno “terra di nessuno” da qualche altro “landa di desertificazione umana” , e pure ” la vera Scampia”, nonostante il luogo fosse nato dall’idea dell’indigeno Zingone che avrebbe voluto realizzare “la città ideale”. E della scenografia suggestiva, rappresentata da Ermanno Olmi nel suo famoso film “l’albero degli zoccoli” , ambientato proprio in quei luoghi, oggi, purtroppo,  non sopravvive neppure uno sbiadito ricordo.La Farmacia Europa si colloca in un territorio che comprende i Comuni  principali di Ciserano e Verdellino, e molti altri Comuni  più piccoli . Ci sono, poi, diversi elementi qualificanti che rendono la  scelta del luogo piuttosto interessante: da quelle parti, infatti, insiste  l’importante area industriale ciseranese, le scuole, il centro sportivo SportPiù, le strutture relative alll’Atalanta, squadra di calcio  che milita con onore nella Serie A, e altre realtà di servizi. Inoltre l’area sulla quale è caduta la scelta di questa struttura sanitaria,  la Farmacia Europea appunto, si trova tra due importanti poli sanitari: Habilita di Ciserano, il primo centro iperbarico d’Europa, e il policlinico San Marco di Osio Sotto, realtà d’eccellenza del territorio bergamasco.

 

Le tre eroine rispondono al nome di Francesca Poeta, Antonella Cartisano e Cristiana Spinzia;  conosco personalmente solo Francesca  e, anche se non ci frequentiamo assiduamente, la stimo per la serietà che mette in tutto quello che fa, per l’amore incondizionato nei confronti della famiglia d’origine, del marito e delle tre splendide ragazze, e l’apprezzo per la discrezione e la competenza che sottendono il suo stile di vita.

L’idea delle tre Dottoresse, dunque, si è concretizzata con l’apertura nei giorni scorsi, proprio il 29 ottobre 2017, di una farmacia attrezzatissima per soddisfare l’esigenza di un territorio molto vasto, un locale, la Farmacia Europea, che tiene conto delle esigenze dei cittadini di tutte le  età : io sono certa che la professionalità indiscussa, la determinazione e la vitalità, accompagnate dal valore aggiunto della regginità calabrese contribuiranno in maniera sostanziale a far rifiorire un luogo bello e in parte degradato. In bocca al lupo, ragazze, che il vostro sogno cammini sulle vostre belle gambe a passo spedito. Ad maiora semper. A te Francesca un abbraccio particolare con tanto  affetto. I miei auguri vanno estesi anche alle  famiglie,  a tuo marito Basilio Lucisano, con la sua mamma Maria, a tuo fratello Stefano Poeta, agronomo, fiore all’occhiello dell’eccellenza reggina nel mondo, e alla cara mamma Rosa, con la quale abbiamo condiviso, da ragazze, piacevoli momenti paesani di svago.

 

Repetita juvant

Spesso  la ripetizione di qualcosa annoia, stanca, irrita, aldilà dei modi di dire. In questo caso  la locuzione  è  pertinente  anche  come metafora. Non si tratta qui, infatti, di ripetizione di parole, ma di situazioni. . Prendi, dunque, un gruppo di compagni di liceo che dopo 48 anni dalla maturità si riuniscono  goliardicamente e,come per magia, si  ritrovano nell’atmosfera della classe scolastica in maniera più spensierata e amabile. Ed ecco che tra la vivacità briosa di un chiaro di Luna Ribelle e l? accoglienza in certo modo  sofisticata del Circolo del Bridge  l’11 e il 26 di settembre, nel breve giro di quindici giorni ci si ritrova in due incontri ravvicinati…….del terzo tipo, come dire della terza ( ?) età.

La competizione e l’agonismo, le tensione che ti stringe lo stomaco tra una interrogazione e un compito in classe, la preoccupazione che frena, e, forse pure talora, inibisce il tuo io, per non urtare la suscettibilità di un gruppo docenti bravissimo e severo, lasciano adesso il posto ad una serena e cordiale convivialità, ritrovando uno spirito di gruppo libero da ogni forma  di  condizionamento e,  quindi, spontaneo e genuino. Il gruppo è piacevolmente aperto, nel senso che ci si rivede anche  con compagni con i quali si è fatto un percorso scolastico limitato, e questo contribuisce ad allargare la prospettiva con l’arricchimento di episodi diversi. IL gruppo, questo nostro gruppo spontaneo è pure osmotico, perchè  vivacizzato da vicendevoli scambi culturali e di esperienze di vita vissuta in dimensioni diverse. E tra pantagrueliche portate di cibo riemerge prepotente la memoria di episodi, fatti e misfatti mai in oblio, ma in certo senso accantonati in apnea in attesa di tornare a galla più vividi che mai. Fisionomie modificate dal tempo che devi sforzarti per riconoscere, nomi che rimbalzano per poi collegarli ad un fisico, alcune volte modificato dal tempo, per ricercare ancora  il quid ( ? ) e ritrovarsi, con sentimenti di amicizia rinnovati . Abbiamo salutato tutti con piacere, dunque, l’iniziativa di Sergio, che è riuscito a radunare molti di noi, in giro qui e là per il mondo, per il primo degli incontri di questo settembre 2017; sempre Sergio, successivamente, ha coordinato il secondo incontro su espressa richiesta di Totò, che è stato il mattatore della serata.Ho pensato di fissare per iscritto queste mie riflessioni raccogliendo il materiale prodotto fino ad ora, le foto, quelle degli anni del liceo e le altre successive,  insieme alla bella lettera di Roberto in occasione del primo degli ultimi due  incontri.  Sarebbe bello che ognuno di noi contribuisse con le proprie considerazioni ad arricchire questi scritti, magari con il racconto di aneddoti che hanno lasciato il segno, attualizzandone la memoria, e anche con esperienze del proprio vissuto Poi potremmo raccogliere tutto il materiale in una specie di reportage, un instant book aperto, in itinere, nel segno della continuità con il girotondo  che ogni tanto facevamo tenendoci per mano nel cortile della nostra scuola, e che in seguito è continuato come percorso di vita di ognuno di noi in giro qui e là per il mondo.

A margine ho messo le foto vecchie, mie e di Roberto, e recenti e chiedo scusa se c’è una certa confusione, ma questo spazio è solo un blog dove non posso muovermi con professionalità. Eventualmente, volendo, potremmo ordinare tutto il materiale e riprodurlo su cartaceo .

E’ d’obbligo, a questo punto, ricordare come nasce la storia dell ‘ormai famoso Quid

Insegnante di scienze ( gesticola con la mano, apre e chiude le dita)  : “ Voi dovete cercare il -Quid- di ogni cosa”

Totò si alza e, chino a terra, va in giro per l’aula guardando e riguardando sul pavimento

Insegnate di scienze : Vai fuori, che fai ?

Totò :Professoressa !….. sto cercando il Quid

 

Enza Meduri. Proprio ora mi è venuto in mente un episodio della prof di scienze: “ricordatevi che l’esame di maturità rappresenta la resa dei conti. Per voi però la resa si tradurrà in una arresa”

Reggio Calabria: compagni del Liceo Da Vinci si ritrovano 48 anni dopo la maturità [LE FOTO DEL PRIMA E DEL DOPO]

Dopo tanti e tanti anni si ritrovano i compagni del Liceo Da Vinci di Reggio Calabria: il racconto della serata

 

classe A del Liceo Scientifico di RC (2)

Si sono ritrovati ieri sera in riva allo Stretto, ben 48 anni dopo la maturità, i ragazzi della sezione A del Liceo Da Vinci di Reggio Calabria. Ecco la lettera di un “ex alunno”:

Un salto nel passato.

La telefonata di Sergio che preannuncia un raduno di vecchi compagni di scuola: tanti anni sono passati esattamente 48 dal nostro diploma. E subito ci vengono in mente tutti i compagni: quelli studiosi e quelli meno, quelli belli, quelli simpatici, e la serietà delle nostre compagne. E come poi non ricordarsi dei professori terribili, di quelli geniali, di quelli dall’aspetto di lord, di quelli un po’ nevrotici, di quelli ambigui. E le interrogazioni da far paura che ancora oggi ricordiamo.

E poi, dopo il diploma, ciascuno per la sua strada.

 

classe A del Liceo Scientifico di RC (1)Alla fine i vecchi compagni di scuola, anche quelli più vicini, finiscono per perdersi di vista.La telefonata appena arrivata, quindi, si apre con il cuore in gola: sono passati tanti anni dalla mitica sezione classe A del Liceo Scientifico di RC.

Cominciano i dubbi ed i timori:

saro’ troppo invecchiato perché mi riconoscano?

Mi diranno ma come ti sei trasformato, hai messo anche pancia.

Riusciro’ a  ricordare i nomi di tutti i compagni e come eravamo disposti nei banchi?

Il mio aspetto reale e attuale non assomiglia piu’ a quello di tanti anni fa.

Forse mi potrà consolare l’aver realizzato gli obiettivi professionali. Ma questo basterà per conservare la mia vecchia simpatia?

Ed allora mi assale un dilemma: affrontare i miei compagni di scuola con tutti i potenziali rischi dei confronti e dei commenti forse poco piacevoli o inventarsi, invece, un impegno per non essere presenti? 

Ma in questo caso la bella idea di ritrovarsi e la mia curiosità prevale sul timore: poi non posso non riconoscere l’impegno di Sergio che come un cane da caccia non ha mollato la preda riuscendo a stanare anche i più riottosi. Ed allora sono presente.

Chissà che fine ha fatto il tale, così bravo a scuola, oppure il tal’ altro, che invece era per tutti un asino patentato?

Chissà se verrà anche la compagna vicina di banco che mi passava il compito e che per anni mi ha accompagnato nei miei  pensieri più segreti?

Insomma  ho gettato il cuore oltre l’ostacolo, ho spostato i miei impegni e ho fatto di tutto per parteciparvi con tanto entusiamo.

Peccato per coloro che hanno detto all’inizio “ci sarò senza dubbio…” pero’ poi  all’ultimo minuto hanno deciso  di non partecipare, torturati dalla paura dell’impatto con il passato e del confronto tra chi erano e chi sono: si sono fatti prendere dal panico e hanno finto di essere malati.

Salutati con rammarico da tutto il gruppo che digita partecipe: “Poverino, rimettiti, sarà per la prossima volta”. E in realtà tutti pensano: “mio caro, hai avuto una fifa matta…”.

Alla fine arriva il momento atteso: difficile riconoscere tutti questi signori di mezza età. A volte è solo lo sguardo che aiuta, altre volte è la voce che è rimasta la stessa.

Le compagne di classe, in genere, se la cavano meglio. Anche merito delle maggiori cure che le donne, di norma, dedicano al proprio aspetto. Per alcune il tempo sembra proprio non essere passato: solo le rughette intorno agli occhi, quando sorridono, denunciano che tanti anni se ne sono già andati dall’ultima volta che le avete incontrate. Alcune, anzi, sono più sicure di sé, più consapevoli di piacere al prossimo e persino più magre. La serata passa via veloce tra gli aneddoti del passato raccontati a più voci, i ricordi condivisi, la gita di classe, il professore più amato, e forse le storie d’amore tra compagni.  

Forse sarebbe meglio conservare i ricordi della giovinezza e non sottoporsi allo stress di venire giudicati, soppesati per l’aspetto, per la riuscita professionale e personale, quando sarebbe così facile lasciare le cose come stanno.

Ma qualcosa che resta, al di là delle chiacchiere e dei ricordi tra vecchi compagni di scuola, c’è: l’emozione di guardarsi indietro e, con un senso di vertigine, scoprire quanta strada abbiamo fatto e la direzione che abbiamo preso.

È la certezza di venire proprio da lì, di avere delle radici e delle motivazioni in comune con quelli che, a prima vista, sono solo un gruppo di signori di mezza età un po’ sciupati. E invece sono proprio loro: i tuoi amati compagni di scuola.

Un abbraccio 
Roberto Trunfio

( Pubblicata su  http://www.strettoweb.com/2017/09/reggio-calabria-compagni-del-liceo-da-vinci-si-ritrovano-48-anni-dopo-la-maturita-le-foto-del-prima-e-del-dopo/601382/#Dr9HQKX1p7q1eVFQ.99 )

 

 

 

C’ero anch’io

La mia terra

Ti sento nel sussurro delle onde marine

ti vedo ma mi sei lontana

mi accogli ma ti sento fredda

la lontananza mi ha fatto perdere

il calore e la sensisività dei tuoi colori

mi allontano, e vedo che m’insegui ancora

ma il mio cuore ormai è lontano da Te

forse un giorno mi accoglierai e sarò tuo.

 Vincenzo De Benedetto

 

 

Stamani, a Palazzo Alvaro, Vincenzo De Benedetto ha presentato il suo bel volume sui Fatti di Reggio del 1970 e dintorni. Ho letto il libro, so quanta fatica e impegno ha profuso l’autore in un Paese come l’Italia nel quale è difficile fare qualsiasi ricerca.Io c’ero durante i Fatti dei quali si è discusso,  e c’ero pure  stamattina e devo dire che la cornice di oggi non è stata adeguata all’evento, dal momento che l’impianto audio funzionava malissimo facendo disperdere nell’etere molto di quanto veniva detto dagli oratori di turno. Devo esprimere le mie più sentite felicitazioni al professore  De Benedetto, reggino d’origine, romano di adozione, perchè con pazienza certosina e indomabile fervore, è riuscito a scavare in una “miniera” istituzionale documenti originali che fanno fede, quasi ce ne fosse bisogno, delle storture e dei soprusi subiti da una città come Reggio Di Calabria, che ha osato ribellarsi, rivoltarsi contro le ingiustizie  dell’apparato statale cosiddetto democratico, che, invece di cercare di capire e di ascoltare, ha preferito soffocare con i carri armati e nel sangue le istanze di un intero popolo. Onore e merito, dunque, all’autore; il quale cercando di attualizzare le memoria storica, come d’altra parte, è giusto fare, insiste nel dire, confortato dall’orizzonte del suo Osservatorio Romano,  che nella nostra città mancano i manager della cosa pubblica, necessari per far emergere  Reggio dalla palude in cui si trova ormai da troppo tempo, e per frenare l’emigrazione degli indigeni. Su questo aspetto io dissento dall’opinione dell’autore, con il quale mi sono confrontata più volte : questo problema, se vogliamo considerarlo tale, non è una esclusiva della nostra città e a questo proposito mi verrebbe da dire “nemo propheta in patria”, nel senso che il fenomeno, e qui mi riferisco all’emigrazione culturale, è antico come ci racconta la storia, ed è diffuso a tutte le latitudini perchè riguarda l’uomo, in quanto essere umano; senza trascurare un altro aspetto che è pure abbastanza diffuso di una osmosi residenziale, per cui si va e si viene, oggi magari più facilmente che in passato. Sono pure convinta che a Reggio e provincia ci sono delle persone preparate, colte, serie, che lavorano con amore e passione nel quotidiano, lontano dalla luce dei riflettori pseudosociali, e dai palcoscenici illusori.  Non posso fare a meno, poi, di spendere due parole sul Signor Arillotta, che ha presentato il lavoro stamani nel salone della Provincia : non solo storico, adesso  Arillotta è pure linguista perchè ci ha tenuto a precisare la differenza tra il termine”rivolta” e quello ” ribellione”, facendo una distinzione assolutamente gratuita, perchè si erge aldisopra addirittura della Treccani: non sa il Professore-Storico che rivolta e ribellione sono sinonimi?, come si fa, con pompa cattedratica, tanto invisa a tutti e soprattutto ai giovani, a prendere queste topiche? Come si fa, ancora, a demonizzare la lettura sugli strumenti digitali in favore di quella cartacea ? Certo che è bello avere tra le mani un buon libro e sentirne l’odore e degustarne il sapore, ma, accanto, la validità della lettura digitale è fuori discussione ed altrettanto importante sia per l’immediatezza, che per comodità. i mezzi informatici sono, infatti, secondo me, una risorsa non un impedimento.

Il messaggio che, secondo me, aldilà della validità della ricerca della verità storica, emerge in maniera prepotente dalle pagine  della fatica di Vincenzo De Benedetto per le nuove generazioni è che bisogna essere sempre determinati e decisi a raggiungere gli obiettivi, i desideri, i propri sogni, che camminano sulle nostre gambe. L’autore ci ha creduto, aldilà di ogni ragionevole dubbio : aveva in mente questo libro, che per lui è come un figlio,che dopo una lunga e travagliata gestazione, è venuto, finalmente, alla luce.

I versi, densi di sentimento e passione, messi ad apertura di questo pezzo, dicono il legame affettivo dell’autore con la sua città d’origine; proprio da questo sentire nasce il bisogno irrefrenabile di cercare e raccontare la verità. Complimenti , in bocca al lupo e sempre ad maiora.

 

Peppino , sindaco bambino

Peppino Sindaco Bambino

Racconto Breve di Carmela Suraci 

Peppino è un bambino sempre pulito e ordinato, la sua mamma lo fa vestire come un piccolo Lord, ha capelli neri, lisci e un po’ lunghetti, sempre lucidi e ordinati. La sua famiglia, sempre attenta, lo incoraggia, anzi lo sprona, affinché si prepari perché crescendo dovrà fare grandi cose.
Ma Peppino ha un grande sogno, vorrebbe poter trascorrere un intero anno a giocare in quei giardinetti dove ci sono delle giostrine e si vedono sempre tanti bambini, ma a lui quei divertimenti sono proibiti perché la sua mamma pensa che si sporcherebbe e non sarebbe più tanto bello ed elegante.
Una notte Peppino sogna una bimba bellissima che gli dice di essere una fata-bambina e può esaudire ogni suo desiderio. Peppino non sa se è sveglio o se sogna ancora, ma esprime il suo desiderio: “Voglio essere il capo della città più bella del mondo per poterla riempire di tante giostrine”. Detto fatto, al suo risveglio si ritrova a capo di una città bellissima, anche se un po’ malridotta, ma questo a lui non importa. Comincia subito a darsi da fare e cerca spazi liberi dove pote mettere piccole giostre e giardini dove i bambini possano andare a passeggiare e a giocare con lui. I giorni però passano e bambini con i quali giocare non se ne vedono e Peppino comincia a chiedersi perché. Una notte però nei suoi sogni ritorna quella piccola fata, che non appare più così splendente, ha i capelli arruffati e sporchi, le mani e il vestitino sporchi e il viso triste. Peppino le chiede perché non si sta realizzando a pieno il suo sogno e la fata gli spiega che i bambini di quella città non possono uscire di casa perché se si sporcano quando rientrano non si possono lavare perché dai rubinetti non scorre più acqua, non possono uscire perché le strade della città sono piene di buche e di pozzanghere fangose. poi ci sono gli alberi che sono divenuti pericolosi perché cadono e rischiano di far male a chi ci sta sotto e la città è piena di sconosciuti che potrebbero far loro del male.Inoltre, gli altri bambini non sono fortunati come lui, si sentono deboli e stanchi perché è da molto tempo che fanno un’alimentazione strana, mangiano sempre pasta bollita e insalata di quella già lavata nelle buste dei supermercati; niente frutta, niente carne e niente pesce perché, dicono le mamme, è difficile pulire la cucina.
Peppino diventa molto, molto triste e non sa come fare a riparare a tutto ciò, purtroppo però lui è solo un bambino, forse un po’ viziato,ma sempre un bambino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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“La nave è ormai in preda al cuoco di bordo e ciò che trasmette al microfono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani”   

                                                                                         Kierkegaard

 

 

 

A pelle questo Papa, Bergoglio, non mi è piaciuto sin da subito, gli ho visto uno sguardo furbastro.Ho letto molto di quanto viene scritto su questo papato, sicuramente anomalo mentre i misteri vaticanensi si infittiscono sempre più. Le cosiddette dimissioni di Ratzinger e l’elezione di Bergoglio nascondono, secondo me, molte verità non dette.Qui e ora non intendo fare una ricerca anamnestica su fatti e misfatti relativi all’impero papale, dentro e fuori le mura del Vaticano perchè non ne ho i mezzi ; faccio solo delle considerazioni da popolana sic et simpliciter, che vede la Chiesa come una enorme impalcatura  costruita sulla figura di Gesù Cristo, mutuando da altri miti e credenze precedenti storie e personaggi spesso deificati, che la Chiesa ha usurpato adattandoli ad un calendario cosiddetto ecclesiastico per fare proseliti e nutrire il popolo dei fedeli, impressionandolo spesso con la minaccia delle punizioni di un Dio giudice severo su parametri umani. Nasce così e via via si ingrandisce un popolo spesso bigotto che si deve barcamenare tra pentimenti e confessioni per guadagnare la beatitudine eterna. Lungi da me fare un processo alle intenzioni di chi crede in Dio e ne onora il figlio Gesù, non è, questo, un mio pensiero, anzi! Mi pongo con molto rispetto nei confronti di chi si nutre di una fede cieca e illimitata e la mia inquieta ricerca del soprannaturale metafisico  si rammarica di non poter avere assiomatiche certezze. Ritengo semplicemente che una cosa è la fede, altra cosa è seguire i dettami, le regole imposte dalla Chiesa temporale. La fede, infatti, è un convincimento intimo e profondo, che riguarda l’animo umano; laddove le leggi ecclesiastiche riguardano comportamenti esteriori stabiliti dagli umani di turno. Umani,nel senso di persone capaci di intendere e di volere, perchè in quanto ad umanità come valore, gli addetti  alle sacre cose lasciano molto a desiderare, e molto spesso non hanno dato e non danno un buon esempio. Senza andare lontano basta e avanza leggere  di Manlio Simonetti  “Il Vangelo e la Storia” , uno scritto, libero da qualsiasi condizionamento confessionale, risultato di ben cinquanta anni di studio e ricerche certosine,che documenta i travagli religiosi, politici e sociali del cristianesimo dei primi secoli. Per non dire delle gerarchie ecclesiastiche, luoghi, da sempre e tuttora, di lotte intestine spietate. E sì che Geù Cristo ha mandato in giro per il mondo gli apostoli, che sarebbero i vescovi dell’ordinamento ecclesiale, ai quali si sono aggiunti in ausilio i sacerdoti. Se così è, come raccontano i fatti, che senso hanno le alte gerarchie, se non quello di acquisizione di poteri sempre più forti nei diversi settori delle società? Perchè la Chiesa, istituzione “squisitamente” spirituale,  deve avere uno Stato laico, il Vaticano?Perchè deve possedere beni immobili e finanziari? Perchè il Papa deve essere Capo di Stato e non solo e solamente pastore di anime ? Perchè i prelati, dai semplici preti agli uomini delle alte sfere godono di impunità incredibili? Misteri, fatti e misfatti, reati gravissimi, compiuti da uomini di chiesa, pur se raggiungono talora un clamore mediatico, poi vengono edulcorati e nel tempo affievoliti fino alla loro scomparsa come non fossero mai stati commessi, laddove il  credente-praticante, come un misero tapin, viene costretto a colpevolizzarsi e  confessare un innocente pensierino per guadagnarsi la vita eterna. E questo Papa Bergoglio?  Perchè lo chiamano Francesco e basta? mi sa tanto di una operazione mediatica, ahimè! Perchè prima di entrare a piè pari, nella vita politica italiana, non fa pulizia nelle sue stanze? Perchè  non caccia via dal tempio i Farisei ? perchè non dice la verità su Emanuela Orlandi  e le altre ragazze scomparse nel nulla evangelico? Perchè se una persona contrae più matrimoni civili e nessuno come sacramento, di fronte alla Chiesa è immacolato ? che legge morale è questa ? per non dire degli scandali della Sacra Rota! Perchè in Italia il Papato come una longa manus  gestisce beni e servizi e condiziona politica ed economia  entrando in ogni dove? E il famoso principio “libera Chiesa in libero Stato” che fine ha fatto nel nostro Paese? Forse un ripassino tra il pensiero di Kierkegaard e quello di Kant sarebbe opportuno di tanto in tanto. Alzare gli occhi ad accorgersi che c’è il cielo, anche quello stellato , e sentire nell’anima  l’imperativo categorico della cosiddetta legge morale, possono tornare utili a tutti e anche e soprattutto a  quel clero che si è consacrato a Mammona.  Ahimè, la Chiesa mi ha rubato il mio Dio!

 

 

“Tutte le chiese, tutte le comunità religiose mancano del contrassegno più importante della Verità. Essendo fondate su una fede rivelata ed essendo perciò legate ad una serie di specifici eventi storici, sono prive di validità universale. E’ sostanzialmente inutile ricercare tra le varie tradizioni religiose quale sia la religione vera: quel che importa è agire bene. Compiere il Bene, la Virtù, per amore del Bene stesso relativizza non tanto la verità bensì l’esistenza delle singole comunità religiose, le quali si presentano ormai più come un ostacolo che come una via al conseguimento dell’unica religione morale,la sola davvero uguale per tutti.”  Kant