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La camicia rosa

Solo una camicia rosa. Volevo comprare solo una camicia rosa e, mamma mia, mi sono sentita come un E.T., come fossi un extraterrestre. Ora, che io mi senta aliena nella società nella quale mi è capitato di vivere la mia esperienza in  questo mondo, è un dato di fatto incontrovertibile; come è altrettanto vero  che io sia sempre fuori dal coro e che mi piaccia  andare controvento come è scritto nel mio genoma. Questa è però un’altra storia, perchè io volevo solo comprare una camicia rosa. Sì da uomo; mio marito ha sempre in dotazione almeno due camicie rosa, una a manica corta e una a manica lunga, che stanno benissimo con qualsiasi colore di giacca, nera, blu o marrone, insomma è un colore portabile.

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Negli anni scorsi non abbiamo avuto alcun problema per l’acquisto di questo capo, anzi ne siamo stati accompagnati  proprio dai  negozianti di turno, che ne erano comunque forniti normalmente.Giusto per rinfrescare il guardaroba, poco tempo fa, avevo pensato di comprarne una nuova e ho cominciato a guardare  tra il mio gironzolare in città, tenuto conto del fatto che la nuova  camicia rosa non rientrava in un bisogno più o meno circoscritto nel tempo. Guardando qui e là però la camicia rosa non si vedeva più ; e allora ho cominciato a cercare con curiosità e a poco a poco, credo di avere chiesto in tutti i negozi di Reggio Calabria : ” Non si usa, non la chiede nessuno, lei è la prima persona a chiedere la camicia rosa ”   senza dire che alcuni negozianti alla mia richiesta mi guardavano storto, come fossi un’ aliena, e via di questo passo fino a che l’acquisto di questa camicia è diventato per me  di fatto una vera necessità. E’ diventato, infatti, un bisogno indotto dalla difficoltà a reperire l’oggetto.Non riuscivo e non riesco a capire  quale sia il motivo da non prevedere tra gli articoli da proporre per la vendita anche la Camicia Rosa, per uomo, normalmente, in modo naturale come qualsiasi altro capo. L’ostacolo pare sia il colore, che risulterebbe poco maschio !!???  A questo punto, se vogliamo approfondire il discorso dei colori dobbiamo raccontarci la loro storia.

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Proprio sul colore rosa la narrazione è quantomai interessante e sulla sua declinazione attuale al femminile contrapposta al celeste/blu mascolino  è stato scritto pure qualche libro come “Pink and blue” di Jo.B. Paoletti,  e nel 2014 a Boston, presso il Museum of Fine Arts è stata allestita addirittura una mostra per illustrarne la storia.   Per concludere, alla fine della fiera, che la distinzione attuale tra rosa/donna e azzurro/uomo, rientra in un’ennesima operazione di marketing che ha capovolto gli usi precedenti e si è affermata intorno alla metà del secolo scorso. Infatti precedentemente  proprio il rosa era considerato un colore maschio, perchè espressione di forza e virilità, mentre il blu, ritenuto un colore calmo, sarebbe  più indicato per le bimbe.Ahimè.Io, però, volevo comprare solo una camicia rosa. Da uomo. In un negozio qualsiasi.

Rosa, la storia del colore che fino agli anni ’40 rappresentava forza e mascolinità

Il “pink” possiede un significato sociale e una forte associazione di genere più di ogni altro colore

di SDWWG 


Dall’ottobre 2013 al maggio 2014, al Museum of Fine Arts di Boston si è tenuta la mostra Think Pink, un’esposizione per esplorare la storia e l’impatto sociale del colore rosa. La curatrice, Michelle Finamore, ha raccontato di come in passato il colore non fosse associato ad alcun genere, portando ad esempio uno dei quadri esposti. Si tratta di un dipinto nel XVIII secolo che ritrae due bambini che indossano vestitini femminili, uno rosa e uno giallo: “Sopra portano un grembiule — spiega Finamore — e non è possibile dire se siano maschi o femmine”.

La parola “pink” comparve per la prima volta verso la fine del 1700. Come dicevamo, allora il termine non era legato a un genere come lo è oggi, che lo vede fortemente associato alla femminilità. Erano tempi, quelli, in cui anche gli uomini indossavano il rosa e lo utilizzavano addirittura, in combinazione al bianco, per gli interni delle proprie abitazioni.

Basti pensare al celebre “pink suit”, l’abito rosa indossato da Jay Gatsby nel Il grande Gatsby, il capolavoro di F. Scott Fitzgerald del 1925. Il colore era infatti considerato simbolo di passione e mascolinità, una versione del rosso più adatta alla vita sociale, che si allontanava dall’accezione “bellicosa” a cui quest’ultimo era legato.

Leonardo Di Caprio nel ruolo di Jay Gatsby (“The Great Gatsby” di Baz Luhrmann, 2013) indossa il celebre abito rosa.

Si pensi che il rosa non solo veniva indossato dagli uomini, ma alle bambine era perfino consigliato il colore blu. In un’edizione del 1918 di Earnshaw’s Infants’ Department si legge:

La regola generalmente accettata è rosa per i maschi e blu per le femmine. La ragione sta nel fatto che il rosa, essendo un colore più deciso e forte, risulta più adatto al maschio, mentre il blu, che è più delicato e grazioso, risulta migliore per le femmine.

Bambino in rosa, American school of painting (circa 1840)

Ma come si è arrivati a trasformare il rosa nel colore che più di ogni altro possiede un significato sociale e una forte associazione di genere? A partire dagli anni ’40, le aziende di abbigliamento iniziarono a produrre indumenti femminili in rosa e indumenti maschili in blu, senza ragione alcuna. O meglio, sembrerebbe che l’unico motivo fosse la certezza che i due sessi preferissero il nuovo colore che gli era stato assegnato.

In realtà, alcuni studi condotti sull’argomento hanno rivelato che non è affatto realistica la credenza secondo cui le persone di sesso maschile preferiscano il blu e quelle di sesso femminile amino il rosa. Piuttosto, le ricerche hanno mostrato come il rosa, tra gli adulti, sia uno dei colori tra i meno amati.

Nonostante gli sforzi del Movimento di Liberazione delle Donne, che durante gli anni ’60 e ’70 (e tra le innumerevoli altri azioni) ha tentato di abolire questa assurda differenziazione, spingendo per l’uso di colori neutri che non venissero associati ad alcun genere, le aziende di abbigliamento hanno trovato il modo di calcare la mano sulla distinzione, facendo leva sui bisogni dei futuri genitori.

Da allora, il costume si è radicato nella società occidentale e solo in tempi recenti si sta assistendo a un embrione di rivolta per sorpassare questa associazione colore-genere una volta per tutte.

Proprio nella storia particolare del rosa risiede il significato di scegliere il “pink” come colore distintivo della nostra agenzia. Una storia che lo ha visto come unico protagonista di una diatriba durata decenni: uomo o donna? maschio o femmina? A chi appartiene il rosa? Perché come diceva Virginia Woolf:

In ognuno di noi presiedono due poteri, uno maschile, uno femminile. La mente androgina è risonante e porosa, naturalmente creativa, incandescente e completa.

Ecco perché abbiamo scelto il rosa, perché la più creativa delle menti è quella che sa essere sia maschile che femminile, e quale colore meglio del rosa, con la sua storia, può rappresentare la creatività?


SDWWG è un’agenzia specializzata nello sviluppo di strategie di comunicazione complesse. Nasce a Milano nel 1983 ed è caratterizzata da un approccio multidisciplinare, crossmediale e strategico. Le competenze dell’agenzia variano dal web design all’advertising, dal digital marketing alla marketing automation, dal content marketing allo sviluppo di piattaforme di e-commerce

 

paura

 

 

La Paura andò al mercato

e un crauto comprò;

tornò a casa,

accese il fuoco,

mise l’acqua

 e il crauto vi buttò.

A poco a poco,

l’acqua evaporò

e il crauto un bond diventò.

 

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La Paura digiunò,

Coraggio diventò

e per questo votò NO

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MI piace dare spazio a questa riflessione del Prof De Benedetto, reggino di nascita, romano di adozione, sempre legato alla sua terra d’origine per la quale spende tuttora generosamente un impegno  sempre rinnovato di energie fresche e attuali

 

Mi spiace da lontano inserirmi in una  tematica di capitale importanza per la vita, le attività e lo sviluppo della città di Reggio Calabria.

Da anni scrivo della valorizzazione e  del possibile sviluppo della città dello Stretto, con una richiesta circostanziata di una scuola politico-manageriale internazionale per i figli di Reggio e del Sud.

Le mie segnalazioni, frutto di anni di studi, non hanno convinto  gli amministratori locali, Segnalavo la necessità in vista del 2026, per la formazione dei quadri onde condurre la nuova città a concreti risultati (ponendo un obiettivo temporale in cui vi fosse tutto il tempo possibile per istruire).

Oggi invece abbiamo una città metropolitana  (paesana) sminuita nell’importanza, con la città declassata, impoverita di strutture, impianti e dal punto di vista demografico.

Si avrà cosi la città metropolitana senza quadri, ma in un quadro stupendo. IL TEMPIO DELLO STRETTO: chi l’amministrerà? Con quali competenze? Quali scuole internazionali hanno frequentato i figli di Reggio, se non a titolo personale?

I miei scritti hanno trovato gli amministratori della città completamente assenti su quanto riferivo, unitamente a una popolazione disattenta nei riguardi di quella cultura politica che dovrebbero vivere quotidianamente, non certo perché lo scrivo io, ma per avere successo nei comportamenti di vita e per sapersi comparare con interlocutori … più linguacciuti!

In città e in Provincia a mia conoscenza non esistono Scuole o Centri studi di rilievo  internazionali, ma corsi regionali di formazione professionale, utili seppur non idonei alla gestione del nuovo Ente bisognoso di personale, che sappia aprire le porte ed i portoni parlando tre o quattro lingue, corredati con elementi di,  contabilità, mondo finanziario e scientifico, industriale e produttivo, di mercati e di borse, ecc.

Così faccio un appunto alla città. In tempi remoti non è stata fortunata affinché i suoi figli fossero avvezzi  alla lingue straniere, anzi la città non ha mai avuto docenti di lingua inglese o tedesco e spagnolo. I reggini dovrebbero conoscere la storia di dette problematiche che sono argomenti di vita per i propri figli. Si è a conoscenza che il territorio, la provincia vive con il terziario e il primario; studi sui tre comprensori –  DEL TIRRENO, DELLO STRETTO E DELLO JONIO – evidenziano una mancanza di uniformità nei vari aspetti di sviluppo e di produzione. Da anni scrivo alla valorizzazione della città e nel suo sviluppo, come già detto richiedendo una scuola politica internazionale, ma anche riferendomi all’esigenza di incrementare e ristrutturare l’infrastruttura aeroportuale, associandovi un  approdo navale che dalla scaletta dell’aereo conduca alle varie destinazioni. Ancora richiedendo la strada statale 106 Palermo-Reggio-Taranto già prefigurata nel 1962 da Lupoi ad Amintore Fanfani, il recupero della ex base missilistica di Nardello (Roccaforte del Greco) e tante altre cose ..

La città rimane assente, la classe culturale si nasconde, i loro figli partiranno  e diverranno non più figli di Reggio ma figli sconosciuti perdendo la identità dei loro padri retaggio da custodire gelosamente , “non di solo pane vive l’uomo”.

Altre volte ho richiamato l’attenzione del mondo professionale, dei dottori in Urbanistica, degli architetti, degli ingegneri, dei docenti di storia e filosofia, di tutto il mondo che ha il compito di educare e costruire una società  migliore.

Sinceramente dare il significato di città metropolitana a Reggio – oggi come oggi – è ridicolo in quanto mancano gli elementi più elementari per tale qualificazione: demografia, ferrovie, sistema aeroportuale, autostrade, naviglio, viabilità spazi per raduni,  sale convegni internazionali. Dove potrebbero soggiornare 5000 o 10000 persone quando la bellissima costa ionica non ha fatto una programmazione di natura turistica,  togliendo la ferrovia e facendola passare sotto Cardeto?

E’ di oggi un colloquio con un dirigente di una multinazionale  reduce da un incontro a Parigi con 1500 partecipanti convegnisti: Parigi ha il titolo e l’esperienza di metropoli e si può pregiare di tale ospitalità che produrrà ricchezza.

LE MIE ARGOMENTAZIONI NON DOVREBBERO PORTARE ALL’AVVILIMENTO MA SOLAMENTE A FAR CAPIRE CHE PER FARE CIO’ CI VUOLE TEMPO E CULTURA, COSA CHE  SUL TERRITORIO MANCA.

Al presidente della regione, al Sindaco Metropolitano, al rettore della Università mediterranea, ai presidi di tutte le scuole di ordine e grado, alle diocesi, ai Centri studi e scuole straniere con interesse nel sud, al servizio culturale Rai dico questo.

Date qualche “formazione-informazione”, non rimanete soli nei vostri Uffici, rendete partecipe la popolazione, lasciando il partito e la ideologia fuori. Costruite Commissione di lavori e centri studi ma non con persone raccogliticcio ma con esperti che possano contribuire con le loro esperienze a dare impulso allo sviluppo e alla produzione. Capisco anche le difficoltà ambientali ma se gli uffici governativi sbagliano anche il singolo o gli uffici privati possono sbagliare. Per UN MIGLIORAMENTO di tutta la comunità “è bene che le parti si comportino tutte rispettosamente secondo le leggi dello stato e del vangelo”.

 

Dott. In Urbanistica
Vincenzo Prof. De Benedetto

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di Tari Romeo-Pare proprio che De Silva abbia nel DNA i geni delinquenziali, e l’avere scoperto di essere figlio del boss Ulisse Mazzeo certamente non serve a placare le sue inquietudini, anzi dopo aver verificato la veridicità delle proprie origini, trova ancora stimoli a continuare la propria “mission” barcamenandosi tra famiglie di mafia, forze dell’ordine e poteri istituzionali anche quelli occulti che operano nell’ombra, come i servizi segreti, anche  quelli deviati. i commerci tra droghe e uranio impoverito fanno da sfondo all’attività della Squadra della Duomo, mentre la Rachele Ragno ormai rimasta sola, cerca nel trafficante, appartenente al mondo dei colletti bianchi, Torrisi, non avvezzo all’uso delle armi e agli agguati con inevitabili sparatorie,  l’ultimo baluardo alla propria supremazia tra le famiglie di mafia, per buona parte decimate, sempre più determinata a concludere l’affare della vita. Altro motivo che sottende l’ottava stagione di Squadra Antimafia, è la ricerca del cosiddetto tesoro di Rosy Abate, ricerca affidata all’agente Rosalia Bertinelli, la quale si appassiona al caso nutrendo seri dubbi sulla morte di Rosy. E mentre continua le indagini, cercando aiuto anche dalla madre detenuta per mafia  nelle carceri di Catania scopre qualcosa di sensazionale : guarda un pò che lei, proprio lei, la poliziotta in prima linea Rosalia, che si è dissociata e ha preso drastiche posizioni nei confronti della propria famiglia,guarda un pò che proprio lei sia in qualche modo sorella proprio di Rosy Abate, per la quale, nonostante tutto nutre, sin dall’inizio, un sentimento misto di tenerezza e commiserazione pur non avendola mai incontrata di persona. Sarà il richiamo del sangue ? Rivedremo Rosy Abate, dunque, e magari nella puntata di venerdì 28 ottobre ?

 

Venerdì 21 ottobre la settima puntata

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di Tari Romeo-Nelle lunghe stagioni di Squadra Antimafia Valsecchi ci ha fatto vedere di tutto e ci ha preparato ad ogni sorpresa, ma il fatto che De Silva fosse figlio di Ulisse Mazzeo non l’avrebbe immaginato nemmeno lo spettatore più fantasioso. Ebbene sì, pare proprio sia così. Il boss sfugge alla morte uccidendo il suo sicario, del quale mutua l’identità e dopo aver lasciato il suo bimbo piccoletto alla caritatevoli cure  delle suore, scappa; dopo decenni e varie peregrinazioni in giro per il mondo rientra in Sicilia per vendicare i torti subiti .De Silva, d’altra parte, è il personaggio sicuramente più contorto della fortunata fiction : c’è dappertutto e non si capisce bene come si muova tra interessi privati e intrighi mafioso-politici, tra i quali riesce a barcamenarsi salvandosi spesso per il rotto della cuffia e lastricando il suo passaggio con una serie infinita di assassinii. Anche lui emotivamente coinvolto nel rapporto con la figlia che vive in un paese lontano ignara degli affari sporchi  del padre; padre e figlio hanno sicuramente in comune almeno due aspetti : il sentimento di affetto nei confronti della propria famiglia, che emerge e sottende come un filo conduttore la loro esistenza e la facilità di usare il grilletto con estrema fredda  spregiudicatezza senza scrupoli di sorta.  Accanto alle due brave Anna Cantalupo ( Daniela Marra ) e Rosalia Bertinelli ( Silvia D’Amico ), due altri agenti nuovi come Giano Settembrini (Davide  Iacopini) e Carlo Nigro ( Giulio Berruti ), anche se animati da buone intenzioni,  con le loro commistioni tra vita privata e professionale rendono difficile l’operato della Duomo, che conserva dalle stagioni precedenti pochi punti di riferimento, tra i quali è importante la figura del saggio  Vito Sciuto ( Dino Abbrescia ). Piace ma non appassiona l’ottava stagione della Squadra , per la quale si sente l’usura del tempo. E mancano forse dettagli su Rosy Abate e Domenico Calcaterra, due personaggi chiave molto amati dal pubblico di questa fiction e  sui quali persiste un pesante velo di mistero.

Le tre civette

Se mala cupidigia altro vi grida, uomini siate e non pecore matte”……

 

Stanotte ho avuto gli incubi. Complice un insolente  raffreddore ho dormito poco e male mentre si alternavano al mio capezzale alcuni cantastorie che facevano di tutto per addormentarmi, senza riuscirvi, però, questa volta.

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Mi trovavo in un teatro seduta tra altri spettatori, quando sul palcoscenico bardato di rosso si presentano :  il

Primo Cantattore. Uno di questi figuri aveva le sembianze dell’attuale Presidente del Consiglio; essì che inizialmente avevo sperato che potesse essere l’uomo nuovo, libero dalla zavorra ideologica, ma già le premesse deponevano male. come fa a non sentirsi a disagio un rappresentante del popolo italiano autolegittimatosi  senza il consenso degli elettori ? la cosa puzzava già dall’inizio. Come una maschera fiorentina, discepolo del peggiore Machiavelli comincia, dunque, il prode Matteo, ad infilare una bugia dopo l’altra guadagnandosi, guarda guarda, l’appellativo del suo conterraneo Pinocchio. Aldilà di tutte le promesse svanite rapidamente  come neve al  solleone, il Nostro raggiunge lo zenit con la cosiddetta riforma costituzionale, fatta, secondo me, per prendere in giro primaditutto l’Europa, che chiede ripetutamente riforme strutturali e in seconda battuta il popolo italiano, verso il quale, è evidente, il fiorentino, nutre un totale disprezzo. perchè, di fatto, il pasticcio, che alcuni chiamano riforma, non cambia nulla, anzi peggiora la situazione già esistente: il senato rimane in maniera subdola e rimangono, stortura inaudita, i senatori a vita, che  il capo dello stato di turno usa e abusa a proprio piacimento in modo vergognoso. renziVistosi con l’acqua alla gola, il premier confessa l’errore di avere personalizzato il referendum, creando l’illusione di un ravvedimento anche se molto tardivo, e contemporaneamente gioca la carta del Ponte sullo Stretto per strappare un sì all’amico Salini. Mi dovrebbero spiegare tutti e due questi signori, cosa c’entra il Ponte con il referendum, cose da pazzi. Se Renzi volesse veramente realizzare quest’opera, dovrebbe solo fare, agire con fatti concreti, non le solite chiacchiere. e d’altra parte poi avrebbe una via dignitosa per uscire fuori dall’impasse nella quale si è cacciato, trovando il coraggio di mandare a casa la ministra Boschi, firmataria della cosiddetta riforma, nonchè menbro discutibilissimo del governo attuale, con tutte le cartacce relative alla riforma, che dovrebbe essere affidata per una nuova stesura a costituzionalisti affermati e al di sopra di ogni sospetto. Per il Ponte, diventato mobile e utilizzato alla bisogna per prendere in giro tutti, non solo i tanti favorevoli, noi, quelli del Sud, di Terronia, i veri Italiani, dovremmo insorgere, andare a legarci davanti palazzo Chigi, indipendentemente dalla propria opinione, solo e solamente per il fatto, che il Presidente del Consiglio si permette di prendere in giro la “sua”, si fa per dire naturalmente, gente.grillo

Secondo Cantattore. Accanto a lui, dunque, nella mia visione, si udivano schiamazzi e, da una criniera selvaggia, si sentiva il frinire urlato di un Grillo proprio insolente, un cantastorie ligure, che novello Garibaldi, cosa fa ?. ma sì va in Sicilia con i suoi Mille. e , mentre critica l’operato del genovese di risorgimentalista memoria, lui arringa il popolo imitando il condottiero ottocentesco con l’obiettivo di fare ancora oggi, una colonizzazione. Siamo proprio impazziti; sì perchè noi, i terroni, i veri italiani, dovremmo rimandarlo indietro a calci nel didietro invece di applaudirlo, come se fosse il salvatore della patria. Sì perchè la storia non dovrebbe essere un mero esercizio  didattico, tra l’altro in una scuola in stato comatoso, ma dovrebbe  aiutarci a non ripetere gli errori già commessi. Abituato a cambiare opinione frequentemente, i suoi proseliti accettano supinamente atteggiamenti e situazioni grottesche, secondo il principio  ” tutto va bien madama la marchesa”.

Terzo Cantattore. Per non smentire il detto ” non c’è due senza tre” tra i due sento uno sghignazzare indecente, perchè non poteva mancare il giullare di corte, un cosiddetto comico fiorentino , che mentre strapazza la Divina Commedia in maniera ignominiosa, è chiamato a prestare soccorso al conterraneo Presidente, per cui non esita a sconfessare se stesso con una faccia tosta da impudente imbroglione, ligio ai servigi del “suo ” principe, in cambio di soldini, o meglio, soldoni fumanti. Raggiunge l’apice poi il signor Benigni quando afferma che col no è peggio della  Brexit. evidentemente nella sua ignoranza non sa quello che dice, perchè l’Inghilterra dopo Brexit sta sicuramente meglio di prima. Basta imbonire le masse buttando lì a casaccio quello che capita. Chi mi conosce sa bene che a me Benigni non è mai piaciuto: non mi piace la sua “cosiddetta” comicità volgare e basata sul turpiloquio, non mi piace l’uso che fa dell’opera di Dante, che ha bisogno di rispetto e dignità, mentre il cantastorie usurpa il pensiero del Sommo Vate. E poi, proprio lui dovrebbe fare tesoro degli stimoli danteschi quando il Sommo, per bocca di Beatrice nel V canto del Paradiso, ammonisce 

“Apri la mente a quel ch’io ti paleso

e fermalvi entro; perchè non fa scienza,

sanza lo ritenere avere inteso…”

 

“…Se mala cupidigia altro vi grida,

uomini siate, e non pecore matte,

sì che ‘i Giudeo di voi tra voi non rida !….”

 

A questo punto i tre civettano con la platea frastornata che li guarda attonita e intanto   il palco si popola di figuranti, comparse e seguaci, che, tra spintoni e sgomitate cercano di guadagnare il contato con il proprio eroe e tutti insieme,  in un barlume evanescente,  sulle note  del pezzo “Libera me, Domine” dalla Messa da Requiem di Verdi, imbastiscono una danza dedicata all’Italia.

A questo punto apro gli occhi e realizzo che si era trattato solo di brutti incubi, complice la condizione precaria in cui mi trovo.

Oppure no ?

 

 

 

 

Chi  scandalizza anche uno solo di questi piccoli sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da sino e fosse gettato negli abissi del mare” ( Matteo 18 )

 

abusi-sessualiUn coro unanime.  Ieri, 11 settembre 2016 , molte testate nazionali e anche locali si sono scagliate con veemenza contro gli abitanti della cittadina calabrese perchè, non partecipando alla fiaccolata organizzata da forze sociali, hanno dato l’assenso alla violenza subita dalla ragazzina, oggi sedicenne, che per tre anni è stata preda di violenze fisiche e morali da un branco di giovinastri bestiali e criminali.

Un coro unanime. La popolazione ha paura, teme la mafia e non si espone, dal momento che uno del branco è figlio di un presunto mafioso, da cui l’equazione tutti i melitoti sono mafiosi.

Un coro unanime. Come dire dalle Alpi alle Piramidi, da Torino a Milano e giù al Sud passando per il centro a gridare vergogna e scandalo definendo il Sud , come fa una importante testata locale di Reggio Calabria, una terra di ignoranti, pecore e mafiosi.

Fuori dal coro. La mia è una voce fuori dal coro. Sono nata in un paese nel cuore dell’Aspromonte e ho trascorso la mia vita tra il mio bellissimo borgo e la città di Reggio Calabria, territori nei quali la cosiddetta mafia è abbastanza presente.Ho lavorato per molti anni in un grosso istituto di credito, senza mai cedere a compromessi nè sul lavoro e neanche  nella mia vita privata Ho subito anch’io qualche azione cruenta, non dal punto di vista fisico per fortuna, regolarmente denunciata alle forze dell’ordine e per mia scelta personale non ho mai partecipato a manifestazioni di piazza di alcun genere. Ho combattuto, sempre con successo, le mie battaglie, e sa solo Dio quante, da sola, senza guardare in faccia nessuno e spesso attirandomi antipatie e rancori. E chi se ne frega. Non ho mai cercato consensi o applausi, ma solo la serenità della mia coscienza.

Fuori dal coro. Considerando i fatti  che suscitano  tanto scalpore nei media si tratta di una situazione che ha visto la ragazzina di Melito di Porto Salvo violentata e abusata per tre lunghi anni: dove erano in questi anni la famiglia, le forze dell’ordine, la Chiesa , e la cosiddetta società civile ? Dove erano costoro ? Il paese è piccolo e la gente mormora, le notizie passano di voce in voce, o per meglio dire sotto-voce., molto “sotto” E solo oggi sentiamo dire all’arciprete che nel paese c’è molta prostituzione. E poi, in maniera vergognosa questa sì, qualcuno viene fuori con la fiaccolata di solidarietà alla famiglia : cose da pazzi, anzi no, siamo omologati e omogeneizzati per celebrare la morte e la sofferenza invece di cantare la vita. Ci siamo dati questo indirizzo e portiamo avanti il proposito con tutte le nostre forze, a qualsiasi costo.

Fuori dal coro. La Chiesa dicevo: la cronaca di tutti i giorni ci racconta, ormai da qualche tempo, di abusi sessuali e morali da parte di religiosi  su minorenni; fatti questi sui quali in Italia c’è il più assoluto silenzio sociale omertoso. Non vogliamo chiamare mafia tali comportamenti ? Si è mai manifestato nel nostro bel paese contro questi figuri ? E mentre negli USA si è avuto il coraggio di narrare queste situazioni oscene con il bellissimo e duro film  Il Caso spotlight, in Italia l’ipocrisia omertosa comanda con la benedizione del Vaticano. Non è mafia, no!.

Fuori dal coro. Cosa dire poi di personaggi pubblici, politici, giornalisti e altre persone di genere vario, che un giorno sì e l’altro pure si rendono protagonisti di misfatti ai danni di minorenni ? nel dimenticatoio, non chiamatela mafia, per carità! Nessuna fiaccolata, nessuno  è sceso in piazza per queste prodezze, sulle quali deve scendere velocemente un pesante sipario.

Fuori dal coro. Uno Stato, come il nostro che, come una piovra, ghermisce abusivamente il cittadino nel quotidiano con orpelli pesatissimi, rendendogli l’esistenza oltremodo difficile, non è mafioso ? Chi, come e quando, organizza, partecipa, una fiaccolata contro questo Stato ?

Fuori dal coro. Ci si adopera con ogni mezzo ad organizzare lezioni di legalità con la partecipazione dei magistrati di turno, molti dei quali amano frequentare le manifestazioni di piazza e gli studi televisivi. E’ possibile non porsi qualche domanda in merito ?

Fuori dal coro. In questa società io mi sento sbagliata. In questa società manca, secondo me, il senso comune della logica più elementare. Subisco violenza ogni volta che devo rivolgermi ad un ufficio pubblico e trovo ostacoli insormontabili per casi semplici; per non dire della scuola, dove regna sovrana l’ignoranza e la presupponenza di buona parte dei docenti. Non si tratta di comportamenti mafiosi, non sia mai. Chi mai si sogna di fare una fiaccolata o una manifestazione di piazza contro queste mafie ?

Fuori dal coro.Sì, perchè io penso che  fare il proprio dovere, nell’esercizio dei propri diritti e nello svolgimento del proprio  ruolo , sarebbe il modo migliore di combattere le mafie e le violenze di ogni tipo. I genitori in famiglia, i docenti nella scuola di ogni ordine e grado, i magistrati nelle aule dei tribunali , i politici nei loro incarichi e via dicendo soprattutto con l’esempio.

Fuori dal coro. Il problema di fondo è squisitamente culturale, ma la formazione nella società attuale è considerata fuori moda, non fa tendenza, e si preferiscono gioielli e lustrini alla fatica e al sudore del corpo e della mente. Virtù e ingegno sono vocaboli e valori sconosciuti, hanno ceduto il posto all’apparenza dell’effimero e della  superficialità.

Fuori dal coro. Io no, non ho mai partecipato e non partecipo ad alcuna fiaccolata o manifestazione che dir si voglia, che si risolvono in passerelle di personaggi in cerca di visibilità e di consenso, magari per lavarsi la coscienza per le proprie manchevolezze : io ho testimoniato, e continuo a farlo, con tutta la mia vita contro tutte le mafie e ne sono fiera, e nessuno, dico nessuno, è autorizzato a giudicare il mio comportamento, o a dirmi cosa devo fare o a d omologarmi come “pecora, ignorante e mafiosa”.

Con buona pace dei soloni di turno.