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Nel giorno in cui il Tour De France scala il Monte Ventoso, mi piace ricordare la famosa lettera scritta da Francesco Petrarca all’amico Dionigi, un pezzo di letteratura che per me è stato, ed è tuttora, fonte di stimolo e forza e coraggio perchè le conquiste ottenute con fatica e sudore sono durature e aiutano a conoscere meglio se stessi 
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A DIONIGI DA BORGO SAN SEPOLCRO,
DELL’ORDINE DI SANT’AGOSTINO, PROFESSORE DELLA SACRA PAGINA.
SUI PROPRI AFFANNI.
Oggi, spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso [1]. Da molti anni mi ero proposto questa gita; come sai, infatti, per quel destino che regola le vicende degli uomini, ho abitato in questi luoghi sino dall’infanzia e questo monte, che a bell’agio si può ammirare da ogni parte, mi è stato quasi sempre negli occhi. […]
Partimmo da casa il giorno stabilito e a sera eravamo giunti a Malaucena [2], alle falde del monte, verso settentrione. Qui ci fermammo un giorno ed oggi, finalmente, con un servo ciascuno, abbiamo cominciato la salita, e molto a stento. La mole del monte, infatti, tutta sassi, è assai scoscesa e quasi inaccessibile, ma ben disse il poeta che “l’ostinata fatica vince ogni cosa”. [3] Il giorno lungo, l’aria mite, l’entusiasmo, il vigore, l’agilità del corpo e tutto il resto ci favorivano nella salita; ci ostacolava soltanto la natura del luogo. In una valletta del monte incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima, preso dal nostro stesso entusiasmo giovanile, era salito fino sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le vesti lacerati dai sassi e dai pruni, e che non aveva mai sentito dire che altri, prima o dopo di lui, avesse ripetuto il tentativo. Ma mentre ci gridava queste cose, a noi – così sono i giovani, restii ad ogni consiglio – il desiderio cresceva per il divieto. Allora il vecchio, accortosi dell’inutilità dei suoi sforzi, inoltrandosi un bel po’ tra le rocce, ci mostrò col dito un sentiero tutto erto, dandoci molti avvertimenti e ripetendocene altri alle spalle, che già eravamo lontani. Lasciate presso di lui le vesti e gli oggetti che ci potevano essere d’impaccio, tutti soli ci accingiamo a salire e ci incamminiamo alacremente. Ma come spesso avviene, a un grosso sforzo segue rapidamente la stanchezza, ed eccoci a sostare su una rupe non lontana. Rimessici in marcia, avanziamo di nuovo, ma con più lentezza; io soprattutto, che mi arrampicavo per la montagna con passo più faticoso, mentre mio fratello, per una scorciatoia lungo il crinale del monte, saliva sempre più in alto. Io, più fiacco, scendevo giù, e a lui che mi richiamava e mi indicava il cammino più diritto, rispondevo che speravo di trovare un sentiero più agevole dall’altra parte del monte e che non mi dispiaceva di fare una strada più lunga, ma più piana. Pretendevo così di scusare la mia pigrizia e mentre i miei compagni erano già in alto, io vagavo tra le valli, senza scorgere da nessuna parte un sentiero più dolce; la via, invece, cresceva, e l’inutile fatica mi stancava. Annoiatomi e pentito oramai di questo girovagare, decisi di puntare direttamente verso l’alto e quando, stanco e ansimante, riuscii a raggiungere mio fratello, che si era intanto rinfrancato con un lungo riposo, per un poco procedemmo insieme. Avevamo appena lasciato quel colle che già io, dimentico del primo errabondare, sono di nuovo trascinato verso il basso, e mentre attraverso la vallata vado di nuovo alla ricerca di un sentiero pianeggiante, ecco che ricado in gravi difficoltà. Volevo differire la fatica del salire, ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l’altezza discendendo. Insomma, in poco tempo, tra le risa di mio fratello e nel mio avvilimento, ciò mi accadde tre volte o più. […]petrarca
C’è una cima più alta di tutte, che i montanari chiamano il “Figliuolo”; perché non so dirti; se non forse per antifrasi, come talora si fa: sembra infatti il padre di tutti i monti vicini. Sulla sua cima c’è un piccolo pianoro e qui, stanchi, riposammo. […] Ma ecco entrare in me un nuovo pensiero che dai luoghi mi portò ai tempi. “Oggi – mi dicevo – si compie il decimo anno da quando, lasciati gli studi giovanili, hai abbandonato Bologna [4]: Dio immortale, eterna Saggezza, quanti e quali sono stati nel frattempo i cambiamenti della tua vita! Così tanti che non ne parlo; del resto non sono ancora così sicuro in porto da rievocare le trascorse tempeste. Verrà forse un giorno in cui potrò enumerarle nell’ordine stesso in cui sono avvenute, premettendovi le parole di Agostino: ‘Voglio ricordare le mie passate turpitudini, le carnali corruzioni dell’anima mia, non perché le ami, ma per amare te, Dio mio’. [5] Troppi sono ancora gli interessi che mi producono incertezza ed impaccio. Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza. In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta [6]: ‘Ti odierò, se posso; se no, t’amerò contro voglia’. […]
Questi ed altri simili erano i pensieri, padre mio, che mi ricorrevano nella mente. Gioivo dei miei progressi, piangevo sulle mie imperfezioni, commiseravo la comune instabilità delle azioni umane; e già mi pareva d’aver dimenticato il luogo dove mi trovavo e perché vi ero venuto, quando, lasciate queste riflessioni che altrove sarebbero state più opportune, mi volgo indietro, verso occidente, per guardare ed ammirare ciò che ero venuto a vedere: m’ero accorto infatti, stupito, che era ormai tempo di levarsi, che già il sole declinava e l’ombra del monte s’allungava. […] Mentre ammiravo questo spettacolo in ogni suo aspetto ed ora pensavo a cose terrene ed ora, invece, come avevo fatto con il corpo, levavo più in alto l’anima, credetti giusto dare uno sguardo alle Confessioni di Agostino, dono del tuo affetto, libro che in memoria dell’autore e di chi me l’ha donato io porto sempre con me: libretto di piccola mole ma d’infinita dolcezza. Lo apro per leggere quello che mi cadesse sott’occhio: quale pagina poteva capitarmi che non fosse pia e devota? Era il decimo libro. Mio fratello, che attendeva per mia bocca di udire una parola di Agostino, era attentissimo. Lo chiamo con Dio a testimonio che dove dapprima gettai lo sguardo, vi lessi: “e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi”. [7] Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me stesso dell’ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già da tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da ammirare tranne l’anima, di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di grande.

Francesco Petrarca

[Traduzione a cura di G. Bellini e G. Mazzoni, Laterza]

Don Ferrante

Il 5 luglio ha compiuto 63 anni di vita sacerdotale, e il 6 luglio ha lasciato la vita terrena Don Nicola Ferrante

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Essenziale.

Pensando a Don Nicola Ferrante, mi viene in mente questo etimo : essenziale come vero, senza fronzoli. L’ho conosciuto alla scuola media nel ruolo di insegnante di religione e sin da subito ho percepito, anche se ancora nel mio subconscio, la forza interiore  e la fame di cultura che in qualche modo hanno contribuito alla mia formazione. Dire degli incarichi che via via ha ricoperto onorandoli con acume e sottile intelligenza, sarebbe un lavoro lungo e complesso, perchè Don Nicola ha spaziato in lungo e in largo nella Diocesi di Reggio Bova, sempre attento e perspicace, anticipando spesso i tempi senza ipocrisie e bigottismi. Storico del territorio con varie pubblicazioni al riguardo, e cultore degli archivi è stato un punto di riferimento fondamentale per tutti coloro che, giovani e/o adulti, fossero in qualche modo interessati a notizie del passato, che lui attualizzava sempre con spirito innovativo. Dagli studi sui santi Italo_Greci- Bizantini al recupero della famosa Chiesa della Graziella, lascia un patrimonio storico importantissimo . Come non ricordare  le conversazioni nei locali dell’Archivio Arcivescovile i martedi mattina, quando la storia diventava presente guardando al futuro sempre con ottimismo!   Giovane tra i giovani, ai quali ha dato sempre grandi spazi, adulto e vecchio tra i vecchi, che stimolava ad impegni nel sociale aldilà delle difficoltà quotidiane. Mai sopra le righe, sempre sorridente, si poneva con  comprensione e rispetto verso tutti,vero testimone dell’importanza della cultura, e con la  Parola adeguata ad ogni situazione e ad ogni persona, mai banale o formale. E già decenni fa,quando capitava qualcuno che gli diceva di volersi legare sentimentalmente ad una persona divorziata, il Don gli ricordava semplicemente, prima di inoltrasi nella storia, di riflettere sul fatto di  essere comunque la seconda scelta.Mai clericale, mai invadente, lontano dalle autocelebrazioni , dall’enfasi, ha fatto della discrezione il suo stile di vita sempre con dignità, semplicità e modestia, senza mai fare sfoggio della sua enorme cultura; direi  un Monsignore secolare: secondo me  Don Ferrante ha incarnato lo spirito della Carità raccontato da San Paolo nella lettera ai Corinzi,

“La carità è paziente,è benigna la carità;la carità non invidia, non si vanta,non si gonfia, non manca di rispetto,non cerca il proprio interesse, non si adira,non tiene conto del male ricevuto,ma si compiace della verità.tutto tollera, tutto crede,tutto spera, tutto sopporta.La carità non verrà mai meno………

Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità;
ma la più grande di esse è la carità”.

Mi ritengo personalmente fortunata per averlo incontrato nella mia strada.

 

Nessuno tocchi Caino

Caino e Abele

 

 

 

Il bollettino di guerra è inarrestabile, giorno dopo giorno si sgrana dolorosamente il rosario dei morti ammazzati : il Nostro Mare, quel Mediterraneo che ha visto nascere le antiche e migliori civiltà, è diventato il mare degli orrori, della morte, fossa comune di esseri umani senza volto e senza identità. Uomini , donne, bambini  in balia di persone senza scrupoli che in nome del dio Mammona lucrano spietatamente sulla vita di intere popolazioni con la complicità di Governi, politici e politicanti di mestiere dell’evoluto e avanzato Occidente e della Chiesa Cattolica  cosiddetta Universale. Signori, costoro, che si riempiono la bocca di chiacchiere in un giro vorticoso di soldi, sporchi- sporchissimi- sudici,cercando di giustificare la propria coscienza mentre dalle onde si elevano grida di disperazione. I Caini di turno, coloro che illudono le genti a lasciare i propri luoghi di appartenenza imponendo un prezzo notevole come pizzo, coloro che trasportano, che incarcerano, che torturano, che uccidono centinaia di migliaia di esseri umani che sono tanti, troppi, però non si toccano : NESSUNO TOCCHI CAINO.

La Chiesa Universale, quella Chiesa che si sporca con atti e misfatti di reati ignobili, come la pedofilia, e sfoggia lussi e lustri scandalosi e misteri dolorosi, che tradiscono il messaggio evangelico stia zitta almeno e non cerchi di dare lezione ad altri , di nessun tipo e in nessun campo : la Chiesa, questa Chiesa lussuriosa e lasciva, ha rubato il mio Dio.

Sara

 

E il rosario si sgrana con immenso dolore in Italia, con morti ammazzati con inaudita ferocia. Li chiamano femminicidi, ma a me questo termine orribile puzza di ipocrisia. Si tratta di delitti di una ferocia crudele, terribile, insana, efferata, sanguinaria, angosciosa, mostruosa. Giorno dopo giorno. Senza tregua. NESSUNO TOCCHI CAINO. Si impone quindi l’interrogatorio di garanzia : quando il reo confesso fornisce dettagli inequivocabili sul crimine commesso, che senso ha l’interrogatorio di garanzia ? Andrebbe CONDANNATO A MORTE per direttissima, senza se e senza ma. Certo si richiede la massima professionalità da parte degli inquirenti e dei giudici, ma se l’assassino confessa fornendo elementi certi e indubitabili, che significato ha istruire processi infiniti che spesso si risolvono generosamente nei confronti del colpevole, il quale poi avrà modo di reiterare il reato?  Eppure avevo pensato di vivere in uno Stato di diritto, che tutela la vita dei suoi cittadini !.. Io però non mi sento sicura manco dentro casa : lo Stato, il mio Stato, cioè la Istituzione che dovrebbe essere la mia massima espressione, mi ha tradito, abbandonato, violentato. Sapevo che la mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro, degli altri. Io invece mi sento in gabbia, con i tentacoli di una piovra che mi ghermiscono senza pietà.NESSUNO TOCCHI CAINO.E mentre si assiste inermi a questi eccidi vengo martellata 24 ore su 24 da fiumi di parole per  una cosiddetta riforma costituzionale; e a me le Costituzioni non piacciono a prescindere: ritengo che un Paese civile non abbia bisogno di leggi e di così tante leggi per il vivere civile. Già Platone, in tempi sicuramente non sospetti nel De Republica sostiene che il paese che ha bisogno di tante leggi, è come se non ne avesse alcuna. E l’italia di oggi ha fin troppe leggi, codici, codicilli, impedimenti dirimenti e quant’altro che rendono quantomai inutile la Carta Costituzionale, che è un totem, un vero e proprio feticcio usato ora da questo ora da quello a convenienza.

In questo contesto socialmente malato capita spesso che nell’immaginario collettivo vengano capovolti i termini reali, per cui la vittima diventa colpevole e il colpevole vittima, con buona pace degli pseudomoralisti di turno che biascicano a vuoto parole senza senso, e senza rispetto per la dignità della persona umana.

Abbiamo sacrificato l’identità di popolo sull’altare  del Villaggio Globale e  abbiamo massificato l’istruzione per meglio manipolare genti a tutte le latitudini e tuttora però nel nostro Bel Paese continuiamo a litigare su quisquilie di parti e di partiti, strumenti,noi, ormai inermi, di trappole insidiose guidate da demoplutocrazie massonico- giudaiche e giudaico-massoniche. NESSUNO TOCCHI CAINO

Il 2 aprile del 2005 avevo scritto questa breve riflessione che riporto integralmente

 

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Ogni parola è un seme: l’ultimo libro di Susanna Tamaro uscito in questi giorni è un canto alla vita, dove si intrecciano riflessioni sul mondo naturale della fauna e della flora,del quale l’ essere umano è parte integrante.
“ Spesso mi chiedo come si possa definire il nostro tempo,se c’è un fattore che lo unifica e lo contraddistingue. Sicuramente è un’ epoca di grande complessità e di grosse contraddizioni. Viviamo,infatti, nell’ età del massimo benessere e della tangibile insoddisfazione,dell’ estrema sicurezza e delle incontrollabili paure,delle sofisticatissime comunicazioni planetarie e della totale incapacità delle persone di comunicare tra loro. Un tempo di grandi inquietudini spirituali e di agghiaccianti fanatismi. Se devo però immaginare un fattore evidente,fisico, che distingue i nostri giorni e lega insieme tutte queste contraddizioni,lo identifico nella presenza ossessiva e tirannica del rumore,disarmonia sonora alla quale gli esseri umani sono ormai totalmente assuefatti…….. Il silenzio è morto e,scomparendo,ha trascinato con sé tutto ciò che costituisce il fondamento dell’ essere umano. Senza silenzio non posso conoscermi, non posso conoscere l’altro,non posso conoscere il misterioso destino che ci lega. Senza silenzio non riesco a mettermi in ascolto. Senza ascolto non posso attingere alla fonte della sapienza…..Immagino le notti dei primordi,spezzate solo da rumori ,urla, latrati, e,poi, all’ improvviso, quel suono piccolo,fragile,strano,che non si era mai sentito prima. La prima parola dell’ uomo. Ogni parola è un seme. E come il seme,quando è fecondo,contiene in sé il proprio nutrimento. Da troppo tempo le nostre parole,le parole degli uomini,non sanno più radicarsi . Girano stancamente senza trovare il terreno che permette loro, nel chiacchiericcio ormai cosmico che ci avvolge,di aprirsi un varco. Uno spiraglio di senso,di verità, di fondamento. Sono tante,troppe, sempre più inutili. Ci parliamo continuamente,pur con i mezzi tecnologicamente più avanzati, per non dirci  niente. Anzi, più discorsi facciamo,più difficoltà abbiamo a comprenderci. Parliamo e parliamo,senza mai essere sfiorati dal dubbio che la parola,per esistere davvero,deve essere nutrita dall’ ascolto…. Sì, ogni parola è un seme,e il cuore dell’ uomo il luogo in cui si deve posare. E’ lì ,dentro di noi, che deve mettere radici, spezzare il tegumento dell’ indifferenza,crescere,innalzarsi, verso il cielo,trasformandoci in creature colme di sapienza “.

Ho sentito il bisogno di condividere con voi questa pagina,il cui contenuto trova ulteriori conferme proprio in questi giorni da due fatti di cronaca importanti : la vicenda di Terri Schiavo,questa donna muta,che ha trasmesso a tutto il mondo la sua sofferenza,intorno alla quale una fitta ragnatela di parole montava un caso mediatico rilevante; l’ autorevole figura di Papa Wojtyla capace di comunicare,giocoforza e suo malgrado,anche senza parlare,con il silenzio. Certamente non è un caso che il Pontefice sia onorato,stimato e rispettato  da tutti e in tutto il mondo,indipendentemente dal credo religioso e politico : un comunicatore straordinario ed esaltante , che è riuscito,inconsciamente, con un appello silenzioso e quantomai significativo, a radunare intorno a sé, zittiti e attoniti, i parolai della politica italiana ,risparmiandoci  un ulteriore indecoroso spettacolo di parole vuote e senza senso di chiusura della campagna elettorale.
La parola,che per il suo significato intrinseco, dovrebbe essere utilizzata per un confronto in parallelo può diventare mezzo di prevaricazione,di aggressività e di abuso,confermando il detto “ ne uccide più la lingua che la spada “.

L’Emmaus di Peppina : storia vera

Piedi nudi

Un giorno come tanti altri. Peppina sente un leggero tocco alla porta sempre aperta della sua casetta  in campagna dove vive  con le due bimbe dopo la morte improvvisa di Giovanni. Sbarca il lunario a fatica con i pochi proventi della terra, e con grande dignità vuole che le sue figlie crescano senza privazioni. Si affaccia al corridoio d’ingresso e vede sulla soglia un viandante che le chiede qualcosa, qualsiasi cosa. Peppina non si meraviglia, spesso capitano da quelle parti zingari o pellegrini in cerca di cibarie  e lei risponde generosamente con quello che ha. Adesso dispone solo di olio di produzione propria, lo dice al viandante e guardandolo nota che la persona che ha di fronte ha i piedi scalzi pulitissimi e ne rimane sorpresa ; per arrivare alla porta di casa bisogna comunque fare un tratto di strada sterrata con erbe varie il cui calpestio  deve giocoforza lasciare un segno sui piedi nudi. Va a prendere la bottiglia di olio e quando torna, sulla soglia non c’è più nessuno e chiama, cerca, fa un pezzo di strada, nulla; chiede ai vicini se un viandante in cerca è passato anche da loro, come sempre capita, ma nulla.Razionale e pratica, Peppina non gioca con la fantasia, una vita costellata da mille difficoltà sempre vissute con grande semplicità e concretezza, deve fare i conti con un  quotidiano che non lascia spazio a digressioni e fronzoli di sorta. Credente non praticante, lontana da bigottismi e ipocrisie, è consapevole che quel giorno Cristo è andato a trovarla e ne sentirà per sempre la vicinanza speciale.

AAA…affittasi donna

Lo sfruttamento più o meno brutale del corpo della donna, comunque la si voglia mettere, è all’origine della genitorialità omo o etero che ad essa ricorre. Ed è questo il punto eticamente inaccettabile. Che nessuna idea astratta di libertà, nessuna concezione dei diritti può cancellare” ( Ritanna Armeni)

maternità

Avevo pensato di non commentare quanto sta succedendo nel mio Paese sulle cosiddette Unioni Civili, ma la motivazione è troppo forte per far finta di niente. Innanzitutto premetto che a me non interessa quello che gli altri fanno della propria vita, non entro nel merito; personalmente rispetto l’altro in quanto persona come lo sono io. Punto e basta. Anzi no, perchè, proprio per il grande rispetto che ho nei confronti di tutte le persone, non potrò mai capire perchè una persona omosessuale debba dichiararsi (preferisco esprimermi in italiano) come tale, perchè se serve il patentino  dovrebbe farlo pure il cosiddetto  etero. Come non capirò mai  le manifestazioni, spesso oscene, che gli omosessuali organizzano per rivendicare i propri diritti ; trascurando il fatto che la piazza nella quale io manifesto è il mio quotidiano, e per questa ragione non partecipo mai a cortei e simili, mi chiedo  che bisogno c’è di andare per le strade in atteggiamenti carnascialeschi, come se l’essere omosessuale  desse la patente per trasgredire, e  rendesse invulnerabili e privilegiati. Perchè c’è una bella differenza tra il riconoscimento dei diritti  e la rivendicazione di privilegi.  La legge, allora. Prima di tutto un pò di chiarezza : la legge, della quale si discute in questi giorni è riservata agli omosessuali, perchè per le persone etero “c’è il matrimonio” ; conosco molte coppie etero che per avere figli ricorrono a metodi alternativi a quelli naturali, perchè discriminarli ? perchè considerare gli omosessuali dei privilegiati ? in questo senso ci penserà il magistrato di turno alla prima occasione a mettere le cose a posto. Il nocciolo della questione, secondo me, è soprattutto un altro, a valere sugli omosessuali e sugli etero, senza distinzione.  Per avere un figlio in presenza di difficoltà naturali bisogna comprare l’ ovulo o il seme, effettuare l’inseminazione artificiale, affittare un utero; si tratta di una vera e propria operazione commerciale con al centro il corpo della donna, che per soldi vende se stessa. Il giro di affari è notevole perchè naturalmente bisogna retribuire le persone che forniscono  “la merce” e  anche i laboratori che curano tutto il processo, laddove ci sono tanti bimbi purtroppo abbandonati che chiedono disperatamente una famiglia, non sono nostri figli pure quelli ? La donna, dunque, mette a disposizione il proprio corpo in cambio di soldi : e le femministe dove sono ? dove sono tutte le donne che sventolavano, e continuano a sventolare sconnessamente, la bandiera della dignità della persona umana ? la donna usata come oggetto per soddisfare smanie di protagonismo contro natura, ahimè che pena. Senza dire delle implicazioni relative al fatto che con prepotenza inaudita si generano vite il cui futuro è comunque confuso ed esposto a problemi di salute e psicofisici. Se il nascituro, durante la sua esistenza, ad esempio, ha necessità di individuare la persona con il dna o il midollo compatibile ? e se ci si innamora tra fratelli ?  Sono infiniti i motivi che dimostrano quanto questa scelta sia scellerata.A conforto dei miei pensieri valgano  per tutti quanto espresso da due donne : una femminista lesbica al di sopra di ogni sospetto qual è Camille Paglia, americana antropologa, sociologa, saggista, atea, modello di libertà dell’eterno femminino.

L’altra, la nostra italiana purosangue Ritanna Armeni femminista anche lei, seria giornalista sempre all’avanguardia, che ribadisce il principio di libertà seppellita dallo sfruttamento del corpo femminile.  A margine di questo mio scritto riporto due articoli relativi alle due donne sopracitate.

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A proposito di libertà però  anch’io devo dichiararmi : sono costituzionalmente, cioè per DNA, contraria al matrimonio; ritengo che la scelta del partner sia un fatto esclusivamente personale e intimo, non riguarda lo Stato perchè il contratto tra due persone può essere annullato o comunque risolto, non riguarda la Chiesa che con la Sacra Rota fa e disfa a piacere  soprattutto economico. Comunque si gioca con i sentimenti dell’animo umano: qualche tempo fa un gesuita competente ( ? ) ad una mia considerazione sul tema mi diceva che  le mie idee presuppongono  una società perfetta; e mi sono sempre chiesta se ha trovato questa risposta per cavarsela per il rotto della cuffia, forse perchè non sapeva cosa dire.  E io devo dichiarare, dunque, che, nonostante le mie convinzioni, dopo aver tirato la corda per quasi tre lustri, mi sono adeguata al conformismo sociale convolando a ” giuste nozze”. Sono certa che oggi sarei più determinata a portare avanti le mie posizioni a qualsiasi costo. Sto certamente bene con mio marito, ma il dubbio che se non fossimo sposati come Dio comanda  starei ancora meglio c’è e non  ho la prova del contrario.

Comunque, aldilà di ogni appartenenza politica e di ogni credo religioso tutte le donne, e anche e soprattutto le cosiddette femministe, e perchè no anche i maschietti, dovrebbero insorgere e  ribellarsi al vergognoso mercimonio di una legge criminale: evviva quel femminismo che partorisce leggi come questa!  E che nessuno della sinistra bempensante, parli mai più di scelte etiche o morali. Mi facciano il piacere per favore e si tacciano.

 

 

 

Ecco perché con l’utero in affitto la donna è sempre sfruttata

Ritanna Armeni    LINKIESTA

C’è chi si meraviglia che molte donne di sinistra, femministe che hanno combattuto per l’emancipazione e per la liberazione del loro sesso, oggi si ritrovino a fianco di un fronte conservatore, quando non reazionario, contro la stepchild adoption o, per usare parole italiane, contro quell’articolo della legge sulle unioni civili che nelle coppie omosessuali prevede l’adozione del figlio di uno dei partner.

Eppure non c’è da meravigliarsi, perché se il fine può essere comune, non sono comuni i motivi che spingono a questa battaglia né le finalità generali.

Le femministe sono favorevoli alle unioni civili, pensano che i gay debbano avere gli stessi diritti degli eterossessuali, non difendono la famiglia “naturale” come unico luogo degli affetti e della procreazione. La loro battaglia è contro lo sfruttamento del corpo femminile che è implicito e inevitabile quando un omosessuale maschio vuole diventare padre, ma che, è bene dirselo, è diffuso e praticato soprattutto dalle coppie eteresessuali che non possono avere figli e che non vogliono rinunciare ad una genitorialità biologica. Quel bambino che l’omosessuale vuole e vuole fare adottare al suo partner e che l’eterosessuale pretende a tutti i costi con i suoi cromosomi ha comunque una madre. Una donna che per quella gravidanza è stata pagata. Lo sfruttamento più o meno brutale del suo corpo, comunque la si voglia mettere, è all’origine della genitorialità omo o etero che ad essa ricorre. Ed è questo il punto eticamente inaccettabile. Che nessuna idea astratta di libertà, nessuna concezione dei diritti può cancellare. Quale è infatti la libertà di quella donna se non quella di farsi sfruttare? E che diritti sono quelli di una genitorialità – omo o etero che sia – se essi, per essere esercitati, hanno bisogno che un essere umano femminile venda se stesso?

Lo sfruttamento più o meno brutale del corpo di una donna, comunque la si voglia mettere, è all’origine della genitorialità omo o etero che ad essa ricorre. Ed è questo il punto eticamente inaccettabile

Questa è la battaglia di parte consistente del mondo femminista. Che, per quanto mi riguarda, non ha nulla di difensivo o, ancor peggio, di corporativo. Non vuole cioè il potere esclusivo della madre, né la prerogativa assoluta alla procreazione. Che è grata a molti progressi della scienza e della tecnica che consentono una genitorialità più semplice e felice. Ma che non è disponibile ad essere sottomessa ad essi, ad un loro uso indiscriminato e subalterno. La scienza e la tecnologia possono suggerirci un cambiamento, farcene intravedere la possibilità, agevolarlo, ma la qualità, la finalità di questo non può che venire dalla decisione degli uomini e delle donne.

La discussione sulla gravidanza surrogata o sull’utero in affitto e le possibilità scientifiche e tecniche che esse presuppongono possono darci nuovi suggerimenti, possono consentirci di pensare un salto rispetto alla nostra concezione della famiglia, della maternità e della paternità. Un salto in avanti che ci coivolge tutti: uomini e donne etero e omosessuali. E che dovrebbe trovare istituzioni pazienti, comprensive e capaci di collaborazione, di elaborazione e di rottura. Dovremmo cominciare a pensare che la maternità e la paternità biologiche, così come la cosidetta “famiglia naturale”, possono essere affiancate da forme diverse, forse più generose e audaci nel rapporto con i piccoli della specie. Dovremmo insomma far maturare in noi una nuova genitorialità che non si rivolga solo a coloro che possiedono i nostri cromosomi, ma a chiunque abbia bisogno di essere curato, allevato e educato. Una legge che allarghi le adozioni che le renda più facili, che consenta anche agli omosessuali e ai singoli di ricorrervi, che possa essere richiesta anche dalle coppie non sposate, che sia desiderata e praticata anche da chi ha già figli naturali è un modo concreto di essere genitori fuori dalle regole della biologia e per resistere ad una tecnica che certo può cambiare molte cose ma è cieca, non conosce il limite ed è disponibile a seguire i desideri di chi ha denaro e potere.

Dovremmo far maturare in noi una nuova genitorialità che non si rivolga solo a coloro che possiedono i nostri cromosomi, ma a chiunque abbia bisogno di essere curato, allevato e educato. Una legge che allarghi le adozioni che le renda più facili, che consenta anche agli omosessuali e ai singoli di ricorrervi

Nel caso della maternità e della paternità quelli degli uomini e delle donne ricchi o benestanti che ai loro desideri non vogliono porre confini. E che in loro nome di non esitano a conderare alcune donne povere contenitori senza anima e senza relazioni, il cui unico tragico movente è il bisogno. Perché chi desidera un bambino invece che ricorrere all’utero di quelle donne non pensa di amare, allevare e curare uno dei tanti bambini che oggi arrivano disperati dai paesi distrutti dalla guerra e dalla fame? O meglio, perché le istituzioni non facilitano e non incoraggiano questi incontri, questi sentimenti, questi legami che possono nascere e crescere nel mondo che cambia. L’immigrazione – ormai chiaramente fenomeno epocale e non, come si è detto per troppo tempo, emergenza – non può essere una occasione feconda per cambiare anche qualcosa nel nostro modo di concepire la genitorialità e la cura della specie?

 

 

 

La lesbica anti-gay: Camille Paglia e il coraggio della libertà

L’ANARCA- il Blog di Giampaolo Rossi- Il Giornale

FEMMINISTA
Camille Paglia è una delle più originali pensatrici del nostro tempo. Americana di origini italiane, rappresenta una delle intelligenze più libere, contraddittorie e dissacranti della cultura contemporanea.

È femminista ma disprezza il femminismo contemporaneo che definisce “malato, indiscriminato e nevrotico” e lo rincorre con spietata ironia: “lasciare il sesso alle femministe è come andare in vacanza lasciando il tuo cane ad un impagliatore”.
Ammira le donne emancipate degli anni ’20 e ’30 del ‘900 “perché non attaccavano gli uomini, non li insultavano, non li ritenevano la fonte di tutti i loro problemi, mentre al giorno d’oggi le femministe incolpano gli uomini di tutto”.

DI SINISTRA
Camille Paglia è di sinistra ma riconosce che “i Democratici che pretendono di parlare ai poveri e ai diseredati, sono sempre più il partito di un’élite fatta d’intellettuali e accademici”.
Lei, icona di una cultura radical-chic che affonda nel ’68, spiega l’inutilità degli intellettuali che “con tutte le loro fantasie di sinistra, hanno poca conoscenza diretta della vita americana”.

ATEA
Camille Paglia è atea ma guai a chi le tocca il ruolo storico della religione e sopratutto del cristianesimo: “ho un rispetto enorme per la religione, che considero una fonte di valore psicologico, etico e culturale infinitamente più ricca dello sciocco e mortifero post-strutturalismo, che è diventato una religione secolarizzata”.

LESBICA
Camille Paglia è lesbica ed in molte interviste ricorda la sua attitudine giovanile transessuale, eppure ammette che “i codici morali sono la civiltà. Senza di essi saremmo sopraffatti dalla caotica barbarie del sesso, dalla tirannia della natura”.

Detesta la stupidità delle mobilitazioni gay e l’intolleranza degli omosessuali e quando le si domanda: “Perché in questi anni non c’è stato nessun leader gay lontanamente vicino alla statura di Martin Luther King?” Lei risponde: “Perché l’attivismo nero si è ispirato alla profonde tradizioni spirituali della chiesa a cui la retorica politica gay è stata ostile in maniera infantile. Stridulo, egoista e dottrinario, l’attivismo gay è completamente privo di prospettiva filosofica”.
Lei, che rivendica di essere stata la prima studentessa lesbica a fare outing all’università di Yale, riconosce che “l’omosessualità non è normale; al contrario si tratta di una sfida alla norma”.

E sulle nuove frontiere della procreazione assistita, si dice “preoccupata dalla mescolanza perniciosa tra attivismo gay e scienza che produce più propaganda che verità”.

Riconosce che la sua omosessualità e le sue tendenze transgender sono una “forma di disfunzione di genere” perché in natura “ci sono solo due sessi determinati biologicamente”; e i casi di effettiva androginia sono rarissimi, “il resto è frutto di propaganda”.

Verso quei genitori che, grazie a medici compiacenti, cambiano il sesso dei figli a fronte di comportamenti apparentemente transessuali, Camille Paglia non ammette giustificazioni: “È una forma di abuso di minori”.

Sia chiaro: per Camille Paglia, in ballo non c’è il diritto di ogni uomo o donna adulti di vivere la propria sessualità con libertà e amore; né il dovere di uno Stato di riconoscere fondamentali diritti di ogni individuo a raggiungere la propria realizzazione di sé, anche in campo affettivo o sessuale; in ballo c’è il patto mefistofelico che l’Occidente sta facendo con la Tecnica per disarticolare l’ordine naturale: “La natura esiste, piaccia o no; e nella natura, la procreazione è una sola,  regola implacabile”.

TRANSGENDER E DECLINO DELL’OCCIDENTE
Qualche mese fa, davanti alle telecamere di Roda Viva, il famoso format televisivo brasiliano di Tv Cultura, è stata ancora più chiara:  “l’aumento dell’omosessualità e del transessualismo sono un segnale del declino di una civiltà”.

Non c’è alcun giudizio morale in questa affermazione (e come potrebbe esserci?) ma un’analisi storica sull’Occidente che interpreta i segni del tempo; “a differenza delle persone che lodano il liberalismo umanitario che permette e incoraggia tutte queste possibilità transgender, io sono preoccupata di come la cultura occidentale viene definita nel mondo, perché questo fenomeno in realtà incoraggia gli irrazionali e, direi, psicotici oppositori dell’Occidente come i jihadisti dell’Isis”.

“Nulla definisce meglio la decadenza dell’Occidente che la nostra tolleranza dell’omosessualità aperta e del transessualismo”.

 

Cambiare la storia

imprimaturHo letto un libro, due, anzi  tre

“Chi intraprende la scalata verso la verità, la intraprende da solo”

Sono curiosa, per natura e per scelta; la mia fame  di conoscenza è insaziabile e con essa la ricerca della verità sempre e comunque, che è accompagnata inevitabilmente dal beneficio del dubbio. Il mio spirito critico mi impone di avvicinarmi a qualsiasi argomento e situazione con estrema cautela tenendo conto che anche gli avvenimenti storici sono raccontati secondo l’interpretazione del narratore. Ragion per cui sono portata a cercare il pelo nell’uovo in maniera dissacrante, analizzando, scomponendo, scindendo, indagando. La mia smodata curiosità mi induce  dunque ad essere anche un topo da biblioteca. In questi ultimi mesi le mie letture sono state sollecitate dal cosiddetto “caso imprimatur”, che riguarda una serie di libri di due autori italiani, Monaldi e Sorti, che, dopo una storia travagliata per cui ne era stata impedita la pubblicazione in Italia, adesso vengono editi anche nel nostro paese. E come resistere al fascino del proibito ?  A leggere, quindi, tutto d’un fiato Imprimatur e Secretum, che non è impegno leggero, perchè si tratta di complessive 1502 pagine. Ambientata nella Roma dei Papi tra la seconda metà del seicento e i primissimi anni  del settecento, la storia ruota intorno alle vicissitudini di certo Atto Melani, personaggio realmente esistito e racconta intrecci e intrighi a livello internazionale tra la Chiesa e le più importanti case regnanti europee, prime tra tutte quelle di Francia e Austria. La maggior parte degli avvenimenti si svolgono nottetempo nella Roma sotterranea, teatro di vicissitudini le più impensabili che coinvolgono molti personaggi storici. Le figure inventate sono poche e servono da cornice per la trama, che riporta con dovizia di prove documentali rigorosamente consultate e annotate fatti ed eventi realmente accaduti. Elezioni di papi e di re, compromessi tra omicidi insospettabili  e morti più o meno misteriose e chi più ne ha più ne metta. Sarebbe troppo lungo e tedioso fare  una pur stretta sintesi dei fatti narrati, chi ha interesse legga pure; per quanto mi riguarda ho trovato molto interessanti i riferimenti alla storia urbana della  Roma dell’epoca e sicuramente oggi  mi avvicinerò a quei siti archeologici  in una diversa dimensione; come ho trovato degni di attenzione i riferimenti gastronomici e l’uso di alcune spezie. Gli intrighi ecclesiastico-politici non mi hanno di fatto impressionato. Vuoi perchè sono giunta ormai all’età del disincanto, vuoi perchè avevo già accumulato molte informazioni sul tema; in proposito, solo per citare qualcosa,è piucchesufficiente ricordare Manlio Simonetti, uno dei massimi esperti del Cristianesimo in italia, il quale, nel volume “Il Vangelo e la Storia” del 2010  sottolinea come alla ricerca affannosa e spregiudicata del  potere temporale  la Chiesa abbia  tradito il messaggio cristiano sin dalle origini .” Nonostante il suo sistematico rifarsi alla tradizione apostolica, quanto in essa  ( Chiesa ) continua a vivere del messaggio evangelico ? ” : la frase conclusiva del lavoro minuzioso e certosino di Simonetti compendia quanto descrive nel suo scritto. Per non dire dei fatti di recente attualità che riportano alla ribalta vizi umani e ataviche virtù, dei quali chiesa e clero  ne hanno da raccontare, a parte i crimini mai risolti come, per esempio la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella  Gregori, scomparse nel buco nero cattolico apostolico.

secretum

Tornando alla coppia Monaldi- Sorti mi viene difficile capire perchè i loro scritti siano stati messi all’ “indice” in Italia mentre hanno trovato largo spazio in diversi  altri paesi, in molti dei quali sono tra i libri più letti. Mi viene difficile capire perchè mai questa coppia sia  stata “costretta” all’esilio; mi viene difficile, appunto, capire per quale motivo i lavori di Sorti e Monaldi abbiano fatto parlare  di  caso letterario, al quale Simone Berni, cacciatore di libri proibiti, ha addirittura dedicato un volumetto ( Il caso Imprimatur- biblohaus-2008 ). Proprio Simone Berni , secondo me, rende giustizia ai due ricercatori e narratori italiani , al quale i due autori, consapevoli che, come dice Pirandello,nessuno vede se stesso vivere”  affidano il commento conclusivo di Imprimatur. E Berni risponde riprendendo San Paolo quando dice  nella Seconda lettera a Timoteo ” ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede” ;  e poi mette in evidenza la solitudine di chi cerca e ricerca ostinatamente il vero citando un verso  del poeta tedesco  Morgenstern , ” Chi intraprende la scalata verso la verità, la intraprende da solo “. La storia d’Italia purtroppo è piena di censure e di divieti e di scomuniche e il nocciolo della questione sta, secondo me, nella presenza ingombrante della Chiesa nella società e nella vita politica e quotidiana  del nostro paese, con ingerenze sempre inopportune. Il principio Libera Chiesa in Libero Stato dovrebbe essere, infatti, un principio inalienabile di ogni convivenza civile : ragion per cui dovrebbero essere aboliti i Patti lateranensi e  lo Stato  Vaticano , e  il  Papa dovrebbe risiedere a  Gerusalemme.

Bravi comunque i nostri due autori anche se pur essi non sfuggono ad un luogo comune diffuso e quantomai falso: a pagina 788 di Secretum  si legge ” Quel foglio con sole tre parole yo el Rey, avrebbe cambiato la storia del mondo”. Qualcuno ancora mi dovrebbe spiegare come sia possibile cambiare la storia. Se essa è, o comunque dovrebbe essere, la narrazione di una successione di fatti, eventi, avvenimenti, già accaduti nel tempo e nello spazio, quindi, in ogni caso, sempre raccontata a posteriori, come si fa a cambiarla ? vorrebbe dire che la storia sia già stata scritta e che venga deviata, e allora che storia sarebbe ? Autori come i Nostri dei quali sto dicendo dovrebbero fare grande attenzione quando scrivono, perchè i loro scritti fanno testo e alimentano frasi fatte e stereotipi che vengono ripetuti in maniera automatica e superficiale diventando di uso comune e magari verità.

Sic transit gloria mundi.

 

 

 

 

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