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Chi  scandalizza anche uno solo di questi piccoli sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da sino e fosse gettato negli abissi del mare” ( Matteo 18 )

 

abusi-sessualiUn coro unanime.  Ieri, 11 settembre 2016 , molte testate nazionali e anche locali si sono scagliate con veemenza contro gli abitanti della cittadina calabrese perchè, non partecipando alla fiaccolata organizzata da forze sociali, hanno dato l’assenso alla violenza subita dalla ragazzina, oggi sedicenne, che per tre anni è stata preda di violenze fisiche e morali da un branco di giovinastri bestiali e criminali.

Un coro unanime. La popolazione ha paura, teme la mafia e non si espone, dal momento che uno del branco è figlio di un presunto mafioso, da cui l’equazione tutti i melitoti sono mafiosi.

Un coro unanime. Come dire dalle Alpi alle Piramidi, da Torino a Milano e giù al Sud passando per il centro a gridare vergogna e scandalo definendo il Sud , come fa una importante testata locale di Reggio Calabria, una terra di ignoranti, pecore e mafiosi.

Fuori dal coro. La mia è una voce fuori dal coro. Sono nata in un paese nel cuore dell’Aspromonte e ho trascorso la mia vita tra il mio bellissimo borgo e la città di Reggio Calabria, territori nei quali la cosiddetta mafia è abbastanza presente.Ho lavorato per molti anni in un grosso istituto di credito, senza mai cedere a compromessi nè sul lavoro e neanche  nella mia vita privata Ho subito anch’io qualche azione cruenta, non dal punto di vista fisico per fortuna, regolarmente denunciata alle forze dell’ordine e per mia scelta personale non ho mai partecipato a manifestazioni di piazza di alcun genere. Ho combattuto, sempre con successo, le mie battaglie, e sa solo Dio quante, da sola, senza guardare in faccia nessuno e spesso attirandomi antipatie e rancori. E chi se ne frega. Non ho mai cercato consensi o applausi, ma solo la serenità della mia coscienza.

Fuori dal coro. Considerando i fatti  che suscitano  tanto scalpore nei media si tratta di una situazione che ha visto la ragazzina di Melito di Porto Salvo violentata e abusata per tre lunghi anni: dove erano in questi anni la famiglia, le forze dell’ordine, la Chiesa , e la cosiddetta società civile ? Dove erano costoro ? Il paese è piccolo e la gente mormora, le notizie passano di voce in voce, o per meglio dire sotto-voce., molto “sotto” E solo oggi sentiamo dire all’arciprete che nel paese c’è molta prostituzione. E poi, in maniera vergognosa questa sì, qualcuno viene fuori con la fiaccolata di solidarietà alla famiglia : cose da pazzi, anzi no, siamo omologati e omogeneizzati per celebrare la morte e la sofferenza invece di cantare la vita. Ci siamo dati questo indirizzo e portiamo avanti il proposito con tutte le nostre forze, a qualsiasi costo.

Fuori dal coro. La Chiesa dicevo: la cronaca di tutti i giorni ci racconta, ormai da qualche tempo, di abusi sessuali e morali da parte di religiosi  su minorenni; fatti questi sui quali in Italia c’è il più assoluto silenzio sociale omertoso. Non vogliamo chiamare mafia tali comportamenti ? Si è mai manifestato nel nostro bel paese contro questi figuri ? E mentre negli USA si è avuto il coraggio di narrare queste situazioni oscene con il bellissimo e duro film  Il Caso spotlight, in Italia l’ipocrisia omertosa comanda con la benedizione del Vaticano. Non è mafia, no!.

Fuori dal coro. Cosa dire poi di personaggi pubblici, politici, giornalisti e altre persone di genere vario, che un giorno sì e l’altro pure si rendono protagonisti di misfatti ai danni di minorenni ? nel dimenticatoio, non chiamatela mafia, per carità! Nessuna fiaccolata, nessuno  è sceso in piazza per queste prodezze, sulle quali deve scendere velocemente un pesante sipario.

Fuori dal coro. Uno Stato, come il nostro che, come una piovra, ghermisce abusivamente il cittadino nel quotidiano con orpelli pesatissimi, rendendogli l’esistenza oltremodo difficile, non è mafioso ? Chi, come e quando, organizza, partecipa, una fiaccolata contro questo Stato ?

Fuori dal coro. Ci si adopera con ogni mezzo ad organizzare lezioni di legalità con la partecipazione dei magistrati di turno, molti dei quali amano frequentare le manifestazioni di piazza e gli studi televisivi. E’ possibile non porsi qualche domanda in merito ?

Fuori dal coro. In questa società io mi sento sbagliata. In questa società manca, secondo me, il senso comune della logica più elementare. Subisco violenza ogni volta che devo rivolgermi ad un ufficio pubblico e trovo ostacoli insormontabili per casi semplici; per non dire della scuola, dove regna sovrana l’ignoranza e la presupponenza di buona parte dei docenti. Non si tratta di comportamenti mafiosi, non sia mai. Chi mai si sogna di fare una fiaccolata o una manifestazione di piazza contro queste mafie ?

Fuori dal coro.Sì, perchè io penso che  fare il proprio dovere, nell’esercizio dei propri diritti e nello svolgimento del proprio  ruolo , sarebbe il modo migliore di combattere le mafie e le violenze di ogni tipo. I genitori in famiglia, i docenti nella scuola di ogni ordine e grado, i magistrati nelle aule dei tribunali , i politici nei loro incarichi e via dicendo soprattutto con l’esempio.

Fuori dal coro. Il problema di fondo è squisitamente culturale, ma la formazione nella società attuale è considerata fuori moda, non fa tendenza, e si preferiscono gioielli e lustrini alla fatica e al sudore del corpo e della mente. Virtù e ingegno sono vocaboli e valori sconosciuti, hanno ceduto il posto all’apparenza dell’effimero e della  superficialità.

Fuori dal coro. Io no, non ho mai partecipato e non partecipo ad alcuna fiaccolata o manifestazione che dir si voglia, che si risolvono in passerelle di personaggi in cerca di visibilità e di consenso, magari per lavarsi la coscienza per le proprie manchevolezze : io ho testimoniato, e continuo a farlo, con tutta la mia vita contro tutte le mafie e ne sono fiera, e nessuno, dico nessuno, è autorizzato a giudicare il mio comportamento, o a dirmi cosa devo fare o a d omologarmi come “pecora, ignorante e mafiosa”.

Con buona pace dei soloni di turno.

Tari Romeo

 

anna cantalupo

Inizio più cruento non poteva essere di quello andato in onda su canale 5 ieri sera giovedi 8 settembre con la prima puntata  di Squadra antimafia 8. Il Boss, certo Reitani, che ritorna in Italia dopo circa  40 anni di “esilio” e per vendicarsi semina la strage : muore così subito il Commissario Tempofosco, prima che possa rendere partecipe qualcuno dei suoi più  fidati di importanti segreti di mafia a lui svelati da un anziano catanese, il quale vistosi in pericolo e non potendo e volendo  rivelare ad altri fatti scabrosi,  si uccide sparandosi in bocca. A capo della Squadra si propone con forza e riesce ad imporsi  Anna Cantalupo, al secolo l’attrice reggina Daniela Marra- protagonista principale di questa serie- con il gruppo già scelto da Tempofosco, alla cui  morte vuole rendere giustizia al più presto. Il ritmo incalzante toglie il respiro e lascia sgomenti: Rosy Abate è vittima di un attentato presso un distributore di carburante, come emerge dagli esami di laboratorio sulle arcate dentarie del cadavere altrimenti irriconoscibile, e il sempre presente De Silva viene trovato impiccato nella  cella del carcere militare dove i suoi amici dei Servizi lo avevano trasferito in seguito all’arresto operato dalla Squadra di Anna. Il bravo Valsecchi non si smentisce e il  sangue scorre in abbondanza, dunque.Ma sorgono dei dubbi e alcune domande si impongono perentoriamente : e se Rosy e De Silva non fossero morti ? Questi due personaggi sono cardini portanti di tutta la storia e non possono sparire così; d’altra parte ormai siamo abituati a vederli riapparire anche dall’oltretomba. Quella di De Silva è sicuramente una messinscena per ostacolare la ricerca  della verità sugli intrecci tra mafia e istituzioni, e sulla morte di Rosy è legittimo avanzare il beneficio del dubbio.Vedremo.

Non l’amore, non i soldi, non la fede, non la fama, non la giustizia, datemi la verità!» [Henry David Thoreau]

 

 

La libertà che ti uccide

Cosa spinge un ragazzo ad affrontare imprese estreme,anzi impossibili.

Un vero e proprio pugno nello stomaco. Diverse volte sono stata tentata di abbandonare la lettura di questo libro, che trovavo inutile e, in un certo senso noiosa, anche perchè lo stile dell’autore non è dei miei preferiti.  Poi, però quella solita sfida per la quale devo   portare a termine un lavoro comunque iniziato, e la curiosità che mi stimola e cercare il perchè di tutto, mi hanno fatto continuare; ma fa male, sì questa storia vera mi ha fatto sentire male. Spesso quando leggo un libro mi capita di immedesimarmi in qualcuno dei suoi personaggi, e qui ho sofferto insieme a Chris il suo dramma, umano, esistenziale, fisico e morale. Ahimè.chris

Un giovane che ama la montagna, che ha imparato a conoscere sin da piccolo nelle arrampicate con il suo papà. Buona famiglia della borghesia  americana, deve ubbidire, come si conviene, a completare gli studi, che alterna con periodi di escursioni estreme in luoghi quasi inaccessibili, che per Chris assumono un fascino inquietante. Le escursioni si susseguono e ormai in solitario per vivere lontano dalla società consumistica, a contatto della natura, della quale il giovane si sente parte integrante fino al midollo, e cerca il percorso sempre più difficile liberandosi via via della zavorra della vita quotidiana. Alterna periodi di stasi adattandosi, nel luoghi che incontra sulla sua strada, a fare qualsiasi lavoro per procurarsi strumenti indispensabili per le arrampicate e un pò di cibo, il minimo indispensabile perchè cerca di alimentarsi con prodotti spontanei che reperisce lungo i sentieri e per i quali si è fatto una discreta cultura scientifica. Abbandona, dunque, strada facendo, l’automobile, il telefono, la bussola e vuole riuscire a cavarsela da solo. Purtroppo, dopo lunghe sofferenze muore in totale solitudine al riparo in un vecchio autobus abbandonato. Kraukauer si sente particolarmente attratto da questa storia, anche perchè pure lui ama la montagna e le escursioni estreme, con tutti i relativi rischi, e ricostruisce la storia con riferimenti ad altre simili; rivive e fa rivivere al lettore la vita tormentata di questo giovane che cerca e spera di trovare nella realizzazione delle scalate impossibile la sua vera identità, la sua affermazione come persona senza se e senza ma, aldilà di ogni ragionevole dubbio. Viene fuori il ritratto di un ragazzo riservato, intelligente, preparato, buono, educato, che suscita simpatia nelle persone che incontra nel suo percorso e con molte delle quali rimane in contatto epistolare, anche se discontinuo a causa del suo peregrinare. Secondo l’autore la morte può essere sopraggiunta per avvelenamento di alcun semi che a poco a poco portano alla morte e sui quali Chris probabilmente non era abbastanza informato o avrà confuso con altri commestibili. E però se avesse avuto con sé anche solo la bussola avrebbe capito che poco lontano dal luogo in cui si trovava c’era la via della salvezza e invece ha potuto solo annotare sulle pagine sgualcite degli inseparabili, quelli sì insieme alla chitarra,, libri che aveva portato gelosamente con sé, in qualche modo la sua sofferenza.nelle-terre-estreme

In questo suo ultimo viaggio Chris non aveva avvisato la famiglia, con la quale ha voluto tagliare ogni rapporto confidando solo  alla sorellina, alla quale è legatissimo, la sua intenzione di partire all’avventura. Per quale motivo ? Perchè in suo percorso nella natura precedente, in un centro abitato dove si è fermato a soggiornare per qualche giorno, ha appreso che il suo papà prima di divorziare dalla prima moglie aveva avuto una doppia vita, tanto che lui Chris, ha un fratello coetaneo avuto dal suo babbo con la prima compagna. Questo fatto fa esplodere nel giovane un senso di indignazione e di rabbia e di umiliazione nei confronti di entrambi i genitori, non tanto per la storia in se stessa, quanto e soprattutto per il fatto che avrebbe voluto, preteso, e dovuto esserne messo a conoscenza direttamente dai propri genitori. Parte verso l’ignoto, quindi, il giovane Chis, nascondendosi spesso, forse anche da se stesso, con un nome falso, per cercare la libertà, libertà dal giogo degli stereotipi di una cosiddetta civiltà avanzata, dagli orpelli di una famiglia dalla quale si sente tradito, e  che come una zavorra esistenziale  pesano sulle spalle e sull’anima. Perchè qualsiasi sia la verità è mille volte meglio delle bugie meschine e miserabili che offendono la dignità della persona umana. Si sente tradito Chris nei suoi affetti più cari senza alcuna  possibilità di riscatto ; tradito e ferito nei suoi sentimenti più nobili e profondi e intimi. Deve arrivare in cima Chris per  sentirsi finalmente libero e felice, deve realizzare questo sogno con il quale purificherà il suo spirito dalle ingiustizie patite. E purtroppo, vi rimane impigliato, tradito anche da madre natura. Eppure ci aveva creduto, e vi si era affidato completamente  con la certezza che quella madre non l’avrebbe mai ingannato. Senza speranza ?

 

Inevitabile, allora, il richiamo al solito ed eterno conflitto generazionale  e al disagio vissuto spesso in famiglia, esaltato da molti autori e in maniera magistrale da Kafka con la Metamorfosi, per il quale molti giovani, in un modo o nell’altro rinunziano alla vita.

 

 

 

Nel giorno in cui il Tour De France scala il Monte Ventoso, mi piace ricordare la famosa lettera scritta da Francesco Petrarca all’amico Dionigi, un pezzo di letteratura che per me è stato, ed è tuttora, fonte di stimolo e forza e coraggio perchè le conquiste ottenute con fatica e sudore sono durature e aiutano a conoscere meglio se stessi 
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A DIONIGI DA BORGO SAN SEPOLCRO,
DELL’ORDINE DI SANT’AGOSTINO, PROFESSORE DELLA SACRA PAGINA.
SUI PROPRI AFFANNI.
Oggi, spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza, sono salito sul più alto monte di questa regione, chiamato giustamente Ventoso [1]. Da molti anni mi ero proposto questa gita; come sai, infatti, per quel destino che regola le vicende degli uomini, ho abitato in questi luoghi sino dall’infanzia e questo monte, che a bell’agio si può ammirare da ogni parte, mi è stato quasi sempre negli occhi. […]
Partimmo da casa il giorno stabilito e a sera eravamo giunti a Malaucena [2], alle falde del monte, verso settentrione. Qui ci fermammo un giorno ed oggi, finalmente, con un servo ciascuno, abbiamo cominciato la salita, e molto a stento. La mole del monte, infatti, tutta sassi, è assai scoscesa e quasi inaccessibile, ma ben disse il poeta che “l’ostinata fatica vince ogni cosa”. [3] Il giorno lungo, l’aria mite, l’entusiasmo, il vigore, l’agilità del corpo e tutto il resto ci favorivano nella salita; ci ostacolava soltanto la natura del luogo. In una valletta del monte incontrammo un vecchio pastore che tentò in mille modi di dissuaderci dal salire, raccontandoci che anche lui, cinquant’anni prima, preso dal nostro stesso entusiasmo giovanile, era salito fino sulla vetta, ma che non ne aveva riportato che delusione e fatica, il corpo e le vesti lacerati dai sassi e dai pruni, e che non aveva mai sentito dire che altri, prima o dopo di lui, avesse ripetuto il tentativo. Ma mentre ci gridava queste cose, a noi – così sono i giovani, restii ad ogni consiglio – il desiderio cresceva per il divieto. Allora il vecchio, accortosi dell’inutilità dei suoi sforzi, inoltrandosi un bel po’ tra le rocce, ci mostrò col dito un sentiero tutto erto, dandoci molti avvertimenti e ripetendocene altri alle spalle, che già eravamo lontani. Lasciate presso di lui le vesti e gli oggetti che ci potevano essere d’impaccio, tutti soli ci accingiamo a salire e ci incamminiamo alacremente. Ma come spesso avviene, a un grosso sforzo segue rapidamente la stanchezza, ed eccoci a sostare su una rupe non lontana. Rimessici in marcia, avanziamo di nuovo, ma con più lentezza; io soprattutto, che mi arrampicavo per la montagna con passo più faticoso, mentre mio fratello, per una scorciatoia lungo il crinale del monte, saliva sempre più in alto. Io, più fiacco, scendevo giù, e a lui che mi richiamava e mi indicava il cammino più diritto, rispondevo che speravo di trovare un sentiero più agevole dall’altra parte del monte e che non mi dispiaceva di fare una strada più lunga, ma più piana. Pretendevo così di scusare la mia pigrizia e mentre i miei compagni erano già in alto, io vagavo tra le valli, senza scorgere da nessuna parte un sentiero più dolce; la via, invece, cresceva, e l’inutile fatica mi stancava. Annoiatomi e pentito oramai di questo girovagare, decisi di puntare direttamente verso l’alto e quando, stanco e ansimante, riuscii a raggiungere mio fratello, che si era intanto rinfrancato con un lungo riposo, per un poco procedemmo insieme. Avevamo appena lasciato quel colle che già io, dimentico del primo errabondare, sono di nuovo trascinato verso il basso, e mentre attraverso la vallata vado di nuovo alla ricerca di un sentiero pianeggiante, ecco che ricado in gravi difficoltà. Volevo differire la fatica del salire, ma la natura non cede alla volontà umana, né può accadere che qualcosa di corporeo raggiunga l’altezza discendendo. Insomma, in poco tempo, tra le risa di mio fratello e nel mio avvilimento, ciò mi accadde tre volte o più. […]petrarca
C’è una cima più alta di tutte, che i montanari chiamano il “Figliuolo”; perché non so dirti; se non forse per antifrasi, come talora si fa: sembra infatti il padre di tutti i monti vicini. Sulla sua cima c’è un piccolo pianoro e qui, stanchi, riposammo. […] Ma ecco entrare in me un nuovo pensiero che dai luoghi mi portò ai tempi. “Oggi – mi dicevo – si compie il decimo anno da quando, lasciati gli studi giovanili, hai abbandonato Bologna [4]: Dio immortale, eterna Saggezza, quanti e quali sono stati nel frattempo i cambiamenti della tua vita! Così tanti che non ne parlo; del resto non sono ancora così sicuro in porto da rievocare le trascorse tempeste. Verrà forse un giorno in cui potrò enumerarle nell’ordine stesso in cui sono avvenute, premettendovi le parole di Agostino: ‘Voglio ricordare le mie passate turpitudini, le carnali corruzioni dell’anima mia, non perché le ami, ma per amare te, Dio mio’. [5] Troppi sono ancora gli interessi che mi producono incertezza ed impaccio. Ciò che ero solito amare, non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza. In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta [6]: ‘Ti odierò, se posso; se no, t’amerò contro voglia’. […]
Questi ed altri simili erano i pensieri, padre mio, che mi ricorrevano nella mente. Gioivo dei miei progressi, piangevo sulle mie imperfezioni, commiseravo la comune instabilità delle azioni umane; e già mi pareva d’aver dimenticato il luogo dove mi trovavo e perché vi ero venuto, quando, lasciate queste riflessioni che altrove sarebbero state più opportune, mi volgo indietro, verso occidente, per guardare ed ammirare ciò che ero venuto a vedere: m’ero accorto infatti, stupito, che era ormai tempo di levarsi, che già il sole declinava e l’ombra del monte s’allungava. […] Mentre ammiravo questo spettacolo in ogni suo aspetto ed ora pensavo a cose terrene ed ora, invece, come avevo fatto con il corpo, levavo più in alto l’anima, credetti giusto dare uno sguardo alle Confessioni di Agostino, dono del tuo affetto, libro che in memoria dell’autore e di chi me l’ha donato io porto sempre con me: libretto di piccola mole ma d’infinita dolcezza. Lo apro per leggere quello che mi cadesse sott’occhio: quale pagina poteva capitarmi che non fosse pia e devota? Era il decimo libro. Mio fratello, che attendeva per mia bocca di udire una parola di Agostino, era attentissimo. Lo chiamo con Dio a testimonio che dove dapprima gettai lo sguardo, vi lessi: “e vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi”. [7] Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me stesso dell’ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già da tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da ammirare tranne l’anima, di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di grande.

Francesco Petrarca

[Traduzione a cura di G. Bellini e G. Mazzoni, Laterza]

Don Ferrante

Il 5 luglio ha compiuto 63 anni di vita sacerdotale, e il 6 luglio ha lasciato la vita terrena Don Nicola Ferrante

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Essenziale.

Pensando a Don Nicola Ferrante, mi viene in mente questo etimo : essenziale come vero, senza fronzoli. L’ho conosciuto alla scuola media nel ruolo di insegnante di religione e sin da subito ho percepito, anche se ancora nel mio subconscio, la forza interiore  e la fame di cultura che in qualche modo hanno contribuito alla mia formazione. Dire degli incarichi che via via ha ricoperto onorandoli con acume e sottile intelligenza, sarebbe un lavoro lungo e complesso, perchè Don Nicola ha spaziato in lungo e in largo nella Diocesi di Reggio Bova, sempre attento e perspicace, anticipando spesso i tempi senza ipocrisie e bigottismi. Storico del territorio con varie pubblicazioni al riguardo, e cultore degli archivi è stato un punto di riferimento fondamentale per tutti coloro che, giovani e/o adulti, fossero in qualche modo interessati a notizie del passato, che lui attualizzava sempre con spirito innovativo. Dagli studi sui santi Italo_Greci- Bizantini al recupero della famosa Chiesa della Graziella, lascia un patrimonio storico importantissimo . Come non ricordare  le conversazioni nei locali dell’Archivio Arcivescovile i martedi mattina, quando la storia diventava presente guardando al futuro sempre con ottimismo!   Giovane tra i giovani, ai quali ha dato sempre grandi spazi, adulto e vecchio tra i vecchi, che stimolava ad impegni nel sociale aldilà delle difficoltà quotidiane. Mai sopra le righe, sempre sorridente, si poneva con  comprensione e rispetto verso tutti,vero testimone dell’importanza della cultura, e con la  Parola adeguata ad ogni situazione e ad ogni persona, mai banale o formale. E già decenni fa,quando capitava qualcuno che gli diceva di volersi legare sentimentalmente ad una persona divorziata, il Don gli ricordava semplicemente, prima di inoltrasi nella storia, di riflettere sul fatto di  essere comunque la seconda scelta.Mai clericale, mai invadente, lontano dalle autocelebrazioni , dall’enfasi, ha fatto della discrezione il suo stile di vita sempre con dignità, semplicità e modestia, senza mai fare sfoggio della sua enorme cultura; direi  un Monsignore secolare: secondo me  Don Ferrante ha incarnato lo spirito della Carità raccontato da San Paolo nella lettera ai Corinzi,

“La carità è paziente,è benigna la carità;la carità non invidia, non si vanta,non si gonfia, non manca di rispetto,non cerca il proprio interesse, non si adira,non tiene conto del male ricevuto,ma si compiace della verità.tutto tollera, tutto crede,tutto spera, tutto sopporta.La carità non verrà mai meno………

Ora esistono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità;
ma la più grande di esse è la carità”.

Mi ritengo personalmente fortunata per averlo incontrato nella mia strada.

 

Nessuno tocchi Caino

Caino e Abele

 

 

 

Il bollettino di guerra è inarrestabile, giorno dopo giorno si sgrana dolorosamente il rosario dei morti ammazzati : il Nostro Mare, quel Mediterraneo che ha visto nascere le antiche e migliori civiltà, è diventato il mare degli orrori, della morte, fossa comune di esseri umani senza volto e senza identità. Uomini , donne, bambini  in balia di persone senza scrupoli che in nome del dio Mammona lucrano spietatamente sulla vita di intere popolazioni con la complicità di Governi, politici e politicanti di mestiere dell’evoluto e avanzato Occidente e della Chiesa Cattolica  cosiddetta Universale. Signori, costoro, che si riempiono la bocca di chiacchiere in un giro vorticoso di soldi, sporchi- sporchissimi- sudici,cercando di giustificare la propria coscienza mentre dalle onde si elevano grida di disperazione. I Caini di turno, coloro che illudono le genti a lasciare i propri luoghi di appartenenza imponendo un prezzo notevole come pizzo, coloro che trasportano, che incarcerano, che torturano, che uccidono centinaia di migliaia di esseri umani che sono tanti, troppi, però non si toccano : NESSUNO TOCCHI CAINO.

La Chiesa Universale, quella Chiesa che si sporca con atti e misfatti di reati ignobili, come la pedofilia, e sfoggia lussi e lustri scandalosi e misteri dolorosi, che tradiscono il messaggio evangelico stia zitta almeno e non cerchi di dare lezione ad altri , di nessun tipo e in nessun campo : la Chiesa, questa Chiesa lussuriosa e lasciva, ha rubato il mio Dio.

Sara

 

E il rosario si sgrana con immenso dolore in Italia, con morti ammazzati con inaudita ferocia. Li chiamano femminicidi, ma a me questo termine orribile puzza di ipocrisia. Si tratta di delitti di una ferocia crudele, terribile, insana, efferata, sanguinaria, angosciosa, mostruosa. Giorno dopo giorno. Senza tregua. NESSUNO TOCCHI CAINO. Si impone quindi l’interrogatorio di garanzia : quando il reo confesso fornisce dettagli inequivocabili sul crimine commesso, che senso ha l’interrogatorio di garanzia ? Andrebbe CONDANNATO A MORTE per direttissima, senza se e senza ma. Certo si richiede la massima professionalità da parte degli inquirenti e dei giudici, ma se l’assassino confessa fornendo elementi certi e indubitabili, che significato ha istruire processi infiniti che spesso si risolvono generosamente nei confronti del colpevole, il quale poi avrà modo di reiterare il reato?  Eppure avevo pensato di vivere in uno Stato di diritto, che tutela la vita dei suoi cittadini !.. Io però non mi sento sicura manco dentro casa : lo Stato, il mio Stato, cioè la Istituzione che dovrebbe essere la mia massima espressione, mi ha tradito, abbandonato, violentato. Sapevo che la mia libertà finisce dove comincia quella dell’altro, degli altri. Io invece mi sento in gabbia, con i tentacoli di una piovra che mi ghermiscono senza pietà.NESSUNO TOCCHI CAINO.E mentre si assiste inermi a questi eccidi vengo martellata 24 ore su 24 da fiumi di parole per  una cosiddetta riforma costituzionale; e a me le Costituzioni non piacciono a prescindere: ritengo che un Paese civile non abbia bisogno di leggi e di così tante leggi per il vivere civile. Già Platone, in tempi sicuramente non sospetti nel De Republica sostiene che il paese che ha bisogno di tante leggi, è come se non ne avesse alcuna. E l’italia di oggi ha fin troppe leggi, codici, codicilli, impedimenti dirimenti e quant’altro che rendono quantomai inutile la Carta Costituzionale, che è un totem, un vero e proprio feticcio usato ora da questo ora da quello a convenienza.

In questo contesto socialmente malato capita spesso che nell’immaginario collettivo vengano capovolti i termini reali, per cui la vittima diventa colpevole e il colpevole vittima, con buona pace degli pseudomoralisti di turno che biascicano a vuoto parole senza senso, e senza rispetto per la dignità della persona umana.

Abbiamo sacrificato l’identità di popolo sull’altare  del Villaggio Globale e  abbiamo massificato l’istruzione per meglio manipolare genti a tutte le latitudini e tuttora però nel nostro Bel Paese continuiamo a litigare su quisquilie di parti e di partiti, strumenti,noi, ormai inermi, di trappole insidiose guidate da demoplutocrazie massonico- giudaiche e giudaico-massoniche. NESSUNO TOCCHI CAINO

Il 2 aprile del 2005 avevo scritto questa breve riflessione che riporto integralmente

 

wojtyla

Ogni parola è un seme: l’ultimo libro di Susanna Tamaro uscito in questi giorni è un canto alla vita, dove si intrecciano riflessioni sul mondo naturale della fauna e della flora,del quale l’ essere umano è parte integrante.
“ Spesso mi chiedo come si possa definire il nostro tempo,se c’è un fattore che lo unifica e lo contraddistingue. Sicuramente è un’ epoca di grande complessità e di grosse contraddizioni. Viviamo,infatti, nell’ età del massimo benessere e della tangibile insoddisfazione,dell’ estrema sicurezza e delle incontrollabili paure,delle sofisticatissime comunicazioni planetarie e della totale incapacità delle persone di comunicare tra loro. Un tempo di grandi inquietudini spirituali e di agghiaccianti fanatismi. Se devo però immaginare un fattore evidente,fisico, che distingue i nostri giorni e lega insieme tutte queste contraddizioni,lo identifico nella presenza ossessiva e tirannica del rumore,disarmonia sonora alla quale gli esseri umani sono ormai totalmente assuefatti…….. Il silenzio è morto e,scomparendo,ha trascinato con sé tutto ciò che costituisce il fondamento dell’ essere umano. Senza silenzio non posso conoscermi, non posso conoscere l’altro,non posso conoscere il misterioso destino che ci lega. Senza silenzio non riesco a mettermi in ascolto. Senza ascolto non posso attingere alla fonte della sapienza…..Immagino le notti dei primordi,spezzate solo da rumori ,urla, latrati, e,poi, all’ improvviso, quel suono piccolo,fragile,strano,che non si era mai sentito prima. La prima parola dell’ uomo. Ogni parola è un seme. E come il seme,quando è fecondo,contiene in sé il proprio nutrimento. Da troppo tempo le nostre parole,le parole degli uomini,non sanno più radicarsi . Girano stancamente senza trovare il terreno che permette loro, nel chiacchiericcio ormai cosmico che ci avvolge,di aprirsi un varco. Uno spiraglio di senso,di verità, di fondamento. Sono tante,troppe, sempre più inutili. Ci parliamo continuamente,pur con i mezzi tecnologicamente più avanzati, per non dirci  niente. Anzi, più discorsi facciamo,più difficoltà abbiamo a comprenderci. Parliamo e parliamo,senza mai essere sfiorati dal dubbio che la parola,per esistere davvero,deve essere nutrita dall’ ascolto…. Sì, ogni parola è un seme,e il cuore dell’ uomo il luogo in cui si deve posare. E’ lì ,dentro di noi, che deve mettere radici, spezzare il tegumento dell’ indifferenza,crescere,innalzarsi, verso il cielo,trasformandoci in creature colme di sapienza “.

Ho sentito il bisogno di condividere con voi questa pagina,il cui contenuto trova ulteriori conferme proprio in questi giorni da due fatti di cronaca importanti : la vicenda di Terri Schiavo,questa donna muta,che ha trasmesso a tutto il mondo la sua sofferenza,intorno alla quale una fitta ragnatela di parole montava un caso mediatico rilevante; l’ autorevole figura di Papa Wojtyla capace di comunicare,giocoforza e suo malgrado,anche senza parlare,con il silenzio. Certamente non è un caso che il Pontefice sia onorato,stimato e rispettato  da tutti e in tutto il mondo,indipendentemente dal credo religioso e politico : un comunicatore straordinario ed esaltante , che è riuscito,inconsciamente, con un appello silenzioso e quantomai significativo, a radunare intorno a sé, zittiti e attoniti, i parolai della politica italiana ,risparmiandoci  un ulteriore indecoroso spettacolo di parole vuote e senza senso di chiusura della campagna elettorale.
La parola,che per il suo significato intrinseco, dovrebbe essere utilizzata per un confronto in parallelo può diventare mezzo di prevaricazione,di aggressività e di abuso,confermando il detto “ ne uccide più la lingua che la spada “.