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(Ap)

Flavia Pennetta, Francesca Schiavone,

Sara Errani e Roberta Vinci

…ti dice niente la Fed Cup  ?

in un abbraccio il sapore  gradevolissimo della vittoria.

Al Polimeni di Reggio Calabria Pennetta e le altre hanno disegnato un’impresa di squadra  perfetta, meravigliosa. Brave, bravissime.

ReggioArgento

L’argento del Valanidi

Pubblicato da peppecaridi su 4, Novembre, 2009

http://www.meteoweb.it/cgi/uploads/sezioni/4118/foto/14.jpgdi Stefano Migliardi – Sulla mia scrivania ormai da tempo giaceva dimenticata una cartellina con su scritto “Argento nell’alta valle della fiumara Valanidi”.
Lavoro e famiglia non mi davano tregua, ma ogni tanto la riaprivo per aggiungere qualche traccia in più.

La mia curiosità riguardava la storia dell’estrazione di metalli preziosi dalle colline sopra Reggio Calabria.

Articoli presi qua e là, scritti da professori come Rubino o Sorgonà, spunti da lavori di geologi moderni famosi come Pileggi, Pipino oppure la descrizione geologica della Calabria del mitico ing. Cortese.

Gli indizi erano parecchi e tutti datati:

  • L’ing. Melograni che nel 1823 esplorando geologicamente l’Aspromonte diceva che “le cave erano aperte nei valloni del Valanidi come Allai… dal cunicolo della “Stroffa” usciva il materiale per la fonderia ed in quantità…”
  • L’articolo del prof. Orlando Sorgonà sulle fonderie di Arangea che riportava tanti estratti bibliografici tra cui il De Lorenzo (1760) che parlava di “…laverie della terra argentifera del Valanidi”.
  • La patena di argento dorato conservata nello spettacolare Museo di San Paolo a Reggio, unico residuo dei prodotti delle officine di Arangea con un testo latino inciso che festeggia il matrimonio tra Carlo III e la regina Amalia nel 1750.

    Insomma, Re Carlo III di Borbone aveva fatto arrivare dalla Sassonia tecnici e minatori (conterranei della Regina), esperti nell’estrarre e lavorare minerali preziosi. Aveva fatto costruire una grande fonderia dove “macinando e arrostendo” rocce e galene provenienti anche dalla vallata del Valanidi, si producevano ferro, rame, piombo e da quest’ultimo appunto l’argento.

    Questa era la storia, ma adesso dove si trovano queste miniere?

    Si sapeva che c’era qualche accenno di traforo o vecchi ruderi, ma cercavo la corrispondenza tra la realtà odierna del 2009 d.C. e quanto si scriveva due secoli fa. Specialmente sulla parte “argentifera”.

    In mio aiuto, la mail di un amico cacciatore che segnalava grotte non meglio identificate in un costone della vallata aggiungendo qualche riferimento topografico.
    Non essendo zona abitata escludevo che fosse un rifugio antiaereo perciò poteva essere proprio una bocca di miniera.

    L’unico modo di verificare era andarci, attrezzati da trekking e sperando in una giornata meteorologicamente “clemente”.

    Un sabato le condizioni si facevano favorevoli e con il prof. Sorgonà percorriamo con la macchina la strada che ci porta verso l’alta valle del Valanidi.

    Ritrovo qualche riferimento della mail ma chiedendo in loco restringiamo il campo di indagine.
    Scendiamo in un valloncello e dopo circa 100 metri ci ritroviamo di fronte ad un costone di roccia nerastra pieno di rovi. Al centro proprio la bocca di miniera.

    L’emozione è forte poiché davanti a noi si materializzano, a distanza di 200 anni, i resti di quegli scavi cominciati da uomini venuti da lontano ovvero quei tedeschi di Sassonia ed in particolare di Frieberg, città tutt’oggi famosa al mondo come la “città dell’Argento”.

    Chissà per quanti anni e chissà quanto materiale “prezioso” è uscito da quel cunicolo. Incredibile vedere intere pareti “scalpellate” a mano per rincorrere, nelle viscere della terra, la sinuosa “vena” argentifera.

    Immaginare poi che dov’ero io, si muovevano freneticamente squadre di minatori che entravano ed uscivano, si davano i turni, caricavano forse carrelli o cassette e chi lo sa che altro facevano.
    Decido di entrare per qualche metro procedendo carponi poi riesco ad alzarmi quasi completamente; la galleria non è molto lunga e probabilmente è ostruita; una presa d’aria fa entrare un raggio di sole e mi fa scorgere in basso un rudimentale canale scavato a mano che probabilmente faceva defluire l’acqua di infiltrazione da qualche altra parte a valle.

     

    Scatto alcune foto ed appoggio alle pareti lo stemma della Sassonia come per riportare in quei luoghi qualcosa dei suoi antichi frequentatori.

    Lasciamo il posto senza toccare nulla in segno di rispetto per i luoghi e per le proprietà altrui.
  • E l’argento? Rimarrà lì perché, oggi, non è più economicamente “conveniente” estrarlo come si faceva al tempo; la quantità che si ottiene è poca in proporzione al lavorato e soprattutto il prezzo odierno della materia prima è notoriamente basso.
    Già le indagini dell’epoca (nel 1800) davano per Valanidi ogni 100 kg di piombo lavorato dalla roccia circa 500 grammi di argento puro.
    Invece per la galena di Rosalì (ma poi la vena fu “persa”…) ogni 100 kg di roccia si estraevano 68 kg di piombo e da 100 kg di piombo si tiravano 300 grammi di argento.

    Nel 1750 doveva essere invece un metallo veramente prezioso se per esso, per il ferro e per il rame si arrivò a costruire ad Arangea (oggi via Miniera) una fonderia che contava oltre 700 dipendenti tra tedeschi ed italiani che vi edificarono pure la chiesa dove pregare (ricostruita poi nell’odierna San Giovanni Nepomuceno, il santo dei “tedeschi”).

    Poi dopo una trentina d’anni l’abbandono, i terremoti, l’oblio….

    Magari oggi si potrebbe creare un bel percorso di valorizzazione di quelle bocche di miniera.
    Magari si potrebbe fare un gemellaggio con la città di Frieberg in Sassonia nelle cui biblioteche comunali si trova un pezzo di storia di Arangea e del Valanidi.

    Sapremo così dov’è andato a finire l’argento… magari è sepolto sotto qualche bergamotteto!

    Post Scriptum: ringrazio il prof. Orlando Sorgonà (da nominare al più presto Assessore alla Cultura!) e gli amici del Valanidi sia quelli che sono rimastia vivere e a lottare con i denti per conservare il territorio sia quelli lontani che non hanno mai smesso di amare la loro spettacolare vallata.

    tutte le foto qui

    Il Controcanto di Roberto. Dalla Sla alla felicità  [08/10/2009]

     

    L’associazione culturale OSA di Abbadia San Salvatore ha pubblicato nei giorni scorsi l’ultimo libro di Roberto Fabbrini, “Controcanto”. Il volume è stato presentato dal presidente dell’associazione, Nicola Cirocco insieme all’autore e a numerosi amici, accorsi ad ascoltare – oltre a brani dell’opera splendidamente letti dall’attrice Paola Lambardi – i commenti musicali di Franco Fabbrini, fratello di Roberto e brillante compositore jazz,.

    Una scrittura con gli occhi – Roberto è malato di SLA, una forma di distrofia che gli impedisce qualunque tipo di movimento. La stranezza di “Controcanto” sta prima di tutto nell’essere stato scritto con gli occhi, ovvero per mezzo di un computer a puntatura ottica, che ha permesso all’autore di riversare prima sullo schermo e quindi su carta, il suo mondo interiore, a completamento di una riflessione sulla propria condizione che era già iniziata con il libro precedente, “Le ombre lunghe della sera”. Roberto lavora da anni a una ricerca di scrittura e di pensiero che la sua malattia ha in qualche modo accellerato, ma non indebolito, anzi. “Controcanto” dimostra una vivacità che è un insegnamento per tutte le persone cosiddette sane e che spesso non sanno cogliere i frutti della vita con altrettanta attenzione e consapevolezza.

    Il Controcanto di Roberto Fabbrini - Nella cantata sacra, e poi nel madrigale e nel mottetto rinascimentale, il “controcanto” è la seconda melodia, portata avanti – su una base corale – da un semicoro che si oppone a quello principale, fino a convergere nella prima melodia e comporre così un unico tema musicale. Roberto sceglie di contrappuntare con la disperazione iniziale il coro che, nella vita, tutti siamo chiamati a intonare, salvo – alla fine di un percorso che passa dal lamento e pianto al perdono e alla riconciliazione (così si chiamano le quattro parti che compongono questa “cantata”) – condursi verso una accettazione finale che riporta la sua voce a quella degli altri esseri umani, che non cantano più “contro” ma partecipano alla melodia universale. Il riferimento agli angeli – già presente, con forza maggiore, nel libro precedente – è in questo senso illuminante, perché gli angeli sono la rappresentazione puramente terrena di una serie di figure apportatrici di amore, nella disperazione, nella fattispecie la moglie e il figlio di Roberto, cui il libro è dedicato.

    Le tre metafore del toro, del cavaliere e del sesso - Con poche parole (“I discorsi si fanno più brevi,/la parola diventa essenziale;/perfino i pensieri fanno voli più corti/per timore/di non arrivare alla fine”) il percorso si compie: ma non è un percorso, come si potrebbe immaginare, verso la fine. Al contrario: è un inizio: l’inizio della felicità, che gli altri membri del coro difficilmente riescono a trovare. La riconciliazione finale è il riconoscimento di un amore senza fine, di cui colui che scrive riconosce grato il volto. Ci sono tre metafore importanti nel libro: quella del toro nella corrida, pizzicato dalle “banderillas”, tormentato dai “picadores”; la leggenda di gusto medievale di Martino che, come il cavaliere dei “Settimo sigillo” di Bergman, riesce ripetutamente a ingannare la morte, per essere comunque condotto via da lei alla fine, ma senza provare alcun dolore. Ma la più bella ed efficace è la metafora sessuale che apre il poemetto: è la storia di un uomo che non può più utilizzare il suo corpo come vorrebbe, ma che riesce ugualmente a provare le gioie dell’amplesso. Nell’immaginazione, nel ricordo, in un caldo ambiente di grotta materna che descrive con sconvolgente concretezza le gioie di possedere un corpo. Ai coristi della melodia principale sembra scontato che sia così, ma lo è davvero?

    Un nuovo inizio, dunque. Adesso, dobbiamo solo aspettare il prossimo libro di Roberto Fabbrini, e la gioia che – come i precedenti – saprà dare agli altri. Se è possibile avanzare un presentimento, si potrebbe dire che ci si potrebbe aspettare una delle sue delicate fiabe sugli angeli, sul benessere, sulla gioia. Sulla felicità.

    sienalibri.it

    Pandemia inventata ?

    Ah1n1, una pandemia inventata?
    Mercoledì 04 Novembre 2009 09:05
    di Enzo Vitale* - Il dott. Carlos Alberto Morales Paita, pediatra del Children’s Hospital di Lima in Perù, ha fatto girare un’e-mail i cui contenuti, traboccanti di amara ironia e ampiamente condivisibili,

    meritano un’opportuna diffusione non foss’altro che per sdrammatizzare quanto oggi accade.

    1) Un numero discreto di persone contraggono l’influenza suina e ci si mette la mascherina… 25 milioni di persone con AIDS e non ci si mette il preservativo…

    2) pandemia di lucro: che interessi economici si muovono dietro l’influenza suina? Nel mondo, ogni anno, muoiono milioni di persone, vittime della malaria… I notiziari di questo non parlano…

    3) Nel mondo, ogni anno muoiono due milioni di bambini per diarrea che si potrebbe evitare con un semplice rimedio che costa 25 centesimi.. . I notiziari di questo non parlano…

    4) Polmonite e molte altre malattie curabili con vaccini economici, provocano la morte di 10 milioni di persone ogni anno … I notiziari di questo non parlano…

    5) Ma quando comparve la famosa influenza dei polli… i notiziari mondiali si inondarono di notizie… un’epidemia e più pericolosa di tutte, una pandemia! Non si parlava d’altro, nonostante questa influenza causò la morte di 250 persone in 10 anni… 25 morti l’anno!!

    6) L’influenza comune, uccide ogni anno mezzo milione di persone nel mondo … Mezzo milione contro 25.

    7) E quindi perché un così grande scandalo con l’influenza dei polli? Perché dietro questi polli c’era un “grande gallo”. La casa farmaceutica internazionale Roche con il suo famoso Tamiflu, vendette milioni di dosi ai paesi asiatici. Nonostante il vaccino fosse di dubbia efficacia, il governo britannico comprò 14 milioni di dosi a scopo preventivo per la sua popolazione.

    8) Con questa influenza, Roche e Relenza, ottennero milioni di dollari di lucro.

    9) Prima con i polli, adesso con i suini: e così adesso è iniziata la psicosi dell’influenza suina. E tutti i notiziari del mondo parlano di questo. E allora viene da chiedersi: se dietro l’influenza dei polli c’era un “grande gallo”, non sarà che dietro l’influenza suina ci sia un “grande porco?”.

    10) L’impresa nord americana Gilead Sciences ha il brevetto del Tamiflu. Il principale azionista di questa impresa è niente meno che un personaggio sinistro, Donald Rumsfeld, segretario della difesa di Gorge Bush, artefice della guerra contro l’Iraq…

    11) Gli azionisti di Roche e Relenza si stanno fregando le mani… felici per la nuova vendita milionaria. La vera pandemia è il guadagno, gli enormi guadagni di questi mercenari della salute…

    12) Se l’influenza suina è così terribile come dicono i mezzi di informazione, se l’Organizzazione Mondiale della Salute (diretta dalla cinese Margaret Chan) è tanto preoccupata, perché non dichiara un problema di salute pubblica mondiale e autorizza la produzione farmaci generici per combatterla?
    In dodici punti un quadro che, se per un verso è “rassicurante” dal punto di vista sanitario, è oltremodo allarmante da quello morale.

    *Presidente Fondazione Mediterranea

    Reggio Calabria

    A livella di Totò

    Ogn’anno,il due novembre,c’é l’usanza
    per i defunti andare al Cimitero.
    Ognuno ll’adda fà chesta crianza;
    ognuno adda tené chistu penziero.Ogn’anno,puntualmente,in questo giorno,
    di questa triste e mesta ricorrenza,
    anch’io ci vado,e con dei fiori adorno
    il loculo marmoreo ‘e zi’ Vicenza.St’anno m’é capitato ‘navventura…
    dopo di aver compiuto il triste omaggio.
    Madonna! si ce penzo,e che paura!,
    ma po’ facette un’anema e curaggio.’O fatto è chisto,statemi a sentire:
    s’avvicinava ll’ora d’à chiusura:
    io,tomo tomo,stavo per uscire
    buttando un occhio a qualche sepoltura.“Qui dorme in pace il nobile marchese
    signore di Rovigo e di Belluno
    ardimentoso eroe di mille imprese
    morto l’11 maggio del’31″
    ‘O stemma cu ‘a curona ‘ncoppa a tutto…
    …sotto ‘na croce fatta ‘e lampadine;
    tre mazze ‘e rose cu ‘na lista ‘e lutto:
    cannele,cannelotte e sei lumine.Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e stu signore
    nce stava ‘n ‘ata tomba piccerella,
    abbandunata,senza manco un fiore;
    pe’ segno,sulamente ‘na crucella.

    E ncoppa ‘a croce appena se liggeva:
    “Esposito Gennaro – netturbino”:
    guardannola,che ppena me faceva
    stu muorto senza manco nu lumino!

    Questa è la vita! ‘ncapo a me penzavo…
    chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
    Stu povero maronna s’aspettava
    ca pur all’atu munno era pezzente?

    Mentre fantasticavo stu penziero,
    s’era ggià fatta quase mezanotte,
    e i’rimanette ‘nchiuso priggiuniero,
    muorto ‘e paura…nnanze ‘e cannelotte.

    Tutto a ‘nu tratto,che veco ‘a luntano?
    Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…
    Penzaje:stu fatto a me mme pare strano…
    Stongo scetato…dormo,o è fantasia?

    Ate che fantasia;era ‘o Marchese:
    c’o’ tubbo,’a caramella e c’o’ pastrano;
    chill’ato apriesso a isso un brutto arnese;
    tutto fetente e cu ‘nascopa mmano.

    E chillo certamente è don Gennaro…
    ‘omuorto puveriello…’o scupatore.
    ‘Int ‘a stu fatto i’ nun ce veco chiaro:
    so’ muorte e se ritirano a chest’ora?

    Putevano sta’ ‘a me quase ‘nu palmo,
    quanno ‘o Marchese se fermaje ‘e botto,
    s’avota e tomo tomo..calmo calmo,
    dicette a don Gennaro:”Giovanotto!

    Da Voi vorrei saper,vile carogna,
    con quale ardire e come avete osato
    di farvi seppellir,per mia vergogna,
    accanto a me che sono blasonato!

    La casta è casta e va,si,rispettata,
    ma Voi perdeste il senso e la misura;
    la Vostra salma andava,si,inumata;
    ma seppellita nella spazzatura!

    Ancora oltre sopportar non posso
    la Vostra vicinanza puzzolente,
    fa d’uopo,quindi,che cerchiate un fosso
    tra i vostri pari,tra la vostra gente”

    “Signor Marchese,nun è colpa mia,
    i’nun v’avesse fatto chistu tuorto;
    mia moglie è stata a ffa’ sta fesseria,
    i’ che putevo fa’ si ero muorto?

    Si fosse vivo ve farrei cuntento,
    pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse
    e proprio mo,obbj’…’nd’a stu mumento
    mme ne trasesse dinto a n’ata fossa”.

    “E cosa aspetti,oh turpe malcreato,
    che l’ira mia raggiunga l’eccedenza?
    Se io non fossi stato un titolato
    avrei già dato piglio alla violenza!”

    “Famme vedé..-piglia sta violenza…
    ‘A verità,Marché,mme so’ scucciato
    ‘e te senti;e si perdo ‘a pacienza,
    mme scordo ca so’ muorto e so mazzate!…

    Ma chi te cride d’essere…nu ddio?
    Ccà dinto,’o vvuo capi,ca simmo eguale?…
    …Muorto si’tu e muorto so’ pur’io;
    ognuno comme a ‘na’ato é tale e quale”.

    “Lurido porco!…Come ti permetti
    paragonarti a me ch’ebbi natali
    illustri,nobilissimi e perfetti,
    da fare invidia a Principi Reali?”.

    “Tu qua’ Natale…Pasca e Ppifania!!!
    T”o vvuo’ mettere ‘ncapo…’int’a cervella
    che staje malato ancora e’ fantasia?…
    ‘A morte ‘o ssaje ched”e?…è una livella.

    ‘Nu rre,’nu maggistrato,’nu grand’ommo,
    trasenno stu canciello ha fatt’o punto
    c’ha perzo tutto,’a vita e pure ‘o nomme:
    tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?

    Perciò,stamme a ssenti…nun fa”o restivo,
    suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
    Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
    nuje simmo serie…appartenimmo à morte!”

    Antonio De Curtis

    Questa Calabria così divisa, tra facebook, zone franche urbane ed elezioni regionali

    Pubblicato da peppecaridi su 30, Ottobre, 2009

    Accese polemiche tra Reggio e Catanzaro su più fronti, mentre i reggini vorrebbero che Reggio si chiamasse “dello Stretto” e non “di Calabria”

    Che la Calabria non sia una Regione unita e compatta è un conclamato fatto storico: basti pensare alla Rivolta di Reggio del 1970 o a tutti quei Reggini che oggi vorrebbero cambiare il nome della loro Città in “Reggio dello Stretto” rispetto all’attuale “Reggio di Calabria” perchè si sentono molto più vicini alla realtà Messinese che a quella Calabrese.
    Questo tipo di sentimento, che va ben oltre una semplice rivalità di campanile ma che è dovuto a decenni di soprusi strategici economici, amministrativi, politici e infrastrutturali, si sta ulteriormente accentuando.
    Il Sindaco di Catanzaro, Rosario Olivo (nella seconda foto a corredo dell’articolo), se l’è presa con il gruppo di facebook “PER REGGIO CALABRIA CAPOLUOGO – NON MOLLIAMO” che, forte di oltre 5.500 iscritti ha organizzato una manifestazione domenica scorsa all’Arena dello Stretto, intitolata alla memoria di Ciccio Franco, figura storica della Reggio della rivolta.
    La manifestazione è stata un autentico flop, e all’incontro hanno partecipato poco più di 70 persone: la stessa Tanya Caridi, una delle amministratrici del gruppo, ha voluto esprimere la propria amarezza in una nota che potete leggere negli approfondimenti di questo articolo.
    Evidentemente molti Reggini hanno capito che, piuttosto che pensare al capoluogo di una Regione che non appartiene per storia, cultura, territorio e tradizioni alla comunità di questa città, sarebbe meglio concentrarsi alla Città Metropolitana e all’Area Metropolitana dello Stretto. Ma quella del gruppo di facebook può essere vista come una provocazione, in cui c’è cascato a pieno il Sindaco di Catanzaro che ha diffuso una nota in cui si è espresso molto preoccupato e ha chiesto di oscurare la pagina di facebook di questo gruppo.
    Addirittura si è rivolto al Ministro dell’Interno, motivando la sua richiesta “con la necessità di evitare che continui a diffondere germi di un insano rancore e di un’irresponsabile rivalità fra territori”. Rosario Olivo ha parlato di “irritazione della comunità catanzarese e di tanti calabresi per un clima insano che intravediamo negli atteggiamenti irresponsabili di alcuni ambienti reggini che fomentano odio sociale nella già bistrattata Calabria. Il gruppo ‘per Reggio Capoluogo’ – aggiunge - in realtà sta minando il già precario clima di conciliazione presente sul territorio, evocando fantasmi del passato con becere rivendicazioni tendenti a scippare il ruolo di capitale regionale a Catanzaro”.

    Se il Sindaco di Catanzaro ed i suoi collaboratori avessero dato un’occhiata a Facebook un pò più approfondita, avrebbero evitato questa gaffe perchè avrebbero scoperto che internet, e nello specifico il social network, è lo sfogo dei sentimenti più vari e singolari. Proprio su facebook esiste anche un gruppo chiamato “Cosenza capoluogo di Regione” con 212 iscritti.
    In Sicilia ci sono ben tre gruppi che chiedono “Catania capoluogo di Regione” con un totale di oltre 1.300 iscritti. E in Basilicata spopola il gruppo “Matera capoluogo di Regione” con quasi 4.000 iscritti.
    Per non parlare dell’Abruzzo, dove “Pescara capoluogo di Regione” ha superato i 2.500 iscritti.
    Eppure i Sindaci di Palermo, Potenza e L’Aquila non sono insorti, perchè evidentemente hanno cose più importanti a cui pensare.
    Solo il Sindaco di Catanzaro ritiene offensivo un gruppo che, nei fatti, ha la sola pretesa di stimolare l’amore dei reggini nei confronti della loro città.

    Ma se il problema fosse solo quello di facebook e di internet, forse non avremmo neanche avuto la briga di scrivere quest’articolo.
    In realtà i problemi della Calabria sono tanti, numerosi e importanti.
    Basti pensare alle zone franche urbane istituite pochi giorni fa in tutt’Italia.

    Quanto fosse fondamentale l’istituzione di una zona franca urbana nel territorio della piana di Gioia Tauro lo sanno bene i Calabresi tutti, i Reggini e ancor di più gli amministratori Regionali che, invece, hanno escluso l’area del reggino Tirrenico per assegnare le tre zfu calabre a Lamezia Terme, Rossano (nel Cosentino Jonico) e Crotone.

    Nel corso dell’iter ministeriale per l’assegnazione delle zone franche urbane, la Regione ha segnalato la necessità di un ulteriore ampliamento dello strumento con l’assegnazione di una quarta zona franca urbana, individuata nelle località marine di Vibo Valentia.
    Insomma, una zona franca a Provincia: Lamezia nel Catanzarese, Rossano nel Cosentino, Vibo e Crotone.
    Ancora una volta, per gli amministratori Regionali è come se Reggio non esistesse ed è come se non esistesse la piana di Gioia Tauro che con il suo porto potrebbe diventare un vettore trainante dell’economia Mediterranea e Italiana.

    E’ evidente che i vertici regionali hanno voluto mostrare, ancora una volta, il loro sentimento insofferente nei confronti di Reggio che, dopo la conquista dello ’status’ di Città Metropolitana, si vede ancor più osteggiata.

    Se andiamo a guardare quali sono state le tre zone franche urbane assegnate alla Sicilia (Catania, Gela ed Erice) ci accorgiamo che esiste un vuoto dalle proporzioni geografiche unico nel resto del centro/sud Italia proprio nelle province di Reggio e Messina, che pure con il polo di Milazzo avrebbe potuto meritare l’assegnazione di una zona franca urbana.

    A questo punto l’Area dello Stretto non può che continuare a essere l’unico vero riferimento di un territorio sempre più bistrattrato e messo da parte dai vari poli Regionali. Un territorio cui non vengono comprese le esigenze e che condivide un’identità comune forte e precisa.

    In questa situazione abbastanza calda, in Calabria ci vanno di mezzo anche le prossime elezioni Regionali: è concreta la possibilità che per la prima volta nella storia di questa Regione ci possa essere un amministratore Reggino, e la candidatura di Giuseppe Scopelliti smuove le acque non solo a livello politico, ma anche e soprattutto a livello territoriale.
    Il sentore è che l’attuale Sindaco di Reggio non sia tanto il candidato del centro/destra, quanto invece il candidato della Città.
    A Reggio, infatti, sono tantissimi a dargli appoggio nonostante un colore politico avverso o addirittura opposto: “non ho mai votato da quella parte, ma lo farò per la prima volta in nome della mia Città”.

    E, viceversa, tanti Catanzaresi stanno seriamente pensando di mettere da parte le loro idee politiche e di votare in base all’espressione territoriale dei candidati.

    Di certo c’è che nei prossimi mesi ne vedremo delle belle …

    Peppe Caridi

    Messina un mese dopo

    foto di peppe Caridi

    LA LETTERA DI UN LETTORE

    «Senza risposte né solidarietà»

    «L’alluvione catalogata come un affare di negligente abusivismo. Come se le vittime fossero di serie B»

    Pubblichiamo la lettera e le foto inviate a Corriere.it da un lettore originario di Giampilieri, uno dei paesini nel Messinese più colpiti dall’alluvione e dai crolli dei primi di ottobre

    È passato quasi un mese dall’alluvione di Messina e a Giampilieri e negli altri paesi colpiti dalle frane del primo ottobre non ha mai smesso di piovere. Prima la pioggia che ha fatto crollare le montagne sulle case. Poi quella dei media arrivati da Roma e da Milano a documentare la tragedia. Poi è rimasta soltanto la pioggerellina d’autunno, forse un po’ più insistente degli altri anni. Intervallata da qualche rara giornata di sole. Visto che in quei luoghi ci sono nato, sono andato più volte in questi giorni a vederli e a fotografarli.

    Volevo parlare con i miei amici e con i miei parenti. La sensazione che ne ho tratto è che queste persone, dopo essere state travolte dall’alluvione vera e poi da quella mediatica, oggi sono tornate in un silenzio ancor più irreale del frastuono fangoso di qualche settimana fa. Solo due cose non sono piovute. La prima, a distanza di quasi un mese, sono le risposte. Ad esempio sulle modalità di gestione e risoluzione dello stato di emergenza, come da giorni chiede il neo-comitato «Salviamo Giampilieri». La seconda, curiosamente, sono gli sms di solidarietà. Come per altre tragedie analoghe è stato attivato un numero (il 48580) dove chi voleva poteva mandare un sms del valore di un euro. Ma questo numero fantasma, di cui nessuno dei grandi media ha parlato, è stato disattivato già da diversi giorni. Come a confermare l’amara constatazione che la tragedia di Messina è stata frettolosamente catalogata come un affare di negligente e colpevole abusivismo. Come se quelle vittime fossero un po’ di serie B. Vittime, ma anche un po’ colpevoli, in fondo.

    Biagio D’Angelo
    26 ottobre 2009

    corriere.it

    studio americano

    Farmaci: anti-sepsi rallenta
    il decorso della Sla nei topi

    La «proteina C attivata» ha anche allungato del 25% la sopravvivenza delle cavie sperimentali

    Stefano Borgonovo, ex calciatore del Milan diventato testimonial della lotta contro la Sla, salutato da Franco baresi prima di una partita di calcio per raccogliere fondi per la ricerca contro la malattia (Ansa)
    Stefano Borgonovo, ex calciatore del Milan diventato testimonial della lotta contro la Sla, salutato da Franco baresi prima di una partita di calcio per raccogliere fondi per la ricerca contro la malattia (Ansa)

    ROMA - Una molecola già in uso contro le setticemie ha mostrato la capacità di rallentare , nei topi, la progressione della Sclerosi laterale amiotrofica (SLA) o morbo di Lou Gehrig, e quindi di migliorarne il decorso. Le cavie animali trattate con questa molecola, vivono il 25% in più. Lo indica uno studio condotto presso le Università di Rochester e San Diego e pubblicato online sul Journal of Clinical Investigation.

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    L’ESPERIMENTO - Guidati da Berislav Zlokovic, i ricercatori hanno testato la «proteina C attivata» (APC) su topi cui è stata procurata una forma aggressiva di sclerosi laterale attraverso la mutazione del gene SOD1, fenomeno osservato in alcuni casi di SLA. La SLA è una malattia neurodegenerativa che compromette progressivamente i neuroni che controllano i movimenti. La malattia è causata da tossicità neuronale e infatti sono risultati implicati difetti genetici a carico di geni che servono a detossificare le cellule dai radicali liberi; SOD1 è tra questi. La proteina C attivata ha proprietà antinfiammatorie notevoli e riesce a passare la barriera ematoencefalica (che protegge i neuroni da sostenze tossiche potrebbero eventualmente arrivare al cervello attraverso il sangue). La proteina in questione, spiegano gli autori, ha proprietà neuroprotettive e rallenta dunque «l’avvelenamento» dei neuroni tipico della malattia. Proprio perchè APC è già in uso clinico, entro cinque anni, concludono, composti analoghi di APC potrebbero entrare in sperimentazione clinica su pazienti con Sla.


    20 ottobre 2009

    corriere.it

    Libertà apparente


    Clicca qui e vota questa citazione!Libertà vo cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.
    Martedì 23 Giugno 2009

    Signor Gervaso, di fronte a un’apparente libertà d’informazione, i gruppi di potere continuano a comportarsi come sempre. Colpa, forse, delle disfunzioni dei due sistemi fondamentali di tutela del cittadino, quello giudiziario e quello sanitario, davanti ai quali il singolo è completamente disarmato. Disfunzioni sicuramente volute a suo tempo, quando fu stabilito che a questi due sistemi si sarebbe adito, contro lo spirito della legge, esclusivamente per cooptazione, che contribuisce in maniera determinante al disarmo morale e psicologico degli italiani. I quali si sentono del tutto impotenti contro la sostanziale menzogna mediatica, quella di un’esistenza di un’apparente “libertà civica”. Infatti, basta imbattersi nella realtà giudiziaria per capire le ragioni della “mano libera” lasciata al delinquente.
    Di fronte a questa realtà, ampiamente documentata dai media, in particolare “Striscia” e “Report”, ci assale un altro dubbio: a che pro? Siamo già al mitridatismo?

    Giorgio Vitali – Roma
    No: non siamo al mitridatismo. Siamo andati oltre. Siamo all’olio di vaselina. Che, purtroppo, si è finora rivelato inefficace. Questo Paese manda giù tutto anche se non lo digerisce e non lo metabolizza. Gli resta sullo stomaco, ma ormai ci ha fatto i succhi gastrici.
    Tutto quello che lei dice è vero, ma il fatto che lo sia non cambia niente. Lo dico a ragion veduta. Più di una volta mi è capitato di discutere con un deputato, un senatore, un sottosegretario o un ministro un mio giudizio, o un mio j’accuse. Nessuno mi ha mai contestato. Fa parte del gioco, del loro gioco, di chi ci rappresenta. Non c’è inquilino del Palazzo che metta in dubbio lo sfascio della giustizia, della sanità, della scuola, che non stigmatizzi le lungaggini dei processi, l’inefficienza degli ospedali, il bullismo, l’ignoranza degli studenti.
    Il cittadino non si sente tutelato perché, del cittadino che vota, il parlamentare s’infischia. In campagna elettorale, basta leggere i manifesti, dove tutti promettono tutto. Ma promettere non impegna a niente. Passata la festa, gabbato lo santo.
    Se andate in ospedale, fate code bibliche. Avete bisogno di una Tac, di una Pet, di una risonanza magnetica o di una scintigrafia ossea? Passano secoli.
    Della scuola non parliamo. Succede di tutto, e i veri responsabili sono certi insegnanti, specialmente quelli usciti dalla babele giacobina e lassista del Sessantotto. Ma le raccomando anche le famiglie. Gli allievi (con le doverose eccezioni) danno del tu ai docenti. La ricreazione non finisce mai, ma ora si dovranno fare i conti con la ministra Gelmini che è un osso duro e non molla l’osso.
    Quello che riuscirà a riformare non lo so. Ma non sarà facile ricostruire una necropoli, dove i bulli imperano, armati di coltelli e spinelli. Dove le insegnanti vanno a scuola come se andassero in camporella, dove chi sta in cattedra, dopo una notte matta in discoteca, si addormenta o fa chilometriche telefonate alla propria partner.
    Denuncio spesso questo screanzato andazzo, scrivendo ciò che mi pare e piace, contro o in favore di chi mi pare e piace. Mai nessuna censura, e nemmeno un richiamo. Più libero di così, in mezzo secolo di carriera, non sono stato mai. E voi che mi leggete ne siete quotidianamente testimoni. Se qualcuno cercasse di mettermi la mordacchia e di legarmi le mani, me ne andrei, come feci, nei primi anni Settanta, dal Corriere della Sera che aveva sterzato brutalmente a sinistra. Mi dimisi io, si dimise Montanelli, che l’anno dopo, fonderà Il Giornale, e si dimise quella che Di Bella, grande amico e grande direttore, definì l’”argenteria di famiglia”, cioè il fior fiore delle penne di via Solferino. Ottone restò solo con i suoi “pasdaran” e con chi non se la sentiva di affrontare un’avventura piena di incognite, come quella tentata da Indro e riuscita.
    Quanto ai “poteri forti”, ci sono, ci sono sempre stati, ci saranno sempre. Si chiamano forti perché fanno, con mezzi non sempre confessabili, quello che devono fare per impinguarsi, aumentare i profitti, acquistare maggior peso non solo nell’economia e nella finanza, ma anche nella politica e nella società. Di questo, volenti o nolenti dobbiamo prendere atto. Ma seguitiamo a protestare e a soffrire, ad abbaiare alla luna.
    atupertu@ilmessaggero.it

    La Calabria dei campioni del mondo dice “Basta!” PDF Stampa E-mail
    Venerdì 16 Ottobre 2009 16:31
    collagenazionalepiccola

    Ora basta! Adesso del massacro mediatico della Calabria non se ne può più. Lo spunto rappresentato dalla vicenda-Venditti ha, improvvisamente, svegliato da una sorta di torpore migliaia di calabresi “qualunque” ma anche tanti calabresi famosi nel mondo perchè

    rappresentano punti di eccellenza nella scienza, nella cultura, nello sport, nello spettacolo. Dopo la scienziata Sandra Savaglio strill.it ha raccolto lo sfogo dei tre calabresi campioni del mondo di calcio. Tre ragazzi di Calabria che partendo da quaggiù hanno scalato le vette più alte dello sport più popolare del mondo, fino ad alzare la coppa più prestigiosa nella notte di Berlino del 2006: “Io, francamente non ne posso più” – dice Simone Perrotta, cosentino di Cerisano  e cresciuto calcisticamente e come uomo nella Reggina – “di sentire parlare della Calabria in modo offensivo e provocatorio. E’ vero, abbiamo tanti, tantissimi problemi, ma anche dei valori dei quali andiamo fieri ed anche delle realtà da portare ad esempio. Qui sembra che tutti non aspettino altro che qualcosa per darci addosso. Se un caso di malasanità si verifica in Calabria” – continua il centrocampista della Roma – “è la fine del mondo, se, come accade, capita da un’altra parte rientra nella normale casistica. Io a questo gioco al massacro non ci sto più”.Ancora più incisivo Rino Gattuso, da Corigliano Calabro al tetto del mondo con le maglie del Milan e della Nazionale: “La Calabria per me significa casa” – attacca “Ringhio” -  uno spettacolare rifugio che mi mette al riparo dagli stress e mi riconcilia con la vita e i suoi sapori migliori. La mia terra è magica, ricca di storia e bellezze naturali. Non saprò mai se esiste un posto più bello al mondo. Rifiuto il paragone perché la mia Calabria non si può paragonare a nulla”.

    Il dito nella piaga lo infila ancora Perrotta: “A me, francamente, la vicenda-Venditti ha dato molto fastidio; ho visto e rivisto il video e mi sono anche arrabbiato, cosa che dirò personalmente ad Antonello che è un nostro super tifoso e spesso è con noi. I miei compagni di squadra in spogliatoio mi hanno preso in giro perchè me la sono presa” – continua Perrotta – “ma io ho detto loro: ‘Voi non siete legati alla vostra terra come lo siamo noi calabresi che da secoli molto spesso siamo costretti ad andar via. Ma, contrariamente ad altri, un calabrese resta un calabrese a qualunque distanza di spazio e di tempo dalla Calabria’ “.

    Questo concetto è sottolineato anche da Vincenzo Iaquinta, da Crotone, attaccante della Juventus e della Nazionale campione del mondo: “Ho un rapporto fortissimo con la mia gente, con la mia terra e lo stesso vale per tutti i calabresi” – dice Iaquinta -  “Basti pensare che, dopo la conquista della Coppa del Mondo abbiamo – ovviamente – partecipato a decine di celebrazioni pubbliche e di feste. Per me, però, la più importante resta quella che, come Gattuso e Perrotta, ho voluto fortemente con i miei conterranei, concittadini, gente semplice, gente non famosa ma che ogni giorno con grandi sacrifici porta avanti la famiglia, il lavoro e, nonostante tutto, fa stare in piedi la Calabria. Questo può accadere perchè la mia terra, che amo, è una terra stupenda con dei valori veri che combattono ogni giorno i problemi, anche i più grossi.”

    Su questo aspetto Simone Perrotta entra in maniera ancora più incisiva: “Si fa presto a dire che i calabresi migliori sono andati via” – dice a strill.it tutto d’un fiato Perrotta – “ma, oltre ad essere una bugia perchè in Calabria ci sono tantissimi uomini e donne che, lontano dai riflettori e quindi con sacrifici ancora maggiori dimostrano di avere qualtà eccelse, è anche un controsenso. I calabresi che, in tutto il mondo ed in tutti i campi, si sono da sempre affermati (e sono dappertutto)” . continua Simone – “se sono quello che sono lo devono alla Calabria della quale sono figli, a quei valori che altrove sono sempre più rari e che la Calabria ci ha trasmesso nella fase della nostra formazione. Io mi sento figlio, espressione diretta della Calabria, dei suoi valori forti, dei suoi profumi. Anche dei suoi problemi, perchè no, ma sempre figlio della Calabria. Di quella Calabria che tutti, dalla Calabria o da qualunque altra parte del mondo, dobbiamo difendere con i denti!”

    strill.it

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