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a 27 anni la scoperta di essere figlia di desaparecidos

Victoria Donda, nata due volte

La storia della prima e più giovane parlamentare argentina

a 27 anni la scoperta di essere figlia di desaparecidos

Victoria Donda, nata due volte

La storia della prima e più giovane parlamentare argentina

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MILANO – Dal pozzo profondo del dramma dei desaparecidos, le almeno 30mila persone che furono arrestate per motivi politici dalla polizia del regime militare e delle quali si persero le tracce tra il 1976 e il 1983 (un passato ancora troppo vicino per non macchiare l’anima dell’Argentina), appare il volto sorridente di Victoria.

Victoria è nata, anzi rinata, a 27 anni, nel 2005. Quando ha scoperto che il suo nome, Analìa, non era quello che le aveva dato sua madre il giorno dell’estate del 1977 in cui la partorì dentro la famigerata Esma, il campo di concentramento di Buenos Aires. Quando ha scoperto che quello che fino a 27 anni era stato “suo padre Raul” in realtà era un militare, complice diretto della immonda carneficina di esseri umani, che l’aveva adottata in casa quando lei aveva solo 15 giorni. Quando ha scoperto, grazie al lavoro paziente delle Nonne di Piazza de Mayo, che sua madre Cori – arrestata quando era incinta di cinque mesi -, dopo averla data alla luce, era stata anestetizzata con una dose di Pentotal, portata sui famigerati “voli della morte” e gettata ancora viva nel Rio de la Plata. Quando ha scoperto che il suo vero padre José Marià Donda era stato giustiziato subito dopo l’arresto. Quando ha scoperto che tutto questo era successo per mano e sotto la diretta supervisione di suo zio, il fratello di suo padre, il famigerato Adolfo Donda, un militare pezzo grosso nel Groupos de tareas che gestiva gli arrestati dentro l’Esma. Lui aveva permesso, anzi autorizzato, che il fratello e la cognata fossero uccisi perché oppositori politici. E che quella bambina appena nata fosse affidata in regalo ad amici del regime che l’avevano ribattezzata “Analìa” attribuendogli una data di nascita fittizia. Un destino comune a centinaia di figli di desaparecidos, tutti nati durante la detenzione delle proprie madri nei centri di tortura disseminati in Argentina.

Victoria Donda oggi è la prima e più giovane parlamentare argentina figlia di desaparecidos. E’ crollata davanti al nuovo mondo che le ha stravolto la vita. E’ rinata. E’ riuscita – sta forse ancora tentando di riuscirci o forse lo tenterà per tutta la vita – di rinascere due volte. Ha vissuto e rivissuto, visto e rivisto la propria vita con due nomi e identità diverse. Anche se lei è una sola persona: simbolo e contraddizione del suo paese, l’Argentina.

Victoria ama portare orecchini grandi e vistosi da sempre. Forse perché da sempre ha saputo dentro di sé che la madre, appena partorita, le aveva cucito del filo blu nei lobi delle orecchie nella inutile speranza un giorno di poterla ritrovare. Victoria Donda, la “nipote numero 78″ – come l’ha identificata l’associazione delle Nonne di Piazza de Mayo – ha subìto il destino sconvolgente di cambiare identità, di sapere quello che non avrebbe mai immaginato, cosciente in prima persona del male che ha colpito lei insieme a migliaia di altri giovani della sua generazione. Una cosa è intanto riuscita a fare: recuperare il suo nome, Victoria, quello che sua madre le aveva dato.

Molte certezze le sono crollate addosso lasciando il posto a dubbi lancinanti accompagnati da sicurezze sconosciute e più forti. Quelle di una rivelazione che strappa la vita ma che riporta alla luce le origini di sangue. «Tutto mi hanno tolto ma non hanno potuto negarmi la mia vera identità e la mia vera famiglia». La sua storia oggi è un libro, “Il mio nome è Victoria” (appena pubblicato in Italia per i tipi del Corbaccio, 250 pagine, 17 euro). Un libro emozionante e scioccante. Una testimonianza di un lacerante viaggio umano che cerca di gettare una luce in un dramma recente, non solo argentino. Una storia di «intolleranza, violenza e menzogna, le cui conseguenze sono ancora vive e che non sarà conclusa finché anche l’ultimo bambino rubato durante la dittatura non ritrovi la propria identità, finché l’ultimo dei responsabili di quella barbarie non venga giudicato per i crimini che ha commesso, finché l’ultimo dei desaparecidos non abbia di nuovo un nome, una storia e una circostanza di morte conosciuta, e finché l’ultimo dei suoi parenti non sia finalmente in grado di dargli una sepoltura». Una storia ancora lontana dall’essere conclusa ma che non impedisce a Victoria di combattere con tutte le sue forze per quello in cui ha sempre creduto, anche quando pensava di essere figlia di un semplice funzionario dell’esercito argentino e non di due desaparecidos: libertà e giustizia.

Iacopo Gori

corriere.it

8 febbraio 2009

http://digilander.libero.it/IlRisveglioDellaDea/Ruota.jpg
« Per la santa Candelora
se nevica o se plora
dell’inverno siamo fora;
ma se è sole o solicello
siamo sempre a mezzo inverno
»

Il 2 febbraio è uno di quei giorni, dispiegati nel calendario, utili, in base alle credenze popolari, per trarre auspici per il futuro, per predire l’esito dei raccolti. In fondo, da un punto di vista tecnico-agricolo, è effettivamente importante che, in certe fasi dello sviluppo del grano e della vite, le condizioni meteorologiche siano favorevoli.

Il giorno della Candelora e la festa di IMBOLC


Iuno Sospita (Museo Archeologico Firenze)
Febbraio, il mese più corto dell’anno, ci riporta alla festa della candelora.
Febrarius, in latino significa purificare. Numa aveva dedicato questa porzione di anno al dio Februus ed aveva anche stabilito che durante questo mese si celebrassero riti funebri agli dèi Mani. Nelle feste, che cadevano nella seconda quindicina di gennaio, era ricordata anche Dea Februa ovvero Iunio Februata, Giunone Purificata, ed anche, nelle Calende di febbraio, come Iuno Sospita, Giunone Salvatrice. Per la purificazione della città le donne giravano per le strade portando fiaccole accese.
La Chiesa occidentale, nel VII secolo, adattò al 2 febbraio una festa che già era celebrata in oriente fin dal IV secolo, ovvero la presentazione al tempio del Signore. La presentazione del neonato al tempio, e la conseguente purificazione della madre, dovevano avvenire quaranta giorni dopo il parto e, poiché il giorno della nascita era stato fissato, per convenzione, al 25 dicembre, ecco coincidere perfettamente la purificazione della Vergine con la festa pagana di Giunone Purificata.

Successivamente, la Purificazione della Vergine aveva preso il sopravvento sulla presentazione al tempio di Gesù. Questo giorno venne e viene tutt’ora chiamato “Giorno della Candelora”, perché vi si benedicono le candele che saranno distribuite ai fedeli. E’ un rinnovare l’antica usanza dei romani che durante i festeggiamenti a Giunone Purificata e Giunone Salvatrice correvano per la città portando fiaccole accese.
Nel VII secolo, in occasione della festa cristiana, si svolgeva già a Roma una processione notturna con ceri accesi. I fedeli si riunivano a Sant’Adriano da ogni parrocchia della città e confluivano tutti verso Santa Maria Maggiore. Successivamente si instaurò l’usanza della benedizione delle candele a fine processione. Secondo la tradizione, i ceri benedetti erano conservati in casa dai fedeli ed erano accesi anche per placare i violenti temporali, nell’attesa di una persona che non tornava, o che si pensava fosse in grave pericolo, assistendo un moribondo, durante le epidemie o i parti difficili. In quest’ultimo caso abbiamo ancora un retaggio degli usi dell’antica Roma che ci fa ricordare che Giunone era detta anche Lucina, dea della luce, protettrice tra l’altro delle partorienti.
Infine dobbiamo ricordare che a Febbraio ricorre la festa celtica per la purificazione e la rinascita, la festa di IMBOLC (Il termine “Imbolc” in irlandese significa “in grembo”, in riferimento alla gravidanza delle pecore, ed è anche il termine celtico per “Primavera”.)

Tanogabo


“Quando vien la Candelora, dell’inverno semo fora
ma se piove e tira vento, dell’inverno semo dentro”

E’ un’usanza stregonesca festeggiare la Candelora accendendo dei piccoli lumini galleggianti in uno specchio d’acqua o addirittura una bacinella, dando a questo gesto l’accezione della luce novella che emerge dalle acque del grembo di Gea, la Madre Terra.
Candelora è la celebrazione della femminilità naturale ed è anche vista come la festa dell’infanzia della vita, periodo in cui ogni strega guarda con positività e speranza al proprio futuro, lasciandosi alle spalle gli aspetti negativi e le situazioni infauste del passato. Sebbene l’inverno stia continuando il proprio corso, possiamo già da ora notare intorno a noi il timido affacciarsi della primavera con l’apparire dei primi bucaneve, fiori sacri e simbolici della Candelora.
Tradizionalmente sono noti alcuni piccoli rituali che fanno della Candelora la festa della purificazione mediante la luce, come l’accensione di candele bianche e la conseguente meditazione personale sulle cose e sugli aspetti negativi che vogliamo bandire dalla nostra vita terrena.
In questa ricorrenza è uso comune tra le streghe benedire di nuova luce la propria abitazione, girando per le stanze di casa in senso orario (senso magico apportatore di energia) con in mano la candela bianca accesa, visualizzando la potenza della luce permeare nei muri, nelle suppellettili ed in tutti gli oggetti che “vivono” della nostra esistenza. Le streghe maschio possono recarsi in un bosco o in un prato e raccogliere un dono per la propria casa come una penna d’uccello, una pietra, un sacchetto d’erbe, mentre le streghe femmine hanno il compito di spazzare fuori dall’uscio le energie morte dell’anno trascorso con la propria scopa celebrativa.


1 febbraio – Imbolc

La luce che è nata al Solstizio di Inverno comincia a manifestarsi all’inizio del mese di febbraio: le giornate si allungano poco alla volta e anche se la stagione invernale continua a mantenere la sua gelida morsa, ci accorgiamo che qualcosa sta cambiando. Le genti antiche erano molto più attente di noi ai mutamenti stagionali, anche per motivi di sopravvivenza. Questo era il più difficile periodo dell’anno poiché le riserve alimentari accumulate per l’inverno cominciavano a scarseggiare. Pertanto, i segni che annunciavano il ritorno della primavera erano accolti con uno stato d’animo che oggi, al riparo delle nostre case riscaldate e ben fornite, facciamo fatica ad immaginare.
Se sovrapponiamo la Ruota dell’Anno al nostro moderno calendario, la prima festa che incontriamo cade l’1 febbraio.
Presso i Celti l’1 febbraio era Imbolc (pronuncia Immol’c) detta anche Oimelc o Imbolg. L’etimologia della parola è controversa ma i significati rinviano tutti al senso profondo di questa festa. Infatti Imbolc pare derivare da Imb-folc, cioè “grande pioggia’ e in molte località dei paesi celtici questa data è chiamata anche “Festa della Pioggia”: ciò può riferirsi ai mutamenti climatici della stagione ma anche all’idea di una lustrazione che purifica dalle impurità invernali.
Invece Oimelc significa “lattazione delle pecore” mentre Imbolg vorrebbe dire ‘nel sacco” inteso nel senso di “nel grembo” con riferimento simbolico al risveglio della Natura nel grembo della Madre Terra e con un riferimento più materiale agli agnelli, nuova fonte di cibo e di ricchezza, che la previdenza della Natura e degli allevatori avrebbe fatto nascere all’inizio della buona stagione.
L’allattamento degli agnelli garantiva un rifornimento provvidenziale di proteine. Il nuovo latte, il burro, il formaggio costituivano spesso la differenza tra la vita e la morte per bambini e anziani nei freddi giorni di febbraio.
Imbolc è una delle quattro feste celtiche, dette “feste del fuoco” perché l’accensione rituale di fuochi e falò ne costituiscono una caratteristica essenziale. In questa ricorrenza il fuoco è però considerato sotto il suo aspetto di luce, questo è infatti il periodo della luce crescente. Gli antichi Celti, consapevoli dei sottili mutamenti di stagione come tutte le genti del passato, celebravano in maniera adeguata questo tempo di risveglio della Natura. Non vi erano grandi celebrazioni tribali in questo buio e freddo periodo dell’anno, tuttavia le donne dei villaggi si radunavano per celebrare insieme la Dea della Luce (le celebrazioni iniziavano la vigilia, perché per i Celti ogni giorno iniziava all’imbrunire del giorno precedente).
Nell’Europa celtica era infatti onorata Brigit (conosciuta anche come Brighid o Brigantia), dea del triplice fuoco; infatti era la patrona dei fabbri, dei poeti e dei guaritori. Il suo nome deriva dalla radice “breo” (fuoco): il fuoco della fucina si univa a quello dell’ispirazione artistica e dell’energia guaritrice.
Brigit, figlia del Grande Dio Dagda e controparte celtica di Athena-Minerva, è la conservatrice della tradizione, perché per gli antichi Celti la poesia era un’arte sacra che trascendeva la semplice composizione di versi e diventava magia, rito, personificazione della memoria ancestrale delle popolazioni.
La capacità di lavorare i metalli era ritenuta anche essa una professione magica e le figure di fabbri semi-divini si stagliano nelle mitologie non solo europee ma anche extra-europee; l’alchimia medievale fu l’ultima espressione tradizionale di questa concezione sacra della metallurgia.
Sotto l’egida di Brigit erano anche i misteri druidici della guarigione, e di questo sono testimonianza le numerose “sorgenti di Brigit”. Diffuse un po’ ovunque nelle Isole Britanniche, alcune di esse hanno preservato fino ad oggi numerose tradizioni circa le loro qualità guaritrici. Ancora oggi, ai rami degli alberi che sorgono nelle loro vicinanze, i contadini appendono strisce di stoffa o nastri a indicare le malattie da cui vogliono essere guariti.
Sacri a Brigit erano la ruota del filatoio, la coppa e lo specchio. Lo specchio è strumento di divinazione e simboleggia l’immagine dell’Altro Mondo cui hanno accesso eroi e iniziati. La ruota del filatoio è il centro ruotante del cosmo, il volgere della Ruota dell’Anno e anche la ruota che fila i fili delle nostre vite. La coppa è il grembo della Dea da cui tutte le cose nascono.
Cristianizzata come Santa Bridget o Bride, come viene chiamata familiarmente in gaelico, essa venne ritenuta la miracolosa levatrice o madre adottiva di Gesù Cristo e la sua festa si celebra appunto l’1 febbraio, giorno di Santa Bridget o Là Fhéile Brfd.
Riguardo questa santa, di cui è tanto dubbia l’esistenza storica quanto certa la sua derivazione pagana, si diceva che avesse il potere di moltiplicare cibi e bevande per nutrire i poveri, potendo trasformare in birra perfino l’acqua in cui si lavava!
A Santa Bridget fu consacrato il monastero irlandese di Kildare, dove un fuoco in suo onore era mantenuto perpetuamente acceso da diciannove monache. Ogni suora a turno vegliava sul fuoco per un’intera giornata di un ciclo di venti giorni; quando giungeva il turno della diciannovesima suora ella doveva pronunciare la formula rituale “Bridget proteggi il tuo fuoco. Questa è la tua notte”. Il ventesimo giorno si diceva fosse la stessa Bridget a tenere miracolosamente acceso il fuoco. Il numero diciannove richiama il ciclo lunare metonico che si ripete identico ogni diciannove anni solari.
Inutile ricordare come questa usanza ricordasse il collegio delle Vestali che tenevano sempre acceso il sacro fuoco di vesta nell’antica Roma, ma più probabilmente la devozione delle suore di Kildare si ricollega alle Galliceniae, una leggendaria sorellanza di druidesse che sorvegliavano gelosamente il loro recinto sacro dall’intrusione degli uomini e i cui riti furono mantenuti attraverso molte generazioni.
Allo stesso modo, nel monastero di Kildare solo alle donne era concesso di entrare nel recinto dove bruciava il fuoco, che veniva tenuto acceso con mantici, come ricorda Geraldo di Cambria nel 120 secolo. Il fuoco bruciò ininterrottamente dal tempo della leggendaria fondazione del santuario, nel 60 secolo, fino al regno di Enrico VIII, quando la Riforma protestante pose fine a questa devozione più pagana che cattolica.
I riti di Brigit celebrati a Imbolc ci sono stati tramandati dal folklore scozzese e irlandese.
Nelle Isole Ebridi (che forse devono il loro nome proprio a Brigit o Bride) le donne dei villaggi si radunano insieme in qualche casa e fabbricano un’ immagine dell’antica Dea, la vestono di bianco e pongono un cristallo sulla posizione del cuore. In Scozia, la vigilia di Santa Bridget le donne vestono un fascio di spighe di avena con abiti femminili e lo depongono in una cesta, il “letto di Brid”, con a fianco un bastone di forma fallica. Poi esse gridano tre volte “Brid è venuta, Brid è benvenuta!”, indi lasciano bruciare torce e candele vicino al “letto” tutta la notte.
Se la mattina dopo trovano l’impronta del bastone nelle ceneri del focolare, ne traggono un presagio di prosperità per l’anno a venire. Il significato di questa usanza è chiaro: le donne preparano un luogo per accogliere la Dea e invitano allo stesso tempo il potere fecondante maschile a unirsi a lei. Anche nell’isola di Man veniva compiuta una cerimonia simile, chiamata Laa’l Breesley. Nell’Inghilterra del Nord, terra dell’antica Brigantia, la ricorrenza veniva denominata “Giorno delle Levatrici”.
In Irlanda, si preparano con giunchi e rametti le cosiddette croci di Brigit, a quattro bracci uguali racchiusi in un cerchio, cioè la figura della ruota solare (che è simbolo appropriato per una divinità del fuoco e della luce); lo stesso giorno vengono bruciate le croci preparate l’anno prima e conservate fino ad allora.La fabbricazione delle croci di Brigit deriva forse da un’antica usanza precristiana collegata alla preparazione dei semi di grano per la semina.
Questi oggetti simbolici, confezionati con materiale vegetale, ci ricordano tra l’altro che la luce ed il calore sono indispensabili alla vegetazione che si rinnova in continuazione, anno dopo anno. Le spighe di avena (o grano, orzo, ecc.) usate per fabbricare le bambole di Brigit, provengono dall’ultimo covone del raccolto dell’anno precedente. Questo ultimo covone, in molte tradizioni europee è chiamato la Madre del Grano (o dell’Orzo, dell’Avena, ecc.) e la bambola propiziatoria confezionata con le sue spighe è la Fanciulla del Grano (o dell’Orzo, dell’Avena, ecc.).Si credeva cioè che lo spirito del cereale o la stessa Dea del Grano risiedesse nell’ultimo covone mietuto: come le spighe del vecchio raccolto sono il seme di quello successivo, così la vecchia divinità dell’autunno e dell’inverno si trasformava nella giovane Dea della primavera, in quella infinita catena di immortalità che è il ciclo di nascita, morte e rinascita. E Brigit rappresenta appunto la giovane Dea della primavera.
Un antico codice irlandese, il Libro di Lisrnore, riporta una curiosa leggenda. Si narra che a Roma i ragazzi usavano giocare ad un gioco da tavolo in cui una vecchia megera liberava un drago mentre dall’altra parte una giovane fanciulla lasciava libero un agnello che sconfiggeva il drago. La megera allora scagliava un leone contro la fanciulla, la quale però provocava a sua volta una grandine che abbatteva il leone. Papa Bonifacio, dopo aver interrogato i ragazzi e aver saputo che il gioco era stato insegnato loro dalla Sibilla, lo proibì.
La megera non è altro che la Vecchia Dea dell’Inverno sconfitta dalla Giovane Dea della Primavera. Essendo questa leggenda stata raccolta in un ambito culturale celtico, si può supporre che la Vecchia altri non era che la Cailleach a cui si contrappone Brigit. Il riferimento all’agnello è un altro simbolo del periodo di Imbolc, anche se i commentatori medievali lo considerarono l’emblema di Gesù Cristo.
In realtà è la Vecchia Dea che si rinnova trasformandosi in Giovane Dea, così come il Vecchio Grano diviene il nuovo raccolto. I Carmina Gadelica, una raccolta di miti, proverbi e poemi gaelici di Scozia, raccolti e trascritti alla fine dell’800 dal folklorista scozzese Alexander Carmichael, riportano la seguente filastrocca:

“La mattina del Giorno di Bride
Il serpente uscirà fuori dalla tana
Non molesterò il serpente
Né il serpente molesterà me”

Il serpente appare come uno degli animali-totem di Brigit. In molte culture il serpente o drago è simbolo dello spirito della terra e delle forze naturali di crescita, decadimento e rinnovamento. Nel giorno di Bride il serpente si risveglia dal suo sonno invernale e i contadini ne traevano il presagio della fine imminente della cattiva stagione. Il serpente è uno dei molti aspetti dell’antica Dea della terra: la muta della sua pelle simboleggia il rinnovamento della Natura e anche la sua dualità Infatti in gaelico “neamh” (cielo) è simile a “naimh” (veleno), provenendo entrambi dalla radice “nem”. La Vecchia Dea e la Giovane Dea sono la stessa persona! (nelle fiabe l’eroe che coraggiosamente bacia una vecchia megera si ritrova di fronte una bellissima fanciulla…)
In un’altra area culturale europea, nell’antica Roma, i primi giorni di febbraio erano sacri alla dea Februa o a Giunone Februata. “Februare” in latino significa purificare, quindi febbraio è il mese delle purificazioni (anche la febbre è un modo di purificarsi usato dal nostro corpo!).
Processioni in onore di Februa percorrevano la città con fiaccole accese, simbolo di luce e allo stesso tempo, di purificazione.
Un’altra usanza, legata anche a rituali di fertilità erano i Lupercali: i Luperci, sacerdoti di Fauno, correvano per le strade vestiti solo con una pelle di capra e con una frusta (anche essa fabbricata con strisce di pelle di capra) con la quale battevano le giovani spose per propiziarne la fertilità (e quindi la capacità di partorire).
La Chiesa, per combattere queste usanze, istituì processioni con candele, alle quali a partire dall’11° secolo aggiunse la benedizione delle candele per gli altari. Col nome di Candelora o Candlemas (nei paesi anglosassoni) è nota la festa cristiana del 2 febbraio, denominata “Presentazione del Signore al Tempio”. Ma è evidente che la nuova religione non ha potuto modificare il significato autentico della festa, un significato che è profondamente incarnato nella Natura e nello spirito umano.
Il legame della festa con le candele, la purificazione e l’infanzia, sopravvisse nell’usanza medievale di condurre le donne in chiesa dopo il parto a portare candele accese.
L’idea di una purificazione rituale in questo periodo è rimasta forte nel folklore europeo. Ad esempio le decorazioni vegetali natalizie vengono messe da parte e bruciate alla Candelora per evitare che i folletti che in esse si sono nascosti infestino le case.
Il concetto di purificazione è presupposto di una nuova vita: si eliminano le impurità del passato per far posto alle cose nuove. Alcuni gruppi neopagani europei festeggiano Imbolc accendendo candele che sporgono da una bacinella di acqua. Il significato è quello della luce della nuova vita che emerge dalle acque del grembo materno, le acque lustrali di Imbolc che lavano via le scorie invernali. Un antico detto celtico ricordava come fosse una buona cosa lavarsi mani e viso a Imbolc!
La pianta sacra di Imbolc è il bucaneve. E’ il primo fiore dell’anno a sbocciare e il suo colore bianco ricorda allo stesso tempo la purezza della Giovane Dea e il latte che nutre gli agnelli.

Celebrare Imbolc
Fisicamente è opportuno praticare una dieta più leggera, dopo che i banchetti delle feste invernali e la forzata sedentarietà trascorsa al chiuso delle nostre case, hanno appesantito il nostro fisico. Possiamo anche decidere di fare una bella pulizia in casa! E’ utile purificare la nostra casa e il nostro corpo con il fumo dell’incenso: vanno benissimo anche i bastoncini di incenso profumati che si trovano ovunque in commercio. Scegliamo pure l’aroma che ci piace di più e lasciamo che il fumo sottile pulisca i nostri corpi energetici.
Psicologicamente è il momento di purificare la nostra mente dai cattivi pensieri e dai sentimenti inadeguati. Una bella pulizia mentale, che ci consenta di fare entrare in noi la luce della Natura rinnovata e di partecipare al risveglio del cosmo dalla lunga notte invernale.
Spiritualmente può essere utile la celebrazione di piccoli rituali legati ai simboli della festa.
Un rituale molto semplice può essere quello di accendere una candela bianca (colore di purificazione) dicendo “Accendo la fiamma di Brigit per illuminare il cammino della mia vita”.
Si mediti per un po’ di tempo sui significati della festa: sul nostro bisogno di purificazione, sulla necessità di abbandonare cose e aspetti della nostra vita che non ci piacciono più, sulle nuove cose che vogliamo portare nelle nostre esistenze.
Poi si porti la candela accesa nelle varie stanze della nostra abitazione, facendo il giro degli ambienti in senso orario (magicamente è la direzione propizia, che porta energia). Alla fine si spenga la candela dicendo “Spengo la fiamma di Brigit per farla vivere in me” e si visualizzi la luce della candela che entra in noi.
Se si vuole compiere qualcosa di più tradizionale, gli uomini possono uscire dopo l’imbrunire della vigilia di Imbolc, per andare a raccogliere un dono per Brigit (pietra, conchiglia, penna di uccello) da riportare in casa. Le donne invece possono trascorrere la vigilia di Imbolc pulendo la casa e immaginando di ramazzare via le energie morte dell’inverno: la Vecchia dell’Inverno è cacciata fuori dall’uscio di casa con la scopa.
Poi, sempre le donne, con rametti raccolti in precedenza preparano un letto per Brigit dove depongono una bambola fabbricata con spighe tenute da parte per l’occasione, e danno il benvenuto alla Dea accendendo una candela bianca e meditando sulla nuova vita che sta tornando.
Anche gli uomini, ritornati in casa con il dono per Brigit possono accendere una candela bianca e meditare sul ritorno della luce e della buona stagione.
Un rituale invece più complesso, che possono eseguire tutti, consiste nel procurarsi tre candele (sempre di colore bianco!), e disporle in un triangolo, con la punta rivolta verso nord. Nel centro del triangolo così disposto si pone un calice di acqua (simbolo della purificazione) o di latte (simbolo del nutrimento della nuova vita).
Dopo un breve rilassamento, seduti o in piedi, ci si muove verso la candela a nord, la si accende e si dice “Signora dell’Inverno, ti dico addio, la tua stagione è terminata”. Si visualizzi il gelido potere dell’inverno che si allontana. Dopo avere sostato un po’, ci si sposta alla candela di sud-est, la si accende e si dice “Signora della Primavera, ti offro un caloroso benvenuto, la terra è il tuo letto”. Si visualizzi il gioioso potere della primavera che si avvicina. Dopo un po’ si va alla candela di sud-ovest, la si accende e si dice “Signora dell’Estate, presto io ti chiamerò e risveglierò il tuo amante”. Si visualizzi il potere ancora lontano della bella stagione, desideroso di nascere e pulsante di vita nel sottosuolo.
Quando ci si sente pronti, si va al centro del triangolo, si raccoglie il calice e si dice “Io bevo il potere della Triplice Dea. Possa questo potere diffondersi su tutta la terra per segnare la nascita della primavera”. Si beve dal calice e si immagina il potere che fluisce in noi, attraverso di noi per risvegliare la Natura. A questo punto si può inserire qualche usanza ricordata in precedenza, cioè la fabbricazione del letto di Brigit o l’arsione delle decorazione vegetali delle feste invernali. Oppure si può semplicemente concludere la cerimonia andando a ciascuna delle candele, nell’ordine in cui sono state accese: si spengono dicendo mentalmente o ad alta voce “Va’ fuoco e caccia l’inverno, riscalda la terra e risveglia la primavera”. Ovviamente in tutti questi piccoli rituali le parole delle formule possono essere adattate e se lo desideriamo, possiamo utilizzare brevi frasi che noi stessi avremo composto, secondo le nostre capacità e la nostra sensibilità.


Tratto da: Roberto Fattore. Feste Pagane,
scaricabile all’indirizzo
www.artewicca.it/zipfile/Ruota%20dell’anno.doc

grazie a  http://www.ilcerchiodellaluna.it/central_Ruota_Imbolc06.htm

da www.tanogabo.it

  • Reportage di Oggi. Le immagini che mostrano come si muore nel deserto della Libia

L’inferno dei migranti

Un testimone racconta cosa succede dove i clandestini sono solo una merce. Anche da buttare, se serve

Un cimitero senza lapidi. E’ il deserto della Libia, attraversato dalle rotte dei migranti. Qui «sono i morti che cercano i vivi» scrive Gianni Passavini, in un reportage che esce mercoledì sul settimanale Oggi. «Li trovi senza cercarli. Passi col tuo fuoristrada e lì, dove tutto è sabbia color ocra, vedi spuntare una camicia azzurra, un lembo che sventola, quasi a voler segnalare una presenza». E’ quella di un ragazzo nero disteso nella sabbia. Uno dei tanti che hanno perso la vita, non solo la speranza di cambiarla. Molti sono anche quelli che tentano di ritornare al loro paese, dopo essere stati intercettati in mare da qualche nave militare e riconsegnati al loro destino africano, che ripassa per forza dal deserto dalla Libia. Sempre che riescano a sfuggire ai centri di detenzione predisposti da Gheddafi.

Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti Il deserto dei migranti

I VIAGGI DI RITORNO – Da quando nello scorso marzo è stato firmato l’accordo tra Italia e Libia per il via ai respingimenti in mare, il flusso di ritorno è aumentato. Soprattutto di quelli che arrivano da paesi in guerra, che prima confidavano di ottenere lo status di rifugiati. Oggi ha raccolto la testimonianza di un italiano che si trova spesso ad attraversare il “cimitero senza lapidi”. E’ lui a spiegare come questo obitorio senza confini assorba un numero di morti che nessuno conosce. Dopo qualche giorno la sabbia seppellisce gli uomini neri senza nome. Ma se uno arriva in tempo, prima che il deserto nasconda per sempre queste tracce, vede “i morti che cercano i vivi”. E, se la fortuna ha pietà, è anche possibile salvarne anche qualcuno. «Il camion su cui viaggiavano si è rotto – spiega il testimone – l’abbiamo anche visto. C’è sempre una macchina che segue i camion di clandestini, con tutta probabilità ha caricato gli autisti, abbandonando gli altri al loro destino». Ci sono anche le immagini di un video girato sul posto, a “illustrare” il racconto. I migranti non erano morti da molto tempo. «Due di loro erano ancora vivi – spiega il testimone italiano – ma completamente disidratati. Li abbiamo trasportati ad Al Gutrun e li abbiamo salvati». Sono tantissimi gli incidenti che coinvolgono i camion di clandestini. Ma quasi mai nessuno lo viene a sapere. Sono stracarichi di cose e persone, oltre ogni logica e contro ogni equolibrio: basta una buca o un dosso e il viaggio della speranza, o della fuga, si trasforma in morte sicura.

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LA FEROCIA DEI TRAFFICANTI – Chi gestisce questi flussi di dannati ha il senso degli affari, e solo quello. Gli introiti dei viaggi della speranza sono una miniera di soldi e non si può sgarrare. Se qualcuno cerca di fregare questi trafficanti è finito. In altre immagini pubblicate dal settimanale si vedono due ragazzi presi a bastonate, cosparsi di benzina e bruciati vivi. Loro non sono nemmeno arrivati a morire sotto la sabbia.

Redazione online
26 gennaio 2010

corriere.it

(Afp)

http://www.lavocedellago.it/n24/foto24/rondini.jpg

Giovanni Pascoli

O rondinella nata in oltremare!
Quando vanno le rondini e qui resta
il nido solo, oh, che dolente andare!
Non c’è più cibo qui per loro, e mesta
la terra, e freddo è il cielo, tra l’affanno
dei venti, e lo scrosciar della tempesta.
Non c’è più cibo. Vanno: Torneranno?
Lascian la lor casa senza porta;
tornano tutte al rifiorir dell’anno.

A Rosarno è primavera

Stop ai clandestini


Come dire che la maggior parte delle persone, politici, istituzioni varie, media e società civile, non ha capito,vuoi per ignoranza vuoi per ipocrisia becera e vile, la realtà di Rosarno, dove i migranti tornano, nel senso che stanno tornando,  per una loro libera scelta a dimostrazione, caso mai ce ne fosse bisogno, che a Rosarno si trovano bene e che la gente del luogo, educata e  leale , li accoglie benissimo.

Fermo restando che i clandestini che sono, per definizione  e di fatto,  dei fuorilegge, dovrebbero essere rimpatriati tutti.

http://notizie.tiscali.it/media/10/rosarno2.jpg_370468210.jpg

da uno studio americano finalmente una droga sana

come dire  “ mens sana in corpore sano”

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Pietro Mennea

Correre fa bene al cervello

Stimolata la crescita di nuovi neuroni e crea una «sana» dipendenza, con effetti simili a quelli della cannabis

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ROMA – Chi «corre» tutti i giorni fa un favore al suo fisico ma anche al suo cervello, favorendone alcune specifiche capacità. Lo dimostra uno studio pubblicato sulla rivista dell’Accademia Americana delle Scienze (PNAS) condotto su «topi corridori» dall’equipe di Henriette van Praag del National Institute on Aging, parte degli statunitensi National Institutes of Health, presso Baltimora. Molti studi, sia su esseri umani sia su animali, hanno dimostrato che l’esercizio fisico produce profondi benefici per le funzioni cognitive; nei bambini e nei giovani adulti si riscontra una forte associazione positiva tra attività fisica e capacità di apprendimento. Invece negli anziani l’esercizio fisico permette di rallentare la comparsa di quelle defaillance di memoria tipiche della terza età.

GLI EFFETTI SUL CERVELLO - La corsa in particolare, scrivono su PNAS gli autori di questo studio, ha dimostrato avere profondi effetti sul cervello: nei topi migliora apprendimento e memoria e a ciò sono risultati legati cambiamenti strutturali e fisiologici dell’ippocampo (centro della memoria); la corsa aumenta la produzione di fattori neurotrofici (il «cibo» del cervello), aumenta la vascolarizzazione cerebrale, la plasticità neurale. Il correre ha in sè anche altri effetti prodigiosi. Uno studio, ad esempio, ha dimostrato che correre è come fumare marijuana, però senza effetti collaterali; infatti mette in circolo sostanze simili ai principi psicoattivi presenti nella pianta, che agiscono sul cervello dando sensazione di euforia.

UNA »SANA DIPENDENZA» - Gli scienziati del Georgia Institute of Technology e dell’Università di Irvine hanno così spiegato il fenomeno che dagli anni Settanta è definito in America «euforia del corridore». È il risultato di un meccanismo messo in atto dal corpo per proteggersi dal dolore e per sopportare meglio lo sforzo muscolare durante l’attività. Infatti correndo il corpo produce alti livelli di anandamide, una molecola con le stesse proprietà dei tetracannabinoidi rilasciati dalla marijuana sul sistema nervoso. Ora gli esperti hanno dimostrato che topolini adulti che corrono volontariamente riescono a superare meglio dei test di abilità spaziale; a ciò è associata la neurogenesi, cioè la nascita di nuovi neuroni in zone strategiche del cervello per apprendimento e memoria. Nei topi anziani invece l’effetto non si nota. Senza il vincolo di una scheda da rispettare in palestra, a tu per tu con il verde cittadino, la corsa è quindi un modo semplice e poco costoso di allenare non solo il corpo ma anche la mente. (Fonte agenzia Ansa).
18 gennaio 2010

LA GEOLOGIA

Senza speranza

Haiti è su una «zattera». In movimento

La placca caraibica in moto verso est. Perché a Santo Domingo le scosse non hanno fatto danni

«Haiti è una delle zone più a rischio della Terra in fatto di terremoti. Lo racconta la sua storia, lo mostrano le mappe geologiche dove si vede l’isola al bordo di una piccola placca stretta fra altre gigantesche. In gioco ci sono forze straordinarie capaci di distruzioni immani quando si manifestano». Gianpaolo Cavinato, dell’Istituto di geologia ambientale e geoingeneria del Cnr, ha studiato i movimenti sismici nei continenti, talvolta li ha inseguiti con impressioni così forti difficili da tradurre in parole. Negli ultimi cinquecento anni nell’area si sono già verificati 12 terremoti più violenti dell’attuale superando i 7,5 gradi della scala Richter. La crosta della Terra è suddivisa in tanti pezzi che i geologi chiamano placche con uno spessore variabile da dieci chilometri a oltre settanta, a seconda dal luogo, negli oceani o sui continenti. Le placche si scontrano fra loro, alcune si inabissano sotto le altre, e altre ancora scivolano sullo stesso piano e dove vengono a contatto il movimento sviluppa energia. Questo accade lungo le faglie, cioè le fratture, che segnano la spaccatura della crosta. Haiti emerge dalla placca caraibica che è come una zattera in moto verso est. A nord si scontra con la grande placca nordamericana in viaggio invece verso ovest alla velocità di 2 centimetri all’anno e a sud con la altrettanto estesa placca sudamericana che s i sposta a nord-ovest di 1,5 centimetri all’anno. Quindi la «zattera» si trova stretta fra imponenti masse che agiscono di continuo sul suo territorio.

Ma non basta. La stessa placca caraibica è percorsa al suo interno da faglie minori che aumentano sia i rischi, sia le forze in gioco. Su una di queste è addirittura collocata la capitale di Port-au-Prince rimasta vittima di imponenti distruzioni. Il suo territorio è infatti diviso in due parti in movimento nella stessa direzione ma con velocità diverse intorno a 70 millimetri all’anno. «Nel continuo scivolare strette fra loro — spiega Cavinato — accumulano un’energia che ad un certo punto deve liberarsi ma non si sa dove e quando». Questa volta il punto sotterraneo in cui si è scatenata la violenza distruttrice, l’ipocentro come lo chiamano i geologi, era a 10 chilometri di profondità e a 16 chilometri dalla capitale. Santo Domingo, al contrario, dall’altra parte dell’isola, è in una posizione meno pericolosa perché le due faglie esistenti sul territorio della Repubblica Dominicana restano lontane, transitando una a nord e l’altra marginalmente a sud. La città, dunque, è meno soggetta a rischi. E Il terremoto è rimasto lontano. Ma da dove arriva la forza che fa muovere senza sosta le placche della crosta terrestre? «Il nostro pianeta è come una macchina termica— precisa lo scienziato—con un cuore incandescente. È proprio il calore che ha al suo interno ad alimentare un’energia capace di spostare le placche». Così il volto della Terra continua a cambiare e a rimodellarsi. Circa 300 milioni di anni fa c’era il supercontinente unico, Pangea, che lentamente si è diviso nei continenti attuali. Ma non era la prima volta che accadeva. Per il nostro pianeta è un fatto ciclico e già in precedenza si era verificato: insomma, è un continuo comporsi e scomporsi proprio grazie al calore che, come in una pentola, quando bolle sposta il coperchio. «La regione dei Caraibi è tra le più calde — sottolinea Cavinato — e la prova sta anche nelle catena di vulcani attivi presenti lungo la costa pacifica del Nicaragua. Un dozzina di bocche di fuoco che testimoniano dei potenti scontri geologici in atto nelle profondità».

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Gli stessi specialisti della sede dell’Onu crollata avevano evidenziato i rischi legati alle faglie pianificando interventi e costi. Mai ascoltati. È proprio risalendo lungo la linea dei vulcani che si incontra la famosa faglia di Sant’Andrea che separa la placca nordamericana dalla placca pacifica. È qui che si aspetta il Big One, il super terremoto che potrebbe scuotere disastrosamente la costa californiana riportando alla memoria il tremendo ricordo di San Francisco con il tragico mattino del 18 aprile 1906 e l’imponente incendio che fece più vittime del sisma. In quell’occasione si misurò uno spostamento della faglia di 6,5 metri. Ma più recentemente, e ripetutamente, la terra ha tremato a Los Angeles. Nel 1994 ci furono una settantina di vittime e anche nel luglio 2008 il fenomeno seminò paura. Anzi alcuni scienziati hanno interpretato quest’ultimo come un preavviso del Big One. Proprio per cercare indizi del suo arrivo i geologi americani hanno scavato un buco, una perforazione sino a 3,2 chilometri di profondità vicino alla cittadina di Parfield, tra San Francisco e Los Angeles. L’operazione, nota come «Safod Project» è condotta dal Geological Survey per prelevare campioni del suolo in prossimità della faglia e capire nello studio delle loro caratteristiche se manifestano segni utili a qualche previsione. «Purtroppo possiamo ancora fare ben poco per anticipare lo scatenarsi di un sisma — dice con amarezza Cavinato —. Ci limitiamo a misurare e valutare gli spostamenti superficiali del suolo o a cogliere qualche indicazione in profondità per tentare, ad esempio, di calcolare l’accumulo di energia. Sono dei tentativi — aggiunge — perché le faglie sono lunghe centinaia e centinaia di chilometri e studiando un solo punto non possiamo decifrare come e dove i fenomeni possono accadere e con quali caratteristiche».

Qualche aiuto ora arriva anche dallo spazio e con i satelliti Gps è possibile sorvegliare lo slittamento delle superfici. Indagini più sofisticate si conducono con i satelliti Lageos della Nasa e dell’Asi italiana facendo rimbalzare nello spazio un raggio laser e calcolando quanto i continenti si separano fra loro. Adesso c’è la frontiera più avanzata dei satelliti radar attraverso i quali si tengono sotto controllo le deformazioni del suolo. La Protezione civile italiana ha già chiesto all’Agenzia spaziale italiana Asi di scandagliare l’area di Haiti con la costellazione dei satelliti radar «CosmoSkymed » le cui immagini sono in corso di elaborazione dalla società «e-Geos». «Per una stima della situazione stiamo effettuando anche un confronto con le immagini della zona raccolte nell’aprile scorso — commenta Alessandro Coletta, responsabile della missione in Asi — e con i continui sorvoli dei giorni prossimi forniremo agli scienziati una fotografia delle modifiche avvenute. Sono dati utili per interpretare meglio la natura geofisica dell’area e possono essere preziosi, speriamo, per il futuro».

Giovanni Caprara
15 gennaio 2010

corriere.it

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Sonno sonnaio

la festa di gennaio
gennaio andò alla festa
con la ghirlanda in testa
di rose e gelsomino
fai la nanna mio bambino.

Bentornato Sonno ristoratore

Nel sonno il segreto per dimagrire

Diversi studi indicano in un giusto riposo la chiave per perdere peso

Se pensate al letto come sinonimo di pigrizia e quindi ostacolo per il dimagrimento, sbagliate di grosso. È ormai una realtà scientifica il rapporto fra metabolismo e ciclo naturale del sonno e della veglia, più precisamente fra gli ormoni e le fasi cerebrali.
Una quantità di ricerche hanno stabilito una relazione tra la quantità e la qualità del sonno da una parte, e l’indice di massa corporea dall’altra.
Sulla rivista specializzata Obesity, la ricercatrice Deanna Arble, che lavora per il Centro del sonno e della biologia circadiana della Northwestern University in Illinois, ha pubblicato uno studio che mette in luce dati interessanti. Analizzando topi da laboratorio, la dott.ssa Arble ha scoperto che una dieta ricca di grassi aumenta il peso in percentuali diverse a seconda dell’ora in cui vengono somministrati gli alimenti. Se durante gli orari diurni il peso sale del 20 per cento, gli stessi alimenti proposti ai topi durante le ore notturne produce un aumento di peso pari quasi al 50 per cento.
Altri studi hanno ricavato dati coerenti con lo studio della Arble, anche se relativi alla possibilità di sviluppare il diabete. Secondo una ricerca dell’Università di Chicago, le persone sane costrette a un ritmo di vita che prevede soltanto cinque ore di sonno al giorno perdono progressivamente la sensibilità al glucosio, il che le predispone appunto al diabete, oltre che all’obesità. Un’altra ricerca, stavolta canadese, ha individuato nel cattivo funzionamento della melatonina, l’ormone che regola il rapporto fra le fasi di sonno e di veglia, un aumento del 20 per cento del rischio di insorgenza della malattia.
Secondo la dott.ssa Arble, quindi, le prove di una profonda influenza dei ritmi circadiani – ovvero il ciclo dei processi fisiologici di un essere vivente nell’arco di 24 ore – sul metabolismo umano sono indubitabili: “tutti i principali elementi chiamati in causa nella regolazione del peso e dell’appetito sono influenzati dall’alternanza di sonno e veglia e hanno un andamento fluttuante nell’arco della giornata: il metabolismo dell’insulina, la funzionalità della leptina (l’ormone della sazietà), la regolazione della temperatura e molto altro. E questo significa che l’obesità può essere vista anche come una patologia derivante dalla perdita di armonia in questo delicato equilibrio”.
A questo punto, quali potrebbero essere le strategie per riequilibrare questo rapporto? Al momento, non esistono farmaci in grado di regolare meccanismi tanto complessi e i medici suggeriscono pertanto di mettere in atto terapie comportamentali mirate, in poche parole di riprendere le vecchie e sane abitudini di una volta.
La rivoluzione del tempo quotidiano indotta dalle nuove esigenze economiche che si sono presentate negli ultimi cento anni ha costretto il nostro organismo a far fronte a situazioni inedite. La mancanza del giusto riposo e la diminuzione complessiva delle ore di sonno sono andate di pari passo con l’aumento dei fenomeni di ipertensione, diabete, obesità, problemi cardiaci.
Costretti a ritmi esasperati, la qualità della nostra vita peggiora e il nostro organismo alla fine presenta il proprio conto. Se si vuole veramente dimagrire, quindi, occorrerà che ognuno di noi operi una piccola rivoluzione nei comportamenti.

Andrea Piccoli

Leonardo.it

Il mondo trema

Catastrofe ad Haiti

foto concessa da meteoweb.it

Nessuno sta dalla parte di Rosarno: ecco perchè in Calabria vince la ‘ndrangheta, e perde lo Stato

Pubblicato da peppecaridi su 13, Gennaio, 2010

http://www.meteoweb.it/images/Rosarno.jpg

L’allarme è ormai rientrato: a Rosarno è stata sedata la rivolta degli extracomunitari e il paese è tornato alla vita di tutti i giorni: non è più tempo di cronaca, scontri, incendi e spari. Abbiamo quindi la possibilità di riflettere, a mente fredda, rispetto a quanto accaduto negli ultimi giorni nel cuore della piana di Gioia Tauro. Le riflessioni sono ulteriormente stimolate dalle varie trasmissioni speciali che i massmedia stanno dedicando ai ‘Fatti di Rosarno’, che hanno fatto il giro del mondo finendo in prima pagina del New York Times o di El Pais, tanto per citare due tra i più importanti quotidiani che hanno dedicato molto spazio a quanto avvenuto nel reggino.
In Italia se n’è parlato lunedì sera nel corso di ‘Porta a Porta’ ma soprattutto martedì sera durante ‘Matrix, su Canale 5, che ha scelto di dedicare un’intera puntata della trasmissione a quanto avvenuto in Calabria.
Se ne riparlerà giovedì ad ‘Anno Zero’, che la scorsa settimana s’è collegato in diretta con Reggio Calabria dopo la bomba in Procura generale e che adesso tratterà il tema di Rosarno e dell’immigrazione con collegamenti in tempo reale dalla piana di Gioia Tauro.
Le opinioni e i commenti della quasi totalità della classe politica, della società civile, dell’opinione pubblica e della stampa Nazionale sono tutti uniformati, anche a livello locale.
Nessuno sta dalla parte di Rosarno e dei Rosarnesi, etichettati come “razzisti” e “xenofobi”. Basti pensare che ‘Il Giornale’ di Vittorio Feltri, con il solito pregevole stile giornalistico che lo contraddistingue, ha dato ragione ai ‘negri’, perseguendo le teorie anti-meridionalistiche dando la colpa alla ‘ndrangheta e al mezzogiorno. Quando, però, a Feltri viene fatto notare che immigrati che vivono in condizioni simili ci sono anche nel nord civilizzato, che a Padova un’amministrazione comunale di centro/sinistra ha costruito un muro per salvaguardare la popolazione dagli extracomunitari, che a Milano ogni giorno si perpetuano stupri e violenze, che nelle periferie di Parigi poco tempo fa è esplosa la ‘violenza Africana’, lui minimizza spiegando che “non è la stessa cosa”.
No? E perchè? E’, invece, la stessa identica cosa.

Assistiamo da giorni e giorni a considerazioni eccessivamente buoniste nei confronti degli extracomunitari che a Rosarno hanno perpetuato gravissime violenze ma, cosa ancor più grave, assistiamo a una criminalizzazione di Rosarno e dei Rosarnesi che è a dir poco vergognosa, che non ha alcuna base di verità e che è assolutamente ideologica e preconcetta.
Sentiamo dire da giornalisti, politici e opinionisti televisivi che questi Africani sono “poveracci, sfruttati per quattro soldi, maltrattati. Li costringiamo a venire qui da noi e li trattiamo in quel modo, senza un briciolo di scrupolo, li facciamo vivere in condizioni disumane e poi gli spariamo pure addosso e li cacciamo via com’è stato fatto a Rosarno. Dovremmo vergognarci”. E’ più o meno quello che ha detto il giornalista del ‘Corriere della Sera’ Pierluigi Battista proprio a Matrix nella trasmissione di martedì sera.
Macchè vergogna: si vergogni lui, di dire cose così al di fuori dalla realtà.

Innanzitutto non siamo noi a costringere gli Africani a venire in Italia, anzi: potremmo anche farne a meno. Abbiamo poco lavoro, difficoltà a fare famiglia e crescere figli, tanti non riescono ad arrivare alla fine del mese. No, certamente l’Italia non è quell’eden in cui milioni di disagiati possono trovare lavoro, benessere e ricchezza.

Non è neanche vero che gli extracomunitari sono sfruttati e maltrattati. Assolutamente. Prendiamo il caso di Rosarno: lavoravano nei campi 7 ore al giorno per raccogliere gli agrumi, e ricevevano una paga tra i 25 e i 30 euro al giorno. Sabato e domenica compresi. Ciò significa che guadagnavano più di 800€ al mese. Non sono pochi, 800€ al mese. Non sono sfruttati: quelle arance valgono ancora di meno, i produttori guadagnano pochissimi centesimi a cassa, i costi di trasporto impediscono alle aziende della piana di essere produttive sui mercati internazionali, e quegli alimenti sono pagati pochissimo. Tanta gente, a Rosarno, gente onesta e leale, vive con molto meno di 800€ al mese. E lavora in nero: quanti Italiani lavorano in nero, senza contratto di lavoro e senza tutele sindacali? Sappiamo bene che sono tantissimi. Perchè, allora, ci scandalizziamo se scopriamo che lavorano in nero anche gli extracomunitari? Che, per giunta, sono clandestini? A Rosarno erano accampati in quasi 1.500. Eppure, per l’Istat, nella piana risiedono solo un centinaio di immigrati regolarizzati. Ciò significa che 1.400 erano clandestini. Soggetti illegali che venivano a guadagnare 800€ e che hanno messo a ferro e fuoco un paesino di provincia.

Ci sarebbe da ridire anche sulle “condizioni disumane” in cui vivevano: certamente rispetto ai nostri standard, agli standard della popolazione Italiana e dei Paesi sviluppati, quelle baracche rappresentavano accampamenti in cui non veniva rispettata la dignità umana. Ma siamo sicuri che anche per gli extracomunitari che ci vivevano sia così? Siamo sicuri che prima di venire in Italia, tra Ghana, Congo, Senegal e Zimbawe, vivessero in case lussuose e ricche di tutti i confort? Evidentemente, se con uno stipendio di 800€ al mese continuavano a vivere in quelle baracche, significa che in fondo gli poteva pure stare bene, perchè con meno di un quarto del loro stipendio, a Rosarno, avrebbero potuto affittare appartamenti di tutto rispetto in cui vivere in condizioni identiche rispetto alla popolazione del luogo. Ma i soldi preferiscono mandarli “a casa”, ai loro parenti, in Senegal, Ghana, Congo e Zimbawe, dove le condizioni sono molto più gravi e disagiate rispetto alle baracche di Rosarno.

Rosarno: parliamo di Rosarno.
E’ un paese di quasi 16.000 abitanti, a un passo da uno degli scali portuali più importanti del mondo, nella piana di Gioia Tauro e con un alto tasso di penetrazione della ‘ndrangheta nella società civile. Quando dico “alto” mi riferisco a ciò che sostengono gli esperti del settore. Sono circa 300 i cittadini di Rosarno considerati “affiliati” o comunque “vicini” alla criminalità organizzata delle ‘ndrine locali, governate dalle cosche Pesce e Bellocco. Trecento: sono tanti, tantissimi rispetto ad altre realtà urbane (a quanto pare, a Palermo la mafia ha 400 affiliati su una popolazione di 800 mila abitanti). Ma sono sempre trecento. Significa che gli altri 15.700 cittadini di Rosarno sono onesti. Sono persone perbene, vittime della ‘ndrangheta, costretti a subirla quotidianamente. Sono persone perbene che in questi giorni si vedono criminalizzati e assaliti dai mass media di tutto il mondo solo perchè si sono difesi da chi ha messo mano, con violenza, su donne e bambini. Dirlo è raccapricciante, ma se ci mettiamo nei panni dei Rosarnesi e ascoltiamo i vari pareri dei grandi ‘gotha’ della cultura Italiana (giornalisti, politici, opinionisti e roba varia), ci renderemo conto che la cosa più vera l’hanno detta gli ‘ndranghetisti del clan Bellocco intervistati dall’inviato di Matrix poche ore prima dell’operazione ‘Rosarno è nostra’ che adesso li costringe alla latitanza. Sono gli unici che hanno scelto di stare dalla parte di Rosarno, che hanno difeso i cittadini, che hanno spiegato perchè avevano ragione: ecco perchè in Calabria vince la ‘ndrangheta e perde lo Stato. Perchè lo Stato, e non intendo in questa sede il Governo e le Istituzioni, ma la società civile, i massmedia e l’opinione pubblica, spesso è distante dalla realtà delle cose.
Il Governo e le Istituzioni, invece, in questo caso specifico hanno fatto il possibile, hanno allontanato i clandestini spostandoli altrove, salvaguardando così anche la loro incolumità: non potevano fare altrimenti.
Ma lo ‘Stato’ inteso nel senso più generale del termine è lontano da Rosarno. Ce l’ha con Rosarno. Parla dei Rosarnesi come gente “razzista” e “xenofoba”. Perchè? Solo perchè si sono difesi da chi perpetuava violenze nei loro confronti. A prescindere da quale sia stata la scintilla che ha fatto scatenare gli extracomunitari, nella piana c’è stato l’inferno per oltre 24 ore. Sono state ferite donne e bambini, senza motivo: persone innocenti che nulla c’entrano con chi, in modo stupido, bieco e infantile, aveva provocato gli stessi immigrati. La loro reazione non può essere in alcun modo giustificata, e la “risposta” di Rosarno era il minimo possibile da attendersi e immaginarsi: quale padre e marito starebbe fermo e tranquillo mentre figli e moglie vengono assaliti da chicchèsia?

Qui non c’entra il colore della pelle: Rosarno ha sempre dimostrato amore e solidarietà nei confronti dei clandestini, che da oltre 30 anni vivevano nella piana. Ma a sbagliare sono stati loro. Hanno esagerato, hanno fatto le barricate, messo a ferro e fuoco la città: che ci si aspettava, i tappeti rossi da parte della popolazione? “Prego, ammazzateci tutti” avrebbero forse dovuto dire?
Che cosa avrebbero dovuto fare? Non sono certo loro, migliaia di persone oneste che per una vita dignitosa lavorano con sacrificio ogni giorno (e molto probabilmente guadagnano meno di 800€ al mese lavorando più di 7 ore al giorno!), ad avere responsabilità sulle condizioni degli immigrati così come non è lo Stato, non è il Governo, non è l’Italia: nessuno li costringeva a stare in quelle baracche, nessuno li costringeva a venire in Italia, e se evidentemente continuano a farlo significa che quelle condizioni sono comuqnue meglio, o “meno peggio – come preferite -, rispetto a ciò che hanno in casa loro.

Le responsabilità della politica sono altre: sono l’eccessivo buonismo e l’eccessiva tolleranza, come più volte hanno sottolineato Maroni e Gasparri, che ha alimentato questi continui flussi clandestini dall’Africa verso l’Italia e che oggi ci costringe ad avere a che fare con condizioni del genere nel nostro Paese. In Spagna, il governo socialista di Zapatero ha deciso di chiudere le frontiere. I militari Spagnoli hanno l’ordine di sparare su eventuali barconi in avvicinamento alle coste Iberiche. Hanno risolto il problema.
In Italia, invece, le sinistre e la Chiesa criticano la Lega e il Governo di razzismo finchè poi non si accorgono del problema e ne rimangono sorpresi: che ipocrisia! Sono gli ultimi a poer parlare, i sinistroidi e gli ecclesiastici. I primi sono responsabili dei continui flussi di immigrati che nel corso degli anni, prima della ‘Bossi-Fini’, hanno invaso il nostro Paese. I secondi sono gli unici che potrebbero creare un degno sistema d’accoglienza, visti gli immensi beni mobili e immobili possieduti dalla Chiesa e spesso inutilizzati. Ma non lo fanno. E poi parlano di “Italia razzista”: ma andassero a farsi un esame di coscienza. Se davvero c’è un Dio che guarda dall’alto questo mondo malato, non potrà che vergognarsi del fatto di essere rappresentato da una Chiesa che si comporta così male, contro i principi basilari della religione cristiana.

Quella di Rosarno è stata una guerra fra poveri: da un lato c’erano poveri Italiani, dall’altro c’erano poveri Africani. Hanno perso tutti, ma l’intellighentia culturale del nostro Paese ha deciso che “i negri hanno ragione” e che i citadini di Rosarno sono “razzisti e xenofobi”. L’hanno detto e l’hanno scritto un pò tutti, tranne la ‘ndrangheta: l’unica organizzazione che ha deciso di stare dalla parte di Rosarno. Gli altri non possono stare dalla parte di Rosarno perchè pensano che Rosarno sia la ‘ndrangheta. Perchè pensano solo a quei 300 affiliati criminali, non certo rappresentativi anche degli altri 15.700 Rosarnesi onesti e sani.
Qualcuno, tra loro, ha detto di voler fondare un circolo della ‘Lega Nord’ a Rosarno: c’è già a Pantelleria, e una ragazza di Scilla, Carmela Santagati, 29 anni, alle ultime elezioni Europee del 6 e 7 giugno 2009 s’è candidata con la ‘Lega Nord’ in Calabria e ha preso quasi duemila voti. Probabilmente sarà candidata anche alle vicine elezioni Regionali nella lista Calabrese della ‘Lega Nord’, che – strano ma vero – in Calabria rappresenta oggi l’ultimo presidio dello Stato contro la ‘ndrangheta, l’unico appiglio possibile per la gente comune rispetto alla ‘ndrangheta, l’unica organizzazione che – come la ‘ndrangheta – in situazioni simili sceglie di stare dalla parte dei cittadini.

Come ci siamo ridotti…da culla della civiltà Mediterranea, a regno dei paradossi. Siamo costretti a scegliere tra la Lega Nord e la ‘ndrangheta perchè tutti gli altri stanno contro di noi.

Peppe Caridi.

La Pagina.
13, Gennaio, 2010 a 4:23 pm

Negri e Negrieri….

Bravo Peppe. Condivido e sottoscrivo tutto.
E’ facile etichettare con il termine mafia qualsiasi cosa accada in Calabria. A parte il fatto che ciò è un alibi per nascondere enormi manchevolezze istituzionali. La situazione dei Santi Negri di Rosarno era conosciuta da tutti e financo la BBC aveva realizzato un servizio-denuncia. Perchè non si è intervenuti prima ? nella società attuale si sono affermati atteggiamenti di prepotemza e di aggressività, di prevaricazione e maleducazione che sono parenti strettissimi della mafia e con i quali siamo costretti a convivere quotidianamente. Con l’aggravante che principali protagonisti in negativo di abusi e soprusi pregiudiziali e preconcetti sono proprio le istituzioni e la cosiddetta società civile benpensante, buonista e ipocrita.
Sono sempre più dell’avviso che dobbiamo SECEDERE.
mimmasuraci.wordpress.com

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