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Influenza A : un affare?

L’influenza A e il business delle uova

Il virus che serve per preparare il vaccino viene
coltivato sulle uova embrionate di pollo

(Ansa)
(Ansa)

MILANO - Dietro l’influenza A non c’è solo il business dei vaccini e dei farmaci, ma anche quello delle galline e delle uova. Sì, perché il virus che serve per fabbricare il vaccino cresce sulle uova di pollo. Non semplici uova da supermercato, ma uova «embrionate», cioè fecondate e già sulla strada per dare origine a un pulcino. Per ottenere una dose di vaccino ci vuole un uovo: 24 milioni di dosi per la prima tranche di vaccinazione degli italiani, 24 milioni di uova. I conti li ha fatti un gruppo di giornalisti che ha firmato con il nome «Progetto Wachdog» il libro «Nuova influenza, quello che non ci dicono», in uscita per Terre di Mezzo Editore. Proprio come «cani da guardia» gli autori hanno analizzato che cosa sta dietro il vaccino antinfluenzale, hanno fatto i conti in tasca alle industrie, hanno analizzato le prove dell’efficacia e i rischi della vaccinazione e degli antivirali, hanno monitorato le cronache di giornali e Tv che hanno parlato di pandemia in questi ultimi mesi, hanno registrato gli allarmi delle autorità sanitarie. E hanno scoperto l’affare delle uova.

NON UOVA QUALSIASI - A Rosia, vicino a Siena, dove si trova lo stabilimento della multinazionale svizzera Novartis che produce il vaccino, arrivano, da quest’estate, 150 mila uova al giorno. Un uovo da vaccino vale più del doppio di quello che finisce sulle nostre tavole: almeno venti centesimi. Proprio perché deve essere fecondato, non bastano le galline: ci vuole anche il gallo. Per questo il procedimento è più complesso. Un tempo le galline predilette dall’industria farmaceutica, si legge nel libro, erano le livornesi: piumaggio bianco e uova bianche, perché così è più facile vedere attraverso il guscio se si è formato l’embrione. Adesso però si usano anche quelle dal guscio rosso dal momento che le macchine più moderne riescono lo stesso a vedere all’interno. A fornire le uova alla Novartis è un allevamento di Faenza della famiglia Morini che fa quattro consegne alla settimana. Una volta arrivate a destinazione, le uova vengono inoculate con il virus fra il nono e l’undicesimo giorno di vita, poi vengono incubate per tre giorni e infine vengono aperte: si estrae il liquido e i virus vengono isolati, purificati e frammentati per ottenere quelle proteine che servono per fabbricare il vaccino. Ecco perché chi è allergico alle proteine dell’uovo va vaccinato in ambienti protetti che possano cioè far fronte a eventuali, anche se rare, reazioni avverse. Il Morini Group è nel business delle uova da vaccino dal 1996 e fin dal 2005 aveva messo a punto con le industrie e con il governo un piano pandemico. Ma anche per quanto riguarda il contratto per le uova, come per quello dei vaccini, l’entità rimane sconosciuta. Si può invece immaginare che quest’anno gli allevatori delle uova da vaccino prolungheranno la stagione di produzione. E c’è anche chi è certo che si troveranno meno uova e polli sul mercato e che i loro prezzi saliranno.

Adriana Bazzi
abazzi@corriere.it
15 novembre 2009(ultima modifica: 17 novembre 2009)

corriere.it


Stefano Cucchi
Ma ci sono ancora tanti, troppi, “casi Cucchi” nelle nostre carceri

 

La morte di Stefano,
oltre il velo del silenzio

Soddisfazione. Per la famiglia di Stefano Cucchi, per la sua sete di verità. Semplicemente questo. Il caso del ragazzo morto a trentun anni, il 22 ottobre scorso, mentre era detenuto nella Città Giudiziaria di Roma, non è finito nell’oblio, non è stato fagocitato dal silenzio. Gli inquirenti hanno emesso oggi sei avvisi di garanzia, nei confronti di tre agenti di polizia penitenziaria, accusati di omicidio preterintenzionale, e di tre medici, accusati invece di omicidio colposo. Si tratta di «un eccesso di garanzia per consentire agli interessati di nominare un consulente in vista della riesumazione della salma», spiegano da Piazzale Clodio.La mattina del 16 ottobre, nei sotterranei del palazzo B del tribunale, in una cella di sicurezza, Stefano sarebbe stato scaraventato a terra e preso a calci, lasciato morire con le ossa fratturate, il volto tumefatto e la schiena rotta, tra omissioni e negligenze (niente alimentazione, niente idratazione). Le accuse saranno adesso messe alla prova durante incidenti probatori (il supertestimone è un detenuto africano). Continuano anche le indagini della Commissione parlamentare sulla sanità, i cui atti sono stati secretati di fronte a «versioni in patente contrasto le une dalle altre» da parte dei medici ascoltati, come ha spiegato il senatore Marino.Soddisfazione non per le accuse, non perché ci sono gli indagati, non perché tintinnano le manette. Soddisfazione perché sull’indifferenza di comodo ha vinto il coraggio della verità. Questo è un bene per Stefano Cucchi, per la sua famiglia, per questo paese. Ed è un bene anche per i tanti, troppi, “casi Cucchi” dimenticati nelle carceri d’Italia.
Barbara Mennitti
13 novembre 2009
Ff web magazine.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel pomeriggio di ieri, 12 novembre 2009, nel locali della Facoltà di Lettere e Filosofia e Scienze Politiche dell’ Annunziata di Messina si è laureato  con 110/110 e la lode accademica Peppe Caridi.

Nel cuore della cultura umanistica, in una Aula Magna dove si respira aria densa di sapori greco-latini attualizzati nella migliore didattica, partecipiamo ad un evento completamente originale, la discussione della tesi di Peppe Caridi, che si laurea nella specialistica biennale  in Scienze dell’informazione giornalistica con un lavoro dal titolo “La meteorologia tra storia, storiografia e informazione”. La presentazione particolarmente sentita e favorevolmente estimativa  da parte della relatrice, Prof. Michela D’Angelo e della correlatrice, Prof. Caminiti, introducono un argomento quanto mai interessante al quale il candidato si è dedicato con passione ricercando con metodologia rigorosamente scientifica in quelli che sono gli ambiti culturali che lo interessano prioritariamente : la meteorologia e la storia, appunto. Con il supporto informatico di diversi slide particolarmente significativi, Peppe Caridi  ci ha portato in giro nel tempo e nello spazio; da Aristotele a Teofrasto, a Bernacca, a Giuliacci, a Morico, a Guidi. Dagli Annales con Le Roy Ladurie a Braudel dal Mediterraneo all’ Atlantico con una attenta valutazione critica verso i cambiamenti climatici e la cura dell’ ambiente passando  da un’ampia osservazione di diversi proverbi popolari che la dicono lunga sugli argomenti trattati.

Una tesi bella, originale, fuori dalle righe, che, a mio avviso, andrebbe pubblicata per divulgare finalmente uno studio critico soprattutto nei confronti di quei luoghi comuni che oggi si affermano come verità indiscutibili  e che sono attacchi di vero e proprio terrorismo psicologico. Riprendendo in maniera approfondita teorie già avanzate da esperti del settore, Caridi sostiene con documentazione copiosa, e con esperienze  personali, che i cambiamenti climatici rientrano nell’ordine naturale delle cose cme ci narra la storia dell’umanità e del nostro pieneta e che nulla c’entrano con l’ambiente. Che l’essere umano debba  rivolgere attenzioni e cure particolari all’ ambiente in cui vive è, dunque, un dato di fatto incontrovertibile, come lo è altresì il fatto che il clima non può essere influenzato dalle attività umane.

La discussione è stata vivace e tutti i docenti della Commissione di laurea  hanno partecipato con vero interesse e  apprezzato.

Peppe Caridi già laureato in Sciene Politiche per il Giornalismo, nonostante  la giovane età, ha infatti appena 23 anni, ha già accumulato esperienze importanti; tra le altre cose  ha fatto uno stage presso la redazione reggina della Gazzetta del Sud, ha frequentato uno stage presso l’Ufficio Stampa dell’Ambasciata USA a Roma, è responsabile del sito www.meteoweb.it e dell’omonima associazione; scrive su diverse testate cartacee e on-line e mantiene un blog, La Pagina di Peppe Caridi, molto curato e molto frequentato.

Legato in maniera viscerale e cerebrale al suo territorio e in particolare alle città di Reggio, sua città natale,e Messina ha pubblicato, nel 2008, per i tipi della casa editrice La città del sole il libro “Area Metropolitana dello Stretto”, una opportunità nella quale crede fermamente e per la quale si adopera con tutte le sue forze. Ha partecipato come fotografo, altra sua grande passione è infatti la fotografia, alla mostra Lo Stretto Indispensabile, ideata e diretta da Diego Buda, che si è tenuta prima a Messina, nel settembre 2008, e successivamente a Reggio tra febbraio e marzo 2009 al Cilea e  i cui lavori sono raccolti in una pubblicazione che porta lo stesso titolo della mostra e che è stata curata dalla Fondazione Mediterranea di Enzo Vitale.

Il suo amore per il territorio l’ha spinto ad andare a Scaletta Zanclea in piena emergenza camminando per ore ed ore in mezzo al fango e  poi a  raccogliere questa forte esperienza in un reportage toccante e significativo.

Alcune caratteristiche del suo carettere come la bontà e la vivacità lo sollecitano a buttarsi a capofitto in quello che fa impregnando i suoi lavori  di questi valori e proprio per questo il suo entusiasmo emerge  dalle sue pagine in maniera coinvolgente.

Un grazie di cuore a Peppe, con l’augurio che questa ulteriore importante tappa gli sia da stimolo per altri successi e affermazioni  importanti.

Ad majora!

San Martino

Giosuè Carducci

La nebbia agli irti colli             Gira sui ceppi accesi

piovigginando sale                    lo spiedo scoppiettando,

e sotto il maestrale                  sta il cacciator fischiando

urla e biancheggia il mar.         sull’uscio a rimirar

Ma per le vie del borgo            tra le rossastre nubi

da il ribollir de’ tini                 stormi d’ uccelli neri

va l’aspro odor de’ vini            com’ esuli pensieri

l’animo a rallegrar.                   nel vespero migrar.


9.11.1989 – 9.11.2009: riviviamo quella serata che, esattamente vent’anni fa, segnava una pagina indimenticabile della storia – «Ci sono molte persone al mondo che non comprendono, o non sanno, quale sia il grande problema tra il mondo libero e il mondo comunista. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che il comunismo è l’onda del futuro. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che, in Europa e da altre parti, possiamo lavorare con i comunisti. Fateli venire a Berlino! E ci sono anche quei pochi che dicono che è vero che il comunismo è un sistema maligno, ma ci permette di fare progressi economici. Lasst sie nach Berlin kommen! Fateli venire a Berlino! [...] Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino, e quindi, come uomo libero, sono orgoglioso di dire: Ich bin ein Berliner!(sono un Berlinese, Ndr)»: con queste parole il 15 giugno 1963 l’allora presidente degli Stati Uniti d’America, John Fitzgerald Kennedy, voleva esprimere il senso di quel Muro che rappresentava fisicamente la Cortina di Ferro, quel confine che per i lunghi decenni della Guerra Fredda ha separato l’Europa occidentale, influenzata dalla civiltà anglosassone, a quella orientale, influenzata invece dal regime sovietico. In parole povere, quel confine che separava la libertà dall’oppressione, il benessere dalla fame, la democrazia dalla dittatura.

Nel 1989 quel Muro non aveva più senso di esistere: il regime Sovietico era imploso in se stesso, il Comunismo era morto già da qualche anno e la Guerra Fredda s’era ormai conclusa senza sfociare nel tanto temuto terzo conflitto mondiale: più che di un successo del blocco occidentale, possiamo parlare di un fallimento del regime sovietico che aveva stremato milioni di persone perdendo fiducia popolare e credibilità internazionale.

Il 9 novembre 1989, esattamente vent’anni fa, il Comunismo era già morto ma il Muro di Berlino era ancora in piedi. Alle 18:53, mentre le televisioni e le radio di tutto il mondo erano collegate in diretta con una Berlino vivace e baldanzosa, il corrispondente Ansa di Berlino Est, Riccardo Ehrman, chiese a Günter Schabowski, Ministro della Propaganda della Germania dell’Est, quando i berlinesi dell’Est avrebbero potuto attraversare il confine.
Schabowski, che si trovava in vacanza e non aveva potuto conoscere i dettagli dei provvedimenti decisi dal Governo, rispose così: «per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. (…) Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente».

Più di cinquantamila berlinesi dell’Est, vedendo l’annuncio in televisione, si precipitarono a ridosso del Muro intasando i ceckpoint e scavalcandolo con foga, gioia e tripudio: gli stessi ceckpoint vennero aperti e i berlinesi dell’Ovest accolsero in modo festoso i loro fratelli orientali. I bar vicini al Muro iniziarono a offrire birra gratis per tutti.

Chi se lo dimenticherà mai quel pomeriggio?
Avevo poco meno di tre anni e mezzo, ma avevo capito subito che quella sera non avrei potuto guardare i soliti cartoni animati.
Mamma e Papà erano rientrati prima dal lavoro e si erano subito concentrati su una diretta televisiva che aveva tutta l’aria di essere sontuosa e importante.
Il mondo intero era col fiato sospeso dopo i tumulti di pochi mesi prima in Cina con la tragica protesta di piazza Tiananmen.
Ma quella sera in televisione avrei visto feste, gioie e sorrisi: solo qualche anno più tardi avrei capito che quello era stato un momento storico, quando lo avrei ritrovato nelle ultimissime pagine dei miei primi libri di storia, alla scuola elementare.

Quante cose sono cambiate in Vent’anni: la caduta del Muro di Berlino fu solo il primo grande evento della storia trasmesso in diretta e in mondovisione: abbiamo vissuto sensazioni simili e analoghe durante i bombardamenti della Prima Guerra del Golfo, appena un paio d’anni dopo.
Chi non ricorda tutte quelle “lucine verdi” della contraerea Irakena?
E poi ancora l’11 settembre 2001, l’attentato alle Torri Gemelle: quant’è cambiato il mondo!
Mentre a Berlino crollava il Muro, dall’altro lato dell’Oceano c’era già chi perfezionava la rete Arpanet che consentiva di mettere in rete, tramite computer, luoghi lontani e altrimenti irragiungibili. Nel 1989 erano connessi tra loro centomila computer. Oggi sono seicento milioni.

Vent’anni fa moriva il Comunismo e nasceva la Globalizzazione. Dall’Europa della Cortina di Ferro siamo arrivati a quella della Moneta Unica, con il denominatore comune del crescente potere dei mezzi di comunicazione, che grazie alle nuove tecnologie riescono a raccontare in diretta, a tutto il mondo contemporanemente, ciò che fino a pochi decenni fa veniva comunicato con lentezza e, spesso, con tante censure.

Perchè quel 9 novembre di vent’anni fa si realizzava una grande conquista per l’umanità: centinaia di persone riscoprivano il piacere della libertà dopo lunghi decenni di oppressioni, torture, soprusi e violenze.

Peppe Caridi

Ho salutato con piacere, i primi mesi di quest’anno 2009, la notizia della pubblicazione del libro “La rivolta di Reggio” di Luigi Ambrosi edito da Rubbettino. Mi interessava il fatto che un giovane dottorando ricercatore avesse scelto di elaborare la sua tesi di specializzazione proprio sui famosi fatti di Reggio. Naturalmente ho letto questo lavoro al quale l’autore ha dedicato ben quattro anni di lavoro. Fare ricerca storica è, infatti, un impegno gravoso ed è sicuramente apprezzabile il metodo applicato per un percorso non certo agevole, quale quello necessario per una ricerca fedele il più possibile  alla realtà oggettiva. Il risultato, però, non mi incanta nè mi soddisfa, perchè, secondo me, il lavoro è influenzato da pregiudizi che sottendono come una colonna sonora alquanto stonata tutto il lavoro e ne offuscano la storicità  assumendo come certezze luoghi comuni diffusi in certa parte dell’immaginario collettivo soprattutto politico-partitico  che inficiano la bontà della ricerca e che un ricercatore, ancorchè giovane ed estraneo alle vicende trattate, avrebbe dovuto evitare con rigore scientifico.  Già il sottotitolo, “Storia di  territori, violenza e populismo…”; e alcune affermazioni di Salvatore Lupo nella Prefazione,” ..di fronte a questo protagonismo neofascista…. Quale straordinaria capacità demagogica e manipolatrice mostra qui la classe politica locale” ! dimostrano il tenore dell’opera. Nel contesto dello scritto l’autore fa riferimento a concetti di suggestione, di riscatto, di retorica, di pennacchio, di orgoglio  e quant’altro, senza trascurare il legame della rivolta di Reggio a mafia, criminalità e al Golpe Borghese. Io ho vissuto quei giorni e mi sono stancata di tornare sull’argomento anche perchè la ferita è sempre aperta. Luigi Ambrosi titola il primo capitolo Preistoria facendo riferimento a un episodio, la pubblicazione da parte dell’ Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria di un testo  Per il Capoluogo della Regione Calabrese come antecedente dei “Fatti” . Luigi Ambrosi, però sarebbe dovuto andare più indietro per sapere , per esempio, che dopo aver contribuito con largo spargimento di lacrime e sangue alla causa del Risorgimento italiano, la Calabria, e in particolare Reggio è stata tradita e spogliata  e trattata come  colonia, se è vero, come lo è indubitabilmente che  il patriota stefanita Romeo , eletto al primo Parlamento nazionale, si è dimesso informando con manifesti i suoi elettori che il Governo non aveva mantenuto gli impegni  assunti precedentemente. Certo Reggio  è stata trascurata anche dai politici delle altre province  calabresi, ma se i Governi centrali fossero stati più attenti, libertà e democrazia sarebbero state rispettate in ogni dove. Un coacervo di soprusi e abusi ha logorato la popolazione reggina, che rimpiange il suo stato di polis e soffre con orgoglio, quell’orgoglio che non è vanagloria presupponente e boriosa quanto piuttosto consapevolezza delle proprie capacità, della propria cultura, del proprio DNA di valori importanti e profondi che sono propri dell’ uomo libero, coraggioso e audace, mediterraneo. L’ orgoglio, poi, una caratteristica spesso esaltata, l’orgoglio di essere e semtirsi italiani, l’orgoglio eroico di tanti valorosi, l’orgoglio di molti atleti che si affermano  in varie discipline, quell’orgoglio che relativamente al popolo reggino diventa un grave difetto, del quale ci si dovrebbe addirittura vergognare.  Ambrosi ama citare spesso Pansa. Prorio quel Pansa che nel suo ultimo libro ” Il Revisionista” dedica un capitolo a Julio Valerio Borghese, che intervista tra il 5 e il 7 dicembre 1970: ” Scrissi l’intervista la sera di lunedì 7  dicembre proprio in quelle ore, così in seguito si disse, gli armati raccolti dal Fronte si preparavano ad assaltare la Rai e qualche ministero : le prime mosse del misterioso colpo di Stato capeggiato da Borghese. Il mio articolo, intitolato Deliri del Principe Nero uscì sulla  Stampa il mercoledì 9 dicembre, ossia ventiquattro ore dopo il fallimento del presunto golpe. Un golpe che nessun giornale, nessuna radio e nessuna tv registrarono. La storia emerse l’anno successivo, il 17 marzo 1971. Rimasi sbalordito. E cominciai a farmi qualche domanda.Un militare o un politico che sta per attuare un colpo di Stato riceve un giornalista del campo avverso ? Proprio nel momento decisivo parla per tre ore davanti a un registratore acceso? Si lascia fotografare in pose tanto poco marziali? A qual tempob mi dissi : no, è assurdo che si comporti così. Sono rimasto della stessa idea  anche dopo. Lo sono ancora oggi. Per me quel golpe non c’è mai stato. E forse siamo in molti a pansarla allo stesso modo…..” .A conferma delle montature  di alcuni politicanti, sempre Pansa sempre nello stesso libro scrive :” I  comunisti italiani hanno sempre avuto una passione vera per le operazioni degli altri. Vedono misteri e congiure dovunque, giudate da registi occulti e dirette a scopi nefandi.” Come fa Ambrosi a dare per scontato il golpe Borghese ? Capisco che è difficile capire come una colonia piccola e trascurata possa osare ribellarsi contro le ingiustizie in maniera corale e spontanea. Purtroppo l’ evidenza spesso deve essere coperta da barriere posticce e ingombranti assolutamante surreali. Questo significa ignorare la verità.

Come si fa ad inserire i fatti Gambarie in un tentativo organizzato per allargare la protesta alla provincia. Per capire i fatti di Gambarie, assolutamente spontanei e trasversali, è opportuno leggere una bella Appendice nel libro Area metropolitana dello Stretto di Peppe Caridi per i tipi di Città del Sole Edizioni, dove il giovane autore intervista uno dei protagonisti proprio di quei fatti.

Come si fa, ancora, a trascurare completamente il ruolo svolto durante la Rivolta dall’ Arcivescovo, di origini piemontesi, mons. Giovanni Ferro capace di capire le motivazioni più profonde di una intera popolazione che si ritiene trattata ingiustamente.

Perchè di questo si tratta.E per capire lo stato della giustizia nel nostro territorio basta leggere Norman Douglas in Vecchia Calabria, del 1920,  nel capitolo Musolino e la legge, dove Musolino è il brigante  e la legge è definita come burla e farsa. Questa è la preistoria che sottende a una ribellione che c’è tuttora nell’animo del reggino, il quale lavora con impegno perchè evitando di essere stritolato dai carri armati di Stato possa raggiungere una dimensione di autonomia democratica e liberale nel rispetto di tutte le altre altre realtà locali e nazionali.Perchè non è  possibile in una società libera e democratica che una parte di territorio possa secedere senza spargimento di sangue? perchè?

Certo bisogna riconoscere che Ambrosi riferisce della solitudine di una città sola con se stessa; riferisce con Adele Cambria, che “tutti i Governi sono stati razzisti con la Calabria” , con il Corriere della Sera che ” il  Governo è stato colpevolmente assente” e che il pacchetto Colombo è stata una vera e propria presa in giro.

E il grido Boia chi molla richiama cittadini reggini, italiani, morti  per un capoluogo simbolo di giustizia e libertà.

(Ap)

Flavia Pennetta, Francesca Schiavone,

Sara Errani e Roberta Vinci

…ti dice niente la Fed Cup  ?

in un abbraccio il sapore  gradevolissimo della vittoria.

Al Polimeni di Reggio Calabria Pennetta e le altre hanno disegnato un’impresa di squadra  perfetta, meravigliosa. Brave, bravissime.

ReggioArgento

L’argento del Valanidi

Pubblicato da peppecaridi su 4, Novembre, 2009

http://www.meteoweb.it/cgi/uploads/sezioni/4118/foto/14.jpgdi Stefano Migliardi – Sulla mia scrivania ormai da tempo giaceva dimenticata una cartellina con su scritto “Argento nell’alta valle della fiumara Valanidi”.
Lavoro e famiglia non mi davano tregua, ma ogni tanto la riaprivo per aggiungere qualche traccia in più.

La mia curiosità riguardava la storia dell’estrazione di metalli preziosi dalle colline sopra Reggio Calabria.

Articoli presi qua e là, scritti da professori come Rubino o Sorgonà, spunti da lavori di geologi moderni famosi come Pileggi, Pipino oppure la descrizione geologica della Calabria del mitico ing. Cortese.

Gli indizi erano parecchi e tutti datati:

  • L’ing. Melograni che nel 1823 esplorando geologicamente l’Aspromonte diceva che “le cave erano aperte nei valloni del Valanidi come Allai… dal cunicolo della “Stroffa” usciva il materiale per la fonderia ed in quantità…”
  • L’articolo del prof. Orlando Sorgonà sulle fonderie di Arangea che riportava tanti estratti bibliografici tra cui il De Lorenzo (1760) che parlava di “…laverie della terra argentifera del Valanidi”.
  • La patena di argento dorato conservata nello spettacolare Museo di San Paolo a Reggio, unico residuo dei prodotti delle officine di Arangea con un testo latino inciso che festeggia il matrimonio tra Carlo III e la regina Amalia nel 1750.

    Insomma, Re Carlo III di Borbone aveva fatto arrivare dalla Sassonia tecnici e minatori (conterranei della Regina), esperti nell’estrarre e lavorare minerali preziosi. Aveva fatto costruire una grande fonderia dove “macinando e arrostendo” rocce e galene provenienti anche dalla vallata del Valanidi, si producevano ferro, rame, piombo e da quest’ultimo appunto l’argento.

    Questa era la storia, ma adesso dove si trovano queste miniere?

    Si sapeva che c’era qualche accenno di traforo o vecchi ruderi, ma cercavo la corrispondenza tra la realtà odierna del 2009 d.C. e quanto si scriveva due secoli fa. Specialmente sulla parte “argentifera”.

    In mio aiuto, la mail di un amico cacciatore che segnalava grotte non meglio identificate in un costone della vallata aggiungendo qualche riferimento topografico.
    Non essendo zona abitata escludevo che fosse un rifugio antiaereo perciò poteva essere proprio una bocca di miniera.

    L’unico modo di verificare era andarci, attrezzati da trekking e sperando in una giornata meteorologicamente “clemente”.

    Un sabato le condizioni si facevano favorevoli e con il prof. Sorgonà percorriamo con la macchina la strada che ci porta verso l’alta valle del Valanidi.

    Ritrovo qualche riferimento della mail ma chiedendo in loco restringiamo il campo di indagine.
    Scendiamo in un valloncello e dopo circa 100 metri ci ritroviamo di fronte ad un costone di roccia nerastra pieno di rovi. Al centro proprio la bocca di miniera.

    L’emozione è forte poiché davanti a noi si materializzano, a distanza di 200 anni, i resti di quegli scavi cominciati da uomini venuti da lontano ovvero quei tedeschi di Sassonia ed in particolare di Frieberg, città tutt’oggi famosa al mondo come la “città dell’Argento”.

    Chissà per quanti anni e chissà quanto materiale “prezioso” è uscito da quel cunicolo. Incredibile vedere intere pareti “scalpellate” a mano per rincorrere, nelle viscere della terra, la sinuosa “vena” argentifera.

    Immaginare poi che dov’ero io, si muovevano freneticamente squadre di minatori che entravano ed uscivano, si davano i turni, caricavano forse carrelli o cassette e chi lo sa che altro facevano.
    Decido di entrare per qualche metro procedendo carponi poi riesco ad alzarmi quasi completamente; la galleria non è molto lunga e probabilmente è ostruita; una presa d’aria fa entrare un raggio di sole e mi fa scorgere in basso un rudimentale canale scavato a mano che probabilmente faceva defluire l’acqua di infiltrazione da qualche altra parte a valle.

     

    Scatto alcune foto ed appoggio alle pareti lo stemma della Sassonia come per riportare in quei luoghi qualcosa dei suoi antichi frequentatori.

    Lasciamo il posto senza toccare nulla in segno di rispetto per i luoghi e per le proprietà altrui.
  • E l’argento? Rimarrà lì perché, oggi, non è più economicamente “conveniente” estrarlo come si faceva al tempo; la quantità che si ottiene è poca in proporzione al lavorato e soprattutto il prezzo odierno della materia prima è notoriamente basso.
    Già le indagini dell’epoca (nel 1800) davano per Valanidi ogni 100 kg di piombo lavorato dalla roccia circa 500 grammi di argento puro.
    Invece per la galena di Rosalì (ma poi la vena fu “persa”…) ogni 100 kg di roccia si estraevano 68 kg di piombo e da 100 kg di piombo si tiravano 300 grammi di argento.

    Nel 1750 doveva essere invece un metallo veramente prezioso se per esso, per il ferro e per il rame si arrivò a costruire ad Arangea (oggi via Miniera) una fonderia che contava oltre 700 dipendenti tra tedeschi ed italiani che vi edificarono pure la chiesa dove pregare (ricostruita poi nell’odierna San Giovanni Nepomuceno, il santo dei “tedeschi”).

    Poi dopo una trentina d’anni l’abbandono, i terremoti, l’oblio….

    Magari oggi si potrebbe creare un bel percorso di valorizzazione di quelle bocche di miniera.
    Magari si potrebbe fare un gemellaggio con la città di Frieberg in Sassonia nelle cui biblioteche comunali si trova un pezzo di storia di Arangea e del Valanidi.

    Sapremo così dov’è andato a finire l’argento… magari è sepolto sotto qualche bergamotteto!

    Post Scriptum: ringrazio il prof. Orlando Sorgonà (da nominare al più presto Assessore alla Cultura!) e gli amici del Valanidi sia quelli che sono rimastia vivere e a lottare con i denti per conservare il territorio sia quelli lontani che non hanno mai smesso di amare la loro spettacolare vallata.

    tutte le foto qui

    Il Controcanto di Roberto. Dalla Sla alla felicità  [08/10/2009]

     

    L’associazione culturale OSA di Abbadia San Salvatore ha pubblicato nei giorni scorsi l’ultimo libro di Roberto Fabbrini, “Controcanto”. Il volume è stato presentato dal presidente dell’associazione, Nicola Cirocco insieme all’autore e a numerosi amici, accorsi ad ascoltare – oltre a brani dell’opera splendidamente letti dall’attrice Paola Lambardi – i commenti musicali di Franco Fabbrini, fratello di Roberto e brillante compositore jazz,.

    Una scrittura con gli occhi – Roberto è malato di SLA, una forma di distrofia che gli impedisce qualunque tipo di movimento. La stranezza di “Controcanto” sta prima di tutto nell’essere stato scritto con gli occhi, ovvero per mezzo di un computer a puntatura ottica, che ha permesso all’autore di riversare prima sullo schermo e quindi su carta, il suo mondo interiore, a completamento di una riflessione sulla propria condizione che era già iniziata con il libro precedente, “Le ombre lunghe della sera”. Roberto lavora da anni a una ricerca di scrittura e di pensiero che la sua malattia ha in qualche modo accellerato, ma non indebolito, anzi. “Controcanto” dimostra una vivacità che è un insegnamento per tutte le persone cosiddette sane e che spesso non sanno cogliere i frutti della vita con altrettanta attenzione e consapevolezza.

    Il Controcanto di Roberto Fabbrini - Nella cantata sacra, e poi nel madrigale e nel mottetto rinascimentale, il “controcanto” è la seconda melodia, portata avanti – su una base corale – da un semicoro che si oppone a quello principale, fino a convergere nella prima melodia e comporre così un unico tema musicale. Roberto sceglie di contrappuntare con la disperazione iniziale il coro che, nella vita, tutti siamo chiamati a intonare, salvo – alla fine di un percorso che passa dal lamento e pianto al perdono e alla riconciliazione (così si chiamano le quattro parti che compongono questa “cantata”) – condursi verso una accettazione finale che riporta la sua voce a quella degli altri esseri umani, che non cantano più “contro” ma partecipano alla melodia universale. Il riferimento agli angeli – già presente, con forza maggiore, nel libro precedente – è in questo senso illuminante, perché gli angeli sono la rappresentazione puramente terrena di una serie di figure apportatrici di amore, nella disperazione, nella fattispecie la moglie e il figlio di Roberto, cui il libro è dedicato.

    Le tre metafore del toro, del cavaliere e del sesso - Con poche parole (“I discorsi si fanno più brevi,/la parola diventa essenziale;/perfino i pensieri fanno voli più corti/per timore/di non arrivare alla fine”) il percorso si compie: ma non è un percorso, come si potrebbe immaginare, verso la fine. Al contrario: è un inizio: l’inizio della felicità, che gli altri membri del coro difficilmente riescono a trovare. La riconciliazione finale è il riconoscimento di un amore senza fine, di cui colui che scrive riconosce grato il volto. Ci sono tre metafore importanti nel libro: quella del toro nella corrida, pizzicato dalle “banderillas”, tormentato dai “picadores”; la leggenda di gusto medievale di Martino che, come il cavaliere dei “Settimo sigillo” di Bergman, riesce ripetutamente a ingannare la morte, per essere comunque condotto via da lei alla fine, ma senza provare alcun dolore. Ma la più bella ed efficace è la metafora sessuale che apre il poemetto: è la storia di un uomo che non può più utilizzare il suo corpo come vorrebbe, ma che riesce ugualmente a provare le gioie dell’amplesso. Nell’immaginazione, nel ricordo, in un caldo ambiente di grotta materna che descrive con sconvolgente concretezza le gioie di possedere un corpo. Ai coristi della melodia principale sembra scontato che sia così, ma lo è davvero?

    Un nuovo inizio, dunque. Adesso, dobbiamo solo aspettare il prossimo libro di Roberto Fabbrini, e la gioia che – come i precedenti – saprà dare agli altri. Se è possibile avanzare un presentimento, si potrebbe dire che ci si potrebbe aspettare una delle sue delicate fiabe sugli angeli, sul benessere, sulla gioia. Sulla felicità.

    sienalibri.it

    Pandemia inventata ?

    Ah1n1, una pandemia inventata?
    Mercoledì 04 Novembre 2009 09:05
    di Enzo Vitale* - Il dott. Carlos Alberto Morales Paita, pediatra del Children’s Hospital di Lima in Perù, ha fatto girare un’e-mail i cui contenuti, traboccanti di amara ironia e ampiamente condivisibili,

    meritano un’opportuna diffusione non foss’altro che per sdrammatizzare quanto oggi accade.

    1) Un numero discreto di persone contraggono l’influenza suina e ci si mette la mascherina… 25 milioni di persone con AIDS e non ci si mette il preservativo…

    2) pandemia di lucro: che interessi economici si muovono dietro l’influenza suina? Nel mondo, ogni anno, muoiono milioni di persone, vittime della malaria… I notiziari di questo non parlano…

    3) Nel mondo, ogni anno muoiono due milioni di bambini per diarrea che si potrebbe evitare con un semplice rimedio che costa 25 centesimi.. . I notiziari di questo non parlano…

    4) Polmonite e molte altre malattie curabili con vaccini economici, provocano la morte di 10 milioni di persone ogni anno … I notiziari di questo non parlano…

    5) Ma quando comparve la famosa influenza dei polli… i notiziari mondiali si inondarono di notizie… un’epidemia e più pericolosa di tutte, una pandemia! Non si parlava d’altro, nonostante questa influenza causò la morte di 250 persone in 10 anni… 25 morti l’anno!!

    6) L’influenza comune, uccide ogni anno mezzo milione di persone nel mondo … Mezzo milione contro 25.

    7) E quindi perché un così grande scandalo con l’influenza dei polli? Perché dietro questi polli c’era un “grande gallo”. La casa farmaceutica internazionale Roche con il suo famoso Tamiflu, vendette milioni di dosi ai paesi asiatici. Nonostante il vaccino fosse di dubbia efficacia, il governo britannico comprò 14 milioni di dosi a scopo preventivo per la sua popolazione.

    8) Con questa influenza, Roche e Relenza, ottennero milioni di dollari di lucro.

    9) Prima con i polli, adesso con i suini: e così adesso è iniziata la psicosi dell’influenza suina. E tutti i notiziari del mondo parlano di questo. E allora viene da chiedersi: se dietro l’influenza dei polli c’era un “grande gallo”, non sarà che dietro l’influenza suina ci sia un “grande porco?”.

    10) L’impresa nord americana Gilead Sciences ha il brevetto del Tamiflu. Il principale azionista di questa impresa è niente meno che un personaggio sinistro, Donald Rumsfeld, segretario della difesa di Gorge Bush, artefice della guerra contro l’Iraq…

    11) Gli azionisti di Roche e Relenza si stanno fregando le mani… felici per la nuova vendita milionaria. La vera pandemia è il guadagno, gli enormi guadagni di questi mercenari della salute…

    12) Se l’influenza suina è così terribile come dicono i mezzi di informazione, se l’Organizzazione Mondiale della Salute (diretta dalla cinese Margaret Chan) è tanto preoccupata, perché non dichiara un problema di salute pubblica mondiale e autorizza la produzione farmaci generici per combatterla?
    In dodici punti un quadro che, se per un verso è “rassicurante” dal punto di vista sanitario, è oltremodo allarmante da quello morale.

    *Presidente Fondazione Mediterranea

    Reggio Calabria

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