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La libertà come valore fondamentale  dell’essere umano è un bene imprescindibile che personalmente considero come diritto-dovere e che spesso viene trascurato nel senso che  da un lato  è  dato per scontato e da un altro lato viene enfatizzato a parole e in ogni caso viene preso in considerazione in maniera molto  superficiale e approssimativa.

Il principio di libertà sta,invece, alla base di ogni convivenza sociale, sia nelle relazioni personali che nei rapporti comunitari che sottendono tutto il nostro quotidiano. Considerare la libertà come bene primario, infatti, implica la necessità di associare ad essa un altro principio  indispensabile che è il rispetto inteso come valore assoluto. Nel nostro vivere di ogni giorno, coinvolti dalla frenesia della vita schizzata alla quale siamo in qualche modo costretti dai fantasmi di uno pseudo-sviluppo che dobbiamo rincorrere ad ogni costo, spesso ci sfugge il fatto che tutti noi siamo protagonisti e vittime di un sistema più o meno occulto di manipolazione che limita proprio i due valori  sui quali nella fattispecie sto riflettendo. Di fatto succede che anche se i vari metodi di condizionamento spesso costituiscono materia di studio, soprattutto in molti corsi  universitari, poi in effetti potenti interessi economici ci sovrastano come tentacoli invisibili di una piovra gigantesca che generano in noi esigenze e bisogni indotti spesso non necessari al nostro vivere dignitoso  e libero. D’altra parte il problema della libertà è annoso ed è alla base di molte riflessioni filosofiche di ogni tempo. Qui, a questo proposito, mi piace ricordare L’uomo senza qualità di Musil, che fa un’analisi spietata e concreta dell’individuo e della società valida tuttora perchè supera le barriere delle dimensioni spazio-temopali. O anche Voltaire il cui rispetto per le opinioni altrui è ormai un testo classico famosissimo in ogni dove.

In questo contesto, il rapporto sentimentale, sul quale si sofferma Alberoni in questa bella pagina, rappresenta un aspetto nientaffatto trascurabile perchè, se ben si riflette, sta a fondamento della società ed è il rapporto più difficile perchè il coinvolgimento emotivo può indurre a trascurare prorpio quei valori di libertà e rispetto personali e dai quali non si può prescindere.

Essere e sentirsi liberi di pensare e agire in ogni espressione della propria vita implica il riconoscimento e il rispetto nell’altro di quel bene in maniera totale e assoluta. La manifestazione del sentimento di Amore è, o meglio dovrebbe essre , la più alta espressione dei due principi, che può portare anche in alcuni casi, alla rinuncia dell’altro proprio per tutelarne la libertà.

Mimma Suraci

Nel­la storia infatti il superiore ha sempre avuto nelle mani il desti­no dell’inferiore, ci sono sempre stati un padrone e un servo e la vi­ta è sempre stata una continua lotta per la supremazia. Questa situazione di danna­zione cessa solo nel caso del grande amore

Lo psicologo Nicola Ghezzani scrive che, attraverso l’innamoramento, noi facciamo l’esperienza fondamentale che, nel mondo, è possibile un rapporto che non sia fondato sul potere e il dominio.

Nella storia infatti il superiore ha sempre avuto nelle mani il destino dell’inferiore, ci sono sempre stati un padrone e un servo e la vita è sempre stata una continua lotta per la supremazia.

Questa situazione di dannazione (il peccato originale) cessa solo nel caso del grande amore dove invece nessuno può volere il dominio sull’altro ma solo la sua libertà e la sua felicità, così come l’altro le vuole per lui. Questo amore costituisce l’uscita dal mondo del dominio e della violenza. I due amanti costituiscono allora un universo separato in cui trovano le radici profonde di se stessi e la sicurezza di fronte alle minacce del mondo esterno

È la bolla, la sfera incantata della loro intimità, della loro unicità, il luogo della loro verità, della loro fedeltà, della loro felicità. Il luogo in cui si danno tutto ciò che desiderano. Ma, al suo interno, essi devono restare personalità distinte, libere, con propri gusti, proprie esperienze di vita, in modo da avere tante cose da raccontare all’amato. E devono possedere propri punti di vista per discutere. Nella bolla gli amanti non sono due fratelli siamesi, restano separati ma, poiché si amano e sono totalmente complementari l’uno all’altro, si cercano, si desiderano. Il grande amore è fatto a un tempo della mancanza e della sua eliminazione, della distanza e dell’abbraccio che l’annulla. Non può esserci desiderio e quindi felicità senza la mancanza e, a ogni incontro, hanno l’esperienza sublime di trovare ciò che hanno sempre cercato, esattamente come la prima volta che si sono innamorati.

L’amore non è uno «stato» come una lastra di marmo, ma un sistema ricco di energia quindi è fatto da onde come il mare, come la luce. Il desiderio nasce dalla distanza, una distanza che si crea ogni volta grazie alla diversità, alla autonomia e alla libertà dei due amanti e che si colma ogni volta attraverso l’incontro. E in ogni incontro essi si reinnamorano. L’amore dura solo reinnamorandosi continuamente. Nel grande amore totale in ogni incontro, anche dopo moltissimi anni, i due amanti si dicono che non avrebbero mai immaginato che fosse possibile provare un piacere simile a quello che stanno provando. Il grande amore è una continua stupefacente scoperta.

Epifania

Calza della Befana

 Poesia sulla Befana
di Francis Jammes

Epifania

Non ho, come i Magi
che son dipinti sulle immagini,
dell’oro da recarti.

Dammi la tua povertà.
Non ho neppure, Signore,
la mirra dal buon profumo
nè l’incenso in tuo onore.

Figlio mio, dammi il tuo cuore.

La Befana, il cui nome viene da  epifania  (da cui anche “Pefana”) attraverso bifanìa e befanìa, è una figura tipica di alcune regioni, diffusasi poi in tutta Italia. La Befana appartiene alle figure folkloristiche, dispensatrici di doni, legate alle festività natalizie.

Secondo la tradizione italiana e di alcune parti nel mondo la Befana, raffigurata come una vecchia che vola su una scopa, fa visita ai bambini nella notte tra il 5 e il 6 gennaio (la notte dell’epifania) per riempire le calze lasciate da essi appositamente appese sul camino o vicino a una finestra. Inoltre, in molte case, per attirare benevolmente la befana, è tradizione lasciare un piattino con qualcosa con cui possa ristorarsi: generalmente si tratta di un mandarino, un’acciuga, un pezzo di aringa affumicata o qualche cipollina sotto aceto e un bicchiere di vino rosso. Nel caso i bambini siano stati buoni, il contenuto delle calze sarà composto da caramelle e cioccolatini, caramelle alla frutta, mandarini, noci, frutta secca e piccoli regali, in caso contrario conterranno carbone, (oggi si usa un preparato in zucchero colorato di nero a forma di carbone e molto duro da masticare). Spesso la befana viene descritta come una vecchia, che vola su una scopa e ha una borsa o un sacco pieno di ogni squisitezza, regali per i bambini meritevoli, ma anche di carbone per i bambini che non sono stati buoni durante l’anno.

Vi sono ancora taluni rarissimi luoghi in cui è rimasto nel linguaggio popolare il termine Pefana (dal greco “Επιφαίνω”) come, per esempio, nel paese di Montignoso nella Provincia di Massa-Carrara, con tradizioni non in linea con le consuete celebrazioni dell’Epifania, La Pefana di Montignoso)

L’origine di questa figura va probabilmente connessa a tradizioni agrarie pagane relative all’anno appena trascorso, ormai pronto per rinascere come anno nuovo. Difatti rappresenta la conclusione delle festività natalizie come interregno tra la fine dell’anno solare (solstizio invernale, Sol Invictus) e l’inizio dell’anno lunare.

Anticamente la dodicesima notte dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e la rinascita della natura, attraverso la figura pagana di Madre Natura. I Romani credevano che in queste dodici notti, figure femminili volassero sui campi appena seminati per propiziare i raccolti futuri. A guidarle secondo alcuni era Diana, dea lunare legata alla vegetazione, secondo altri una divinità minore chiamata Satia (=sazietà) o Abundia (= abbondanza). La Chiesa condannò con estremo rigore tali credenze, definendole frutto di influenze sataniche. Queste sovrapposizioni diedero origine a molte personificazioni che sfociarono nel Medioevo nella nostra Befana, il cui aspetto, benché benevolo, è chiaramente imparentato con la personificazione della strega.

L’aspetto da vecchia sarebbe dunque una raffigurazione dell’anno vecchio: una volta davvero concluso, lo si può bruciare così come accadeva in molti paesi europei, dove esisteva la tradizione di bruciare fantocci, con indosso abiti logori, all’inizio dell’anno (vedi ad esempio la Giubiana e il Panevin o Pignarûl, Casera, Seima o Brusa la vecia, oppure il Falò del vecchione che si svolge a Bologna a capodanno). In molte parti d’Italia l’uso di bruciare un fantoccio a forma di vecchia o di segare un fantoccio a forma di vecchia (in questo caso pieno di dolciumi), rientra invece tra i riti di fine Quaresima, sempre con il significato di porre fine all’anno vecchio.

In quest’ottica l’uso dei doni assumerebbe un valore propiziatorio per l’anno nuovo.

Un’ipotesi suggestiva è quella che collega la Befana con una festa romana, che si svolgeva all’inizio dell’anno in onore di Giano e di Strenia (da cui deriva il termine “strenna”) e durante la quale si scambiavano regali.

La Befana si richiama pure ad alcune figure della mitologia germanica, Holda e Berchta, sempre come personificazione della natura invernale.

Secondo una versione “cristianizzata”, i Re Magi, diretti a Betlemme per portare i doni a Gesù Bambino, non riuscendo a trovare la strada, chiesero informazioni ad una signora anziana. Malgrado le loro insistenze, affinché li seguisse per far visita al piccolo, la donna non uscì di casa per accompagnarli. In seguito, pentitasi di non essere andata con loro, dopo aver preparato un cesto di dolci, uscì di casa e si mise a cercarli, senza riuscirci. Così si fermò ad ogni casa che trovava lungo il cammino, donando dolciumi ai bambini che incontrava, nella speranza che uno di essi fosse il piccolo Gesù. Da allora girerebbe per il mondo, facendo regali a tutti i bambini, per farsi perdonare.

Il termine “befana” inteso come “fantoccio esposto la notte dell’epifania” fu già usato nel XIV secolo, poi da Francesco Berni nel 1535, da Agnolo Firenzuola una prima volta nel 1541.

Il flauto di Betlemme

 

La notte in cui nacque Gesù, gli angeli scesero dal cielo, e cantarono, danzando girotondi a grappoli intorno alla grotta di Betlemme. La melodia del canto era la più pura e toccante che mai si fosse sentita sulla terra, ma non molti la notarono. Gli abitanti dei dintorni percepirono solo un leggero brusio, si voltarono dall’altra parte e continuarono a dormire. Bisogna avere un cuore speciale per sentire il canto degli angeli. Ma in fondo ad un canalone, sulle rive di uno stagno, una giovane canna l’ascoltò. Cominciò a vibrare al ritmo della melodia, ondeggiando flessuosa con tutte le sue fibre. “Piantala!” brontolò una vecchia canna, “Mi fai venire il mal di testa!”. “Lasciaci dormire”, fecero eco le altre canne. 

Anche fra le canne, non tutte riescono a sentire le musiche degli angeli. Ma la giovane canna continuò ad assorbire quell’armonia dolcissima che scendeva dal cielo e ripeteva, danzando leggera nell’aria:”Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”.

Il flauto
Passò del tempo. La giovane canna divenne robusta e nodosa, ma ogni volta che il vento soffiava, vibrava ripetendo la lontana melodia degli angeli. Un giorno un giovane pastore portò le sue pecore ad abbeverarsi allo stagno. Mentre le pecore si accalcavano per raggiungere l’acqua, il pastore si guardava intorno. Il suo sguardo fu attirato dalla canna. Da tempo voleva fabbricarsi un nuovo flauto, perché quello vecchio era scheggiato e il canto non era più sonoro e nitido. Impugnò il coltello e tagliò la canna, la studiò un momento e cominciò ad intagliarla. Quando lo appoggiò alle labbra e cominciò a soffiare, il suono che uscì dal flauto sorprese il pastore. Era un suono limpido e leggero, sembrava andare diritto al cuore di chi l’ascoltava. Quella sera accanto al fuoco, il pastore trasse il flauto dalla bisaccia e cominciò a suonare. Di colpo tutti tacquero e sembrò per un attimo che anche il fuoco cessasse di crepitare, per ascoltare quel suono, quella purissima melodia. Anche il pastore era sbalordito, gli pareva, a tratti, di non essere lui a suonare. Era come se il flauto andasse per conto suo e che quella melodia angelica fosse dentro le sue fibre di legno. Un vecchio pastore chiuse gli occhi e mormorò:”Mi pare di averla già sentita, una notte, tanto tempo fa, dalle parti di Betlemme…”.Ma il flauto serbava un segreto ancora più sorprendente. Un giorno tra due gruppi di pastori scoppiò una lite furibonda per ragioni di precedenza in alcuni pascoli. Volarono le prime bastonate e qualche mano corse al coltello. Colpito da una improvvisa ispirazione il giovane pastore portò alle labbra il flauto e cominciò a suonare. Il suono era apparentemente debole, ma i litiganti si fermarono, le mani strette a pugno si aprirono e ai pastori venne una gran voglia di fare la pace e darsi una mano perché la vita è già abbastanza difficile. Da quel giorno, ogni volta che scoppiava un litigio, i presenti chiamavano il pastore e gli dicevano:” Suona il flauto” e al suono del flauto le tensioni si placavano, le voci irose si addolcivano e le collere si spegnevano. I cuori di ghiaccio si scioglievano e i sorrisi rifiorivano. Ma quale fu il destino dello splendido strumento che racchiudeva il canto degli angeli?

L’eredità
Quando si sentì vecchio, il pastore affidò il flauto al figlio. Questi divenne celebre con il nome di “pacificatore”.Quando pacificatore morì, il flauto passò al figlio, che a sua volta lo lasciò al figlio e così via per secoli, finché un crociato lo comprò come ricordo di Terrasanta e lo portò in Europa. Ma nessuno si ricordava più dello straordinario potere del flauto. Passò di baule in baule, di eredità in eredità, finché…
“Nonno, di chi è questo vecchio flauto?”domandò Albi, nove anni mentre rovistava negli scatoloni della soffitta.”L’aveva comprato il bisnonno ad un asta di cimeli, probabilmente è molto antico”, rispose il nonno.”Lo posso tenere?”. “Certo”.”Magari è magico…”, concluse Albi e cominciò a lucidarlo con il fazzoletto. Lo portò alle labbra, il suono era dolce e limpido. Il mattino dopo, Albi portò il suo nuovo flauto a scuola. Non faceva bella figura, era nero e opaco. La maestra era in ritardo e la classe in subbuglio. Riccardo e Mario si erano messi a litigare furiosamente e si stavano picchiando, rovesciando libri e banchi. Albi si rifugiò in un angolo e provò il flauto. Un’armonia soave e leggera avvolse i bambini. Riccardo e Mario si fermarono come per incanto. “Scusami”, disse Riccardo, “Facciamo la pace”, rispose Mario. Tutti guardarono Albi, “Come suoni bene!”, esclamò Mirella, “Io veramente ci ho solo soffiato dentro…” mormorò Albi, arrossendo. “Lo sapevo che era magico”, pensò, felice della scoperta. Ma più felice era il cuore della giovane canna che aveva conservato per secoli il canto degli angeli, senza perderne neppure una nota.

Lo scrittore fu feroce col neonato Regno Per lui il nostro Paese era un’espressione culturale universale e millenaria, mentre l’Unità era domestica e secolare

di – 12 dicembre 2011

Ah, l’Italia, «un piccolo regno unito di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore universale, cedendola al più logoro principio borghese – la trentesima ripetizione di questo principio dal tempo della prima rivoluzione francese – un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale d’una volta) e per di più pieno di debiti non pagati…».

Dostoevskij

Dostoevskij

Non è Bossi che parla né suo nonno. E non è nemmeno Pino Aprile, l’autore anti-sabaudo di Terroni. Ma è un osservatore esterno, molto esterno, e speciale, molto speciale. Che non polemizza con Napolitano, stroncando il suo libro Una e indivisibile (stroncare il libro di un Presidente della repubblica è diritto di critica o vilipendio del capo dello Stato?). Ma addirittura con Cavour, di cui pure riconosce la genialità ma applicata ad una causa indegna e piccina. L’irriverente italoclasta è addirittura Fëdor Dostoevskij. L’appunto che ho citato è nel suo Diario di uno scrittore nell’anno di grazia 1877. Dostoevskij non è un detrattore dell’Italia ma un sostenitore convinto dell’Italia universale e non statuale, o per dirla con Herder, dell’Italia come nazione culturale, non politica.
Non è bello concludere il compleanno d’Italia, ovvero l’anno in cui l’Italia ne ha compiuti 150, con questa nota aspra e feroce. Ma Dostoevskij amava l’Italia e ci era venuto in pellegrinaggio culturale e spirituale. Ne parlava con cognizione di causa e amore d’Italia. Nello stesso testo, Dostoevskij osservava: «Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo; l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano di essere i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e le presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale». Tutto barattato per una piccola unità statuale? In fondo Dostoevskij abbracciava da russo e ortodosso, l’idea cattolica e giobertiana del primato mondiale e civile d’Italia che trascendeva dalla sua unificazione statuale, anche se la prefigurava.
Lo scrittore russo era tutt’altro che vicino a una visione internazionalista, di tipo socialista e utopico, che condanna per il suo astratto universalismo. Nell’anno dell’Unità d’Italia, il 1861, Dostoevskij fondava una rivista, Vremja (Il tempo) che era tutta percorsa da un fremito di patriottismo russo e slavofilo e da un rifiuto dell’occidentalismo come omologazione mondiale. La romanità come principio universale, l’imperium come principio ordinatore del mondo e la cristianità che si fa cattolica – cioè universale – a Roma, erano per lui il paradigma dell’unità spirituale del mondo. A cominciare dalla Terza Roma degli Czar (contrazione russa di Cesare, non a caso). Anzi, la sua idea è che sarebbe stata la Russia «a condurre a conclusione la missione dell’Europa», come scriveva in una lettera dell’inverno 1856 a Majkov. In una pagina assai attuale Dostoevskij lamenta la subordinazione dell’Europa alla Borsa e al credito internazionale; ma poi spende la sua vena profetica in un delirio antigiudaico, ritenendo che siano gli ebrei a muovere la borsa, le banche e i capitali, condizionando gli Stati nazionali. («Non per nulla dominano là ovunque gli ebrei nelle Borse, fanno muovere i capitali, sono i padroni del credito e della politica internazionale» scrive nel marzo del 1877, per poi concludere con una filippica contro il giudaismo).
Dostoevskij scrive sull’unità d’Italia a ragion veduta, serbando la memoria dei suoi viaggi in Italia in cui rimase abbagliato dall’arte e dalla civiltà italiana, le rovine pagane e lo splendore medioevale, rinascimentale e barocco dellla Roma cattolica e apostolica. Visita l’Italia, e arriva a Torino quando era capitale e poi scende a Roma, di cui soffre il gran caldo settembrino e si estenua a percorrerla a piedi, in una intensa settimana di bellezza. Qualche anno dopo vi ritorna, prima a Milano e poi a Firenze, nel breve periodo in cui era capitale d’Italia.

E si arrabbia con i russi che spargono da noi «i loro rubli in carte di credito» e le russe che «puttaneggiano con i principi Borghese». Un quadro di sorprendente attualità, che sembra alludere al nostro presente, principi Borghese a parte… Al suo tempo riguardava la nobiltà russa, ora invece i nuovi ricchi della Russia postsovietica e le avvenenti russe in cerca di sistemarsi o sfondare.

Non sposiamo affatto l’idea negativa di Dostoevskij sull’unità d’Italia, e continueremo a considerare nobile e degna la causa a cui si dedicò il conte di Cavour. Difenderemo la memoria del Risorgimento, che è la traduzione civile e nazionale della Risurrezione, cara a Dostoevskij forse più che a Tolstoj. E senza cancellare le pagine infami scritte dopo l’Unità, i massacri e le deportazioni, continueremo a difendere la nascita necessaria e benefica dello Stato Italiano, la sua indipendenza e il suo sviluppo che integrò il popolo nella nazione.
Ma è giusto concludere l’anno dell’italianità ritrovata (e subito ri-smarrita), ricordando che l’Italia nazione culturale è universale e millenaria, mentre l’Italia politica e risorgimentale è domestica e secolare. Italia, grande nazione in piccolo Stato. L’Italia dell’unità evoca uno Stato, l’Italia della tradizione evoca una civiltà.

 

Come non essere d’accordo?

Era andata a Londra con Erasmus Sofia; amava l’inglese, era già stata in Inghilterra per brevi soggiorni-studio e adesso voleva acquistare più dimestichezza con la lingua, e contemporaneamente conoscere meglio tutto quel Paese.

Quella domenica di  maggio decide insieme al suo amico John di andare a Southport,  città inglese sul Mare d’Irlanda di una certa importanza storica, avendo ospitato per alcuni anni Napoleone III. La cittadina appare ospitale e pulita e, dopo aver fatto una bella passeggiata sul lungomare, nel tardo pomeriggio si recano al The Atkinson Art Gallery, uno dei luoghi di riferimento di Southport. La costruzione in perfetto stile inglese nasconde un interno curatissimo e Sofia osserva le opere esposte con interesse e curiosità.

Ad un certo punto nota sul pavimento delle frecce  luminose a intermittenza che indicano una direzione obbligata; segue, quindi, questa traccia come un automa e si ritrova davanti ad un dipinto che la attira particolarmente, davanti al quale la freccia si ferma.

File:Lilith (John Collier painting).jpg

Si tratta di Lilith, un olio su tela di Collier del 1892, che raffiguara una stupenda figura di donna  avviluppata ad un serpente.

Sebbene gli occhi della donna rappresentata siano chiusi, Sofia li vede muoversi e aprirsi e contemporaneamente sente una voce ( ma lei non irrideva le persone che affermavano di sentire le famose voci ? ),. Si pizzica sulle braccia, sulle gambe, sull’addome . è vero, è tutto vero e  questa  voce vera e reale  si rivolge personalmente a lei chiamandola per nome :” Sono Lilith, la prima donna dell’umanità creata da Dio insieme ad Adamo, al quale mi sono ribellata perchè mi voleva sottomettere mentre io mi volevo sentire libera. Non ti spaventare, anche se tu non mi conosci non sono cattiva come mi raccontano alcuni; mi chiamano spirito del vento perchè sono scappata e tuttora vado vagando per tutto l’universo, ma non faccio male a nessuno. Sono certamente inquieta e alla ricerca della verità, perchè a me danno fastidio le menzogne anche se mi rendo conto che la condizione del genere umano che si è formata da Adamo ed Eva è limitata nella comprensione. Non sono risentita con Eva, questo no, però non mi ha fatto piacere il modo con il quale lei si è assoggettata all’uomo. Dio aveva plasmato allo stesso modo Adamo e me, Lilith,  dando la  vita a tutti e due da una forma di fango , quindi io e l’uomo eravamo sullo stesso livello. Quando me ne sono andata , Dio, per accontentare Adamo ha forgiato Eva da una costola dell’uomo e da qui è derivata la soggezione della donna nei secoli. Io però non mi sono mai rassegnata e continuo a lottare per la dignità e l’orgoglio femminile. Ma non sono cattiva e non faccio male a nessuno. E poi anche Eva ha sbagliato e  forse peggio di me e insieme ad Adamo: il peccato originale e tutte quelle cose lì che raccontano gli umani sono inficiati dalla ristrettezza dell’ambito di conoscenze concesse fino ad ora. Non ti spaventare, non ti voglio fare del male; ascoltami però. Per quanto mi riguarda, si è trattato di un moto di ribellione ad una condizione che ritenevo ingiusta nei confronti di Adamo; loro, però, Adamo ed Eva, con il loro comportamento hanno precluso la conoscenza completa del bene e del male a tutta l’umanità. Capisci quello che dico ?  L’umanita intera, per espiare il peccato di Adamo ed Eva è stata condannata a fare un percorso complicato per cercare se stessa. I filosofi di ogni tempo si affannano a chiedersi cosa ci fa l’uomo sulla terra, da dove viene e dove andrà e pure la scienza si pone le stesse domande. ma filosofia e sciena applicata alla ricerca sono coincidenti : infatti filosofia significa amare la sapienza e la parola scienza significa conoscenza: sono due aspetti della mente umana che vanno coniugati  insieme. Non avere paura Sofia. Tu fai parte, come tutti gli esseri umani, di questo ingranaggio.Lo  spazio e il tempo nei quali vivi sono le dimensioni che allo stato attuale puoi comprendere, ma ce ne sono molte altre sulle quali la ricerca sta lavorando. Non ti spaventare quando senti fare discorsi strani, relativi ad altri esseri e ad altri mondi. Sai l’universo è un tutt’uno e tutti gli uomini sono uno e nell’uno, sono emanazione divina e sono aiutati dagli angeli, che sono esseri che vivono in altre dimensioni. Non ti spaventare, Sofia. Quando senti raccontare di ufo, extraterrestri, apparizioni, in particolare mariane, del potere di alcune acque, presta attenzione, cerca di distinguere la verità dalle fandonie dei ciarlatani e non rifiutare pregiudizialmente. E’, in effetti, tutto collegato. Sai  alcuni reperti antichi raffigurano specie di navicelle spaziali scolpite e sia la mitologia che la storia del Cristianesimo è intrisa di fatti  che aprono orizzonti infiniti alla conoscenza dell’altrove. Quelli che gli uomini chiamano extraterrestri sono,  di fatto, esseri che vivono in dimensioni più ampie e che in un certo senso guidano la storia dell’uomo sulla terra. I fenomeni, apparizioni, lacrime e quant’altro, che riguardano personaggi cristiani e in particolar modo la Madonna, rientrano in queste contesto. Tu sai, per esempio, Sofia, che per quanto riguarda le apparizioni di Fatima, la Chiesa ufficiale non ha detto la verità ? Questo è uno dei peggiori mali : la Chiesa deve trovare il coraggio e la fede di dire tutto quello che sa, tutto quello che è vero, spogliandosi dei suoi averi materiali e cercando di rappresentare veramente il messaggio di Cristo, che è universale e spirituale, e che essa ha tradito e tradisce continuamente.

Tornando a Fatima, hai sentito parlare di una certa Carolina Carreira ?

Si tratta della quarta veggente, una bimba di circa 12 anni che ha visto una Signora Luminosa, chiamata uraniana, una donna piccola di statura che aveva le sembianze di un extraterrestre con la quale  è  entrata in comunicazione telepatica, che era in realtà un angelo.

Queste cose sono documentate .

padre Don Luciano Guerra, già parroco del santuario di fatima, nel suo libro “Messaggio di Fatima” nel paragrafo intitolato “1917: apparizione di un angelo a una certa Carolina di 12 anni e ad una piccola di Espite ” scrive:

“Ora, Lucia non ha mai fatto riferimento al dialogo con l’Uraniana – una delle prime definizioni con cui la veggente indicò la signora, termine che deriva da Uranus ( divinità graca che personificava il cielo”.

Seguiamo la pista di Fernandes. Secondo il ricercatore portoghese, nel 1947 il futuro vescovo di Viseu, Don Josè Pedro da Silva, forse trovando strano il silenziko di Lucia, chiese direttamente alla veggente: “La zia Maria da Capelinha ( della Cappellina) cosi’ chiamata, afferma nella sua deposizione ufficiale, che sua figlia Carolina aveva visto un angelo passeggiare nella Cova da Ira e che chiese loro di dire tre Ave Maria, dopo, aveva chiesto alla sorella che chiedesse alla Madonna cos’era “quello” e che la sorella, nelle piccole Valli, aveva chiesto alla Madonna ottenendo la risposta che era un angelo…che c’è di vero in questo? Lucia rispose: “Non lo so, non mi ricordo nulla”.

E’ strana questa risposta della veggente – afferma Fernandes- perchè non ricorda? Eppure Lucia rammenta discorsi lunghi e segreti interminabili, con parole che all’epoca non conosceva.

O quel particolare su ciò che il vescovo suggeri’ descrivendolo con il termine “quello” è stato eliminato dal cervello di Lucia? La deposizione ufficiale alla quale si riferisce Don Josè Pedro da Silva si trova nel documento denominato “Interrogatorios oficiales” del 1923. Fu redatto dal Visconte de Montelo e comprende la seguente frase, nel testo integrale: “Nelle piccole Valli, Lucia chiese alla Madonna, su richiesta del testimone (zia Maria) se la madonna fosse apparsa a qualcun altro nella Cova da Ira e la Madonna rispose che non era lei bensi’ un angelo, il volto che Carolina, la piu’ giovane delle figlie della testimone, di 12 anni, e che la piccola di 7 anni di espite, avevano visto il 28 luglio, vicino all’olivo.

L’angelo era basso, molto bello, con i capelli biondi, volto che Carolina vide, dopo, sopra l’ulivo.

In realtà – spiega Fernandes – la documentazione ufficiale di fatima ci introduce alla vista di altri esseri alla Cova da ira, oltre alla Beata Vergine Maria, e ci parla di piu’ veggenti oltre ai tre gia’ conosciuti.

per questo carolina va considerata la quarta veggente di Fatima, vissuta per lunghi anni in oblio e anonimato.

Fernandes sottolinea inoltre che nessuno, nemmeno uno dei sacerdoti, l’aveva mai interrogata.

La bambina ne aveva parlato solo in casa a sua madre e ai fratelli. E se il canonico Formigao non avesse invitato sua madre a deporre, la sua testimonianza sarebbe andata completamente perduta. L’anonimato, intanto, le ha consentito di non essere infastidita dai fedeli curiosi, ed è anche possibile che l’avrebbero chiusa in un convento come accadde a Lucia.

Invece, Carolina si è sposata e, pur non avendo avuto figli, ha condotto una vita normale, senza sacrifici esagerati per aiutare i peccatori.

per parlare con lei -dice fernandes- non è stato necessario chiedere l’autorizzazione del vescovo della diocesi. Naturalmente, tutta la sua deposizione, rilasciata il 22 luglio 1978 è stata registrata. Il testo viene quindi riportato integralmente.

Non ti spaventare Sofia, fai attenzione al mondo che ti circonda con curiosità : tieni sempre presente il beneficio del dubbio, naturalmente, ma sii aperta ad ogni verità diversa da quelle cosiddette ufficiali.

Considera con particolare attenzione il potere delle acque, che  in alcune falde sono  ricche di qualità portentose collegate in qualche modo con realtà che sfuggono alla conoscenza umana.  Possiedono, queste acque miracolose, delle proprietà di una forza energetica non comune  capace di fenomeni  inspiegabili con le conoscenze scientifiche attualmente in possesso degli umani. Le apparizioni della Madonna e i fenomeni miracolistici, come quelli attribuiti ad alcune acque, che sono proprio veri, non sono contrari al Cristianesimo e sono collegati al mondo extraterrestre ancora non  percepibile dal genere umano.”
“Sofia, Sofia, svegliati, è tardi, hai lezione oggi, ricordi ” ?

Mamma Rosa chiama Sofia, che si ritrova nel letto della sua camera.

Che sogno strano. Ma era un sogno ?

Nei suoi ventanni non era mai stata a Londra, nè era stata all’estero con Erasmus.

Che strano!



Governatore Scopelliti rilanci la Calabria o lasci

Di Piero Sansonetti
CalabriaOra  del 21 novembre 2011

La «luna di miele di Giuseppe Scopelliti – notava ieri sul nostro giornale Bruno Gemelli – è finita». Per tante ragioni, che Gemelli ha spiegato in modo lucido, e soprattutto per una: l’uscita di scena del governo Berlusconi cambia tutto nella politica italiana, cambia anche i rapporti di forza nelle province estreme dell’impero e dunque in Calabria.
In che senso? Nel senso che saltano tutti gli automatismi, e si disgregano le rendite di posizione. Non serve più a niente aver vinto le elezioni regionali, dopo aver vinto due volte quelle al Comune di Reggio, e aver portato il proprio partito a rovesciare decine di giunte di sinistra, nelle città più importanti e in molte province: “game over”, si riparte da zero. Ora contano solo due cose: i problemi concreti e le proprie idee politiche (relative ai problemi concreti). Anche il carisma è tutto da ricostruire, quello conquistato sin qui sul campo è andato “fuori corso”, vale quanto le lire. Questo succede a sinistra come a destra, riguarda tutti, ma riguarda soprattutto Scopelliti non solo perché è lui il governatore, ma perché, attualmente, è l’unico leader politico effettivo presente nella nostra regione.
Naturalmente a noi interessa relativamente il futuro personale di Giuseppe Scopelliti. Ci interessa però una cosa: in quali condizioni la Calabria affronterà questa fase politica, nella quale si deciderà quasi tutto sull’Italia dei prossimi dieci anni, su come si distribuiranno le risorse, su come si stabiliranno i rapporti sociali e su quale filo di equilibrio regolerà la convivenza tra  Nord e Sud. Proviamo a spiegarci meglio: se la Calabria non riesce a sedersi al tavolo di negoziato nazionale nel quale si deciderà chi dovrà pagare di più e chi meno e dove saranno collocati gli investimenti per la ripresa economica, e se non riesce, a quel tavolo, ad imporre le sue ragioni, la Calabria è spacciata, è destinata, per almeno un decennio, a proseguire la sua corsa verso la povertà e verso la disperazione sociale.
Perciò ci rivolgiamo al presidente Scopelliti e in modo assolutamente semplice e sincero gli rivolgiamo un appello: Presidente, metti da parte ogni calcolo di tattica politica, ogni interesse personale, ma anche ogni moderazione e ogni prudenza, e scendi, con furia, sul campo della battaglia politica. Al tavolo nazionale presentati con piglio e rabbia, fai pesare le ingiustizie di questi cent’anni e anche dei 130 anni precedenti, batti cassa, e chiedi un impegno gigantesco,politico e finanziario, del governo per  salvare il Sud, e la Calabria e per farli diventare il volano della ripresa.

Le sirene dello stretto

Le sirene dello Stretto  Ermonde Leone
Spiega ai romani, e ai milanesi, che il Sud non è il problema ma è la soluzione del problema. Che la ripresa e il rinnovamento del paese non possono partire né da Monza né da Roma – perché Monza e Roma non hanno lo spazio, la forza, e tantomeno la capacità politica per diventare locomotiva – ma possono partite solo dal Sud (e dal Sud del Sud, cioè dalla Calabria) perché il Sud ha spazi enormi di ripresa, e ha voglia di ripresa, e ha la forza che serve. Non solo di ripresa economica, ma di ripresa civile: l’Italia ha un enorme bisogno di modernizzazione, ma per modernizzazione si intende aumento dei diritti e del peso della gente, del popolo, e non diminuzione dei diritti e della democrazia, e il Sud – che di questi diritti ha beneficiato, finora, ben poco – è il luogo dal quale questa modernizzazione può partire. Il Sud, caro presidente, è diventato  non solo un “territorio” ma una entità politica autonoma e decisiva.
Se la sente, presidente, di prendere di petto la questione, di alzare la voce, di entrare, se serve, in conflitto anche con pezzi del suo schieramento politico, e di guidare una vera e propria rivolta del Mezzogiorno?
Se non se la sente – glielo diciamo senza cattiveria, senza giubilo, ma con stima e sincerità – è meglio che si faccia da parte, che rinunci, perché un “obiettivo intermedio” – tra vittoria e sconfitta, fra ripresa e declino, tra modernità e reazione – non esiste più.
Se la Calabria non inizia subito la sua rimonta politica, e introno a questa rimonta costruisce una nuova classe dirigente, la Calabria finirà nel dramma sociale. Nessuno sa quale può essere lo sbocco dell dramma sociale, dove possono portare la ribellione, la protesa, la furia del popolo. La Calabria è sempre stata un regione tranquilla, mansueta: però nell’ultimo secolo e mezzo, in due o tre occasioni, ha fatto vedere quanto è capace di esprimere la sua rabbia, quando non vede all’orizzonte nessuna speranza.

Questo articolo mi ha fatto venire la pelle d’oca. Veramente. Non so e non voglio sapere se Sansonetti svolga in questo caso un ruolo politico di parte. Personalmente  gli riconosco onestà intellettuale e coraggio e, pur non condividendo le sue posizioni politiche, mi ritrovo spesso con le sue opinioni leali e coraggiose. Leggendo quest’articolo mi sono venuti sul serio i brividi, perchè  mi sono sentita toccata nei miei sentimenti di calabrese e meridionale e  partecipe di quella rabbia accumulata nel tempo, ormai secolare, che deve esprimersi ormai magari in modo rivoluzionario e decisivo. Avevo sperato che Scopelliti fosse l’uomo nuovo, anche perchè essendo giovane e motivato potrebbe evere l’entusiasmo necessario per porsi in maniera prepotente ,intransigente e anche trasgressiva, rispetto ai canoni ipocriti dell’inciucio all’italiana, per affermare il nostro territorio, quello meridionale, il primo italiano per storia, cultura e risorse. Non vorrei che si lasciasse ammaliare dal canto delle sirene, che dalle nostre parti hanno trovato sempre un habitat favorevole, piombando in un’estasi estranea alla realtà. Carpe diem,bisogna cogliere l’attimo senza indugi  e rompere gli ormeggi perchè il tempo scorre velocemente; occorre guardare avanti, e io sono sempre pronta a fare la mia parte per fare esplodere la rabbia che mi ribolle dentro.

Le sirene dello stretto

26/08/08

Arriverà un’alba,
i cui colori saranno tenui
come lo scorrere della notte
senza nuvole.

Che sia come il canto delle sirene?
Pericolosamente incantevole…

Ho trovato questi versi per caso in Fotolog  non so chi li abbia scritti ma mi piacciono e sono appropriati al post

Stretto di Messina-foto di Peppe Caridi

Ho trovato tra le mie carte quest’articolo pubblicato da Il Quotidiano sabato 27 settembre 2003  nel quale  Michelangelo Cimino proponeva una riflessione

sul pensiero meridiano di Franco Cassano, sociologo, docente universitario.

L’idea dell’autonomia del pensiero meridionale, elaborata  con un percorso sofferto da un intellettuale impegnato come Cassano è particolarmente affascinante e coincide con le mie convinzioni sulla condizione mia come cittadina del Mediterraneo.

Pubblico l’articolo perchè ritengo le idee di Cassano particolarmente attuali e  dovrebbero essere oggetto di studio per i responsabili della nostra res publica.

Una volta di più occorre registrare l’impossibilità di un discorso compiuto sul presente, se non si parte dalla data-simbolo dell’ottantanove. La caduta del muro di Berlino, sostiene Franco Cassano, non ha “segnato la vittoria della libertà sul totalitarismo e del libero mercato sull’economia pianificata”. Questa è, semmai, una interpretazione a uso e consumo dei vincitori della guerra fredda. “L’Ottantanove rappresenta, invece, una mutilazione della tradizione occidentale, suddivisa in polo della libertà e dell’uguaglianza. Il crollo del comunismo segna la caduta del valore di uguaglianza a favore di quello della libertà, che tende all’esaltazione del libero mercato e al ridimensionamento del welfare”.

Pochi ‘eletti’ narcisi non bastano a sconfiggere il cinismo del Grande Inquisitore
Franco Cassano

Una impostazione di fondo che trova d’accordo Alain de Benoist : ” L’affermarsi del monoteismo del libero mercato, del dio unico che dispensa una unica verità”  è un portato della disintegrazione del sistema sovietico”.
Per entrambi i filosofi, dunque, l’oggi risulta legato a filo doppio all’Ottantanove, data che segna la fine della modernità e l’accesso nell’era del post-moderno.

Il punto centrale del discorso di Cassano consiste in una idea di Europa che riesca a porre un freno al fondamentalismo del mercato diffusosi in Occidente dopo la caduta del Muro. Un’Europa, insomma, votata alla mediazione, ” al recupero della dialettica tra libertà, protezione ed uguaglianza; che abbia memoria del fatto che il welfare è stata una invenzione in cui libertà ed uguaglianza hanno convissuto per decenni”.

Perchè l’Europa possa attendere a questo compito epocale, è necessario che ” smetta di gravitare intorno all’Ovest” e instauri un nuovo rapporto con il Sud.

Innanzitutto, abbandonando una volta per tutte l’idea che esso non è ancora l’Ovest. ” il Mediterraneo- dice Cassano- è luogo d’incontro fra un tempo non ancora colonizzato dall’economia e un’idea antica di convivenza e socialità. Chi vive sul confine è irriducibile all’integralismo perchè si incontra sempre con l’altro”.

Stretto di Messina-foto di Peppe Caridi

Il Mare Nostrum, però, è anche il centro di una idea del divino complessa e ambigua, che accanto a Javeh, il Dio di Abramo, pone il culto neo-pagano del dio Vulcano. E’ la tesi, invero affascinante, del filosofo Bruno Pinchard, secondo il quale se vogliamo avere una vera cultura mediterranea dobbiamo essere capaci di unire Javeh e Vulcano. Vale a dire un’idea del divino che proviene dalla cultura illuministica e un’altra che, invece, risale ai culti misterici precristiani.

Per Alain de Benoist una delle ricadute negative che il capitalismo globalizzato provoca sulla vita dei singoli e “la mercantilizzazione dei comportamenti”. Naturalmente non c’è campo che si salvi dagli sconvolgimenti provocati dalla globalizzazione : la politica, ormai ridotta ad espertocrazia, e non più a ricerca del bene comune; e soprattutto la società, divenuta un concentrato invisibile di rischi. E il rischio è diverso dal pericolo, che è minaccia concreta e visibile. Esso, il rischio, invece, è qualcosa di esteso, immanente, inafferrabile, non localizzabile. La trasmissione virale è l’immagine che meglio rende l’inafferrabilità del rischio. Ora, siccome essere contro la globalizzazione è come essere contro l’automobile, occorre reagire con giudizio.

Un primo passo potrebbe essere quello di procedere contro il globale, l’infinitamente grande, e tornare al locale, alle città, alle piccole comunità. In questo processo di  riacquisizione dello spazio locale, potrebbe entrare in gioco il ruolo di una Europa, che di fronte al tentativo degli USA di instaurare un mondo unipolare, richiami l’attenzione sulla ricchezza di un mondo multipolare, in cui gli individui possano essere valorizzati nelle loro specificità.

In questo contesto il Mediterraneo ha un ruolo centrale, porta già nel nome l’idea di mediazione e dovrebbe essere un luogo dove sperimentare una pace giusta : e non solo una pace come assenza di armi, ma una pace come incontro. Tutti i popoli del Mediterraneo si conoscono, hanno una storia in cui ogni costa è stata attraversata dagli altri, ha conosciuto sbarchi… Ecco: occorre riuscire a costruire in questi luoghi una grande stagione di pace, in modo tale che l’Europa divenga protagonista attiva di questo processo.

C’è da considerare il fatto che molte divisioni  non sono divisioni tra i popoli, ma derivano da interessi geopolitici, tante volte esterni all’area. Per cui, le linee di divisione nascono dal fatto che il baricentro non è più l’Europa.

Esistono, dunque, tante dimensioni comuni ai popoli mediterranei  e tanti elementi di differenza. Si potrebbe dire che il monoteismo unisce, ma è vero soltanto in parte, tenedo presente che nel mediterraneo sono concentrate le tre grandi religioni monoteistiche, la cristiana, l’islamica e l’ebraica.

Alla luce di queste riflessioni possiamo concludere che il Mediterraneo oggi può rappresentare un progetto attraverso il quale si vuole dare all’Europa la chance di giocare la carta di un’altra idea di Occidente, lontana dalla deriva fondamentalista dell’Occidente e, quindi, più capace di lottare contro il fondamentalismo religioso. E, ultimo passaggio, più capace di costruire una unità del Mediterraneo, in cui le diversità non siano abolite, ma si siano abituate a convivere e a scambiare la ricchezza di doni simbolici e culturali che ognuna di esse possiede.

Per Franco Cassano, dunque :

“… pensiero meridiano non vuol dire apologia del sud,
di un’antica terra assolata ed orientale,
non è la riscoperta di una tradizione
da ripristinare nella sua integrità.

Pensiero meridiano
è quel pensiero che si inizia a sentir dentro
laddove inizia il mare,
quando la riva interrompe gli integrismi della terra
(in primis quello dell’economia e dello sviluppo),
quando si scopre che il confine
non è un luogo dove il mondo finisce,
ma quello dove i diversi si toccano
e la partita del rapporto con l’altro
diventa difficile e vera.” 

Marco Simoncelli

Marco Simoncelli

 

Marco Simoncelli

 

Ciao Sic

Quel filoborbonico di Giuseppe Verdi PDF Stampa E-mail
Scritto da dechristen
L’inno delle polemiche
Quel filoborbonico
di Giuseppe Verdi
Sergio Bello
Quando fu
deputato, Verdi
si batté in
Parlamento per il diritto d’autore:
fu il suo modo di combattere i plagi che lo avevano
colpito durante
tutta la sua vita.
Fa scalpore un inedito di Giuseppe Verdi. Soprattutto perché si tratta di un “Inno nazionale” dedicato a Ferdinando II di Borbone, ritrovato negli archivi del Conservatorio napoletano di San Pietro a Majella. Autore del testo, Michele Cucciniello. Spartito stampato dall’editore Girare, nel 1848, a Napoli. Ritrovamento ad opera del maestro Roberto De Simone. Frontespizio dello spartito definito «inedito». E immediate reazioni: Verdi non è stato forse il simbolo dell’Italia mazziniana e unita sotto i Savoia?
Eppure, nell’Inno il Borbone è salutato come “re della patria”. Per questo e per altri motivi, non tutti concordano con l’attribuzione dell’Inno (che ha la stessa musica dell’Ernani, e più precisamente del motivo “Si ridesti il Leon di Castiglia”) al compositore di Busseto. In ogni caso, c’è chi si dichiara possibilista: è il caso dello storico Giuseppe Galasso, per il quale la firma di Verdi sotto l’inno borbonico è plausibile, perché il clima dell’epoca era tale da far sì che i liberali guardassero con speranza ora all’uno ora all’altro dei sovrani italiani. Del resto, Ferdinando II proprio in quel 1848 fu il primo monarca della Penisola a concedere la Costituzione sotto la spinta dei moti siciliani. Ma fu una breve meteora, e l’esperienza si concluse ancora una volta con l’uso della forza.

Sulla stessa linea, anche se da una prospettiva del tutto diversa, è Roberto Selvaggi, curatore della manifestazione “Viaggio nella memoria” alla riscoperta dei Borbone: «L’inno di Verdi? Lo conoscevo già, ne avevo sentito parlare in Puglia. Ed è un’altra prova che i Borbone non erano poi così cattivi come li si dipinge. Forse Verdi avrà lavorato su committenza per Ferdinando II, un re che concesse la Costituzione con convinzione. Poi è successo quel che sappiamo, ma non fu colpa sua».
Ma qual è l’opinione degli storici della musica? E perché parlare di un “inedito”, quando si tratta di uno spartito canto e piano stampato? Opere simultaneamente “stampate” e “inedite” rappresenterebbero una novità assoluta nella storia dell’editoria, non soltanto musicale: lo sottolinea con una certa ironia Orazio Mula, docente al Conservatorio di Cuneo e autore di un libro su Giuseppe Verdi, edito dal Mulino, uno dei saggi più completi e aggiornati dedicati al cigno di Busseto: «L’Ernani», ha dichiarato lo studioso all’indomani della scoperta, «è nota come opera delle contraffazioni, che sorgevano spontaneamente. Che Verdi sia direttamente responsabile dell’inno borbonico mi sento di escluderlo». In altre parole, era consolidata la prassi piratesca di pubblicare melodie di successo in un’epoca nella quale il melodramma costituiva la musica di consumo popolare. Chiunque, senza conseguenze, poteva parodiare l’opera musicale altrui, sostituendovi un testo diverso.
Con motivazioni analoghe è sceso in campo anche l’Istituto nazionale di studi verdini, di Parma. Sulla presunta scoperta di De Simone il prestigioso ente taglia corto: si tratta di un plagio consumato all’insaputa dell’autore. Il motivo di un giudizio così tranciante? La mancanza di comunicazione, all’epoca, tra Regno delle Due Sicilie e resto d’Italia.
A questo punto è intervenuto lo stesso De Simone, il quale ha innanzitutto precisato di non aver mai parlato di “inedito”: «Si tratta di un brano stampato nel 1848, che in quel tempo evidentemente tutti conoscevano, ma oggi è stato dimenticato. Nel 1973, però, ci fu una segnalazione da parte della bibliotecaria Anna Mondolfi, che ne parlò al filologo Cecil Hopkinson, il quale pubblicò la notizia, a New York, in un suo lavoro bibliografico su Giuseppe Verdi. Dopo di che, non se ne è più parlato. Ma a Napoli, nell’epoca in cui venne scritto, di sicuro lo conoscevano tutti. Probabilmente era eseguito nei salotti buoni della città, tra patrioti e liberali».
Verdi, allora, sapeva che la sua musica era utilizzata per rendere omaggio a Ferdinando II? «Non ho prove, ma mi sembra probabile che il Maestro abbia conosciuto l’inno, anche per i suoi frequenti contatti con la città di Napoli e con il San Carlo». E come metterla con quanto affermato dall’Istituto verdiano di Parma, secondo il quale non c’era comunicazione tra il Nord e il Sud d’Italia? «Si sbagliano di grosso. In particolare, Verdi aveva stretto amicizia con Francesco Florimo, che era il bibliotecario di San Pietro a Majella. Se l’inno fosse stato un apocrifo, Verdi lo avrebbe disconosciuto nella sua fitta corrispondenza col bibliotecario. Invece lo spartito non fu mai oggetto di contestazione da parte di Verdi. Il Maestro era un patriota e anche lui avrà guardato con speranza al Regno meridionale, che era molto più europeo di quello dei Savoia. Il Sud, lo sappiamo bene, è stato vittima dell’Unità, non doveva diventare, come poi è stato, la coda d’Italia e finire in accattonaggio». Forse, ipotizza ancora De Simone, a qualcuno oggi dispiace pensare che Verdi abbia potuto salutare un monarca napoletano come futuro re d’Italia.
Una questione politica? Mula non è d’accordo. Alla replica di De Simone, lo studioso di origine meridionale controribatte: «Non c’era bisogno di scomodare Verdi per operare queste falsificazioni che avvenivano in tutta Italia: circolavano anche le versioni del Leon di Caprera e del Leon di San Marco su quella stessa musica. Quando fu deputato, Verdi si batté in Parlamento per il diritto d’autore: fu il suo modo di combattere i plagi che lo avevano colpito durante tutta la sua vita».
E le polemiche proseguono. Senza che sulla vicenda sia stata posta la parola fine.

 

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